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Trenta secondi





In ospedale gli hanno detto che non è nulla di grave e lui ci crede.

Più o meno.

Insomma, ha dolori ovunque - anche in posti dove credeva non fosse possibile - ma il medico lo ha rassicurato che passerà presto e quindi si sforza davvero di ritenere veritiera una simile informazione.

Di fatto, non ha segni visibili addosso: crede che la cintura lo abbia premuto un po' troppo contro il sedile e un livido spunta sotto ad un occhio. Per il resto, è davvero tutto intero e privo di ferite.

In modo irrazionale, quasi ha sperato di farsi più male. È un pensiero alquanto sciocco che, delle volte, gli ronza in testa, come se ciò servisse a vedere chi davvero tiene a lui.

Illogico, a tratti persino egoista.

È che la morte - o il pericolo di essa - fa vedere le cose da una prospettiva diversa, innesca nelle altre persone una sensazione di angoscia e paura, di una perdita di controllo che non si ha mai avuto.

Manuel si passa una mano sul volto, cercando di scacciare dei simili pensieri. È sdraiato sul letto della sua camera a pancia in su, nella penombra - perché la luce troppo forte gli fa venire mal di testa.

Il cellulare giace al suo fianco, sul materasso. Una leggera vibrazione proveniente da esso cattura la sua attenzione. Non ha nemmeno tanta voglia di rispondere. Solleva l'apparecchio con una mano. Appena lo ha davanti alla faccia, lo schermo si illumina. Appaiono due notifiche di WhatsApp.


Simo
2 nuovi messaggi


Ci clicca sopra con l'indice, per vederne l'anteprima senza effettivamente aprire la conversazione.


Meno male che dovevi avvisarmi quando tornavi a casa.

Posso venire un attimo? Hai la porta chiusa.





La porta è chiusa per un motivo, pensa Manuel.

Scuote il capo. Non risponde subito, sebbene un primo istinto lo spinga a farlo. Dopo ciò che è accaduto qualche sera prima, non sa neppure se davvero possa sostenere un dialogo senza cadere a pezzi - in ogni senso possibile.

Gli ci vuole mezz'ora circa per convincersi a replicare alla chat.

Sbuffa quando afferra di nuovo il telefono e rapido digita:


Simo già ho sentito per 40 minuti mamma urlare

Non me va proprio

Buonanotte





Spera sia qualcosa di esplicativo e che tutto termini lì. E invece una risposta arriva nell'immediato:


Passo solo a vedere come stai

Ci metto trenta secondi.


Trenta secondi gli sembrano un tempo infinitamente piccolo.

Tira su col naso, ribatte ancora:





Simó ti prego

Me sento già ridicolo

E una merda fisicamente

Non ti ci mettere pure tu

Perché?

Lascia stare

Posso venire?

30 secondi

Okay.





Ecco, avesse potuto evitare, lo avrebbe fatto. Non crede manco di essere in grado di sostenere il suo sguardo al momento.

Di secondi per raggiungere la stanza a Simone ne bastano venti.

Manuel sente bussare alla porta. Fatica a rimettersi in piedi a causa di una fitta di dolore che lo colpisce al fianco sinistro non appena cerca di tirarsi su.

Che bello, pensa. Un catorcio funzionerebbe meglio.

Arranca di qualche metro, ciò che gli è sufficiente per raggiungere effettivamente la porta, tirar giù la maniglia e aprire l'anta.

La figura di Simone appare sulla soglia.

Come previsto, Manuel non riesce a guardarlo in faccia, per una lunga serie di motivi. Dei ciuffi ricci gli ricadono in avanti: sono cresciuti nell'ultimo periodo, pertanto un briciolo riescono a celare il suo sguardo. Sospira. «Beh, hai visto che sto bene, te ne puoi annà». Fa subito per richiudere la porta, ma l'anta viene bloccata dalla mano di Simone aperta su di essa.

Manuel sbuffa. Sta per dire qualcosa. Non fa in tempo poiché l'altro ragazzo entra nella stanza come se nulla fosse e lo supera.

In casa c'è assoluto silenzio.

Manuel si volta piano per seguire la sua figura; mantiene la mano sinistra sul fianco opposto e zoppica in avanti.

«Almeno mi potevi chiamare» si lamenta Simone. «O farmi avvisare da qualcuno».

Si ritrovano uno davanti all'altro, separati solo da pochi centimetri. Manuel abbozza una risata un briciolo isterica. «Pensavo c'avessi qualcosa de mejo da fa'» commenta, acido.

Simone lo ignora, continua a blaterare qualcosa sul fatto di non esser stato allertato dell'incidente, sul tempismo della cosa. Dalla parte opposta, tuttavia, nessuna parola viene recepita in modo chiaro, piuttosto giunge ovattata, distante.

Manuel non sente essenzialmente nulla di ciò che gli viene detto. Ad un certo punto, neppure vede più.

I suoi occhi sfarfallano e le sue gambe cedono - saranno gli antidolorifici. Cade in avanti e crollerebbe dritto sul pavimento se non fosse per Simone che prontamente lo sorregge.

Per quanto non sia molto lucido in quel momento, Manuel si sente addirittura più ridicolo, in particolar modo quando è Simone stesso a ricondurlo a letto e a farlo sdraiare, in posizione supina.

Dannati antidolorifici.

La sua vista risulta ancora appannata, tant'è che scorge soltanto di sfuggita e male la sagoma dell'altro ragazzo. Ciò, tuttavia, è sufficiente a permettergli di allungare una mano e stringere un suo polso - per trattenerlo, inconsciamente o meno.

«Puoi restare?» supplica - che va in netto contrasto col fatto che, poco prima, gli ha detto di andarsene; del resto, è sempre stato il re delle contraddizioni.

Simone osserva quel gesto con leggera titubanza, indeciso sul da farsi.

E Manuel pare carpire quella esitazione, per cui: «Solo per trenta secondi» sussurra. «Só pochi. Pe' trenta secondi possiamo— Far finta che io non só 'no stronzo e che tu non mi odi e che avemo fatto le cose diversamente».

Di nuovo, sentendo la propria voce pronunciare quell'assurda richiesta, stupido e ridicolo si ritiene su ogni fronte. Eppure non può fare a meno di pregare silenziosamente affinché ciò avvenga perché in quel momento, per quanto patetico possa sembrare, è tutto ciò di cui ha davvero bisogno.

Soltanto trenta secondi

Il tentennamento di Simone dura poco, una manciata d'istanti durante i quali il suo sguardo ricade sulla presa blanda dell'altro ragazzo che lentamente diviene nulla, quando lasciando ricadere il braccio sul materasso.

Si morde piano il labbro inferiore. «Solo per trenta secondi».

Mi bastano trenta secondi.

Così Manuel si scansa sul letto, soltanto un briciolo, soltanto ciò che basta affinché Simone possa prendere posto al suo fianco.

Si sdraiano uno accanto all'altro e non ci sono ulteriori particolari gesti: solo loro due, tra le coperte e lenzuola sgualcite, a fissare il soffitto e fingere che si trovino una dimensione differente.

Manuel quasi non vorrebbe addormentarsi, nonostante la stanchezza evidente poiché sa che, se fa calare le palpebre, quei trenta secondi finiscono e tutto torna come prima, come quel mondo all'interno del quale ha rovinato tutto per mancanza di libertà e coraggio.

Cerca di resistere, finché può. Finché riesce a voltare di pochi centimetri il capo e scrutare il profilo teso di Simone.

Alla fine, però, nonostante gli sforzi, cede e il sonno lo pervade.

Tutto finisce.











Quando Manuel solleva le palpebre, un fascio di luce di sole lo colpisce dritto in viso. Deve strizzare gli occhi per essere in grado di vedere ciò che ha intorno - manco ricorda di aver lasciato la finestra aperta, ma inizia a far caldo, quindi va bene.

Si trova in posizione supina sul letto di camera propria, con la porta chiusa a chiave - quella parte la rimembra, invece. È indolenzito, forse ha dormito scomodo. O forse non si è mosso per niente per tutta la notte a causa di Simone che gli è addosso.

Gli basta abbassare di poco lo sguardo per notare la sua folta chioma di ricci scuri che spunta sul proprio petto.

In modo spontaneo, un sorriso gli si delinea in volto.

Ci impiega qualche secondo a decidersi a muoversi. Lo fa piano, per gradi: sposta una mano sulla schiena dell'altro ragazzo, ricoperta da uno strato sottile della t-shirt bianca che usa come pigiama; con la punta della dita sfiora la sua spina dorsale, accarezza lieve ogni spigolo delle vertebre.

Ripete quel movimento lento e costante per un paio di minuti, fino a quando l'altro ragazzo mugola qualcosa di a stento comprensibile, pur mantenendo le palpebre calate.

Manuel sorride di rimando. Continua ad accarezzarlo, spostando ora la mano tra i suoi capelli che sono morbidi al tatto.

«Buongiorno» biascica Simone, aprendo un solo occhio per un breve attimo. Si bea di quel lieve contatto. «Perché sei già sveglio?».

Manuel corruccia le labbra in una smorfia. «Stavo– facendo un brutto sogno».

«Quale?».

«Nulla di così importante» raggira la questione - perché dire quei trenta secondi in cui non esistevi, in cui non esistevamo lo scombussolerebbe troppo e non vuole sia così; vuole lasciare la questione dentro a quel brutto sogno, a quel ricordo ormai lontano.

Nel frattempo, Simone tira su la testa. Appoggia il mento sul suo torace, dopo averci depositato un bacio lieve sopra. «Sicuro?» domanda ancora.

Manuel si sforza di annuire, ma il compagno non demorde - dal momento che la curiosità lo divora sempre e, dunque «Davvero?» insiste e prende a fissarlo con gli occhi spalancati che paiono ancora più grandi a causa della luce del mattino che filtra dalla finestra.

Manuel si lascia andare ad un sospiro sommesso. Non ha molta intenzione di raccontargli della memoria riemersa, pertanto lo spinge appena con una mano sulla spalla, così da farlo girare e finire supino sul materasso.

Lo segue al pari di un'ombra, gli è subito sopra, infilando una gamba tra le sue appena divaricate, così da bloccarlo contro il materasso. «Davvero» soffia sulle sue labbra. Appoggia un palmo su un lato della sua testa, a ridosso del cuscino in modo da poter tenere il busto leggermente sollevato.

«Quindi– Non era un sogno a luci rosse come l'altra notte» Simone un briciolo lo prende in giro per quel racconto fornito dall'altro su una fantasia sopraggiunta durante il sonno in maniera del tutto inaspettata.

A Manuel sfugge una risata. «Stronzo» ribatte.

Presto, comunque, torna serio. Si morde piano l'interno della guancia. Osserva il compagno, i suoi tratti rilassati, gli occhi e le labbra ancora gonfi per il recente risveglio, i suoi capelli arruffati.

Sa tutto di straordinaria quotidianità e benessere, sensazioni alle quali credeva di non poter neppure ambire mai nella vita.

Chiunque abbia detto che l'amore cambia, aveva ragione.

Per quanto non lo abbia mai ritenuto possibile - che è vero, forse, che le persone non cambiano, ma rivelano sé stesse, però non sempre questo deve avere una connotazione negativa, ecco.

Abbassa il capo quel che è sufficiente a poter raggiungere la sua bocca e baciarlo in maniera lieve, delicata, tra i sorrisi che fluidi tornano a solleticargli le labbra.

«Stavo pensando—» comincia Simone, ad un tratto - e Manuel già teme che gli chiederà di nuovo di suonargli qualcosa di Harry Styles, visto che lo ha implorato per giorni di imparare una canzone sua al piano e, quasi per esasperazione, lo ha fatto: cerca di non essere prevenuto e dunque «A cosa?» domanda, piano.

Simone stringe tra gli incisivi il labbro inferiore per una frazione di secondo. Tira su col naso. «Niente, non—» borbotta. «Magari potremmo— Fare quella cosa che ci siamo detti al lago».

Al lago si sono detti molte cose, alcune incredibilmente importanti che nessuno dei due ha mai creduto di essere in grado di pronunciare - eppure è accaduto.

Tra le principali, ad ogni modo, ce n'è una che spicca tra tutte e che hanno continuato a rimandare per ragioni piuttosto ignote: dirlo a Dante e Anita.

Manuel non ha obiettato per un insito non volere, ha solo sostenuto che tanto si capisce e non ha mai ritenuto necessario un annuncio ufficiale o qualcosa del genere. D'altra parte, per Simone pare continuare ad essere molto importante, per cui lui non ha intenzione di ostacolare una simile rivelazione - anche se, per l'appunto, si vede, considerando che una delle loro stanze è sempre vuota di notte.

Oddio, questo succedeva pure prima, ma dettagli.

Ad ogni modo, davanti a loro o chiunque altro non si sono ancora addentrati in gesti troppo palesi, ecco tutto.

Hanno semplicemente rimandato, di comune accordo.

«Okay» sussurra Manuel, tranquillo.

Simone aggrotta le sopracciglia. «Okay?» ripete.

«Sì, okay. Lo dovevamo già fare, no?» Manuel ribadisce e si sporge ancora una volta in avanti per un ulteriore bacio sulle labbra. «Così poi posso fa' questo davanti a scola» aggiunge. «Anche se 'o potevo fa' pure prima, dato che è evidente».

«Evidente cosa?».

«Questo. Io e te».

Noi.

Simone nasconde l'estrema contentezza che lo pervade nel momento in cui lo sente pronunciare un simile concetto - sebbene le sue guance che si tingono di un pallido rosso, insieme alle orecchie, rendano la cosa abbastanza evidente. «E da cosa?» domanda.

«Dal fatto che hai tappezzato Instagram de foto mie, ad esempio».

Schiocca la lingua sul palato. «La gente non guarda 'ste cose» fa presente.

«No, infatti la gente le analizza 'ste cose» ridacchia Manuel. «Quando ho messo la storia de te al ristorante, m'hanno risposto in— quindici, credo, pure persone che non conoscevo che chiedevano chi eri».

«E tu che dicevi?».

«Che sei er ragazzo mio».

La naturalezza con cui viene esposta una simile frase colpisce Simone allo stomaco come una palla di cannone. È evidente, eppure non si aspettava di sentirglielo dire.

O forse ha sperato per tanto, troppo tempo che una cosa del genere accadesse che ora non sa neanche quale sia il modo più consono per reagire. Crede che il proprio corpo lo stia facendo in autonomia, facendogli divenire gli occhi lucidi e soprattutto quando percepisce una lacrima scivolargli lungo una tempia.

Di ciò, Manuel se ne rende conto nell'immediato e si affretta ad asciugare quella minuscola goccia salata con un pollice. «Oh, se te dovevo fa' piagne non te la dicevo 'sta cosa» cerca di sdrammatizzare.

All'udire il tono della sua voce, Simone tramuta quelle lacrime in una risata leggera.

Con un pugno chiuso, colpisce piano la parte alta del suo braccio e «Cretino» lo rimbecca. «Era un pianto bello, comunque».

«Un pianto bello» Manuel gli fa da eco e corruccia le labbra in una smorfia. «Pensa te. Esistono pure i pianti brutti?».

A quel punto, Simone si limita soltanto ad annuire, chiedendo silenziosamente un altro bacio che Manuel non esita a donargli.

Del resto, è il ragazzo suo.


**


Quando scendono le scale di legno che scricchiolano un briciolo sotto al peso dei loro corpi, l'ansia li pervade almeno un po' - a Simone, principalmente.

Anche se non è nulla di che.

Alla fine, è semplicemente dire ad alta voce qualcosa che è evidente, che gli altri già sanno.

Però un conto è avere il dubbio, un altro averne la certezza.

Pertanto, il passo del ragazzo risulta lento, strascicato, dalla camera da letto fino alla sala da pranzo, tant'è che lascia andare avanti Manuel di qualche passo. È quest'ultimo a fermarsi non appena se ne rende conto. «Oh, tutto okay?» domanda, con tono pacato.

Simone fa cenno di sì con la testa.

Manuel sorride. «Guarda che non stamo mica andando ad ammazzà qualcuno, eh» ridacchia.

«Lo so» attesta Simone e scrolla le spalle. In realtà, quella sorta di agitazione neppure gli dispiace: è un diverso battito del cuore, un differente tonfo al petto che non è mirato a fargli a brandelli l'anima - più che altro gliela ricompone.

Così, prende un respiro profondo. Prova l'impulso di far intrecciare le dita con quelle del compagno, ma qualcosa lo fa desistere. «Andiamo» esclama poi.

La sala da pranzo è silenziosa, illuminata dalla luce delle primavera che proviene dalla porta-finestra lasciata aperta.

Anita e Dante sono seduti uno accanto all'altra: la prima mantiene il telefono in una mano, presumibilmente leggendo le mail di lavoro, frattanto che sorseggia del tè caldo; il professore, invece, è intento a scrutare le pagine del quotidiano che compra quasi tutte le mattine - anche se quello pare essere del giorno prima. Nessuno dei due pare far caso alla loro presenza, a Simone e Manuel fermi sulla soglia, uno accanto all'altro, tant'è che, in seguito a qualche secondo di attesa, essendo un po' ignorati, i due si scambiano un'occhiata fugace e prendono posto al tavolo, davanti ai rispettivi genitori.

Manuel afferra la caffettiera ancora calda e ne versa il contenuto in una tazza di ceramica verde chiaro, la stessa che mette di fronte a Simone, il quale, tuttavia, è troppo impegnato a fissare il padre, Anita e il loro ignorarli per potersi sbilanciare e ringraziarlo.

Stringe i pugni sotto al tavolo.

Quel gesto non passa inosservato agli occhi di Manuel, che ora sta addirittura provvedendo a spalmare con un coltello con la punta arrotondata della marmellata ai mirtilli su una fetta biscottata. Gli lancia un'occhiata distratta, poi, fingendosi indifferente e continuando quei gesti, esclama un «Senti, ma', uhm». Emette un colpo di tosse di proposito. «E— Professó, pure» richiama anche l'attenzione dell'uomo.

Riesce in un simile intento, avendo gli sguardi di entrambi curiosi e puntati su di sé.

«Ce sta 'na cosa che ve deve dì Simone» ecco, se ne lava un po' le mani e questo gli costa un lieve colpo sul polpaccio con un piede da parte dell'altro ragazzo - però un briciolo crede di meritarselo. Ad ogni modo, non perde tempo a lamentarsi, piuttosto gli fa un cenno con il capo per spronarlo a dire ciò che deve.

Simone si morde piano il labbro inferiore. In realtà si è pure preparato un discorso per affrontare l'argomento - come se servisse - il problema è che non gli torna alla mente nessuna frase che ha concepito poco prima. Butta giù a fatica della saliva e crede di essere sbiancato in viso, tanto che Dante lo osserva inclinando il capo su di un lato e chiedendo: «Va tutto bene?».

È evidente, Simone. Vai tranquillo. La sua coscienza lo incoraggia. Però nulla gli viene ancora fuori di bocca.

A quel punto, Manuel si costringe ad intervenire altrimenti teme che la situazione rimanga in fase di stallo per troppo tempo. Ha mezza fetta biscottata tra le mani e manda giù il boccone della restante parte. Beve anche un sorso di caffè caldo.

Poi «Ve voleva dì che stiamo insieme».

Gli esce fuori in maniera fin troppo spontanea. Non sa neppure in che modo abbia racimolato così tanto coraggio nel corso del tempo, così tanta disinvoltura. Non ha manco sentito il bisogno di spiegare per filo e per segno come sia arrivato alla realizzazione che gli piacciono i ragazzi, che è stato tutto per merito di Simone - insomma, non pare un'informazione così rilevante in quel momento.

Stanno insieme e basta.

Perché tutto ciò che davvero conta è ben altro. È dirlo, urlarlo, per non nascondersi più.

Come l'ultimo tassello del domino che cade e niente fa più rumore.

Dante rimane serio. Si scambia una fugace occhiata con Anita. «Tutto qui?» bofonchia.

«Tutto qui» è la risposta pronta di Manuel.

Il professore abbozza una risata, mentre ripiega il giornale e si leva gli occhiali. «Pensavo me volevate dì che saltavate l'ora di latino di oggi, poi chi se lo sente Lombardi!».

Di fronte ad una simile reazione, Simone aggrotta le sopracciglia. «Hai capito che ha detto, vero?».

«Certo che sì». Dante si alza in piedi poco dopo. La sua scarna colazione l'ha già finita, pertanto si limita a dare un bacio fugace tra i capelli di Anita e salutare gli altri presenti con un cenno del capo e un sorriso. Si congeda con un «Ci vediamo a scuola» prima di allontanarsi dalla sala da pranzo con passo svelto.

Simone nemmeno si è preparato ad una ipotetica reazione, tuttavia quella lo lascia abbastanza perplesso ed è il motivo per il quale, poco dopo, si alza di getto dal tavolo e va dietro al padre - perlomeno, ci prova. Non lo fa con quale frenesia o allarme, è piuttosto calmo quando lo rincorre fuori casa e lo vede già accingersi a salire in macchina, con la portiera già aperta.

«Pà?» lo richiama da lontano.

Al suono della sua voce, Dante si ferma. Strizza gli occhi a causa del sole e attende che il figlio si avvicini di qualche metro, fino ad essere uno di fronte all'altro.

Un po', Simone ha il fiatone - è emersa quella lieve preoccupazione che pensava di aver scacciato. Stringe i pugni lungo ai fianchi. «Per te è un problema?» domanda, con leggero timore.

Il professore aggrotta la fronte. «Che cosa, scusa?».

«Questo, quel— Quello di prima».

Gli sfugge una risata. Appoggia un braccio sul bordo della portiera rimasta aperta. «Simone, lo so da almeno due anni che ti piacciono i ragazzi e non è il primo con cui ti vedo».

«Non è per quello» puntualizza il figlio. «È che è— Manuel».

Dante non afferra il concetto. Lo fissa con aria interrogativa. «Beh, Manuel è carino, no?».

Sì. Ma non è quello il punto. «Sì, ma...».

Quella frase viene interrotta nell'immediato da Dante che pone una mano sulla sua spalla e accenna un sorriso sincero. «Non ti ho mai visto più felice e sereno come nelle ultime settimane. Per me è tutto quello che conta».

Sono sufficienti quelle poche frasi per fare sparire del tutto in Simone ogni minuscola traccia di angoscia, di esitazione e paura, di quel che era solo tanto una piccola macchia in uno scenario di pura felicità. Così le sue labbra si curvano in un sorriso sincero, mentre lui piano pronuncia «Okay» che vuol dire un po' tutto e un po' niente. Perché va bene così, non gli occorre sapere altro.

«Ci vediamo a scuola, mh?» ribadisce Dante. «Oggi super discorso filosofico sull'esame di maturità, vi voglio ben attenti». Un'ultima risata accompagna il suo salire in auto, infilarsi gli occhiali da sole e dopo mettere in moto e partire.





Manuel è rimasto fermo al tavolo, a fare la sua di colazione - è alla quarta fetta biscottata con marmellata immersa nel caffè che ormai nella tazza non c'è quasi più.

Anita ha messo giù il cellulare e lo fissa da qualche secondo con il capo inclinato su di un lato e un sorriso sghembo che le spunta sul volto.

«Che c'è?» le domanda il ragazzo, allora.

La donna corruccia le labbra in una smorfia. «Glielo hai detto, alla fine» sussurra.

Manuel sta ancora masticando. Butta giù il boccone e scrolla le spalle. «Alla fine sì» commenta. «Gliel'ho detto».

«Visto che non l'avevi perso?».

No.

Accenna una lieve risata, spenta e fiacca. «L'avevo perso» attesta. «L'ho solo ritrovato».


**


Andare a scuola, quel giorno, ha un diverso impatto.

Sarà che l'anno è quasi finito, che l'esame di maturità è alle porte e ancora nessuno ha capito bene le sue modalità - perché, di recente, cambia di volta in volta e in ognuna di esse ci sono sorprese e non sempre piacevoli.

Ma di tutto quello, del fatto che la quinta sia quasi giunta al termine, che presto si lasceranno il liceo Da Vinci alle spalle, a Simone e Manuel importa ben poco.

Se prima una cosa del genere faceva ad entrambi paura, adesso paiono viverla con appena più serenità.

Paradossalmente perché hanno l'un l'altro e sanno che ci saranno anche dopo.

Per tutto il tempo che vorranno.

Manca poco al suono della prima campanella della giornata.

Sono entrambi seduti sul muretto di pietra davanti al portone dell'edificio scolastico, le loro spalle si sfiorano leggermente, un minuscolo contatto che sembra essere necessario, vitale e naturale come l'atto di respirare.

Manuel regge tra le dita un cornetto al pistacchio che ha comprato dal chiosco abituale - perché una colazione sola non gli basta; ha dato solo un morso, ha la bocca piena e qualche briciola sul mento quando sporge la brioche verso il ragazzo che ha accanto. Quest'ultimo aggrotta le sopracciglia come a chiedere che devo fare, ma non c'è bisogno di una risposta esplicita per capire che gliene sta offrendo un pezzo.

Comprendendo una simile intenzione, Simone si sbilancia in avanti quel che basta per poter prelevare una porzione del dolce, ovviamente finendo con il macchiarsi con crema e zucchero a velo persino sul naso. Gli viene da ridere subito dopo, contagiando anche il compagno, che istintivamente lo sta già ripulendo con i polpastrelli e, in seguito, con tovagliolo di carta fin troppo ruvido.

«Ma c'hai un neo?» esclama Manuel, con le labbra curvate in un mezzo sorriso e buttando giù il suo boccone di cornetto.

Simone fa lo stesso e «Cosa?» non ha capito.

«C'hai un neo sul naso».

«Dove?».

«Sul naso» ribadisce. «Non l'avevo mai notato».

«Come no?».

«Eh, te 'o giuro!» Manuel ridacchia ancora, mentre ingurgita l'ultimo pezzo del cornetto in una volta sola riempiendosi del tutto la bocca. Mastica poco prima di deglutire e quasi rischia di strozzarsi con esso. Finge un colpo di tosse per mascherare la cosa.

«È in mezzo proprio» fa notare Simone. «Non puoi non vederlo».

«Che te devo dì, ero impegnato a guardà altro». Pure quella è un'affermazione che a Manuel viene fuori in maniera fin troppo naturale.

Certe volte si sorprende persino di sé stesso e di essere diventato una versione alla quale ha sempre, in fondo, ambito - anche se spesso sente l'eco della risata di Martina che lo prende in giro, ma lo lascia facilmente perdere poiché sa che l'amica è felice per lui e il suo schernirlo è soltanto una manifestazione d'affetto; un po' surreale e contorto come meccanismo, eppure tant'è.

Non c'è molto trambusto davanti al liceo Da Vinci. La campanella sta per suonare e molti studenti già si sono addentrati all'interno dell'edificio, magari per ripassare in vista degli ultimi compiti dell'anno.

Manuel si guarda intorno con fare distratto, lo stesso con cui poi allunga una mano e la posa sul ginocchio del ragazzo che gli è seduto accanto. Non osserva ciò che effettivamente sta facendo, tuttavia, non certo di proposito, il suo sguardo guizza altrove: scorge già parcheggiata a bordo strada una Mini gialla che ben conosce.

In seguito, nel suo campo visivo rientra anche il proprietario della vettura: Andrea è in piedi davanti al portone della scuola, con indosso la sua fidata giacca di pelle e i capelli tenuti in ordine da una quantità eccessiva di gel. Davanti a lui si trova Monica, che continua a parlare e sorridere senza che il suo interlocutore le presti troppa attenzione.

In effetti, gli occhi di Andrea per un attimo puntano in direzione di Manuel, il quale può chiaramente scrutare un suo lieve movimento del capo in cenno di saluto, mentre un sorriso strafottente compare sulle sue labbra. Il motivo di quel suo gesto non lo capisce - non sa neppure se vuole sforzarsi di capirlo. Ciò nonostante, facilmente distoglie lo sguardo per verificare se anche Simone ha visto quel che i propri occhi hanno carpito - ma no, Simone sta guardando altrove e non sembra essersi accorto di niente.

Manuel può tirare un sospiro di sollievo.

Razionalmente, come si è ripetuto più volte - e più volte gli hanno fatto notare - lo sa che non ha alcun motivo per temere la presenza di Andrea e qualunque cosa lui faccia. Eppure rimane quella costante paura di—

Per sé stesso, più che altro.

Perché nonostante adesso sia una persona diversa, occasionalmente più dolce, sinceramente più pacata e meno impulsiva, ha comunque il terrore di ricadere in qualche vecchia abitudine e rovinare ogni cosa.

Del resto, è appurato che Andrea sia piuttosto bravo a fargli saltare i nervi.

Ad ogni modo, l'istinto di voler esternare una simile preoccupazione viene presto frenato da un clamoroso «Fratè» che riecheggia nell'aria.

Manuel sbatte rapidamente le palpebre così da poter notare la presenza di Matteo e Chicca, che li hanno appena raggiunti e adesso sono in piedi di fronte a loro.

Così scuote il capo per ritrovare una connessione con la realtà e saluta i due amici con un mezzo sorriso.

«Oh, ma quindi è ufficiale?» esclama Matteo, frattanto che Chicca si appoggia ad una spalla con una mano.

Il soggetto della frase non è presente per cui Manuel si ritrova a domandare: «Ufficiale che cosa?».

«I Simuel!».

«I che?». Si scambia un'occhiata con Simone, piuttosto interrogativa riguardo alla parola appena udita.

Matteo e Chicca, invece, alzano gli occhi al cielo all'unisono, esasperati. «I Simuel!» ribadisce lui. «Manuel e Simone» gesticola. «Se unisci i nomi, viè fuori Simuel».

Ah, ecco, è evidente.

«Sì, e siete fortunati perché a noi esce fuori 'na roba tipo Chitteo, orribile» sottolinea Chicca.

Manuel non ha idea se prendere sul serio gli amici o accordarli in ciò che gli sembra soltanto una follia. Cerca lo sguardo di Simone per avere una risposta, il quale sta già sorridendo e «Beh, carino Simuel, no?».

«Seh. Seh, è carino».


**


Il distributore automatico gli ha già fregato cinquanta centesimi; ora ci ha messo dentro due euro e non ci tiene a perdere anche quelli.

Manuel sbatte forte col pugno chiuso su un lato di quella macchina infernale. Deve farlo per tre volte prima di avere successo e permettere al pacco di patatine al formaggio di cadere nell'apposito scomparto così da poterle raccattare.

L'intervallo è quasi giunto al termine e le due precedenti ore sono trascorse tra un lungo discorso di Dante sull'importanza dell'esame di maturità come rito di passaggio tra l'adolescenza e l'età adulta - giusto per non mettere nessuna pressione - e sproloqui del professor Lombardi sul fatto che boccerebbe tutta la classe per scarso rendimento.

Ecco, due concezioni diverse e diametralmente opposte dell'evento.

Essere al primo banco poi non gli ha nemmeno permesso di non ascoltare: ha dovuto per forza.

Gli è venuto l'istinto, nei giorni passati, di riprendersi di prepotenza la postazione al fondo della classe. Ha persino progettato il modo, tipo di entrare prima, sedersi e alla prima domanda, rispondere non ce sta mica scritto er nome tuo.

Sarebbe una bella scena, poetica. Però teme gli eventuali risvolti e, con l'esame imminente, e i suoi voti non troppo alti, è meglio non rischiare.

Tanto manca poco e poi sarà fuori da quella scuola una volta per tutte - almeno spera.

La plastica della confezione di patatine scricchiola tra le sue mani mentre tenta di aprirla, con non poca difficoltà. Lancia un'occhiata attorno, nel corridoio dove gli studenti di ogni classe sono ammassati per la ricreazione. Più che altro compie quel gesto per non stare a testa bassa e urtare qualcuno durante il cammino.

Tuttavia, è proprio quell'azione distratta e involontaria che lo porta, poco dopo e d'improvviso, ad incrociare lo sguardo con una persona in particolare, la stessa di quella mattina all'ingresso.

Perché se si cerca di evitare qualcosa o qualcuno, di certo il destino inizierà a giocare sporco e quel volto che si tenta di non vedere sarà ovunque.

Ecco.

Andrea pare essere in ogni luogo, a rappresentare e incarnare ogni senso di inadeguatezza che Manuel sente nella prima vera e profonda relazione che ha mai intrapreso.

Anche se non fa niente di che, anche se principalmente, a parte qualche occhiata, lo ignora, Manuel è turbato dalla sua sola presenza.

Per quanto provi ad ignorarlo, è sufficiente una singola occhiata, un mezzo sorriso quando gli passa davanti, per farlo innervosire più del dovuto.

Allora si ferma, percorre a ritroso quelle poche mattonelle per andargli di fronte - e non fa caso alla figura di Monica che pare esser diventata la sua ombra.

«Se c'hai qualche problema, possiamo parlà, no?» attesta, ponendo una mano su un fianco e una rimane a stringere fin troppo forte il pacchetto di patatine - probabilmente le sta frantumando tutte.

Andrea schiocca la lingua sul palato. Ancora non ha levato il sorriso dalle labbra, a tratti ambiguo e provocatorio. «Da quando sei tipo da dialogo?» lo sbeffeggia. «Credevo per te contassero più i fatti, no?».

«Eh, e infatti non me conosci».

«Vabbè».

«Allora?».

«Allora cosa?».

«C'hai qualche problema? Perché se è così, la risolviamo. Altrimenti m'hai già rotto abbastanza er cazzo pe' annà avanti». Manuel si sta scaldando: lo percepisce a livello delle guance che crede stiano andando in fiamme e l'assenza di barba lo rende più evidente.

Andrea, d'altra parte, rimane oltremodo impassibile. «Non ho niente da dire».

«Bene» sputa Manuel tra i denti. Gli rivolge un'ultima occhiata tagliente e poi ha davvero intenzione di andar via. Compie addirittura quel gesto, voltandosi e muovendo qualche passo.

Se non fosse per la voce dell'altro ragazzo che alle sue spalle fa da eco: «L'amore è proprio cieco, ma spero tu sia cresciuto un minimo nel frattempo».

È a quel punto che Manuel vorrebbe tornare indietro - che un briciolo scorrono in lui gli stessi sentimenti provati quella sera al locale, con una dannata furia che risale e lo assale, che si fa largo nella sua anima e nel suo cuore come un mostro silenzioso che non lo lascia in pace.

Vorrebbe compiere a ritroso quei passi, magari far schiantare un pugno su quel sorriso strafottente che gli vede dipinto sul volto. Però pensa che, in tal caso, non ne vale la pena, che sono a scuola e hanno un esame imminente e non può permetterselo.

Risulta difficile, tuttavia, trattenere ogni primario istinto - quello del vecchio Manuel che vecchio non lo è davvero; perché, come dice Martina, è sempre lui, soltanto una versione migliorata, ma ancora con i suoi difetti da limare.

Pertanto, con le unghie conficcate nel palmo è un pacchetto di patatine sbriciolate nell'altro, Manuel sceglie di ignorarlo e rapido, invece, si dirige verso i bagni in fondo al corridoio.

Quando giunge in quel luogo, ha il fiatone.

Gli manca il respiro per aver trattenuto tanto, ma anche per la sorpresa di esserci riuscito. Ciò nonostante, un po' instabile ci si sente comunque, quindi abbandona il sacchetto dello snack accanto al rubinetto del lavandino e si appoggia al bordo di esso con entrambe le mani, osservando il proprio riflesso attraverso i ciuffi di capelli che gli ricadono in avanti sulla fronte.

Concentrato su tale immagine, si rende conto in ritardo che qualcuno lo ha seguito in quel bagno. Lo fa prendendo un respiro profondo e lanciandogli una fugace occhiata.

Simone gli è accanto, dopo aver accostato la porta di legno con vernice scrostata di quel posto. Posa una mano sulla sua schiena, partendo da in mezzo alle scapole e scendendo piano lungo il dorso. «Tutto okay?» chiede ed è una domanda che neppure necessita di una concreta risposta.

Difatti, non è quel che ottiene. Manuel non emette alcun suono, si limita ad annuire poiché manco gli va di effettivamente di dire qualcosa, di parlarne - che tanto già lo hanno fatto e nemmeno dovrebbe sentirsi in quel modo dopo le rassicurazioni del compagno.

Immagina che, un giorno, tutto ciò passerà e lui potrà essere finalmente sereno.

«Sicuro?» viene chiesto ancora.

A tal punto, Manuel prende un respiro profondo. «Sicuro» esclama. Si tira su, compie mezzo giro su sé stesso, così da poter appoggiare la parte bassa della schiena contro il bordo del lavandino. «Dovremmo tornà in classe, tra poco suona» dice, per tagliar corto.

Simone lo fissa con espressione stranamente seria, ma i tratti addolciti da una parvenza di sorriso che si dispiega sulle sue labbra. Allunga una mano, solo per poter portare un riccio dei capelli del compagno dietro ad un suo orecchio.

«C'abbiamo ancora un po' di tempo» sussurra e si sporge nella sua direzione, per depositare un lieve bacio sulla punta del suo naso.

«Trenta secondi» soffia ancora e il bacio, adesso, glielo dà sulla bocca, piano, delicato. «Più trenta».

Bacio, stavolta sulla guancia destra.

«Più trenta». E poi pure sulla sinistra.

A Manuel sfugge una risata, qualcosa che si irradia dal centro esatto del petto - che poi ogni cosa bella pare nascere esattamente da quel punto.

Il cuore come nucleo centrale della bella esistenza.

La campanella suona in quel preciso istante, all'ennesimo più trenta che va a sommarsi a tutti quelli prima.

Simone si ferma soltanto in quel frangente, non tralasciando un ultimo bacio sulle labbra appena più approfondito, che comprende anche un timido inserire la lingua e scambiarsi respiro e saliva.

«Mó ce dovemo tornà davvero in classe» soffia Manuel, che intanto ha appoggiato i palmi aperti sui fianchi sottili dell'altro ragazzo.

«Seh» bofonchia Simone. «Altrimenti Lombardi ce ammazza».

Manuel fa cenno di sì con la testa, tuttavia agisce all'esatto opposto rispetto a quanto ha annunciato e riprende a baciarlo sulle labbra, a tirarselo più addosso e poi biascicare «Correremo il rischio».

Il rischio lo corrono, ma non ha molta importanza.

Nemmeno quando in quel bagno del liceo entrano tre ragazzi per usufruire dei servizi, schiamazzando e ridendo tra di loro, eppure Simone e Manuel continuano a baciarsi, incuranti di quel rumore e degli sguardi che, inevitabilmente, gli ricadono addosso.

Che di essere osservati o di ricevere qualche commento ai due non interessa più.

Forse essere liberi significa anche questo.

**

La campanella dell'ultima ora suona all'una e mezza precisa, mentre gli studenti del Da Vinci sono già pronti sul portone dell'edificio per poter uscire. Difatti, né varcano la soglia poco dopo, un po' accalcati.

Tra quell'ammasso di corpi che frenetici abbandonano la scuola, Simone cammina poco più avanti rispetto a Manuel, il quale ha un passo più lento e continua a guardarsi intorno come se dovesse scovare chissà cosa.

Niente, in realtà. Sta cercando di lasciarsi scivolare addosso tutte le preoccupazioni e le incertezze.

Così, nonostante il caos che c'è intorno, lui trova la quiete allungando una mano per poter afferrare quella del ragazzo che gli è davanti e far intrecciare le loro dita. È un gesto che gli risulta piuttosto naturale, che non deve forzare, che è come se gli appartenesse da sempre.

Simone nemmeno si gira per notarlo. Percepisce solamente quel lieve contatto e si limita a stringere la presa, finché dalla folla non sono fuori e possono raggiungere la moto dalla carrozzeria bianca.

Neanche fanno in tempo a sollevare la sella per recuperare i caschi, che Matteo e Chicca li raggiungono. «Oh, Simuel!» li richiama il primo. «Ce famo 'na pizza?».

A Simone scappa da ridere a causa di quell'appellativo. Richiude la sella del motorino e ci si appoggia sopra, seduto - praticamente l'unico modo per essere qualche centimetro più basso di Manuel. Quest'ultimo ne approfitta per portargli un braccio attorno le spalle e gli deposita un casto bacio sulla tempia. «Se può fa'» replica. «Andate, ve veniamo dietro. Solito posto?».

«Solito posto» conferma Chicca.

«Oh, però non ce fate aspettà troppo» puntualizza Matteo, mentre cinge i fianchi della ragazza che ha accanto con una sola mano e strizza un occhio ai due compagni di classe. Accenna un'ultima risata «Ce vedemo là» si congeda e i due si allontanano verso la loro Vespa verde bottiglia.

Simone ha socchiuso gli occhi a causa del sole che gli batte in faccia. «Quale sarebbe il solito posto?».

Manuel non replica. Piuttosto fa un passo indietro, utile per indossare il casco che ha retto nella mano libera fino a quel momento. «O' so io» borbotta. «Guidi te?».

«Perché, ti fidi?».

«Seh. Me fido».

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