6-Da sabbia a felce
Mi sveglio lentamente.
Sono circondata d alla luce. Aggiustando la vista, vedo immediatamente che c'è il sole in cielo, e molto in alto.
È mattina.
Sento attorno a me di nuovo il calore: è svanito quel freddo paralizzante che c'era durante la notte.
Il vento si è placato, calmando qualsiasi onda e lasciando che il sole arrivi direttamente su di me, asciugandomi completamente.
Premo con le mani contro il legno, anch'esso asciutto, del pontile e mi rialzo.
Sono ancora in mezzo al mare, che adesso è così simile al cielo che l'orizzonte si confonde. Fa di nuovo caldo, ed è bello sentire di nuovo quella coccola forte ma delicata che mi avvolge sempre.
Ma soprattutto, in lontananza, vedo qualcosa che ieri tra il buio e le onde non sarei mai riuscita a distinguere.
È una lontana macchia verde, che non distinguo bene, ma che probabilmente è un'altra isola.
La osservo un attimo, un po' sorpresa.
Mi guardo dietro. Il pontile si estende a vista d'occhio, non ne vedo la fine, segno che ieri notte devo aver camminato a oltranza (in effetti, ancora non mi sento completamente ripresa).
Riguardo davanti. A quel qualcosa.
E mi metto a correre.
Ignoro il fiato corto, qualsiasi stanchezza sentissi, qualsiasi dubbio, faccio scattare le gambe in quella direzione.
La macchia verde si avvicina sempre di più; non mi concentro su cos'è visto che sono presa dalla corsa, ma comincio a vedere qualche dettaglio. La macchia si muove, e sotto c'è qualcosa di marrone.
Che siano alberi come pensavo?
Corro per un minuto in preda alla fretta di arrivare. Mentre la vista si fa più chiara, comincio a tranquillizzarmi, e dopo un po' non sto più correndo.
Quando torno a una camminata normale (fiatone nonostante), vedo chiaramente che questa è un'isola: c'è una spiaggia, e ora si vede distintamente che la macchia verde era davvero degli alberi.
Approfitto del rallentamento per osservare meglio il tutto. Sono tutte palme, ma molto alte e fitte: formano un conglomerato sull'isola, che impedisce di vedere la sabbia dopo un certo punto. Infatti, la spiaggia è piuttosto stretta, e non c'è nulla sopra. Sembra tutto disabitato.
Non riesco neanche a intravedere cosa c'è in mezzo: tutto si confonde rapidamente in un'ombra.
Dopo altri due minuti di camminata, finalmente arrivo.
Il pontile si abbassa dall'acqua alta e opaca, fino ad arrivare quasi al livello dell'acqua, che man mano che procedo diventa sempre più limpida. Quando arrivo alla fine, è così trasparente che potrei contare i pesci che nuotano.
Una volta finito il percorso, appoggio con esitazione un piede sulla sabbia. È asciutta, calda e friabile come ghiaia. È come la spiaggia Sud-Ovest di Zakarol.
Mi ci sdraio sopra. Dopo una nottata così fredda, ho davvero bisogno di riscaldarmi.
Assaporo, quasi in estasi, il calore scottante della sabbia che mi avvolge le braccia e la schiena.
Chiudo gli occhi per il sole, e la sensazione diventa ancora più intensa.
Resto così per qualche minuto. Ascolto il rumore di queste piccole onde, sento i raggi del sole che picchiano sulla pelle, penso alla sabbia che mi si starà infilando tra i capelli.
Finché a un certo punto, in mezzo a tutto questo rilassamento, mi accorgo di avere fame.
Apro gli occhi di colpo, nel panico.
Mi alzo immediatamente, accecata dalla luce del sole.
E poi ricado in ginocchio, visto che mi sono alzata troppo in fretta.
Mentre cerco di schiarire i sensi, mi viene un solo pensiero.
Devo esplorare l'isola subito e trovare qualcosa.
Non ho canne da pesca per prendere quei pesci, né penso che un altro salterà per sbaglio sul pontile ora che non c'è più la tempesta.
Devo percorrere la spiaggia e sperare di trovare qualche mollusco. Altrimenti mi toccherà andare in mezzo agli alberi.
E visto che là in mezzo è tutto buio, è l'ultima cosa che voglio fare.
Mollo un respiro, rassegnata.
Mentre comincio a camminare, già rimpiango di essermi alzata. Il calore del sole dritto in faccia e la sabbia calda contro la schiena erano troppo rilassanti, soprattutto dopo una nottata come questa. Così tanto che adesso mi sembra di aver freddo persino a stare in piedi. Per di più, ho la mente troppo rilassata per concentrarmi e ispezionare tutta questa spiaggia.
Faccio un po' di passi. Non solo mi sembra di girare su una distesa di sabbia tutta uguale, affiancata da un bosco sempre uguale e un mare sempre uguale; non c'è nessun mollusco o qualsiasi cosa di mangiabile a terra, ma tutta la spiaggia è disseminata di strani sassolini arancioni.
Quando mi stanco di vederne in continuazione, ne raccolgo uno. Al tatto è consistente, ma quasi vellutato. Di un arancione mischiato a venature gialle. Ricorda il becco di un gabbiano.
Dopo averlo tenuto per un po' in mano e aver constato che non serve assolutamente a niente, mi stufo e lo butto a terra.
Aguzzo lo sguardo in avanti. La spiaggia non accenna a cambiare neppure in fondo, quando gira dietro al bosco (che l'isola sia circolare?): è tutta sabbia con sassolini arancioni sparsi, intervallati da qualche roccia, più grande.
Poi sento uno strillo dietro di me.
È proprio un gabbiano.
Presa un po' di sorpresa, mi paralizzo per un secondo.
Sento il brivido e il freddo nelle braccia, che si scontra violentemente col caldo. Che fastidio.
Passato il momento di paura, mi giro.
Ed è un gabbiano... strano.
Non solo ha il becco dello stesso colore dei ciottolini. Si muove in modo strano, sollevando le ali con scatti netti, quasi intermittenti. Inoltre, l'occhio ha dentro una strana lucina azzurra.
Muove il collo a scatti, squadrandomi da capo a piedi. Sono un po' confusa da questo comportamento, e anche io lo squadro completamente cercando di capirlo.
Poi ricordo che ho fame.
D'altra parte, capita quando hai uno stomaco che è sempre stato rumoroso.
Ovviamente, non potendogli saltare addosso, visto che scapperebbe, mi avvicino lentamente.
Non sembra avere paura di me. Anzi, sempre con dei movimenti a scatti, quasi tutti uguali, come se li stesse calcolando, fa dei passetti verso di me.
Intanto, li faccio anche io.
E va avanti così per un qualche manciata di secondi, finché non sono abbastanza vicina da poterlo addirittura toccare con la mano.
Quando provo ad accarezzarlo, gira, come sempre di scatto, la testa. Vuole guardarmi la mano.
Così mi stufo subito.
Lo afferro rapidamente per il corpo e poi gli tiro il collo prima che possa dispiegare le ali o fare qualcosa.
Infatti il collo si rompe...
...ma dentro non ci sono organi, muscoli o carni.
È riempito di strani oggetti blu/verdi, piatti e rettangolari. Sopra sono sparsi dei puntini dorati in rilievo, e dei segni squadrati e spartanamente semplici, molto diversi dalle parole scritte normali.
Un po' colta di sorpresa, lo poso lentamente a terra, cercando di non toccare anche i fili che fuoriescono, perché sembrano incendiati, o addirittura emettono luce.
Alzandomi in piedi e allontanandomi, facendo un passo indietro, continuo a fissarlo, col cuore che batte per l'ansia che succeda improvvisamente qualcosa.
Però, difatto, non succede niente.
I fili smettono di produrre luce, e quell'ammasso (finto?) di piume e placchette non si muove di un centimetro. Rimane sepolto nella sabbia, come se fosse morto.
Continuo ad osservarlo per un po', perché ho ancora paura. Ma poi lascio stare. È chiaro che non si muoverà più.
Così, anche se lo sorveglio sempre con la coda dell'occhio, mi guardo un po' intorno pensando a un altro modo per soddisfare la fame, il mio pensiero principale.
Non ho attrezzi da pesca, ovviamente, e di sicuro non posso costruirne nessuno. Non c'è bambù da nessuna parte su questa spiaggia.
La riva non sembra avere pesciotti che potrei catturare a mano.
Potrei entrare nella foresta e vedere se c'è qualcuno, magari farmi aiutare, anche se qui sembra tutto deserto.
Infatti, dato che preferirei una soluzione facile, penso che mi arrampicherò su una palma per prendere una noce di cocco. Quando alzo lo sguardo, ne vedo tantissime in cima.
Anche se sono parecchio grandi, mi decido a farcela, come con tutte le palme che sono venute prima.
Afferrando il tronco e mettendo i piedi in un appiglio, mi metto a salire.
È parecchio faticoso, e anche lungo.
La fame si fa ancora sentire mentre impegno braccia e gambe per restare avvinghiata alle nicchie appuntite formate dalle sporgenze del tronco.
Credo di tagliarmi due o tre volte le dita, e anche i piedi. Ma non fa troppo male, così continuo.
Alla fine, tra ferite e infarti quando quasi scivolavo da un appiglio, riesco ad arrivare in cima.
Non prendo subito una noce di cocco, ma salgo direttamente sulla parte alta, più piatta, e mi ci metto. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi e mi adagio sopra la fine del tronco, tenendo un ramo tra le gambe per non perdere l'equilibrio.
Poi sistemo dritta la schiena, guardando in avanti.
E prima che decida di fare qualsiasi altra cosa, vedo in lontananza una costruzione altissima, grigia, circondata dalle nuvole e dai fulmini.
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