5 - Il Ponte degli Antenati
Mi sembra un incubo.
La notte è scesa, e sono separata da quel puntino di luce che è la mia isola da ore ed ore di mare. Non ho una barca, ed a quanto pare le sferette sono precipitate in acqua. Non penso le ritroverò più con questa poca luce. Infatti ci sono un po' di nubi in cielo ad offuscare la luna. Quando raccolgo un po' d'energia per riuscire ad affacciarmi da questo ponticello e immergere la testa, constato che davvero non si vede niente. Solo buio assoluto sott'acqua.
Resto qualche minuto, stremata, distesa sul legno come uno straccio.
Non ho un briciolo d'energia. Mi sento incredibilmente stanca e scoraggiata, sapendo che potrei non tornare più.
Ma la cosa peggiore è che comincio a sentire freddo. Naturale, visto che è notte e ci sono nubi, che abbassano ulteriormente la temperatura. E sono rimasta, dopo il pomeriggio in spiaggia, solo col costume. Non ho neppure un abito per coprirmi, e con un freddo così me ne servirebbero almeno quattro.
Alla fine, però, mi stufo della staticità.
Non posso restare qui, stesa come un'ipettoglia, a morire. Posso fare soltanto una cosa, in questo momento.
Percorrere il ponte.
Facendomi coraggio, mi tiro sui gomiti, poi sulle ginocchia e lentamente mi sollevo, eretta.
Guardo un secondo davanti a me, prima di intraprendere il cammino.
Da qui non vedo nulla, neanche con la debole luna. Per fortuna il ponte è tutto bagnato a causa delle onde, quindi riesco a vederlo bene grazie al riflesso.
Ancora piena di coraggio (che spero non mi abbandonerà presto), faccio il primo passo.
Quando il mio piede tocca la superficie fradicia della trave, mi accorgo non solo di quanto faccia davvero freddo, ma che sto addirittura rabbrividendo.
Spero solo che il freddo non provochi malattie, e soprattutto che questa passerella arrivi presto da qualche parte.
I piedi procedono nell'acqua. Fanno schizzare l'acqua sotto di loro, finendo per coprirsi di un manto umido. Mi si gelano ancora di più, facendomi rimpiangere quand rimasi una notte intera su una barca, senza luci. Non credevo avrei mai sentito un freddo peggiore, eppure mi sbagliavo.
Continuo.
Continuo.
Acqua.
Continuo.
Schizzi.
Continuo.
Freddo.
Acqua. Freddo. Onde. Freddo. Sonno.
Sonno?
Mi guardo indietro. Sono completamente al buio: anche la fioca luce della mia isola è sparita. Rimane solo il bagliore lunare riflesso nell'acqua.
Oramai posso solo andare avanti (non che prima potessi andare indietro).
Freddo.
Schizzi.
Passi.
Acqua.
Freddo.
Sonno.
Freddo.
Freddo. Quanto, quanto freddo.
La mia pelle sta gridando "torna al caldo!", purtroppo si trova circondata da tutte le parti.
Ma mi costringo a continuare. Un passo dopo l'altro. Sull'acqua. Facendola schizzare. Resistendo al sonno.
Dove sto andando?
Cosa sto percorrendo?
Perché tutto mi sembra improvvisamente fermo?
Perché qualcosa mi preme contro le ginocchia? Perché adesso contro tutto il corpo, come se mi fossi distesa?
Sbatto gli occhi.
Davanti a me, il sole mi scava direttamente nelle pupille, incendiandole.
Struscio una mano davanti al legno portandomela davanti. Mentre la piccola ombra mi dà sollievo, capisco che devo essermi addormentata dopo esser collassata dal sonno. In fondo chiunque l'avrebbe fatto dopo tutto quel freddo, anche su una serie di travi di legno (piuttosto scabre).
Anche se le debolezza mi fa pesare le ossa, mi alzo lentamente in piedi. Mi accorgo di essere ancora umida, e di avere la pelle tanto sbiancata dal freddo che sembra viola.
Nonché di avere un pesce a dieci metri da me. Un'ezzica, visibilmente morta.
Lo stomaco non aspetta: immediatamente mi ricorda che nin mangio da ieri pomeriggio, e che ho fame. Tanta fame.
Corro verso il pesce, rischiando di scivolare, poi mi abbasso sbattendo le ginocchia contro il pontile.
Non sento troppo dolore, visto che sono concentrata.Afferro il pesce e lo mordo al centro, senza neppure aspettare.
Lo dilanio coi denti, affondando nella carne e mandandola giù così com'è, senza preoccuparmi di niente. Sputo le spine.
Mentre deglutisco, mi fermo un attimo ad osservarmi. Da ore sto camminando: e le mie forze sono scese, la fame e la sete sono aumentate. Qualsiasi controllo avessi sembra essersi volatilizzato. Provo una certa vergogna a essermi ridotta a questo stato incontrollato, impulsivo.
Poi sento di nuovo un brontolio nello stomaco, e concludo che in fondo non me ne frega niente.
Mordo l'altro fianco del pesce, e lo mangio, sputando ancora una volta le spine. Do altri due morsi ad ogni fianco per non lasciare neppure un ritaglietto di carne; dopo di che, assalto la testa.
Sento l'occhio rompersi e colarmi tutto spappolato lungo la gola.
Il pensiero fa abbastanza schifo, ma mi costringo ad ingoiare. Non sprecherò niente: potrei mangiare persino il pontile in questo momento.
Ma per fortuna non devo, perché la mia fame si è un pochino placata. C'è ancora, ma abbastanza attenuata da lasciarmi un briciolo di ragione e forze con cui posso continuare.
Così, distolgo lo sguardo dal pesce morso da cui escono ancora alcune spine e si vede il sangue colare dalle viscere, e lo butto lontano in mare.
In mezzo a queste onde e questa pioggia, non lo vedo né sento volare via o entrare in acqua.
Appena torno a guardare dritto, mi accorgo che ancora neppure si intravede la fine di questo ponte, nonostante abbia camminato per non so quanto.
Davvero questo ponte è degli Antenati? Ma chi gliel'ha fatto fare di impilare un'infinità di assi solo per venire a Zakarol!
Non ho pensato molto quando ho cominciato a camminare, ma forse proseguire lungo il pontile non è stata la scelta migliore. E il peggio è che dopo tutta questa camminata, non mi conviene tornare indietro e cercare di tornare alla spiaggia a nuoto.
O almeno non credo.
Poi un'onda mi colpisce in pieno.
Addio.
Mi ritrovo di colpo coperta d'acqua. Sto già di nuovo tremando dal freddo, che adesso mi circonda completamente. È pungente, opprimente. Non ho mai sentito un freddo così.
Mi costringo a continuare a camminare. Ma vado a passi lenti. Anche se ho mangiato, ho i muscoli intorpiditi, praticamente privi di forze. Muoverli mi fa male, e il freddo non aiuta: sembrano fermarsi a poco a poco.
Perdo definitivamente il conto del tempo. Sto camminando in questo stato, completamente zuppa, da troppo, ma la mia testa non sembra funzionare a dovere. Riesco soltanto a comandare ripetutamente alle gambe: camminate, camminate, camminate...
A un certo punto, un punto di tempo imprecisato, sento i morsi della fame di nuovo.
Non ho ancora trovato niente, nonostante stia camminando senza sosta. Dovrei sentirmi smarrita, o spaventata.
Ma è tutto debole. La paura è solo una voce lontana che mi ricorda vagamente tutto ciò che ho intorno. E la fame è un'altra voce, ancora più distante, che urla qualcosa. Credo sia "mangia".
Il freddo e la stanchezza sono soltanto dei veli che mi ricoprono, tenendo un costante dolore e l'esasperazione in sottofondo. Nulla... sta funzionando.
Come le mie gambe. A un certo punto, i comandi "camminate, camminate" si attenuano e si fermano.
Piano piano comincio a sentire che non mi sto muovendo più in avanti. Ma... verso il basso.
Mi sto sdraiando su qualcosa di bagnato, meno freddo di tutto il resto. Paura, fame e freddo rimangono in sottofondo, ma sembro non registrarli più.
Sento qualcosa di freddo e liquido colpirmi di nuovo.
E poi tutti i pensieri si mescolano, divenendo insensati. Mi sembra di star cadendo in un sogno.
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