Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

2 - Lavoro in campi multipli

Il rovente abbraccio mattutino del sole non tarda a colpire i miei occhi costringendoli all'apertura.

Non appena mi desto, avverto già un buona dose di calore. Ma è tiepido, di sicuro imparagonabile a quanto diverrà in pieno giorno.

Mio fratello russa ancora sonoramente. Ricordo perfettamente che intende ben poltrire stamattina, quindi sgattaiolo fuori dalle coperte curandomi di non far rumore.

A quanto pare, anche i miei stanno dormendo, nei loro letti.

Procedo a passi felpati verso le scale e le scendo, attenta a non farle scricchiolare. Appena tocco il pavimento del pianterreno, mi sento come libera da un peso.

Appena sono fuori, do un'occhiata alla meridianina, che avevo tenuto al polso ieri sera, dimenticando di togliermela. Allineatasi col Ponte, il suo bastoncino proietta un'ombra, informandomi che siamo quasi alla fine della prima ora.

Be', considerando che l'alba sorge prima in questi mesi, devo aver dormito un po' poco. Tanto che anche qui, nella strada, praticamente deserta visto che a questi orari nessuno lavora, sento il bisogno inpellente di stiracchiarmi.

Lo faccio. Poi, calcolo rapidamente che comunque, al mio arrivo, Esge sarà già in giro.

Così imbocco le varie vie dirigendomi alla sua zona. Nel mentre, il tenue rosa dell'alba passa lentamente ad una sfumatura azzurra.

Ce ne vuole di tempo tra i vicoli, ma ce la faccio. Anzi, devo dire di esser stata piuttosto rapida. Magari la troverò ancora in casa.

Posso appurarlo in un solo modo: busso alla porta. Spero non siano al piano di sopra e non mi sentano. Ma spero anche di non svegliare i vicini. Per cui mantengo la voce su un volume mediano. -Esge? Sono Eth!

Da dentro viene fuori un grido di sua madre: -È dalla costumiera!

-Grazie!

Ma sono baciata dalla fortuna.

Penso esattamente questo mentre imbocco il percorso.

Non ho fretta: lei sta sempre per ore in quel negozio perché si lamenta della taglia. Non pensa mai sia quella giusta.

Quando passa così tanto tempo a far compere vorrei tanto darle della fancazzista: è quasi l'unica cosa che faccia durante il giorno. La vedo in giro a divertirsi davvero solo quando è Snih. Ma in quel giorno tutti fanno di tutto e di più. Gente che va al mare a fare migliaia di scherzi, altra che in casa costruisce castelli di carte, altra che si raduna nella piazza principale a ballare fino a sera, approfittando pure dell'offerta di alcolici. Tutto è permesso, alla fine, purché sia all'insegna di allegria, movimento e divertimento. Niente soste ammesse.

Io, però, non mi discosto tanto. Da parecchio passo le giornate chiusa sul pesciario. Ma ora sento il bisogno di voltare pagina: chiudere il capitolo della Eth diligente, studiosa e calma ed aprire quello in cui torno a scatenarmi. E non solo di Snih, giorno in cui già vado spesso al mare (fino a poco fa è stata l'unica occasione in cui ci andassi), ma tutti i giorni. Nonostante la mole di lavoro rimanente, intendo rallentare il ritmo: in fondo non c'è nessuna fretta. Meglio spendere quel tempo al mare, o tra i negozi. E magari cercare qualcosa di nuovo da fare. Forse sacrificherò per tutto questo un po' di tempo che dedicavo alla lettura. Ma credo di averne avuta abbastanza in questi ultimi tempi.

Una volta davanti al negozio, scruto oltre l'espositore, visibile dall'esterno davanti al vero negozio, e scorgo Esge. Già sta rovistando in un cataloghetto alla cassa, mentre Fresa la guarda con occhi comprensivi ed un mezzo sorriso. È un peccato che non si possano vedere dei modelli esposti dentro il negozio: mi piacerebbe toccarli con mano già dall'inizio, invece di doverli scegliere prima ad occhio e poi aspettare che mi vengano tirati fuori dal magazzino. Viene giusto esposto qualche pezzo che sia in voga, di tanto in tanto.

Faccio capolino da dietro lo stipite e dico, a voce alta: -Ma salve, Esge.

Lei sobbalza, facendo piegare in creste la parte vicina alle gambe dell'abito azzurro, poi si gira. Incrociamo lo sguardo. Dopo qualche secondo, come avesse dovuto appurare la mia identità, i muscoli le si sciolgono riportandola ad una postura naturale. -Ciao, Eth.

La raggiungo, con pochi passi, vista la larghezza del negozio. Mentre getto qualche occhiata di striscio alla porta del magazzino a sinistra ed il bancone, noto che Fresa sta ripiegando un costume. Evidentemente non di Esge: è infatti un modello maschile molto bizzarro, viola, solcato da motivi geometrici azzurri irregolari, che culminano in cerchietti.

-Ma di chi è quello? - le dico, mentre torna a guardare il catalogo.

-Boh - risponde. -Tipo di un tizio strano che è venuto qui. Diceva di avere un costume orrendo, e quando Fresa gli ha mostrato questo ha sclerato.

Faccio una mezza risatina. -Davvero?

-Sì! - Dice soffermandosi su una pagina, che esamina con occhi silenziosi. -Era stranissimo. Le ha tipo detto: "Che cazzo di schifo è questo?" ed è uscito sbattendo i piedi.

Ma è inaudito. Non ho mai visto nessuno comportarsi così. -Io non lo conosco - continua. -Ma secondo me non avrà molto posto qui.

Cosa debba succedere a gente così è un punto interrogativo. Non abbiamo un posto in cui confinarle, né ci permetteremmo di farlo: tutti devono avere una seconda possibilità. E forse, se quel tizio ha acquisito quel caratteraccio in un modo o nell'altro, lo perderà anche. Non ho mai visto nella mia vita qualcuno capace di sfuriate immotivate od atti malvagi.

Devio la conversazione su qualche argomento più facile. -Piuttosto, anche tu che cambi costume? - chiedo, cercando di non far sembrare la domanda troppo retorica.

-Già - afferma piatta. -Ormai quello variegato in tinte viola mi ha stufato. Cambiamo un po'.

Scorre il dito sul papiro, che si arresta sul disegnino di un modello striato a tinte gialle. -Mi prendi questo, Fresa? - chiede. Poi si rivolge a me: -Tu su che vuoi andare?

Già in quella pagina trovo qualcosa di interessante. Chiedo a Fresa un modello a pois bianchi e neri.

Veniamo accompagnate nel magazzino sul retro, dove il sole comincia, pur rimanendo sopportabile, a picchiare, non essendoci un tetto. Da lì, in un cantuccio, arriviamo ai camerini.

La prima prova è un disastro. Soltanto guardandomi allo specchio vedo che addosso i pois, indipendentemente dal colore, sono orribili, ed Esge conferma la mia idea. Ma, d'altra parte, su di lei il giallo stona davvero: la ingrassa, e già non è tutta questa magrezza.

La seconda va un po' meglio: un modello in tinta unita, di un blu profondo, mi sta piuttosto bene, ma sento che manca ancora qualcosa. Per ora mi orienterei su questo colore. Esge, invece, ha un altro problema. -È troppo stretto! - si lamenta, indicando il tessuto arancione a fiori. -Mi sa che tenendolo tutto il tempo mi farà pure dimagrire. - Soffoco una risatina.

Alla terza prova, siamo finalmente soddisfatte. Io opto per un motivo scozzese, quasi a tartan, sempre del colore precedente (ovviamente i blu hanno due tonalità diverse): mi sta piuttosto bene ed è davvero bello. Esge sembra accontentarsi del motivo a fiori arancione, di una taglia più larga.

Reindossando gli abiti, che ricoprono completamente me di bianco e lei di azzurro, filiamo via dal magazzino e verso il bancone.

Diamo a Fresa i nostri vecchi costumi. -Ecco, Fresa - diciamo. Mi scende una lacrimuccia: -La loro gloriosa vita è finita.

Sorride. -Era ora che lasciassero spazio a due fratelli più meritevoli.

Sorrido anch'io. -Tu fai sempre meraviglie, Fresa.

Ed usciamo. Prendiamo subito la direzione per la casa di Esge. -Io torno - annuncia. -Dopo devo andare ad aiutare mio padre al campo di lino.

-Ah - dico io. Continuiamo per un altro tratto di strada, mentre io non so che dire. Poi esordisco: -Ah, piuttosto, stasera vuoi venire al mare con me e Sbysty?

Lei, contrariamente alle mie speranze, scuote la testa. -Non posso, a mia madre serve una mano a filare - dice. -È da giorni che non l'aiuto. Scusa, Eth.

-Oh, no, non preoccuparti. - rispondo. Lei però attacca: -Piuttosto, che fai questo Snih?

Penso un attimo. -In realtà non lo so.

-Perché noi del gruppo facciamo una cena in spiaggia. Roba tranquilla, stiamo là e magari parliamo un po' o nuotiamo, poi se vogliamo andiamo di nuovo in città da qualcun altro.

Non è esattamente il modo in cui volevo scatenarmi, ma le ultime parole mi danno una buona prospettiva. -D'accordo. Ci sarò.

-Bene, ci incontriamo quando tramonta il sole - dice. Nel mentre, siamo già arrivati a casa sua, così mi saluta. -Ciao, Eth.

-Ciao, Esge.

Mentre la porta le si richiude dietro, velando gli svolazzi di abito azzurro, guardo la meridianina. Non manca molto alla terza ora, per cui procedo a passo più spedito verso casa.

Tornando a casa, però, davanti all'officina del vetraio trovo qualcosa di strano. Un tizio sta sbraitando contro una donna. Ha un abito nero, con le sole manichette verdi. È un modello strano: non guarderò molto i cataloghi di vestiario maschili, ma non ne ho mai visti di simili.

-Ma sei stupida? - sento dire, mentre indica una busta a terra, da cui sono evidentemente uscite delle noci di cocco, ora sparse sui ciottoli. Da uno si vede anche il succo effluire, andando ad impregnare il terreno. -Dovrò andare a riprenderli, cogliona!

Proprio mentre passo accanto a loro la donna trova la forza di mormorare: -Mi scusi... - in quel momento i nostri sguardi si incrociano: il suo mi sta supplicando. Ma io cerco di comunicarle, sempre coi soli occhi: "Cosa posso fare?"

Non si è mai visto qualcuno offrire insulti tanto gratuiti. La rabbia è normale, ma non a questi livelli.

Li lascio lì mentre sento il tizio dire: -"Mi scusi" un cazzo! Adesso tu vai da quella... - poi il suono si affievolisce all'aumento della mia distanza. Probabilmente è quell'uomo che ha insultato anche Fresa. Ma che avrà mai?

Preferisco non pensarci ed andare direttamente in casa, dove già mi sta aspettando mio fratello. Per fortuna sono in perfetto orario. -Ciao, Shat.

-Ciao, Eth.

Come al solito, mi abbraccia. Già provata dal sole, il suo calore corporeo, appesantito dal vestito, rischia di uccidermi.

Quando mi lascia dice: -Pronta a salpare? - Al che io rispondo: -Certo, capitano.

Mi sorride, e poi saliamo al piano di sopra. Procediamo verso i rispettivi armadi. Mentre apro il mio, sento la sua voce: -Ah, aspetta, ma hai cambiato costume?

-Già - rispondo con un sorriso. Dopo aver sfilato l'abito, che comunque dovevo togliere, lo appendo ad una gruccia. Poi mi giro verso di lui, anche se vedo che già si era voltato verso di me. I suoi occhi mi scandagliano da capo a piedi, e poi la sua bocca emette un: -Whoa. - Raggiunti i piedi, torna a guardarmi negli occhi, indossando un sorriso. -Bello.

La sua faccia mi trasmette una sensazione di sincerità.

A quel punto anche lui si sfila l'abito, rivelando il costume variopinto, dal motivo bianco a strisce di colori diversi . Al piano di sotto, Shat raccoglie tutto il materiale occorrente nell'armadietto e nel baule e mi esorta: -Andiamo. - Mi passa un paio di remi e la canna da pesca, mentre lui tiene l'altro paio, qualche papiro con un carboncino, le esche ed il contenitore apposito di vetro per i pesci.

Di fuori, mi accorgo che ha cominciato a fare un po' freschetto, grazie al vento: ma se avessi tenuto l'abito l'avrei dovuto posare sulla spiaggia o sulla strada. Sulla prima si sarebbe impiastricciato di polverina e di acqua, sulla seconda un sacco di gente l'avrebbe calpestato per sbaglio, o comunque si sarebbe riempito di terra. Poi, francamente, portare una cesta solo per loro sarebbe stato fastidioso e pure inutile. Mi godrò il fresco, che non credo sarà duraturo.

Tuttavia, già mentre prendiamo la strada più rapida per la costa, sento che il sole sta iniziando il suo vero attacco. Tra tre ore sarà impossibile stare fuori. Ma proprio per questo molta gente sta uscendo ora. Infatti, passando per un vicolo, sbatto accidentalmente contro una donna. Ci sussurriamo delle brevi scuse, poi io riprendo a seguire mio fratello che continua a muoversi, come spinto da una forza.

Finalmente, arriviamo alla spiaggia, dove la nostra barca sta assieme alle altre, ancorata ad una delle tante palme.

Dopo la solita sfacchinata per slegarla, ma soprattutto per spingerla dentro al mare, possiamo entrare in quella specie di guscio legnoso galleggiante a spigoli.

-Per fortuna è questa la costa che volevamo esplorare - osservo. -Altrimenti altro che essere a casa per la quarta ora. Saremmo rimasti a cuocere sulla spiaggia.

Lui accenna qualcosa a metà tra un ghigno ed una risata, comunque piuttosto soffocato. -Altroché. Filetto di Shat ed Eth cotto al sole. Che prelibatezze.

Faccio la sua stessa risata finta mentre mi isso all'interno della barca, e così lui, dall'altra parte per non scuffiare.

Afferro uno delle due paia di remi lasciati ad incrociare la linea della chiglia, e così Shat.

Non perdiamo tempo: ormai, il procedimento da seguire è assodato.

Io, essendo più leggera, mi siedo davanti, e mio fratello dietro. Infiliamo i piedi nei vani che abbiamo appositamente costruito, ed i remi nelle forcelline incastonate ai lati della barca. -Lato destro - sentenzio, e ricevo in risposta un mugugno affermativo.

Cominciamo a ruotare ripetutamente i nostri remi destri per far girare la barca. Nel mentre, gli chiedo: -Fino a dove volevamo arrivare?

-Il nostro limite massimo è sempre stato di cinque minuti - m'informa, mentre interrompiamo il movimento vedendo che diamo le spalle all'orizzonte, e siamo quindi nella giusta posizione. Lui sembra attendere qualche secondo per prendere una decisione. -Quindi remiamo per sei minuti. Non spingiamoci troppo oltre. Conto io.

Cominciamo a remare, ed io lo sento sussurrare tra i denti: "Uno... due... tre... quattro..."

Non glielo chiedo perché non perda il conto (se ci fermassimo e ricominciassimo dopo una pausa lo sfalserebbe), ma vorrei sapere fino a dove dovremmo spingerci. Quattro-cinque minuti è la distanza base percorsa da tutti i pescatori: normalmente fino a tre minuti restano solo i bagnanti (ieri, io e Sbysty ci siamo spinti leggermente oltre il limite consueto). Chiaramente i principianti (e parecchi sono gli apprendisti in città) non osano proseguire: i pescatori già specialisti raggiungono gli otto minuti. Giusto i pescatori davvero esperti, spesso anche anziani, sulla settantina, avanzano fino agli undici minuti.

E penso quello sia il nostro limite. O forse vorremo spingerci un pochino più oltre?

Mentre remiamo contemplo tutta la vista. Zakarol, con la sua spiaggia dorata e le chiazze di palme che si allontanano, l'orizzonte ceruleo puntinato da batuffoli di nuvole, che si incontra in una linea, netta ma indistinta, col mare cristallino esteso a perdita d'occhio, fino a dove il mondo finisca.

Vorrei parlare un pochino, ma mio fratello sta tenendo il conto. Con piccole distanze si può fare anche ad occhio e croce, ma con questa è meglio di no: se vogliamo mantenere ordine nella nostra esplorazione può essere importante restare precisi, e cronometrare a mente tempi grandi è notoriamente difficile.

Continuo a remare ancora per un po', silente, finché mio fratello non dice, a voce alta: -Trecentosessanta. - Il suo tono è placido come quest'acqua.

-Bene - continua. -Eth, via col protocollo.

-Sissignore.

Il protocollo è sempre il solito. Remiamo un pochino in giro per tutta la zona, osservando i pesci che ci sono. Per fortuna, almeno in questo punto, l'acqua è abbastanza limpida perché si vedano ad occhio nudo. Quando ci sia un punto particolarmente profondo, che troviamo osservando la scurirsi della sabbia del fondale, ci tuffiamo pure, osservando ben bene e curandoci di non far fuggire nessun pesce.

Alla scoperta di una nuova specie, si fila a prendere una canna da pesca ed aggiungere un altro esemplare alla serie. A casa faremo tutti i lavori di catalogazione, tanto.

-Vediamo prima la fascia orientale e poi l'occidentale?

-Va bene.

È un lavoro davvero lungo, che ci prende un'ora e mezza. Alla fine riusciamo ad esplorare tutto il quadrante meridionale, ovviamente andando sempre nella stessa direzione. Procediamo a zig zag per coprire meglio la larghezza della zona che vogliamo esaminare. Ogni tanto ci fermiamo e facciamo un piccolo, delicato tuffetto, per rinfrescarci.

Dà comunque i suoi frutti: in questa zona già ci aspettavamo di trovare un po' di pesci nuovi, essendo il tutto dedicato alla pesca. Molti li conoscevo già, ed infatti erano stati catalogati. Ma trovare cinque specie ancora non inserite è stato quasi un record. Penso alla fine che è una fortuna che non ci siano pesci troppo grossi, almeno fin ora: se un giorno incontrassimo un qualche mastodonte non saprei proprio che fare.

Soddisfatti, cominciamo a ritornare verso la spiaggia. Quando le siamo abbastanza vicini, giriamo di nuovo intorno a Zakarol, esaminando la battigia alla ricerca della nostra macchia di palme.

Dobbiamo remare per sette od otto minuti prima d'arrivare.

Una volta scesi, ci aspetta una nuova entusiasmante sfacchinata.

Prendiamo a tirare avanti spingendo i lati della prua, io il sinistro e Shat il destro, e riportare la barca prima sulla sabbia, poi fino alle palme per ancorarla.

Quando libero le braccia dallo sforzo e lui comincia a maneggiare la corda, tiro un sospiro di sollievo. Un respiro profondo, come se trattenuto per parecchio tempo. Guardo la meridianetta: la quinta ora sta giungere.

Mi raggiunge con tutte le cose e mi porge canna e paio di remi.

Poi filiamo verso casa. Il sole sta ormai lavorando a pieno regime: le gambe sono già asciutte, l'effetto corroborante dell'acqua è svanito e se mi guardo la pelle, soprattutto delle braccia, la scopro leggermente arrossata. Non mi capita spesso di bruciarmi, ma non si sa mai.

Se poi metto una mano sulla faccia, mi sembra fredda come un fondale, e la ritiro madida come il mare.

Anche Shat è messo similmente, così acceleriamo il passo ad un'intesa silenziosa.

Le strade sono già semivuote: così riusciamo a camminare (velocemente) verso casa senza troppi intoppi e con regolarità e rapidità.

Appena chiudiamo il portone, ci sentiamo sollevati: infatti entrambi emettiamo un sospiro appagato. Io non lo sono del tutto, però: anche qui, dentro casa, fa piuttosto caldo. Non è insopportabile come fuori, ma si sente comunque. È un calore più piacevole, ma calore, che si somma già alle nostre lievi scottature. Se non ci fossero i vetri alle finestre, schiatteremmo.

Vedo da come toglie del sudore dalla fronte annaspando che Shat ha la stessa sensazione. Ma adesso, calore o non calore, ci aspetta un lavoretto.

Nessuno dei due risale a mettere l'abito: tiriamo dritto verso il tavolo, su cui lui posa papiri e scatoletta, mentre io riporto all'armadietto dedicato remi, esche e canna da pesca.

Quando sono ritornata al tavolo e mi siedo, accanto a me lui ha già tirato fuori il pesciario e l'ha aperto alla pagina dei sei metri della costa meridionale. Per fortuna le avevamo già preparate tutte. Nel caso ci limiteremo ad aggiungere qualche papiro.

Normalmente Shat esamina i pesci, ed io scrivo. Così facciamo anche questa volta. Forse è vero che ho la stoffa della scrittrice. Li descrivo piuttosto bene.

Dopo che me lo ha descritto fisicamente, me ne ha dato il nome e me l'ha mostrato, perché mi accerti della veridicità di tutto ciò che ho scritto, lo sventra e cominciamo ad esaminare l'interno.

È la parte che preferisco di meno: dover descrivere interiora e caratteristiche anatomiche va bene, ma poi l'analisi di persona di quei sangue e carne brutalmente macellati mi dà il voltastomaco.

Ma alla fine abbiamo stilato la scheda della fricchilla.

Proseguiamo allo stesso modo con il trevibone. È un pesce che odio (e che infatti mia madre non cucina mai), come molti tra l'altro, per il suo sapore ma anche per l'aspetto, però mi tocca stilarne una scheda. Ed anche se ci vogliono come sempre solo una decina di minuti, sono i più lunghi della mia vita.

Al terzo Shat dice: -Teniamolo da parte. Non conosco il nome... magari non domani che è Snih, ma dopodomani chiederò ai pescatori.

Non batto ciglio e gli chiedo di passare oltre. Purtroppo è una prassi che succeda così, ma non posso farci nulla neanch'io. In fondo, abbiamo quasi sempre pescato insieme: difficile che uno conosca un pesce in più dell'altro.

-Ehi... questo... - mi fermo un attimo a guardarlo. -Se non sbaglio era una specie sconosciuta.

Eh? -L'avevo mostrato una volta ai pescatori e nessuno diceva di conoscerlo...

-Dev'essere parecchio raro - osservo sorridendo. Non mi era mai capitata una specie anonima.

-Come lo vogliamo chiamare?

Non ne ho idea. -Come vuoi tu.

Allora sorride. Prende il carboncino e comincia a tracciare le lettere pronunciando: -In onore della mia sorellina. - Sorride mentre finisce di tracciare la linea, emettendo le parole con un tono affettuosissimo. -Ethino.

Mio fratello sa sempre sciogliermi il cuore.

Alzo la testa verso di lui con bocca e guance curvate in una smorfia da innamorata. -Oh, fratellone.

Non risponde: sorride soltanto e mi scuote placidamente la spalla.

Passiamo all'ultimo. Lo conosciamo, è un desazzalo. È un pesce molto bello, bianco all'esterno e, quando si sia fortunati come in questo caso, con qualche venatura scintillante di colori dell'arcobaleno.

Fa un grande contrasto l'esterno con l'interno, e lo percepisco anche nella mia descrizione.

-Ma cosa...?

Stacco di colpo gli occhi dalle righe e guardo il pesce. La faccia di Shat è accigliata e sconcertata.

All'interno c'è una sferetta nera. Piuttosto grande, quasi quanto lo stomaco in cui è contenuta. Porta strane iscrizione e disegnini che non ho mai visto, così come un simile aggeggio.

Ci sono giusto due protuberanze cilindriche incastonate in dei fori, una verde e l'altra rossa.

Con la sua stessa espressione in viso, lo afferro da dietro. Lo esamino un pochino rigirandomelo tra le dita. Sono certa di non aver mai visto nulla di simile.

Lo abbasso dall'altezza dei miei occhi e lo guardo un pochino dall'alto. Striscio il pollice sulla protuberanza verde, che affonda leggermente nel foro sotto la mia pressione.

Improvvisamente mi ritrovo con le gambe su del vetro.

-Che cazzo...? - sussurro, guardandomi intorno ed alzandomi in piedi di scatto per non cadere dalla posizione seduta in cui ero. Sono in un parallelepipedo di vetro che mi rinchiude, come in trappola. Shat mi sta guardando, da dietro una delle pareti, con occhi sbarrati.

Sono completamente circondata: c'è solo uno strettissimo foro in alto da cui certo non passerei.

In preda al panico, comincio a battere i pugni contro una parete sperando di romperla. Avevo già il presentimento che non si sarebbe rotta, questa barriera: infatti, davanti a me, continuo a vedere leggermente sfocato.

Quando le mie braccia si stancano (contando anche il lavoro di gomito di scrittura), cerco di calmarmi e torno ad esaminare la sferetta.

Mi sorge da subito un'idea abbastanza ovvia, ma che potrebbe comunque rivelarsi pericolosa. Ma se questo vetro non cede ai miei colpi, è l'unica possibilità che ho. Non ha neppure tremato e le mie unghie non lasciano, come vedo mentre ne gratto una su una parete, neppure il minimo segno, così tento.

Schiaccio la protuberanza rossa.

Tutto il parallelepipedo scompare, e sono di nuovo nell'aria libera. Il mio alluce tocca il bambù della sedia rotta, che a quanto pare era sotto il parallelepipedo. Ma nessuno ci sta facendo caso.

Io mi sento praticamente sollevata. Mio fratello, invece, da quella posizione impietrita, sembra ancora più nel panico mentre pronuncia: -Che stregoneria è mai questa?

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro