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Lies

"Meet me on the battlefield

Even on the darkest night

I will be your sword & shield, your camouflage

 And you will be mine"

-Battlefield, Svrcina-

  

Jeff e Jacob


Quando si allontanò dall'uomo, il sangue che era ai suoi piedi era quasi un lago, dipingeva il pavimento in legno di quel colore rossiccio, imbrattava i vestiti suoi e del cadavere e si infilava fin sotto il divano in pelle. 

Mentre lo osservava non provò pena ne pietà, non l'aveva mai provata per nessuno e non vedeva il motivo per iniziare in quel momento, specie per quell'uomo che aveva osato toccare la sua (T/n).

Si alzò e stiracchiò le braccia dietro alla testa mentre pensava ad un modo per decorare quel corpo.

Purtroppo, a causa del lavoro precedentemente svolto da altri, non avrebbe potuto incidere il solito sorriso che spettava alle sue vittime ma, in qualche modo, avrebbe potuto rimediare.

Stava giusto pensando di utilizzare le interiora per decorare l'ambiente tipo, banalmente, avrebbe potuto appenderle al lampadario, quando, mentre si dava una ripulita veloce al volto con una manica della felpa per rimuovere il sangue dell'uomo che aveva appena ucciso, alzò lo sguardo e notò una cosa che prima, preso dall'eccitazione del momento, non aveva minimamente notato e che lo riportò con i piedi per terra, di nuovo concentrato sul suo obbiettivo principale, (T/n).

Sulla parete verniciata difronte a lui, oltre il divano accostato al quale giaceva in un lago di sangue il corpo martoriato di Michel, c'era una scritta.

Era fatta con una sostanza scura, quando si avvicinò per analizzarla scoprì essere sangue, erano solo due parole, una sopra l'altra e piuttosto grandi, in alcuni punti alcune gocce di sangue erano colate e avevano sporcato quelle sotto distorcendone ulteriormente la scrittura ma, nonostante tutto, il messaggio fu per Jeff abbastanza chiaro.

NON CERCARLA.

Recitava la scritta e, sulla "o" della prima parola, era tracciata una grande "x" a formare il segno dei proxy come firma del mittente.

Quell'avvertimento era sicuramente per lui, sapeva a chi si stessero riferendo e così fissò con odio il messaggio, con aria di sfida, come se, oltre a quelle parole, potesse vedere il volto di chi lo stesse sfidando, sapeva fin dall'inizio in cosa si stava cacciando ma questo non lo avrebbe fermato per nessun motivo al mondo.

(T/n) era e sarebbe per sempre stata sua, poteva sottolineare quel concetto altre mille volte eppure sembrava che quei bastardi non fossero ancora in grado di comprenderlo, non gli importava quanto avrebbe faticato, quanto avrebbe ucciso, quanto tempo ci sarebbe voluto e chi sarebbe morto, lei era sua e l'avrebbe riavuta, i loro messaggi intimidatori se li sarebbero potuti benissimo ficcare su per il culo.

Con disprezzo, sputò sul cadavere davanti a lui che aveva ormai definitivamente perso qualunque tipo di attrattiva e, mentre continuava a ripulirsi del sangue della sua vittima sulle pareti bianche della casa o su qualsiasi altra cosa gli passasse per le mani utile allo scopo, si diresse verso la camera del bambino, della quale già conosceva la posizione, e, una volta entrato, si avviò immediatamente verso i cassetti della scrivania presente nella camera.

Si rimboccò le mani e iniziò a cercare, questa volta, si era ripromesso, non si sarebbe fatto sfuggire niente.

Tutti i cassetti furono quindi completamente svuotati del loro contenuto e una volta vuoti, prima di mettersi a cercare tra le varie cose che aveva portato fuori, si accorse che uno dei cassetti, anche se di poco,era meno profondo degli altri nonostante, dall'esterno, risultassero tutti della stessa grandezza.

Sorrise, quando, senza perdere neanche un secondo di più, infilò la punta del coltello, ovviamente già accuratamente ripulito, in una fessura tra quello che, probabilmente, era un finto fondo e le pareti del cassetto per poi esercitare una pressione verso l'alto e sollevare un lato della lastra di compensato posta come doppio fondo, scoprendo così ciò che vi era celato all'interno.

Allungò una mano per afferrare quello che si rivelò essere un quadernino rilegato in pelle marrone scuro e tenuto chiuso con un laccio, ignorò il biglietto che vi era posto accanto che recitava "Per Jacob" e aprì quello che gli parve come una specie di diario.

Sfogliò velocemente le pagine leggermente ingiallite ai bordi e guardò le parole scritte in inchiostro nero con una calligrafia, in alcuni punti, frettolosa e quasi incomprensibile e, in altri, più elegante e leggibile, lesse qualche parole da pagine a caso, si parlava di Jacob, di lui dei proxy ma, soprattutto, nella prima pagina, vi era il nome della proprietaria, (T/n) (T/c).

Richiuse il diario con una mano e se lo mise in tasca, non era un grande lettore, lo attraeva di più l'idea di averla materialmente con lui che quella di leggere di lei ma, nonostante questa preferenza, scelse comunque di non lasciare lì il diario.

Ovviamente, come aveva fatto per la collana che ora si portava appresso, non avrebbe ridato il diario al suo legittimo proprietario, probabilmente non gliene avrebbe neanche parlato dell'esistenza e forse, se non fosse stato per il cielo che già cominciava ad albeggiare, si sarebbe anche dedicato a leggerne una pagina, giusto per sapere cosa vi avesse scritto per quel moccioso senza speranze.

Dando un'ultima occhiata alla finestra aperta rivolse poi le sue attenzioni sui vari libri e quaderni e alcuni giochi che aveva riversato a terra dai cassetti.

Jacob glielo aveva brevemente decritto come un grande libro dalle pagine patinate, pieno di immagini e con il dorso verde brillante, non fu difficile da individuare e, preso quello in mano mentre l'ormai familiare sensazione di essere vicino al suo obbiettivo si diffondeva di nuovo in lui, scese di corsa le sale, ignorò tutto quello che vi era nel salone, messaggio e cadavere entrambi privi di qualunque valore, e si diresse fuori da quell'abitazione richiudendosi con cura la porta alle spalle.

Più tardi avrebbero ritrovato il cadavere meglio sarebbe stato per lui.

Ad aspettarlo fuori, seduto accanto al porticato, con le spalle alla casa e le mappe accanto, vi era Jacob, ginocchia al petto e gambe abbracciate, con la testa posata penzoloni sulle ginocchia. 

Appena sentì il rumore del cancelletto che si apriva, cambiò il suo sguardo triste e stanco con uno più allegro guardando nella direzione di quello che sapeva essere Jeff anche se sperava che, con lui, vi fosse qualcuno in più.

"Hai trovato il... c-che cosa è successo?"

La voce di Jacob, prima allegra e piena di speranza, ebbe un drastico cambiamento quando vide bene l'aspetto di Jeff in quel momento. 

Ci fu un momento di silenzio in cui Jacob guardò preoccupato prima i vestiti sporchi di sangue di Jeff e poi, ancora più preoccupato, la casa silenziosa mentre Jeff, incurante dei dubbi del bambino, raccattava le mappe da terra e si organizzava per andarsene via, se qualcuno lo avesse visto in quello stato probabilmente, anche con il cappuccio, avrebbe attirato fin troppa attenzione.

Non vedeva l'ora di sapere dove fosse (T/n) ma prima di ogni altra cosa avrebbe dovuto allontanarsi da lì, una volta nel bosco sicuramente si sarebbe potuto prendere un momento di pausa per decifrare la mappa e decidere dove andare ma ora doveva proprio levare le tende.

"Ehi... Jeff... t-ti sei fatto male?"

Jacob si era alzato da terra, aveva afferrato con due dita la manica della felpa di Jeff e l'aveva strattonata per cercare la sua attenzione, che cosa sarebbe mai potuto succedere a casa sua, si era chiesto Jacob, perché mai la sua felpa, i suoi pantaloni e le sue scarpe dovevano essere macchiate di quello che sembrava proprio esser sangue?

Quando lo aveva sentito arrivare, era stato felice di poter riprendere la ricerca della mamma ma, una volta visto Jeff conciato in quel modo, un buco allo stomaco gli aveva inevitabilmente trasmesso un'inquietante sensazione che non lo convinceva affatto, aveva paura, non se lo negava certo, ma ancora non sapeva esattamente di cosa.

 Jeff, sentendo quella voce titubante e preoccupata, si ricordò di avere ancora appresso quella pulce fastidiosa e che, forse, sarebbe stato meglio metterlo a dormire come il padre, infondo, i bambini piccoli e cretini non dovrebbero stare alzarti tutta la notte come aveva invece fatto Jacob, no?

Eppure, quando incrociò quello sguardo preoccupato riflesso in quei piccoli occhi (c/c), un fastidioso senso di mancanza gli fece morire il sorriso in volto e lo rimandò inevitabilmente a sei anni prima, dopo l'evento di quella notte e alla mattina successiva quando gliel'avevano portata via, quando aveva cercato di riprendersela per sempre ma aveva fallito miseramente a causa di quegli stessi occhi (c/c).

Innervosito da quei ricordi strattonò il braccio verso l'alto per liberarsi della stretta del bambino ma, il gesto violento, spaventò Jacob ancora di più.

Il suo cuore accelerò il battito e si ricordò di quanto fosse arrabbiato con lui Jeff prima di uscire dalla sua scuola, del terrore che aveva provato e si ricordò anche che ora non ci sarebbero state sbarre tra lui e Jeff, i muscoli si irrigidirono per la paura, istintivamente alzò le braccia per proteggersi la testa e si fece piccolo piccolo e trattenne il respiro aspettando di essere colpito con forza da Jeff, ancora più forte del ceffone dell'ultima volta.

Lo sapeva, accidenti a lui, lo sapeva eppure lo aveva fatto comunque, pensò Jacob mentre stringeva forte gli occhi e aspettava di essere colpito, aveva visto quello sguardo, aveva visto quegli occhi freddi e spaventosi eppure aveva voluto chiederglielo lo stesso, poteva starsene zitto? 

Se Jeff si fosse fatto male o meno non averebbe dovuto disturbarlo se era arrabbiato, eppure... eppure lo aveva fatto lo stesso e ora Jeff avrebbe fatto del male a lui e...

I pensieri di Jacob vennero interrotti dalle risate di Jeff ma, questa volta, a differenza di quando si era arrabbiato nel giardino della sua scuola, queste risate non avevano nulla di spaventoso, questa volta, e chissà perché, erano semplicemente... risate.

Sentendole Jeff aprì piano piano gli occhi e poi, sempre meno lentamente, abbassò anche le braccia e si mise un po più dritto, non capiva cosa ci fosse di divertente, lui si era spaventato davvero tanto e un leggero senso di nervosismo gli era rimasto nello stomaco, ma era sempre meglio quello che altro no?

Jeff, che si era divertito alla reazione spaventata del bambino, compiaciuto dell'effetto che aveva sul piccolo, gli poggiò una mano sulla testa, la passò tra i capelli del bambino, rigido come un tronco, e poi la fece scendere fino alla schiena, punto dal quale, gli diede una leggera spinta per invitarlo a muoversi.

"Muovi il culo va"

Gli disse con un tono divertito e un sorriso, meno spaventoso di altri ma inevitabilmente leggermente inquietante, prima di ricominciare a camminare verso il bosco, quel bambino era abbastanza divertente per poter campare un'altro po, poi, lontano da occhi e orecchie indiscreti, quando sarebbe arrivato il tempo, se lo sarebbe tolto dai piedi.

Il solito sorriso spaventoso tornò quindi sul volto di Jeff ma Jacob, ancora alle sue spalle, non lo vide affatto e, rincuorato dall'ultimo sorriso che aveva visto, riprese a seguirlo senza fare domande.




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Okay bella gente, ultimo capitolo delle vacanze e poi ci si rivede a settembre, grazie mille per chi mi ha seguito per quasi un anno e buona estate a tutte,

spero che il capitolo vi sia piaciuto.

(anche se è un po di collegamento)

E alla prossima.

Addio

poitre1234

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