Piuma
Simone non ha mai guidato un'auto in vita sua.
O meglio, una volta ci ha provato, insieme a sua madre Floriana, in aperta campagna, con una jeep con un cambio duro e irremovibile che, in maniera inevitabile, lo ha condotto ad un fallimento.
Aveva quattordici anni all'epoca, di certo non l'età giusta per compiere un atto del genere, ma tant'è.
Ora gli anni per prendere la patente li ha, tuttavia, considerando la piega che ha preso la sua vita, non ha avuto molto tempo, voglia e testa di iscriversi a scuola guida e conseguire quel titolo. Ha idealmente rimandato a dopo la maturità - come sta facendo per un sacco di cose, del resto.
Quindi il perché adesso sia al volante di una Fiat Seicento color grigio metallizzato rimane un po' un mistero - più o meno.
In realtà, lo ha chiesto lui.
Anzi, si è impuntato così tanto con Manuel che, alla fine, lo ha fatto cedere e accettare di dargli lezioni di guida perché tanto siamo in mezzo al nulla, cosa può succedere? Dai, per favore, così a quelle vere non faccio la figura dell'idiota.
Manuel, che la patente l'ha presa appena ne ha avuto l'occasione, iscrivendosi tre mesi prima dei diciott'anni - da privatista, per pagare meno - ha accettato con non poche remore.
Che sì che si trovano effettivamente lontani da Roma, non c'è traffico in quel posto, nemmeno gente o altri veicoli; ciò nonostante, la sua preoccupazione permane, poiché tutto potrebbe succedere e poi...
Poi Simone non è un pilota provetto.
Al contrario: gli ci sono voluti almeno dieci tentativi - se non di più - per trovare il giusto bilanciamento tra frizione e freno e, anche dopo averlo fatto, ha comunque portato la vettura a spegnersi per la marcia errata o per una eccessiva accelerazione.
Insomma, in quarantacinque minuti di tempo, la loro Seicento ha mosso - sì e no - cento metri, esagerando.
Il motore cessa di rombare anche in quel momento.
Simone sbuffa sonoramente, stringendo le dita attorno al volante. Ha la fronte imperlata di sudore e qualche riccio scuro gli si è appiccicato alla pelle.
È esausto: non capisce dove stia sbagliando, il motivo per cui, quando lo fanno gli altri, sembra semplice ed automatico.
Si sente un perfetto idiota.
«Ma se compro la macchina col cambio automatico, devo per forza impararle 'ste cose?» sbotta, ad un tratto.
Manuel è accomodato sul sedile passeggero. Ha la cintura di sicurezza ben allacciata, il braccio destro appoggiato sul bordo del finestrino lasciato completamente aperto. È Aprile e fa già piuttosto caldo, tanto da costringere entrambi a t-shirt di cotone leggero, a maniche corte. «Certo che le devi imparà» lo rimbecca, lanciandogli un'occhiata fugace e riportando subito lo sguardo sulla strada immobile davanti a sé. «E poi non è guidare quella roba co' il cambio automatico. Quello è barare».
«Mia madre usa il cambio automatico».
«Tua madre è tanto carina e gentile e comunque bara».
Simone aggrotta le sopracciglia: si ritiene quasi offeso da una simile constatazione - gli piacerebbe tanto barare in quel preciso istante; è incapace alla guida, in pratica.
Benissimo, ennesimo fallimento da aggiungere alla lista.
Si aspetta che l'altro ragazzo perda la pazienza d'improvviso e gli dica di finirla lì, di scambiarsi di posto e di tornare verso l'hotel.
Gli darebbe ragione al cento per cento, in tutta onestà.
A discapito delle aspettative, però, Manuel sospira sommessamente, si passa una mano sul viso e «Devi fa' piano» intima. «Alzi troppo in fretta la frizione, ovvio che poi se spegne tutto».
«Ma io faccio piano!».
«Non proprio. Devi sentì lo stacco, capì? Te lo dice lei quando puoi accelerare».
Simone ha già sentito una cosa del genere, come il fatto che è la macchina a parlarti, a dirti quando cambiare marcia, te lo suggerisce. Persino Dante, una volta, gli ha detto una cosa simile.
Sarà, ma lui non ode nulla o, comunque, non una lingua che può capire.
Ha appurato che il mondo dei motori non sarà mai il suo mondo.
Tuttavia, decide di provarci di nuovo - ultima volta, se lo ripete in testa. Se non funziona, sarà lui quello a perdere la pazienza e rinunciare in via definitiva.
Così, preme a fondo il pedale della frizione con il piede sinistro, gira la chiave nel quadro, lo fa accendere e, in seguito, avvia il motore, il cui forte ronzio si leva nell'aria.
Fissa dritto di fronte a sé, mentre le dita di una mano gli scivolano sul volante.
Okay, piano.
Cerca di mettere in atto i medesimi gesti di poc'anzi - stavolta con più delicatezza, più piano. La lingua dei motori non la comprende, però è Manuel a fargli da interprete e suggerirgli: «Ora l'acceleratore, piano».
Obbedisce, piano.
Tutto piano.
Ed effettivamente qualcosa succede, diverso dagli episodi precedenti: l'auto si muove priva di scatti convulsi, in modo fluido; non raggiunge una velocità tale da poter inserire la seconda marcia, non subito perlomeno. Quello accade dopo almeno un minuto, quando il motore emette un rumore più forte ed è allora che Manuel esclama: «Giù la frizione e metti la seconda».
Simone segue le sue istruzioni ancora una volta: smette di accelerare, preme la frizione e sposta il cambio sulla seconda marcia.
Le ruote della vettura scivolano su quell'asfalto un po' dissestato.
Manuel continua a spostare lo sguardo dalla strada che si estende di fronte a loro, al profilo di Simone: lo vede appena meno teso rispetto a prima ed è uno dei motivi per cui si è sforzato di non essere troppo duro nei suoi confronti. È probabile che, se quella stessa situazione si fosse verificata prima, col Manuel di prima, avrebbe già perso le staffe - lo avrebbe fatto dopo i primi cinque minuti di nulli risultati.
Invece, adesso, ha avuto la pazienza e la costanza di proseguire per tutto quel tempo, ottenendo qualcosa: un'andatura omogenea, il sorriso di Simone e il sole del tramonto sui loro visi.
Non crede potrebbe chiedere di meglio.
«Metto la terza?» chiede Simone, con voce innocente e lanciando un'occhiata al compagno. Manuel scuote il capo, in cenno di diniego. «Facciamo che rimani in seconda per un po', mh? Che dici?». Non se la sente di andare a più di venti chilometri all'ora - per sicurezza.
Simone corruccia le labbra in una smorfia. Nemmeno lui crede di essere in grado di andare più forte - quindi, in seconda sia. La carreggiata che li sta ospitando è lunga e deserta, un rettilineo circondato da campi verdi in fiore e pochi lampioni spenti.
Non ragiona molto quando allunga una mano al solo fine di accendere la radio - una stazione a caso, la prima che capita che riproduce un brano pop di ultima uscita, in lingua inglese. Ma subito «No, no, no» interviene Manuel e si affretta a spegnere l'apparecchio. «La musica te distrae. Prima impari a guidà, poi puoi scegliere la musica».
A Simone sfugge una risata. «Solo perché non ti piace quel genere».
«Ehi, avemo già fatto er discorso sul genere di musica, 'o sai chi vince».
«Ti lascio vincere».
«Oh, ma sta' zitto» Manuel si lamenta, ma la sua voce è piuttosto divertita, tanto che gli tira un leggero colpo a pugno chiuso sul lato della coscia. Dopo quel gesto, tuttavia, non ritrae subito la mano; anzi, la mantiene proprio in tal punto, con un palmo aperto che si posa lieve sulla gamba piegata. Lo fa in modo che risulti distratto, naturale, una ricerca di contatto abitudinaria.
Come ovvio, però, Simone se ne accorge - certo che se ne accorge. Fa molto caso ai piccoli gesti tra di loro, nell'ultimo periodo. In testa, mette su un elenco di ciò che accade e poi passa il tempo ad analizzare i fatti.
Ci sono tanti fatti e poche parole.
Di per sé, ciò che c'è tra di loro pare chiaro, cristallino. Non lo dicono semplicemente ad alta voce, non ancora, ma è palese ai loro occhi e a quelli di coloro che li circondano.
Ma forse, da un lato, lui ha ancora bisogno che le cose gli vengano dette in faccia, per troppi silenzi mal sopportati.
Simone finge un colpo di tosse. Gli sembra di andare fin troppo veloce, ragion per cui solleva il piede dal pedale di accelerazione e, di conseguenza, il veicolo rallenta. Punta gli occhi davanti a sé e mantiene le dita sudate a stringere il volante. «Uhm— Stasera che vuoi fare?».
«'N che senso?».
«Per mangiare, intendo» spiega, in breve. «Se vuoi prendere - boh, qualcosa da mangiare per strada o ce la portiamo in camera o...».
«In realtà pensavo de annà fuori».
Quella risposta esce fuori in maniera così naturale dalla sua bocca, che Simone ne rimane talmente spiazzato da perdere il controllo su ciò che sta facendo; quindi, il motore si ingolfa poiché mette in folle senza apparente motivo e l'auto si ferma d'improvviso, sospingendo entrambi un po' in avanti.
Manuel si regge contro il parabrezza per non sbatterci la testa - non sarebbe accaduto, dato che la cintura lo regge, ma meglio prevenire. Sgrana gli occhi e rivolge lo sguardo a chi è alla guida. «Tutto bene?» gracchia.
Simone ci impiega una manciata di secondi a reagire. Molla il volante e si schiaccia sul sedile. «Seh» mormora e socchiude gli occhi. «Ho sbagliato marcia».
«L'hai proprio tolta la marcia, Simó» lo rimprovera Manuel, però non c'è troppa amarezza nel suo tono di voce. Piuttosto, gli sfugge una risata. «Meglio se guido io al ritorno, mh?».
Simone riesce soltanto ad annuire.
Ci mettono poco a spegnere meglio la macchina, tirare il freno a mano e scambiarsi di posto.
Manuel deve avvicinare il sedile al volante per poter raggiungere bene i pedali - dato che Simone lo ha sospinto indietro per farci stare le sue gambe lunghe.
Gli viene quasi da ridere - di nuovo - per un simile particolare.
L'altro ragazzo, intanto, ha preso posto sul lato del passeggero. Tiene lo sguardo basso e si tortura le dita, un briciolo nervoso. «Dicevi sul serio?».
«Cosa?».
«Di andare a mangiare fuori».
«Eh». Manuel inserisce la chiave nel quadro e accende nuovamente il veicolo. Il motore si avvia con un rombo. «Ce stanno 'n sacco de ristoranti carucci. Magari evitiamo la pizzeria dell'altra volta che non era granché».
«Sì, ma...».
«Guarda che paga mi madre, m'ha lasciato la carta». Gira il volante quel tanto che basta per rimettersi dritto sulla carreggiata. In seguito, inserisce la prima marcia e si avvia.
Per un breve attimo, Simone si focalizza sul suo profilo attento ed etereo, rimanendo ammaliato - come ogni volta, del resto. Sta ancora procedendo a torturarsi le dita. «Vabbè, ma è— Tipo un appuntamento?».
Risulta un briciolo ridicolo domandare una cosa del genere, considerando che sono fuori Roma, da soli, che alloggiano in un hotel e la loro stanza ha un letto matrimoniale: la risposta è pressoché ovvia.
«Eh, tipo» la replica di Manuel è quanto di più sintetico esista.
Breve, conciso, diretto.
Per Simone è più che sufficiente, tanto che l'ombra di un sorriso gli appare sul volto. «Finalmente» sussurra, infine.
La medesima curva felice si delinea sulle labbra di Manuel, il quale, tuttavia, non si volta nella direzione dell'altro ragazzo. Mantiene lo sguardo vigile sulla strada davanti a sé, mentre impercettibilmente mormora: «Finalmente».
**
Cenano in un ristorante.
Uno vero, che non è una pizzeria chiassosa con la tovaglia a quadri rossi e bianchi o il locale dove servono solo kebab.
No, è un bel posto, con i tavoli bianchi, un terrazzo esterno circondato da lumi e lanterne che ha la vista direttamente sul lago e i camerieri portano una divisa con camicia e cravatta.
Simone ci è già stato in luoghi simili: sua madre Floriana ne è sempre stata assidua frequentatrice, però lui non li ha mai apprezzati davvero, forse perché ci veniva trascinato a dodici anni e, a quell'età, si hanno altri pensieri per la testa.
Manuel, d'altro canto, in ristoranti simili non ci ha mai messo piede, se non per andare a trovare Anita in quelle rare occasioni in cui ci ha lavorato.
È una novità per entrambi, ecco tutto, il che li ha condotti a rimanere almeno mezz'ora davanti alla valigia per poter scegliere un abbigliamento adeguato.
Nessuno dei due si è portato dietro vestiti adatti all'occasione, anche perché non prevista - o quasi.
Così, Simone ha optato per un maglione - decisamente pesante per la stagione, ma tant'è - con una camicia sotto e dei pantaloni neri, stretti lungo le gambe. Per Manuel, la scelta è stata appena più difficile, dato che non possiede abiti eleganti nel guardaroba, ragion per cui risulta più casual, con un jeans chiaro e una felpa blu con sfumature più chiare sul davanti; pensa che avrebbe potuto portarsi di meglio, però ormai sono lì e non ha altro da scegliere.
Di base, è abbastanza nervoso, al punto che la gamba destra non ha smesso di tremargli sotto al tavolo.
Tiene in mano il menù e, per i prezzi, si aspettava addirittura peggio.
Simone nota quel lieve disagio e dunque: «Tutto okay?» domanda.
Manuel corruga la fronte. «Seh» tiene lo sguardo basso. «Se capissi che ce sta scritto nella maggior parte delle cose qua sopra».
Una risata scaturisce in Simone, sinceramente divertito - ma, da un lato, anche intenerito. «È perché è scritto in mezzo francese» spiega. «Non l'hai visto quando hai scelto questo posto?».
«Ovviamente no» Manuel scuote il capo e chiude il menù, rassegnato.
«Se vuoi possiamo— Andarcene e trovare una pizzeria e...».
«Nah, me piace qui. Basta che scegli tu che mangiamo che io faccio danno».
Sceglie Simone - non che lui sia un massimo esperto, però il francese lo capisce e riesce ad ordinare delle pietanze che vadano bene ad entrambi, senza incappare in qualcosa di sconosciuto da lasciare nel piatto.
La cena non dura molto, sebbene la visuale, da quel punto, sia spettacolare: c'è la luna piena che pare essere più grande rispetto a quanto si può ammirare in piena città, magari per la luminosità decisamente inferiore, lo smog più rado o un miscuglio di tutto ciò.
Quando abbandonano il ristorante, sono all'incirca le dieci e un quarto. Come già appurato, la cittadina di Nemi non è così popolata - ci sono pochi turisti, in linea generale, poche persone in giro per le strade.
Manuel e Simone camminano fianco a fianco, con pochi centimetri a dividerli, tanto che le loro spalle ogni tanto si sfiorano. «Vuoi– Tornare in camera? Possiamo...» è il primo a parlare, ma si interrompe poco dopo, quando osserva l'altro ragazzo infilare le mani nelle tasche anteriori dei pantaloni e stringersi nelle spalle. «Vorrei andare in un posto, prima» lo sente dire. «Se ti va».
Manuel annuisce senza effettivamente sapere quale sia questo luogo. Si limita a restare in silenzio per il resto del breve tragitto, in quei cunicoli che gli riportano in mente qualcosa, in particolar modo quando passano al di sotto di un ampio arco e una lieve brezza gli lambisce le guance.
Ovvio che i ricordi tornano a galla, poiché ha ben impresso nella memoria quel particolare spaccato di realtà che si affaccia sulla distesa d'acqua limpida; su di essa, si riflettono le pochi luci di lampioni e case, insieme alla luna onnipresente.
C'è una scritta che precede lo sbocco su una simile visuale, la stessa che, la prima volta, ha finto di non vedere: Terrazza degli Innamorati.
L'ombra di un sorriso gli curva le labbra, mentre raggiungono la ringhiera - sempre fianco a fianco, senza distanziarsi mai troppo.
Lo stesso sorriso, Manuel spera di scorgerlo in Simone. Nel momento in cui si volta nella sua direzione, tuttavia, scorge il suo profilo appena più teso, rabbuiato, come se ci fosse qualcosa fuori posto, un tassello di puzzle messo male, che stona con i colori di tutto il resto.
Questo lo conduce a preoccuparsi, almeno un po'. Si sbilancia in avanti, piegando il busto al fine di appoggiare i gomiti alla parte di ringhiera composta da muratura. Gli occhi di dosso non glieli leva. «Va– Va tutto bene?».
Simone ci impiega una manciata di secondi a recepire il quesito. Aggrotta dapprima la fronte, poi si sforza di curvare le labbra verso l'alto quando si volta nella direzione del compagno - ma si nota che non è affatto genuino e sta fingendo. «Sì, sì, solo che...» borbotta.
«Che?».
Esita. In realtà, neppure vorrebbe esternare certe cose: sono stupide, prive di senso, illogiche. Ne ha parlato con la dottoressa Morozzi, però, e lei gli ha suggerito di essere onesto per quanto possibile, che tenersi le cose dentro non porta a nessun risultato, ma solo a catastrofiche conseguenze. «Niente» sussurra, scuotendo appena il capo. «Stavo solo— Pensando ad una cosa».
«A cosa?».
Diretto. «A dove— Dov'è la fregatura, ecco».
Ancora una volta, la situazione non è chiara a Manuel, tanto che gli sfugge pure una flebile risata, incredula. «Fregatura, tu— Che vuol dire fregatura?».
Simone punta lo sguardo verso l'orizzonte: c'è una linea definita che divide l'acqua dal cielo - come al mare, anche se quello non lo è. Magari un giorno andranno pure lì. «Nel senso che— Sta andando bene qui, no?» sussurra. «Forse fin troppo e pure l'altra volta che ci siamo venuti era andata bene, tanto che mi sono fatto tanti film nella mia testa e ovviamente non te ne ho mai parlato e...».
Smette di blaterare per un breve attimo e torna a fissare il volto dell'altro ragazzo che, nel frattempo, non ha spostato gli occhi dal proprio profilo.
«Quindi la fregatura potrebbe essere che, quando torniamo, torna pure tutto come prima, magari mi sto facendo illusioni di nuovo e—».
«Simó...» Manuel rilascia un sospiro sommesso e lo interrompe. Vorrebbe quasi urlare un ma sei serio?, che trattiene a stento. «Dopo tutto quello che è successo, tu— Credi davvero che possa essere tutto come prima?».
«Non lo so» confessa Simone. «È questo il problema. Tu— Una volta mi hai fatto una scenata perché ti ho messo una mano sul fianco e... E se accadesse di nuovo? Chi mi dice che adesso tu— Che adesso ti va bene tutto questo? Che ti posso prendere per mano e non darai di matto?».
«Te lo dico io!» Manuel quasi gli parla sopra. È incredulo. Pensava di aver fatto enormi passi in avanti - che, in effetti, ci sono stati - ma forse loro due non sono andati alla stessa velocità. «Perché se pensi che io sia la stessa persona di prima, ce sta un problema di fondo, Simó». Si passa una mano sul volto, nervoso. Gira anche il busto, così da poterlo guardare meglio. «Ma forse è questo, no?» dice, fiacco. «Il problema è che non ti fidi di me».
«Non ho detto questo».
«No? E che vuoi dì? Sto a tutte orecchie».
Di certo, Simone si aspettava una simile reazione. È il prezzo di essere cristallini e onesti, senza muri e sotterfugi. Preferisce così, invece di tenersi ogni cosa dentro.
«È soltanto una cosa che sento» prova a spiegare. «E mi— Ci sto provando a fidarmi di te, davvero». Stringe di più le dita contro la ringhiera, tanto da farsi sbiancare le dita. «Vorrei solo sapere fino a che punto posso...» biascica e lascia la frase in sospeso, scuotendo la testa. «Vorrei vivere questa cosa alla luce del sole, con te» confessa, con lo sguardo basso, lo stesso che risolleva poco dopo, facendo incrociare i loro occhi. «Sapere che non dobbiamo farci un'ora di macchina per poterlo fare e che non ti arrabbierai o impazzirai ad avermi vicino - che so, davanti scuola o... Con chi conosciamo».
«Simó...».
«Dimmi che non è così» insiste. «Che sarà diverso e io— Ti credo, sul serio».
Manuel si innervosisce. Si nota dai pugni che stringe forte, dalla mandibola che si contrae. «Simó» riprende, cercando di apparire calmo. «Pensi che vederti pe' mesi con un altro non m'abbia fatto niente?».
«Lo ha fatto?».
«Sì che lo ha fatto! M'ha fatto venì matto perché non sopportavo l'idea che—» sputa fuori e fatica. «L'idea che magari t'accorgessi che questo altro fosse migliore di me, che magari te meriti quello, invece che me. Che io non sò tutto sto granché, rispetto a persone che sono— Decisamente più sicure e premurose e perfette».
«Tu sei tu, Manuel» rimbecca Simone. «E voglio che sia tu, e che queste cose non siano solo per uno stupido paragone senza senso».
«Ce sto a provà» Manuel insiste. Grandi sforzi ne ha fatti - pure tanti; è riuscito a lasciarsi andare persino davanti a Matteo, il che gli pare un traguardo enorme. «Ce sto a provà sul serio perché questa versione di me mi è nuova e me devo abituà. E ce vuole tempo» aggiunge. Si guarda distrattamente intorno. A parte loro due, c'è soltanto una coppia di anziani a qualche metro di distanza, affacciati alla medesima ringhiera, e una famiglia con due bambini di massimo sei anni che giocano a rincorrersi nei pressi dell'arco.
«De 'na cosa só certo, però» esclama, con la voce che si incrina appena. «Che nel tempo e per tutto il tempo, te ce stai sempre». Fa un'ulteriore pausa, trattenendo il respiro. «Questo te basta per fidarti di me almeno un po'?».
«Un po'» mormora Simone, alla fine. Non ne è del tutto convinto, molto probabilmente perché le insicurezze accumulate - soprattutto nell'ultimo anno - lo hanno reso più titubante, restio, sebbene qualche volta si lasci andare e tenti di non rimuginarci troppo sopra.
A volte, però, gli capita di cedere.
È la parte peggiore dell'auto sabotaggio: non credere che le cose belle possano accadere e trovare sempre la fregatura, anche laddove non esiste.
Questo aspetto diviene appena più chiaro agli occhi di Manuel in quel preciso istante.
La coppia di anziani a fianco ora lancia loro qualche sguardo furtivo - forse perché si sono avvicinati senza controllo, forse perché lui ha appoggiato una mano sul suo braccio piegato.
Non ha molta importanza.
Importa quel che avviene dopo, su quella stessa terrazza che si affaccia sul lago di Nemi, che mesi prima ha fatto loro da cornice nelle medesime posizioni, con le dita che non possedevano abbastanza coraggio per intrecciarsi e legarsi.
Nello stesso luogo, in un tempo diverso, Manuel si sbilancia in avanti col busto quel tanto che basta per incontrare le labbra di Simone e farle collidere con le proprie. È un bacio lento e attento, senza eccessiva foga; solo molta cura, mentre i due signori voltano il capo dalla parte opposta per non assistere allo spettacolo.
Meglio, pensa Manuel - che se avessero guardato ancora, probabilmente avrebbe urlato loro qualcosa di non carino.
Si distacca poco dopo, mantenendo comunque una minuscola distanza tra i loro visi - tanto da far sfiorare le punte dei nasi. «Questo lo puoi fa' davanti a scuola» dice e abbozza un sorriso. «Lo puoi fa' dove te pare».
«Sicuro?».
«Mai stato più sicuro de così, te lo giuro».
Lo pensa sul serio.
Convinzioni che, la prima volta che hanno visitato quel luogo non c'erano, non così radicate.
Ad ogni modo, quella sorta di discussione - meglio definita come una conversazione a cuore aperto, dato che per molto, troppo tempo, li hanno entrambi tenuti chiusi a chiave per paure opposte, ma uguali al contempo - lascia delle tracce di preoccupazione ed esitazione in Manuel.
Se appena partiti ha tentennato ed esitato in ogni gesto, adesso è addirittura peggio.
Ha paura di fare troppo o troppo poco. E poi sussiste quel paragone con la precedente relazione di Simone - che per quanto odi e non abbia mai sopportato Andrea, deve riconoscere che il suo approccio è stato decisamente migliore, gli ha regalato qualunque cosa alla luce del sole, senza remore. È stato perfetto e lui è lontano anni luce dall'idea della perfezione.
Lo sa che non è razionale colpevolizzarsi per avere avuto i propri tempi - sua madre glielo ripete sempre.
Anita gli dice di continuo di essere sincero, di essere sé stesso e lui ci sta provando.
Per amare ci vuole un cuore leggero.
Le parole della donna le ricorda bene - anche se crede le abbia rubate a Dante.
Il cuore di Manuel, se si tratta di Simone, è fatto di piuma.
Lo è pure adesso, quando rientrano nella loro stanza di hotel: è più grande rispetto a quella della volta precedente; c'è un grande letto matrimoniale con la spalliera imbottita e ricoperta di finta pelle bianca, lo stesso colore di lenzuola e coperte. Nel bagno, hanno addirittura una vasca da bagno, non ancora utilizzata.
Manuel si chiude la porta alle spalle, titubante. Mantiene la giacca addosso - la sua solita, quella verde militare di cui non osa sbarazzarsi. Simone, invece, ha già rimosso la propria, di jeans con il colletto in pelliccia chiara, buttandola alla rinfusa sulla poltrona presente nella camera e sistemata in un angolo vicino alla finestra. Percepisce quel briciolo di tensione che si è creata, ma devono passare tre giorni fuori casa e non vuole che i due rimanenti siano composti da dubbi ed esitazioni.
Lui stesso cerca di scacciar via i nuovi pensieri che sopraggiungono, dovuti alle paranoie che sono sì diminuite, ma mai cessate. Perlomeno, la conversazione avuta sulla terrazza lo ha aiutato.
Adesso, ora, sii felice.
Attimo dopo attimo.
Minuto dopo minuto.
Prova a lasciarti andare.
Solo per un po'.
Ne vale la pena.
Così, si avvicina all'altro ragazzo, facendo strusciare le suole delle scarpe sulla moquette color carta da zucchero - ancora si chiede per quale assurdo motivo mettano la moquette sul pavimento, non lo capirà mai - e prima che possa dargli effettivamente tempo di reagire in qualche modo, lo bacia piano sulle labbra; esse rimangono in contatto frattanto che gli toglie di dosso la giacca e la lascia ricadere a terra.
«Per - per cos'era?» bisbiglia Manuel, non appena ne ha l'occasione. Mantiene le palpebre socchiuse poiché risultano pesanti in quel momento.
Simone sorride lieve. Lascia scivolare una mano ad andarsi ad intrecciare con quella del compagno. A parole, non dice nulla. Piuttosto, lo tira con poca e nulla forza per invitarlo a seguirlo, intanto che si sposta ancora. Stavolta, raggiunge il bagno, che corrisponde ad un ambiente ampio, alla forma rettangolare; delle mattonelle tinta panna ricoprono le mura, lasciando una fascia dipinta di bianco nella parte più vicina al soffitto.
La vasca spicca in un angolo: ne copre uno spicchio intero, con una curvatura in ceramica lucida.
Simone non lo ha notato prima, ma ci sono pure i getti dell'idromassaggio. Immagina Manuel non abbia badato a spese per quel regalo - con i soldi di Anita, ma tant'è.
Ma quello è pur sempre il suo regalo di compleanno, del resto.
«Volevo - provarla da quando semo arrivati» esclama quest'ultimo, mentre l'altro si è allontanato qualche passo, ciò che basta per poter raggiungere il rubinetto della vasca, schiacciare il tappo di metallo e così farla riempire. «E perché non me l'hai detto?».
«Boh, non volevo— Cioè, non è che siamo qui solo per quello. Lo hai capito, no?». Anche per quello, magari.
La sua frase rimane sospesa nell'aria. Simone la recepisce a stento, frattanto che versa una quantità eccessiva di bagnoschiuma nella vasca - sa di latte e zucchero e l'odore è inebriante e dolce. Lascia scorrere l'acqua e si leva le scarpe con fare distratto. Poi fa scivolare la pianta dei piedi ricoperti dal sottile strato dei calzini sul pavimento - hanno avuto il buon senso di non mettere la moquette pure lì.
Torna ad essere di fronte all'altro ragazzo. Lo scruta, piegando il capo su di un lato. «Fai il bagno con me?» soffia. Le sue labbra si dispiegano in un sorriso.
Lo stesso fanno quelle di Manuel, che adesso si protende in avanti. Riprendono a baciarsi con gentilezza, a spogliarsi l'un l'altro. I vestiti scivolano di dosso, ricadono sulle mattonelle fredde.
Quando sono entrambi nudi, rischiando di cadere, tra il suono delle loro risate, entrano dentro la vasca ormai piena; sulla superficie dell'acqua vi è uno spesso strato di schiuma che si espande in ogni centimetro.
Manuel prende posto tra le gambe appena divaricate di Simone - c'è una sorta di sedile sul fondo, che permette loro di accomodarsi e non scivolare.
Trova gradevole il suo tocco fine addosso: le sue dita che si muovono adagio, che vanno a sfiorargli i fianchi, poi la pancia, tracciando una linea invisibile che dal pube risale fino all'ombelico.
Manuel porta la testa all'indietro e chiude gli occhi quando l'altro gli passa l'altra mano tra i capelli e glieli bagna.
Riesce bene a percepire il suo petto contro la schiena, così come, poco dopo, avverte i suoi polpastrelli che solleticano la base del proprio membro non ancora turgido. Gli sfugge una risata gutturale di fronte a quella nuova sensazione.
Verosimilmente, è uno degli aspetti che di più gli è mancato, negli ultimi mesi: essere toccato ed esserlo da Simone, dalle sue dita affusolate con sopra due anelli che distingue nel contatto poiché appena più freddi. Nel frattempo, lui cerca di seguire quei movimenti lenti, ponendo i palmi sui suoi avambracci.
Mantiene le palpebre serrate. Se non vede, ogni cosa risulta alquanto amplificata ed è magnifico.
È enfatizzata quando Simone decide di stringere in una mano la sua erezione che comincia ad essere presente a causa di quei lievi solleciti e gli preme le labbra nella porzione di pelle sottile dietro ad un orecchio.
Il suo fiato caldo è al pari di una carezza: gentile, soave. A Manuel viene spontaneo allungare un braccio e intromettersi nei suoi gesti, sotto lo strato d'acqua e schiuma. Si crea un piacevole attrito, mentre - mano su mano - Simone lo masturba docilmente.
Manuel pensa di poter venire da un momento all'altro e crede di essere ridicolo a farlo per così poco. Cerca, addirittura, di trattenersi, nonostante i lievi mugolii e gemiti che gli abbandonano la bocca lo stiano tradendo.
«Manuel» lo avverte sussurrare. In quell'istante, tra l'acqua calda, la schiuma, l'odore di latte e zucchero che aleggia per la stanza, Manuel può giurare di perdere la testa, di trovarsi in paradiso tramite solo il tocco dell'altro ragazzo mescolato alla sua voce gli arriva i timpani.
Non apre ancora gli occhi, ma la sua bocca si schiude a implorare: «Dillo di nuovo».
Simone non domanda perché, non pone ulteriori inutili quesiti. «Manuel, Manuel, Manuel» cantilena, nel suo orecchio, sfiorando con le labbra il lobo. «Manuel, Manuel».
È con quella dolce melodia che Manuel si lascia andare e viene travolto da un orgasmo devastante che gli fa tremare le gambe, le braccia e il petto.
Tutto racchiuso in un breve attimo, una manciata di secondi durante il quale lui letteralmente si sgretola tra le mani di Simone, si scioglie, diviene malleabile come creta. Con frenesia, torce il capo, il busto e con urgenza cerca e trova le sue labbra, per quietare rinnovati gemiti che lo attanagliano.
I loro movimenti sono sconclusionati, privi di reale coordinazione, tanto che schizzi d'acqua fuoriescono dalla vasca e si infrangono sul pavimento.
Manuel è riuscito a voltarsi del tutto, a ribaltare la propria posizione e ora siede a cavalcioni sulle gambe distese dell'altro ragazzo.
C'è caos intorno, ma quiete tra i loro corpi a contatto, incastrati insieme come pezzi puzzle del medesimo colore - a dirsi piano ecco, t'ho trovato.
Simone appoggia i palmi sulla parte bassa della sua schiena, disegna con la punta del medio un cerchio sul suo coccige. Manuel, invece, passa le mani bagnate tra i suoi ricci, glieli porta all'indietro, scoprendo completamente la fronte. I propri capelli si son fatti umidi - sono gli stessi che dovrebbe decisamente tagliare, probabile lo farà non appena torneranno a Roma.
«Avemo fatto 'n casino» bofonchia, sulla sua bocca.
Simone accenna una risata. «Chissene frega» è il suo immediato commento.
Permangono in acqua finché la pelle non si arriccia sui polpastrelli. Abbandonano la vasca soltanto in quel frangente, ancora gocciolanti - tanto che bagnano qualsiasi cosa intorno, persino la moquette della stanza non appena la raggiungono, perché non si preoccupano di raccattare un accappatoio o degli asciugamani.
Finiscono a rendere umide anche le lenzuola e le coperte quando ci cadono sopra: Simone si sdraia in posizione supina e Manuel gli è subito sopra, puntando le ginocchia ai lati dei suoi fianchi. Lo bacia sulle labbra con impeto - non crede di averne mai abbastanza.
Non è una fregatura, soffia una voce nella sua testa - e vorrebbe farglielo capire per davvero, come se le parole esternate sulla terrazza non fossero state sufficienti.
È un miscuglio di paura di commettere errori da ambo i lati, un concentrato di attenzioni per far andare le cose per il verso giusto.
Senso di inadeguatezza da una parte, terrore di farsi male dall'altra.
Ma hanno bisogno entrambi di capire che possono ripartire da zero, aggiustando il passato e condividendo dubbi e incertezze.
«Simo...» mormora Manuel ad un tratto, con la bocca premuta contro la clavicola del ragazzo sotto di sé.
«Mh-m?».
«Mica li hai— ancora nel portafoglio, vé?».
Simone ridacchia. Ha le palpebre socchiuse e una mano aperta appoggiata sulla sua schiena. Non ha bisogno di chiedere a che cosa si riferisca, è ben chiaro. E quindi «No» risponde «Sono in valigia».
Il trolley e il borsone che si sono portati dietro per quei giorni lontani da Roma sono ancora mezzi pieni. Hanno rovistato tra la roba giusto per tirare fuori il cambio per quella sera, ma nulla di più.
Manuel lancia loro un'occhiata distratta poiché - di fatto - non vorrebbe interrompere quel momento, distaccarsi, perdere il contatto con l'altro ragazzo che risulta vitale ora; direbbe quasi quanto respirare, ma forse sarebbe stupido, stucchevole ed esagerato - tant'è.
Alla fine, si sforza comunque di agire - giusto perché, altrimenti, non potrebbero andare oltre e muore dalla voglia di andare oltre.
Non succede dalla gita a Madrid, però quell'episodio pare appartenere ad una realtà alternativa, ad un mondo a parte per quanto surreale. Quindi, andare oltre gli manca da prima, da quell'ultima volta in camera da letto quando ogni facciata di indifferenza è crollata. A tale episodio ripensa spesso - fin troppo. A volte vorrebbe passare le giornate a chiedergli scusa unicamente per quel singolo evento, per avergli fatto del male anche a livello fisico pur non avendone l'intenzione.
Non lo farebbe mai.
Pure prima, quando considerava tutto solo sesso: per quanto i suoi gesti fossero rudi, non ha mai pensato nemmeno per un secondo di fare qualcosa contro la volontà di Simone o che lo ferisse in qualche modo.
Mai, in nessun universo sarebbe così.
C'è poca luce nella stanza: quella proveniente dall'applique azzurra fissa sulla parete non è sufficiente a coprire tutto l'ambiente. Per di più, la maggior parte degli indumenti dentro al trolley sono scuri, pertanto, per quanto Manuel si sforzi «Non trovo niente» si lamenta, in ginocchio accanto alla valigia e con le mani che frugano tra i vestiti.
«Come no?». Simone è rimasto sul letto. Si gira su di un fianco per osservare i gesti del compagno. «Vedi nella tasca».
«Ti dico che non ce sta niente qua».
Rotea gli occhi e sbuffa. È pressoché sicuro di aver infilato da qualche parte lubrificante e preservativi - in pratica, sono le prime cose che ha preparato, quindi l'ipotesi che non ci siano non lo sfiora minimamente.
Si trascina giù dal materasso per andare ad affiancare l'altro, piegandosi sulle gambe e rimanendo in equilibrio sulla punta dei piedi.
Vista da fuori, la scena potrebbe essere divertente: loro due nudi, chini su una valigia a cercare qualcosa dentro.
«Ma sei sicuro che li hai presi, sì?» borbotta Manuel, che adesso sposta un paio di boxer neri per farsi spazio.
«Ti ho detto sì! Aspetta...» Simone insiste, dal momento che ne è davvero certo.
Manuel non obietta, spera solo di trovar—
Frena quella ricerca spasmodica d'un tratto: non rinviene ciò che era obiettivo primario, ma qualcosa di diverso che un po' lo fa sorridere. Infatti, da un angolo del trolley, tira fuori un oggetto che conosce fin troppo bene e che, in tutta onestà, credeva fosse stato distrutto o gettato.
Il minuscolo pupazzo a forma di rana è morbido sotto le dita. Un sorriso si delinea sulle labbra di Manuel che piano mormora: «Pensavo lo avessi buttato».
Simone è distratto e ci impiega qualche secondo a scorgere, con la coda dell'occhio, ciò che l'altro regge tra le dita. Le sue guance un briciolo avvampano. Scrolla le spalle e abbassa lo sguardo. «No, era— In un cassetto» spiega, in breve. «Volevo attaccarlo allo zaino, ma si è rotto il gancio».
Nel contempo, il suo frugare tra i vestiti non si è fermato e, finalmente, ha successo nel ritrovamento del tubetto di lubrificante alla pesca e una scatola integra in cartone di preservativi. «Trovati» esclama, agitandoli in aria.
A quell'ultimo evento, Manuel dà poco peso. È concentrato sul pupazzo a forma di rana che mantiene ancora in mano - Mister Frog - pensando a come sia paradossale il fatto che un oggetto piccolo e comune possa racchiudere così tanto significato; perché ricorda il giorno in cui si è recato in un negozio a comprarlo, rimembra di averlo fatto e aver passato il pomeriggio a chiedersi il perché e la stessa domanda era sparita nell'attimo in cui lo aveva donato a Simone e aveva visto il suo sorriso.
Non se ne era reso conto all'epoca, ma forse era già innamorato e non sapeva definirlo.
In maniera inconscia, va a premere con due dita al centro del pupazzo, che suona, emettendo un gracile cra cra.
Ha gli occhi fissi sul portachiavi quando sente Simone domandare: «Che vuol dire?».
Manuel sbatte lentamente le palpebre. Si volta nella direzione dell'altro e «Cosa?» borbotta.
«Il cra cra. Non vuol dire sempre qualcosa?».
Sì, vuol dire sempre qualcosa di diverso.
È serio in viso. Una piccola linea appare al centro della sua fronte, a raffigurare il senso di stordimento che lo colpisce e poi lo risolleva.
Schiude le labbra e un soffio scaturisce dalla sua bocca: «Vuol dire ti amo».
È la prima volta in tutta la sua vita che Manuel Ferro pronuncia quelle parole.
Il primo ti amo di Manuel Ferro è per Simone Balestra. Potrebbe giurare in quel preciso istante che non ha mai immaginato qualcosa di diverso.
Si sente strano, più leggero.
Una piuma.
Simone si paralizza. Non crede di essere più in grado di muovere un muscolo. I loro sguardi sono concatenati l'uno all'altro, immersi in un silenzio surreale e profondo.
Vorrebbe rispondere in qualche modo, sebbene non sappia che cosa effettivamente si risponde in quei casi. Forse un anche io, forse un anche io, da prima di te.
Invece non emette alcun suono.
Subito, allora, Manuel pensa di aver fatto ulteriore danno, che non era il momento, che ha avuto di nuovo un pessimo tempismo - del resto, sono nudi e in ginocchio sulla moquette di una stanza d'hotel a cercare i preservativi in valigia, con ancora tracce di schiuma addosso e i capelli bagnati, certo che non è il momento.
E dunque «Scusa, non—» biascica e ripone il pupazzo alla rinfusa tra gli indumenti non più piegati. «Non dovevo dirlo, tu— Fa' finta de niente».
Fare finta di niente non rientra nelle possibili reazioni di Simone. Tuttavia, ha bisogno di qualche secondo per metabolizzare quanto accaduto, per assorbire tali parole.
Allunga la mano libera così da poter essere lui ad afferrare il portachiavi. Lo fa rapidamente, senza rimuginarci troppo sopra.
Manuel analizza quel suo gesto e ora prende a fissarlo con fare confuso, fino a quando l'altro non preme sulla pancia del pupazzo in modo da farlo risuonare ancora.
Cra cra.
Simone serra la mandibola. «Vuol dire lo so». Opta per quella replica, più concisa del resto.
Manuel abbozza una risata. Non è ciò che si aspettava - in realtà, non ha messo in conto alcun genere di risposta - ma va bene lo stesso.
Almeno non ha detto grazie, pensa.
Si sbilancia nella sua direzione, unicamente per baciarlo sulle labbra. È sufficiente tale azione e un equilibrio precario, tuttavia, affinché Simone non riesca più a reggersi sulla punta dei piedi e quindi cade rovinosamente a terra, battendo con la schiena.
Manuel viene trascinato giù di riflesso e si ritrovano entrambi sdraiati sulla moquette, tra delle lievi risate che si levano nella stanza.
«Magari dovr—» fa per dire Simone, ma l'altro ragazzo lo ha già bloccato, premendo la bocca sulla sua e salendogli di più addosso.
Lui non si muove, lo lascia fare. Si lascia maneggiare con cura.
Manuel gli si è seduto a cavalcioni sulle gambe appena divaricate, sollevando di pochi centimetri il bacino. Con le labbra, continua a percorrere la sua pelle: dal collo, al petto, focalizzandoci per un attimo sui capezzoli.
Simone non regge più in mano né il portachiavi né il lubrificante e i preservativi; tutti gli oggetti sono caduti a terra poco prima e giacciono al loro fianco. Scorge con la coda dell'occhio il compagno che recupera il tubetto di plastica; lo perde di vista e da quella posizione non riesce a vedere bene ciò che effettivamente succede - ma anche perché è inebriato dal piacere che non potrebbe realizzarlo.
Invece Manuel pare essere in pieno controllo, nonostante i baci profondi che continua a riservare al ragazzo sotto di lui: riesce ad aprire la confezione del lubrificante, a versarne un po' di contenuto sulle dita e poi condurre le stesse verso il basso, a stimolare il proprio anello di muscoli più sensibile che si contrae al primo tocco. Si prepara da solo: lo ha fatto poche volte in precedenza; se ci ragiona, è successo soltanto in una occasione, per cui non è abituato e spera di esserne in grado.
Di solito, ci pensa Simone, con estrema cura e delicatezza.
Ci impiega qualche minuto a terminare ed è frettoloso nel momento in cui recupera un preservativo dalla scatola di carta che apre in malo modo. Utilizza i denti per rompere l'involucro quadrato di plastica. Si scosta di poco coi fianchi per poter srotolare il profilattico sull'erezione già presente dell'altro.
Poi solleva il bacino quel tanto che basta per potersi far penetrare, scandendo lui stesso ritmo e profondità.
Si sente pieno. Si sente bene.
Comincia a muoversi su e giù, frattanto che Simone, in qualche modo, solleva il busto e si mette seduto con le gambe allungate in avanti e Manuel che gli è sopra a cavalcioni, che si aggrappa alle sue spalle per reggersi.
Sono su una moquette color carta da zucchero, a guardarsi negli occhi mentre fanno l'amore.
Non c'è uno spettacolo più bello.
Non c'è una descrizione eloquente per ciò che provano in quel preciso istante, con i loro respiri che via via si fanno più affannosi, con gli affondi che divengono più enfatici.
Le punte dei nasi si sfiorano. Non si stanno baciando, è più un toccarsi le labbra e bramare un contatto più approfondito senza soddisfarlo, non ancora.
Simone gli accarezza la schiena con entrambe le mani: con la punta delle dita, percorre la spina dorsale dalla base del collo fino al coccige. Percepisce un forte formicolio al basso ventre, del calore intenso che risale fino al centro del petto. Ed è quando quello stesso calore si intensifica all'altezza dello sterno che soffoca: «Ti amo anch'io».
Manuel ride con un briciolo di isterismo. Osa un affondo più deciso che strappa un gemito ad entrambi. «Lo so» soffia, mentre inizia a toccarsi piano, a masturbarsi con lentezza.
Simone sorride e soltanto adesso lo bacia, infilando una mano tra i suoi capelli all'altezza della nuca e tirandoli leggermente. Viene per primo, all'interno dell'involucro in lattice e trattenendo un grido - che tanto nessuno potrebbe davvero sentirli, o forse sì.
Manuel lo segue poco dopo, in un piacere più contenuto in quanto consumato in precedenza. Strozza un urlo sulla sua bocca e solleva i fianchi ciò che basta per permettergli di smettere di penetrarlo. Rimane comunque aggrappato alle sue spalle, sopra di lui, petto contro petto, in un abbraccio che non ha bisogno di permessi, nel silenzio di una stanza d'hotel.
**
Un singolo raggio di sole filtra attraverso la finestra e le tende bianche. Raggiunge il letto, delineandosi sopra la schiena nivea di Simone, disteso sul letto in posizione prona, con le braccia piegate sotto al cuscino e gli occhi chiusi: sta ancora dormendo.
Manuel, invece, è sveglio da almeno mezz'ora, ma è rimasto in silenzio, senza produrre alcun rumore. È sdraiato accanto a lui, su di un fianco. Il lenzuolo ricopre il corpo di entrambi dalla vita in giù.
Sta fissando i suoi tratti finemente rilassati, il suo respiro lieve spezzato da un flebile ronzio dovuto al sonno e che un po' lo fa sorridere.
Si focalizza sul tatuaggio che spicca sulla parte alta del suo braccio sinistro, più vicino alla spalla: nulla di che, una scritta - no, una formula, una equazione. Prima di allora, Manuel non si è mai concentrato troppo sul significato che essa potesse avere; in realtà, gli è sembrato pure piuttosto ridicolo che Simone volesse avere addosso per sempre proprio tale formula.
Ha scoperto soltanto in seguito i vari significati che essa può assumere. Non ha mai chiesto a Simone quello che ha inteso lui, ma, per Manuel, è quella che riassume l'essenza del mondo intero, di tutto ciò che c'è intorno - ed è come se Simone avesse voluto imprimerselo addosso per dare un senso alla realtà che lo circonda, dal momento che, a volte, è difficile capirla.
Il senso del mondo addosso quando niente al mondo pare averlo.
Per di più, è stato lui a scriverla a mano libera e lo fa impazzire l'idea che tale scritta rimarrà impressa sulla sua pelle per il resto della vita.
Il giorno in cui l'ha fatto non ci ha pensato poi troppo.
Adesso–
Beh, è diverso.
Per istinto, allunga una mano; lieve, con la punta del medio va a sfiorare i bordi del tatuaggio, ne traccia i contorni. Un sospiro sommesso lascia la sua bocca, mentre un mugolio proviene da quella di Simone.
Quest'ultimo, strizza le palpebre e le solleva soltanto per una frazione di secondo. È ancora nel dormiveglia e non ha pieno contatto con la realtà, per cui mugola, con voce impastata: «Buongiorno».
Manuel accenna un sorriso e non cessa quel tocco delicato. «Non te volevo svejà» sussurra.
«Non fa niente».
Continua ad accarezzarlo, adesso distaccato dal tatuaggio: si sposta sulla spalla, poi sulla schiena, a percorrere la linea che la luce del sole ha tracciato sulla sua pelle. «Te ne dovresti fa' n'altro» esclama.
«Di che?».
«De tatuaggio. Te starebbe bene».
«Tipo?».
«Boh - tipo 'na rana».
Simone apre un solo occhio e gli sfugge una risata, flebile poiché non è del tutto sveglio.
Manuel fa lo stesso, mentre solleva appena il busto e si sospinge un po' in avanti per poter depositare un bacio proprio sopra la sua spalla. Da più vicino, può osservare meglio la fascia di luce che è proiettata sulla sua schiena.
«Ce sta il sole oggi» soffia.
Il suo respiro è come una lieve carezza per Simone, che percepisce addosso e «Mh-m» biascica, abbassando nuovamente le palpebre. Non riesce più a vedere ciò che fa l'altro, quindi non si accorge dei suoi tratti che, per un brevissimo istante, si rabbuiano. Però alle orecchie gli arriva la sua voce, che piano sussurra: «Scusa se con te ho sempre vissuto d'inverno».
Soltanto udendo simili parole, Simone riapre gli occhi - stavolta sul serio ed entrambi. Con un briciolo di difficoltà, rimuove un braccio da sotto il cuscino. Si sposta di qualche centimetro, ciò che gli è sufficiente per far incrociare i loro sguardi.
Ancora in un letto dalle lenzuola bianche, fianco a fianco.
«Però oggi c'è il sole». Dice solo quello, che sanno entrambi che non si riferisce affatto al tempo fuori.
La luce del sole, per loro, è una cosa diversa.
E forse c'è davvero un nuovo punto di partenza dal quale ricominciare.
Lo trovano a circa quaranta chilometri da Roma, in una stanza d'albergo che si affaccia su uno specchio d'acqua calmo, durante una qualsiasi giornata di sole in primavera.
«C'è pure domani» replica Manuel e trattiene ci sarà tutti i giorni, perché adesso è la nostra estate.
(Grazie a @/melindamiyy per questo edit 💜)
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