La capanna
La stanza di quell'hotel è più grande di quanto si aspettasse.
Simone ha passato un paio di minuti ad analizzare i dettagli di quella stanza, che ha la moquette a terra color verde petrolio, un letto a due piazze con sopra una coperta trapuntata beige chiaro e quattro cuscini con le federe della medesima tonalità; è presente una porta-finestra composta da tre ante, che conduce ad un piccolo terrazzo vista lago di Nemi – che è un luogo romantico, principalmente. Non c'è mai stato prima di quel momento, ma così ha letto su internet.
Ecco, su questo concetto si è focalizzato forse fin troppo dall'istante in cui Manuel glielo ha proposto e ha iniziato a viaggiare molto di fantasia perché, di fatto, sono a fare una gita fuori porta, da soli, in un posto definito romantico.
Normale farsi i film, no?
Film e domande.
Domande tipo – quindi stiamo insieme? Non è più solo sesso? Siamo fidanzati? Ma si usa ancora fare i fidanzati?
Certo, sarebbe più semplice se tali quesiti glieli ponesse effettivamente e se poi Manuel davvero rispondesse.
Invece stanno entrambi zitti, così ogni cosa rimane nel limbo.
Fantastico.
«Oh, ma che cazzo de freddo».
Simone è in piedi e sta scrutando fuori dalla porta-finestra, attraverso le spesse tende bianche, quando la voce di Manuel gli arriva alle orecchie. Volta il capo ciò che è sufficiente per poter osservare l'altro ragazzo entrare nella stanza e chiudersi la porta alle spalle, girando la chiave nella toppa.
Gli sfugge un leggero sorriso. «Hanno il riscaldamento spento ancora» commenta «Però il condizionatore fa pure aria calda, se vuoi».
«Seh, perfetto» esclama Manuel, che già si affretta a raccattare il telecomando bianco appoggiato sul comodino di legno lucido posto accanto al letto; lo punta al condizionatore che spicca al di sopra la porta-finestra, traffica con i pulsanti, ma alla fine ha successo ad ottenere dell'aria calda per tutto l'ambiente.
Simone compie due passi nella sua direzione, un po' dondolando su sé stesso e stringendo i pugni lungo i fianchi – perché, per quanto tenti di nasconderlo, quella situazione lo rende nervoso.
Nervoso ed eccessivamente felice al contempo, per quanto sia possibile.
Abbassa e solleva lo sguardo più volte, scruta Manuel che si acciglia, mentre tenta di capire se il condizionatore ha una temperatura adeguata; analizza il suo profilo, i suoi lineamenti – come se non li conoscesse già a memoria - i jeans larghi blu chiaro che gli cadono morbidi sulle gambe, la giacca bomber verde militare che dovrebbe cambiare, dato che è forse troppo leggera per l'avvicinarsi dell'inverno.
Si ritrova a deglutire rumorosamente, si ferma che gli è a qualche centimetro di distanza.
Forse qualche domanda è meglio tirarla fuori, no?
«Ma noi...» fa per dire. Tuttavia, la propria frase non trova continuo, dal momento che viene troncata sul nascere da un bacio che l'altro gli riserva, che gli toglie il fiato come al solito a causa dell'impetuosità con cui viene dato.
Simone è costretto ad indietreggiare di qualche millimetro e rischia di perdere l'equilibrio. Le sue mani paiono essere ovunque: sul lato del collo, a tirargli il bordo inferiore della maglietta bordeaux a maniche lunghe che indossa.
«Non l'hai messa la camicia» bofonchia Manuel, quando le loro bocche sono ancora in contatto, quindi la frase risulta soffocata, biascicata, a stento comprensibile.
«Mh-m» riesce a dire Simone, ad occhi socchiusi. Tenta di fare qualcosa, anche se si sente impacciato in quel momento, con molta probabilità a causa della frenesia. Così si aggrappa con una mano sola alla sua giacca, la tira appena. «N'hai detto che era scomoda?» sussurra.
Manuel si limita ad annuire, frattanto che riprende a baciarlo con foga e lo spinge – questo con appena più delicatezza – verso il letto. Ha successo nel farlo sedere sul bordo del materasso, sul quale dopo sale pure lui. Punta le ginocchia sui due lati dei suoi fianchi ed è, in pratica, parzialmente seduto sulle sue cosce. Racchiude il suo viso tra le mani e sfrega entrambi i pollici sulle guance.
È un particolare che Simone ha notato negli ultimi giorni, quello: che da quando gli ha regalato il pupazzo a forma di rana, da quando si è lasciato baciare con la porta aperta, i gesti di Manuel risultano più delicati e attenti; sì, non hanno perso del tutto la loro bramosia, il loro ardore, ma è un modo di porsi – diverso.
Tra di loro è diverso da tal giorno.
Forse dovrebbe chiedergli pure quello, tra le mille cose.
Ma, come ovvio, non domanda nulla.
Socchiude le palpebre, si lascia accarezzare e baciare, sulle labbra, sulla linea della mandibola, sul collo, su...
«Simò, ma che è?» sente l'altro lamentarsi, ad un tratto. Si costringe ad aprire le palpebre soltanto perché Manuel si è distaccato dal proprio viso, mantenendoci, però, le mani attorno.
«Cosa?» bofonchia, confuso.
«Te vibra qualcosa».
Manco se ne è reso conto – perché non si rende conto di un sacco di cose quando è con lui, quasi entrasse dentro una bolla e chiudesse il resto della realtà fuori.
Non si è accorto che il telefono che tiene nella tasca anteriore dei pantaloni neri che ha addosso sta vibrando ad intervalli regolari, che è una cosa che cessa di fare non appena tira fuori l'oggetto.
È a tal punto che Manuel rimuove anche le mani, lasciando ricadere pigramente le braccia lungo i fianchi.
Simone aggrotta le sopracciglia, osservando lo schermo del cellulare che è ancora illuminato a causa delle notifiche.
andrea_mainardi
21 messaggi
Okay, che cosa abbia detto in ventuno messaggi non lo può immaginare – ma ha imparato che Andrea è logorroico, per cui potrebbe esserci scritta qualunque cosa. Ciò nonostante, non gli interessa molto in quel preciso momento. Piuttosto, cestina il pop-up delle notifiche raggruppate, inserisce la modalità silenzioso, blocca lo smartphone tramite il tasto laterale e lo abbandona distrattamente al di sopra della coperta trapuntata.
Andrea può aspettare.
È in procinto di riprendere laddove hanno entrambi lasciato, però, quando si sporge nella direzione del ragazzo che ancora gli sta addosso, quest'ultimo lo frena, con un palmo che va ad appoggiarsi sul proprio petto.
Difatti, «Chi era?» Manuel pone quel quesito. Lo fa in modo che risulti disinteressato, a pretendere una risposta che pare neppure volere. È particolarmente bravo in ciò, a fingere che nulla gli importi.
Il sorriso sul volto di Simone un briciolo si spegne. «Andrea» taglia corto e si protende di nuovo verso di lui, perché vuole ricominciare a baciarsi e basta – chi se ne frega del resto.
Ancora nulla perché «Che vole quello?» insiste l'altro. Usa un tono di voce strano, che di solito non gli appartiene. È serio, ma al contempo sfuggevole e nemmeno riesce a far incrociare i loro sguardi.
Simone scrolla le spalle. «Boh, vorrà dirmi qualcosa per le foto» spiega, in breve.
Ma devono parlarne per forza ora?
«Che foto?».
«M'ha chiesto se può farmi delle foto visto che gli piace».
«Pure er fotografo fa, pensa te».
«Non fa il fotografo, gli piace fare le foto» ci tiene a puntualizzare - sia mai.
«E le deve fà a te?».
«Eh». Non sa dove voglia andare a parare, ma anche tale insistenza, le sue frasi al fine di ottenere informazioni e okay, ecco altri film. «Ti dà fastidio?» si ritrova a pigolare.
Manuel si lascia scappare una risata, che si mescola presto con uno sbuffo. Schiocca la lingua sul palato, scuote appena il capo e «Ma sai che me frega» borbotta.
«Sicuro?».
A ciò, non vi è risposta. Preferisce non farlo: preme la bocca su quella dell'altro ragazzo, forte, reclama un nuovo bacio.
Simone non insiste. Vorrebbe, ma si frena prima. Probabilmente non è neppure il momento per indagare oltre, non durante quel fine settimana dove vuole lasciare ogni cosa fuori e chiudere loro dentro a quella stanza d'hotel.
**
«Ma alla fine che scusa hai usato con tua madre e mio padre?». Simone pone quella domanda mentre camminano uno accanto all'altro, nel tardo pomeriggio, col sole che sta per tramontare e che ha colorato ogni cosa attorno – piccoli palazzi di massimo tre piani, con le facciate di pietra - di arancione. Nel Borgo di Nemi e dintorni c'è davvero poca gente a quell'ora – e immagina in generale, non ne ha idea – però è un posto abbastanza tranquillo, lontano dal caos della città e non può fare altro che apprezzare tale aspetto.
Manuel mantiene le mani in tasca, guardandosi intorno di tanto in tanto. «Scusa in che senso?» borbotta.
Simone rischia di inciampare nei propri piedi – che poi la strada che stanno facendo è quasi tutta in salita e lui desidera soltanto sedersi da qualche parte e smetterla di camminare, pensando al fatto che non è stata un'idea grandiosa quella di farsi una passeggiata prima che faccia buio. «Che siamo fuori tutti e due per il fine settimana» spiega.
A Manuel sfugge una risata. Scrolla le spalle. «Mica serviva 'na scusa» esclama «Se le dici che lasciamo casa libera pe' due giorni, le scuse manco le sente».
«Ah – uhm, okay» borbotta l'altro.
«Perché, serviva 'na scusa, secondo te?».
Simone corruccia le labbra in una smorfia. Lascia ciondolare le braccia lungo i fianchi e strizza gli occhi quando i raggi del sole ancora presenti lo colpiscono dritto in faccia. «No, boh» biascica «Tua madre dice sempre che capisce tutto».
«Ma che deve capì» è la replica pronta di Manuel, che scuote il capo. Ed effettivamente, che deve capire: Anita non ha capito niente per un anno, non ha capito niente quando hanno dormito nella stessa stanza e hanno mascherato la cosa con dovevamo finire di giocare ad una roba e ci siamo addormentati. Di sicuro, un weekend fuori porta non le sembrerà così strano.
Forse.
«Viè pe' di qua» dice, dopo, e fa un leggero cenno con la testa utile a far cambiare ad entrambi la direzione di cammino.
Simone abbassa lo sguardo per un breve attimo, a notare i ciottoli di pietra della strada, e stringe i pugni. Quando lo risolleva, nota che stanno passando al di sotto di un arco a tutto sesto, dove la strada è lievemente in discesa e questo li porta ad accelerare di poco il passo.
Sbucano in una nuova parte del luogo, su una strada non più costellata di piccoli bar o negozi, ma soltanto alberi e uno scorcio che dà direttamente sul lago, visto da un punto sopraelevato.
Il paesaggio è bellissimo da quella prospettiva: gli ultimi raggi arancioni del tramonto colorano persino l'acqua, gli edifici antichi che sono presenti a contornare quello specchio cristallino e del vento leggero agita le chiome degli alberi con le foglie ingiallite, le stesse che cadono dai rami e vengono trasportate in aria dalla lieve brezza.
«Anvedi che ce sta pure la terrazza» esclama Manuel.
La terrazza c'è davvero: non è molto grande, ci sono delle torrette di mattone, interrotte da ringhiere di metallo con decori rettangolari.
Simone si sforza di non andare a fuoco a causa della grossa targa di pietra, con una scritta rosso scuro che recita Terrazza degli Innamorati – probabile sia una coincidenza, che l'altro manco ne è a conoscenza, manco l'ha vista.
Si è detto basta film, quindi basta film.
Osserva il compagno raggiungere per primo la ringhiera, per affacciarsi allo scorcio trovato. Esita per un istante, per poi muoversi lentamente e fermarsi soltanto quando è al suo fianco.
«Oh, comunque è bello 'sto posto» esclama Manuel, scrutando l'orizzonte.
Simone annuisce, distratto. «Seh» replica «Almeno lo vediamo pure, già che stiamo».
«Cioè?».
«Che siamo rimasti chiusi in camera tutto il giorno».
Manuel aggrotta le sopracciglia, dopo ridacchia e gli rivolge un'occhiata fugace. «Mica me sembrava te dispiacesse» è il commento che gli esce di bocca.
No, mica gli è dispiaciuto.
A Simone non è per niente dispiaciuto rimanere in sua compagnia per ore, nudi in un letto, in pace, senza il timore di essere scoperti, senza dover trattenere un gemito o un grido, tra il sudore e la saliva di entrambi, i capelli appiccicati in fronte e tutto il resto.
Sarebbe bugiardo ad ammettere il contrario. Okay, forse un'altra parte l'avrebbe pure voluta, però comprende che quello che hanno avuto quel giorno è già tanto rispetto a quanto passato nell'ultimo anno.
Vabbè.
L'attenzione gli ricade sulle loro mani, appoggiate sopra alla ringhiera: la propria destra è vicinissima alla sua sinistra. Non ci fa molto caso a quel particolare – del resto, pare insignificante.
Insignificante almeno finché non nota un impercettibile movimento del mignolo di Manuel verso il proprio, a sfiorarlo appena.
È un contatto minuscolo, che dura mezzo secondo, forse meno.
Mezzo secondo che, nella testa di Simone, equivale ad un'eternità, tanto da portarlo a trattenere il respiro, sollevare il capo per scorgere il profilo dell'altro ragazzo che, intanto, tiene gli occhi fissi sull'orizzonte, sul sole che dietro di esso sparisce e ogni cosa comincia ad imbrunire.
Quasi gli pare di soffocare.
No, scemo, stai soffocando, respira.
Deglutisce rumorosamente. Perché c'è della gente attorno e Manuel lo sta sfiorando e va bene, è qualcosa di microscopico, qualcosa di cui si sta illudendo, forse, ma è reale.
«Manuel...» sussurra e ha quasi paura di proferire parola ed interrompere quell'istante.
«Oh, annamo?» ma Manuel ritrae la mano - entrambe le mani - e compie mezzo passo indietro. «Ce facciamo n'altro giro, poi troviamo qualcosa da mangiare che sto a morì de fame».
In un primo attimo, Simone rimane immobile, un briciolo stordito per motivi ignoti – oppure no, tant'è che Manuel gli schiocca due dita davanti alla faccia e «Oh, che hai visto?» esclama.
Simone sbatte rapidamente le palpebre, finge un colpo di tosse e «No, niente» taglia corto «Sì, andiamo».
**
L'acqua bollente si infrange sulle spalle di Simone, sotto alla doccia della camera d'hotel, che ha un piatto di ceramica dalla forma rettangolare allungata e delle porte di vetro scorrevoli, rese appannate dal vapore che si è creato.
Lui tiene gli occhi chiusi. Ci ha messo almeno dieci minuti – se non quindici – a trovare la giusta temperatura, girando la manopola tonda ed è stato arduo azzeccare il giusto equilibrio.
Paradossalmente, spera che fare una doccia calda possa aiutarlo a lavar via un paio di pensieri assurdi che crede non dovrebbe nemmeno formulare.
È che quel weekend fuori gli sembra così ai confini della realtà che non sa a cosa credere o meno.
Perché Manuel è diverso.
Si comporta quasi come un – fidanzato?
No, sta facendo proprio il fidanzato. A parte certi aspetti, insomma, ma hanno addirittura cenato fuori la sera prima e sì, è stata una pizza e non si sono sfiorati per tutto il tempo, hanno solo parlato, principalmente di cazzate, di cose frivole, si sono presi in giro, eppure gli ha dato quell'impressione.
Dio, ma non era solo sesso?
Non gli sembra sia più solo sesso e non deve nemmeno stare a chiederlo, insomma, come presupponeva quella mattina.
Forse quella fase è passata. Ci sta costruendo così tanti castelli di carta sopra, smettendo di credere che una flebile fiammella possa mandare ogni cosa in cenere.
Di nuovo.
La porta scorrevole viene aperta, producendo un cigolio ovattato.
Simone riapre gli occhi in maniera lenta, ma non si disturba a voltarsi – tanto non serve, lo sa chi ha prodotto quel rumore, la medesima persona che nella doccia vi è entrata e la porta di vetro l'ha richiusa.
Sente le sue mani accarezzargli con delicatezza dapprima i fianchi, dopo spostarsi sulla pancia, a tracciare con la punta di medio e anulare la sottile linea invisibile che collega l'ombelico al pube; il tocco si ferma poco prima di esso, per dirigersi su, verso lo sterno.
Simone percepisce il petto di Manuel aderire perfettamente alla propria schiena. Si lascia andare ad un sospiro sommesso, buttando il capo all'indietro.
Le sue labbra si posano lievi sulla propria spalla, dopo si spostano, raggiungono il lato del collo, si soffermano dietro ad un orecchio.
A tal punto, Manuel si lascia scappare una mezza risata, frattanto che mordicchia il lobo del compagno e finisce per far ridere pure lui.
Simone si divincola da quella presa blanda, soltanto per compiere mezzo giro su sé stesso.
Sono uno di fronte all'altro, adesso.
I capelli di Manuel sono ancora asciutti, in parte. Questo particolare, tuttavia, non frena l'altro ragazzo da passarci una mano in mezzo, rischiando di incastrare le dita tra i suoi ricci - glieli tira tutti indietro, scoprendo la fronte.
Restano in silenzio. Gli unici suoni udibili in quel momento sono riconducibili all'acqua che si infrange sul piatto di ceramica della doccia.
La luce dell'ambiente è fioca: c'è soltanto quella proveniente da un'applique sopra la porta d'entrata, ma ne produce davvero poca e il vapore che si è creato rende ogni cosa sfocata.
Ogni cosa.
Anche se Simone vede perfettamente Manuel. Nonostante tutto.
Vede i suoi tratti rilassati, i suoi occhi ancora assonnati - perché è mattina presto, saranno forse le quattro e mezza o le cinque - i ricci ora umidi che un po' si appiccicano sulla nuca.
Cazzo, pensa. Probabilmente manco se l'è mai sognata una visione del genere poiché fantasticare sul fatto che un giorno si sarebbe trovato a chilometri da casa in sua compagnia, nudi, così...
Pura utopia.
E invece sta succedendo, è reale anche questo, se lo deve ripetere.
È tale bisogno un briciolo irrazionale che spinge Simone a toccare Manuel ovunque: prima il viso, traccia la linea delle due sopracciglia con i polpastrelli, in seguito il naso, la bocca, e scende sulle spalle, sul petto, sui fianchi.
Inclina il capo su di un lato. Vorrebbe sorridere, ma la propria espressione rimane seria.
No, non seria, è qualcos'altro.
Assorta.
Devota.
Sì, è devota.
Così, mantenendo quella maschera stampata sul volto, Simone crolla sulle ginocchia. Lo fa in maniera un po' irruenta che rischia di cadere - per fortuna non succede.
Tiene lo sguardo puntato verso l'alto, a cercare quello dell'altro ragazzo poiché lo sanno entrambi cosa sta per succedere.
Eppure, Simone cerca i suoi occhi, come a chiedergli un silenzioso permesso, ottenendo un tacito assenso quando Manuel abbassa e solleva le palpebre, senza proferire parola - non serve.
Gli chiede quel consenso perché si ricorda cosa è successo la prima volta che si è cimentato in un simile gesto; rimembra il modo in cui Manuel ha dato quasi di matto, sostenendo che doveva avvertirlo o che non era pronto. Che poi, è sempre stato un po' assurdo il fatto che non volesse, che hanno fatto pure di peggio, ma quello no, come fosse qualcosa di troppo – troppo intimo, troppo intenso.
Troppo.
Però adesso va bene.
Adesso va bene.
Simone deglutisce rumorosamente, mentre sfiora - con la mano che gli trema un briciolo - l'erezione non del tutto piena dell'altro ragazzo. Tiene gli occhi puntati sul suo volto quando in maniera docile la prende in bocca, dapprima solo in punta, in seguito spingendosi più a fondo; la lambisce con la lingua, schiude le labbra.
Manuel si lascia andare ad un sospiro sommesso. Osserva il modo in cui la testa di Simone comincia a muoversi con cadenza regolare, come la sua bocca viene serrata più forte attorno al proprio membro; il piacere comincia ad avvolgerlo quasi nell'immediato e non trattiene un grugnito. Potrebbe pure urlare, in realtà - e chi se ne frega se qualcuno in quel posto li sente. Tanto nessuno li conosce.
Ora una mano la infila tra i suoi capelli scuri. Lo fa con delicatezza, senza tirarli; asseconda ogni suo movimento, non pretende vada più veloce o più lento, gli va dietro e basta.
Simone tira appena indietro il capo e la sente la presa di Manuel dietro alla propria nuca. Sorriderebbe, se potesse. Ha lo sguardo ancora rivolto verso l'alto quando succhia e insiste sul glande, passandoci la lingua sopra, e per un attimo si stacca producendo uno schiocco - che coincide con un gemito da parte dell'altro. Si bea di tale suono che fin troppe volte hanno entrambi soffocato. E poi ricomincia perché ha un solo obiettivo in mente in quel momento.
Quindi riprende in bocca la sua erezione ormai piena e sul punto di scoppiare; mantiene le dita sulla base, incava le guance e sospinge la testa fino a sentirla pizzicargli la gola.
A Manuel pare di impazzire.
Probabilmente sta impazzendo poiché percepisce l'orgasmo sul punto di arrivare, di travolgerlo e fargli tremare le gambe. Strizza gli occhi ed emette un ulteriore gemito sommesso.
Si ritrova ad appoggiare la mano libera sul vetro della porta scorrevole della doccia, come se questo gli servisse per mantenere l'equilibrio – ci lascia persino l'impronta sopra.
Un po' funziona nell'attimo in cui il piacere arriva e lui viene con un urlo strozzato, che gli fa strizzare le palpebre e gli offusca poi la vista; è quello stesso piacere che lo stordisce, che gli fa formicolare quasi ogni parte del corpo. Per cui a stento si accorge di come Simone si sia rimesso in piedi: lo fa soltanto quando le sue labbra ritrovano le proprie, in un nuovo bacio.
Manuel si costringe a distaccarlo dopo solo qualche secondo, con un palmo premuto sul suo torace. «Annamo de là?» bofonchia, con voce roca.
Non specifica il perché, non è necessario, ma è da intendersi come andiamo di là, a fare altro.
Simone ci impiega del tempo per annuire poiché da quella doccia non vuole uscire: ci rimarrebbe per sempre sotto il getto d'acqua calda, tra il vapore, il corpo dell'altro ragazzo addosso e il suo sapore ancora in bocca.
Manuel compie mezzo passo indietro. Riesce a fare soltanto quello prima che Simone lo richiami a sé, tirandolo per un braccio, con un po' di forza che normalmente non gli appartiene, per poterlo racchiudere in una morsa docile che fa entrare in contatto i loro petti - cuore contro cuore.
Manuel è spiazzato da un simile gesto. Sì, hanno fatto di tutto, hanno fatto di peggio, eppure ritrovarsi in un abbraccio lo destabilizza, non sa che fare, tanto che non si muove, tiene le mani a mezz'aria, non sapendo in che posizione metterle e risulta piuttosto rigido.
Simone non sembra badarci, si limita a stringerlo a sé, a depositare un lieve bacio sulla sua spalla; gli viene naturale, non ci sta pensando troppo. Fa scorrere le mani sulla sua schiena, riscontrando un leggero attrito a causa delle gocce d'acqua sulla pelle. Vorrebbe chiedergli di rimanere così ancora per un po' - pure per sempre, ma okay, forse per quello è presto.
Come se non ne fossi innamorato dal giorno zero, coglione, la propria coscienza ci tiene a ricordarglielo.
«Annamo de là?» Manuel lo ripete, con tono appena più incerto che suona al pari di una supplica.
Soltanto di fronte ad una simile richiesta, Simone si costringe a distaccarsi, a liberarlo e indietreggiare. Lo guarda uscire per primo dalla doccia, raccattare un asciugamano che sistema attorno alla vita - sebbene risulti troppo piccolo, ma fa niente, tanto non deve rimanere lì a lungo.
Lui rimane ancora qualche secondo sotto il getto d'acqua calda, lo stesso che fa cessare poco dopo, girando la manopola.
Indugia ancora per qualche istante, sospirando sommessamente. In seguito, esce da quella cabina di vetro. Raccatta l'accappatoio tenuto appeso ad un gancio di metallo e se lo mette addosso.
Che poi nemmeno quello resterà su a lungo.
**
I ventuno messaggi di Andrea - che sono diventati ventidue - Simone li apre in macchina, durante il viaggio di ritorno.
È un'auto piccola, una Lancia Ypsilon color panna che Manuel ha affittato. Ecco, tipo si chiede come l'altro abbia fatto ad organizzare la cosa pure con l'affitto dell'auto - ha messo in conto ci sarebbero andati in treno, ad esempio – e soprattutto dove abbia raccattato i soldi, ma è un'altra di quelle domande che evita di porre.
Comunque, in quei messaggi sul social, Andrea gli ha inviato una serie di foto sul luogo prescelto per il loro shooting, proponendogli tre alternative e chiedendogli di scegliere; nell'ultimo, invece, compare:
andrea_mainardi
mi ignori? ahahah
Scuote il capo, seduto sul sedile passeggero e col telefono in mano. Digita rapidamente sul touchscreen.
simobale
Dopo guardo e ti dico. Grazie.
Poi chiude l'applicazione e blocca il cellulare attraverso il tasto laterale.
La Lancia Ypsilon sfreccia su una strada provinciale piuttosto sgombra rispetto al normale traffico a cui sono abituati.
È pomeriggio inoltrato, ma c'è ancora parecchia luce che filtra attraverso i rami degli alberi che delimitano la carreggiata.
Manuel è alla guida, con il gomito sinistro appoggiato al bordo della portiera, una mano sul volante e l'altra che si alterna tra quest'ultimo e la leva del cambio. Porta gli occhiali da sole, un modello simile a dei Ray-Ban, con la montatura spessa e nera. Di tanto in tanto, punta lo sguardo verso il ragazzo che gli è seduto accanto - lo fa anche nell'attimo in cui sta ancora trafficando con lo smartphone, per cui lo vede benissimo premere le dita sullo schermo nella maniera più veloce possibile.
Schiocca la lingua sul palato e riporta l'attenzione alla strada di fronte a sé.
«Gli hai risposto?» pone quella domanda di getto e si pizzica la lingua con i denti per averlo fatto. La propria maschera di disinteresse un briciolo si increspa.
Simone corruga la fronte, confuso. «Cosa?» borbotta.
«Dico - a quell'altro».
«Boh, sì, perché?».
«Per sapere» Manuel scrolla le spalle. Non gliene frega niente, del resto, ha usato quelle parole lì. «Dove le fate 'ste foto, alla fine?» insiste.
Sì, non gliene frega proprio niente.
«M'ha mandato delle foto di vari posti, poi decidiamo».
«Decidiamo» gli fa da eco e si lascia sfuggire una risata ironica - meglio se definita isterica, forse.
Simone lo scruta per un breve istante e un leggero sorriso gli appare sulle labbra. «Sei geloso?» pigola e un po' teme pure una risposta.
Che quel quesito, da solo, se lo è già posto e ha pure trovato una replica consona. Eppure esternarlo in tale istante e correre il rischio di avere una risposta differente, un briciolo lo intimorisce, per cui deve addirittura trattenere il respiro per un attimo, in quella frazione d'attesa.
Manuel non lo guarda, tiene gli occhi ancora sulla strada, frattanto che preme il piede destro sul pedale del freno per rallentare il veicolo su cui viaggiano. «A parte che non sò geloso de nessuno io» attesta «T'ho detto che non me frega niente».
«Ma...».
Non gli dà occasione di proseguire la frase, poiché gira la rotella del volume della radio, aumentando il volume: una canzone, proveniente dal proprio telefono che vi è collegato, risuona nell'abitacolo.
Simone non insiste, di nuovo. In realtà, quella sua non risposta, come accaduto in hotel, vale già qualcosa, per cui scuote il capo e allarga un po' il sorriso. «Comunque poi sono io che ascolto musica di merda» commenta.
Manuel spalanca la bocca, fingendosi offeso. «Cos'hai da dire su 'sta canzone, scusa?» esclama.
«Non è il mio genere».
«E quale sarebbe il genere tuo?».
«Non questo».
«Questo perché sei tu che c'hai gusti de merda. Sempre detto che sei strano» puntualizza e il volume della radio lo alza ancora, al massimo, così che i bassi rimbombano all'interno dell'auto e quasi fanno tremare i vetri dei finestrini.
Simone rotea gli occhi, ma non è infastidito, anzi: gli viene persino da ridere per ciò che succede in seguito. Lui quella canzone non la conosce, però l'altro ragazzo inizia a cantarla, alternando lo sguardo tra il proprio volto e la strada.
«E c'è qualcosa di grande tra di noi che potrai cambiare mai, nemmeno se lo vuoi» intona Manuel - sul serio, perché le note le prende, stranamente, tutte «Ma c'è qualcosa di grande tra di noi che non puoi scordare mai, nemmeno se lo vuoi».
D'accordo, forse Simone, dopo averla sentita uscire dalla sua bocca, su quella canzone un briciolo cambia idea. Tuttavia, non glielo fa notare troppo. Piuttosto ride e «Okay, okay, poi me l'ascolto meglio» dice.
Non ti innamorare ancora di più, mi raccomando, che è già imbarazzante così.
«Che palle che sei, oh» borbotta ancora. Allunga una mano e va ad abbassare il volume, riportandolo ad essere soltanto da sottofondo durante il viaggio.
«Ma che palle, cosa? Te faccio 'na cultura musicale e pure che palle» sbotta Manuel, con un sorriso che gli appare sul volto.
Simone ride ancora e solleva entrambe le mani - sebbene con una regga ancora il cellulare - in cenno di resa. Non proferisce più parola. Si appoggia meglio allo schienale del sedile, osserva il paesaggio che scorre dal finestrino.
È felice in quel momento. Felice come non lo è stato da diverso tempo. Vorrebbe quasi contattare la dottoressa Morozzi, la psicologa che lo ha seguito due anni prima (circa) dopo l'incidente - se così si vuole chiamare - con quelle pillole; è andato in terapia per un paio di mesi, poi ha smesso, forse erroneamente.
Però, adesso, vorrebbe contattarla e dirle, ecco, vede, adesso sono un po' felice, ci sono riuscito.
Perché a quella domanda posta dalla donna, non ha mai saputo rispondere.
Anche se lo sa che non può collegare la felicità ad una sola persona, ne è perfettamente consapevole, però è la stessa che ha un ruolo importante nella costruzione di tale sensazione di benessere.
Come se Manuel fosse uno dei tasselli fondamentali nella costruzione della propria felicità.
Manuel e quei momenti lì, tra una canzone e l'altra.
**
Andrea gli manda un indirizzo di domenica sera, una volta prescelto il luogo - che è quanto di più semplice possa esistere, dato che, dalle foto che gli ha mandato, Simone ha dedotto si tratti di un attico. Ha scelto quello perché al chiuso, senza gente intorno che possa metterlo in imbarazzo.
Col senno di poi, si chiede ancora perché ha accettato di fare una cosa del genere. Probabilmente per una sorta di sfida con sé stesso o qualcosa del genere.
Dunque, di martedì pomeriggio, dopo scuola, si ritrova davanti ad un portone di un palazzo di nove piani, dalla faccia moderna e i balconi in muratura.
Andrea è puntuale - ha scritto per le 16:30 e l'orario viene rispettato, con nemmeno un minuto in più.
Si sono salutati davanti scuola neanche due ore prima, per cui entrambi si limitano ad un sorriso nel rivedersi.
Varcano la soglia del portone d'ingresso. L'interno del palazzo stona con quanto fuori, poiché sono presenti colonne con decorazioni floreali in pietra e pareti dipinte con colori che tendono all'oro - insomma, uno stile diametralmente opposto.
C'è un ascensore che è datato, con due porte in legno lucido ad apertura manuale e un abitacolo decisamente stretto per contenere più di tre persone.
Loro due raggiungono l'ultimo piano.
Andrea ha già un paio di chiavi in mano, che sono le stesse che utilizza per aprire l'unica porta marrone e blindata presente - le altre hanno tutte due ante e sono nere opache.
Simone si guarda attorno, mentre ancora l'altro ragazzo sta sbloccando la serratura; lo vede di spalle. «Ma questo posto - di chi è?» gli viene spontaneo chiedere.
Andrea volta di poco il capo, per mezzo secondo, così da incrociare il suo sguardo. «È uno degli appartamenti di mio padre» spiega, in breve.
«Uno dei?» Simone gli fa da eco. «Quindi ne ha più di uno?».
«Ne ha cinque». Andrea, finalmente, ha successo nell'aprire la porta, che spalanca e compie mezzo giro su sé stesso per varcarne la soglia.
Simone tentenna, in un primo istante, con le braccia lungo i fianchi e i pugni stretti. Aggrotta le sopracciglia. «Tuo padre ha cinque appartamenti a Roma» attesta «E tu qui non c'eri mai stato?».
L'altro ragazzo scrolla le spalle e gli fa un cenno con la testa per invitarlo ad entrare. «Mio padre fa l'imprenditore» puntualizza «Possiede un sacco di cose, ma è pure uno stronzo. Vogliamo continuare?».
Okay, meglio continuare. Simone decide di lasciar perdere - il dubbio che Roma l'avesse già vista e che quell'invito fuori qualche settimana prima fosse soltanto una scusa per fare conoscenza l'aveva già avuto, del resto.
Fa il proprio ingresso nell'attico: l'ambiente è immenso, un open space con arredamento dalla finitura moderna, con le luci a neon che rendono ogni cosa piuttosto fredda; c'è un divano a tre - forse quattro? – posti, privo di braccioli, color verde chiaro e spento, collocato su un rialzo davanti al quale spicca una panca lunga di legno; le finestre sono ampie, compongono un'intera vetrata spezzata da un reticolo di rettangoli tutti uguali, che si affaccia sulla strada e offre una discreta visuale sulla città.
Non pensa sia un posto abitato da qualcuno, quello.
Comunque, perso nell'analizzare ogni dettaglio presente, non si accorge che Andrea gli si è piazzato di fronte e tiene in mano dei vestiti, gli stessi che gli porge e «Metti questi» gli dice «I pantaloni puoi tenere i tuoi».
«Ma che sono?».
«Te l'ho detto che all'outfit ci pensavo io, no?».
«Sì, certo».
«Okay, mettili».
Simone tentenna e strabuzza gli occhi. Vorrebbe chiedere dove può cambiarsi, ma tutto ciò che gli esce di bocca è «Qui?».
Andrea si è già allontanato di qualche metro, per recuperare la macchina fotografica da una borsa che, probabilmente, ha portato in quel luogo in precedenza - dato che fuori e in ascensore non aveva null'altro dietro - abbandonata su una sedia di metallo al di sotto della grande vetrata. «Mica ti vergogni» lo punzecchia «Ti ho visto mezzo nudo nello spogliatoio a scuola» e si lascia scappare una mezza risata.
Sì, è successo, questo Simone lo sa. Ma sa pure che la maggior parte delle volte, a scuola si cambia così rapidamente da lasciar poco tempo a chiunque sia presente di vedere qualcosa.
Però, vabbè.
Alla fine, in mano ha semplicemente una t-shirt scura, una giacca della medesima tonalità e una camicia azzurra dalle maniche corte ed ampie. Come prima combinazione, opta per la maglia e la giacca - gli pare andare bene.
Si leva lo zaino dalle spalle - lo stesso che non ha portato a casa, poiché lì non ci è tornato, avrebbe fatto su e giù inutilmente; lo appoggia sopra al divano e un leggero sorriso gli appare sul volto in maniera spontanea quando gli occhi gli ricadono sul pupazzo a forma di rana che ha attaccato alla cerniera. Così, prima di togliersi anche il cappotto blu e la felpa beige che ha indosso, recupera il proprio cellulare dalla tasca posteriore dei pantaloni neri.
Ci sono due messaggi, li nota subito.
Manu
Dimme quando finisci
🛇 Questo messaggio è stato eliminato
Risponde velocemente.
Che avevi scritto?
Il contatto di Manuel non è online, per cui non attende una eventuale risposta. Il telefono, in seguito, decide di lasciarlo dentro allo zaino, nella tasca grande che c'è davanti.
Soltanto in seguito, inizia a spogliarsi: dapprima il cappotto, successivamente la felpa. Rabbrividisce al contatto con l'aria gelida - immagina ci sia il riscaldamento spento o semplicemente è lui a patire le basse temperature.
Nel frattempo che si infila la t-shirt e la giacca scura, Andrea ha montato l'obiettivo della Reflex che mantiene in mano - sebbene la propria attenzione non sia focalizzata sulla macchina fotografica; no, gli occhi guizzano facilmente verso l'altro ragazzo, sulla sua schiena nivea costellata da piccoli nei, sulle sue spalle ampie, la vita sottile e le gambe lunghe. Deve strizzare le palpebre e scuotere con vigore il capo per non finire col fissarlo e consumarlo, ecco.
Che quello lo fa spesso: consumarlo con lo sguardo, in maniera piuttosto evidente.
«Ho fatto» annuncia Simone. Con quei vestiti addosso - della taglia perfetta - un briciolo si sente a disagio e non perché non siano belli, anzi, ma non paiono appartenergli troppo. Non che dia tutto questo gran peso agli abiti che di solito indossa, solo che ha dei capi che lo fanno sentire più protetto e sicuro e quella maglietta aderente non rientra in quel gruppo ristretto. Tiene i pugni serrati lungo i fianchi e sposta appena il peso del corpo da un piede all'altro.
Andrea sistema - o finge di sistemare - la messa a fuoco della macchina fotografica e «Togli anche le scarpe» gli suggerisce.
«Le scarpe?».
«Eh, le scarpe. Levale».
Okay, pure le scarpe. Simone pensa che se fosse stato nudo, a tal punto, sarebbe stato uguale. Ma va bene, si toglie pure le sneakers che ha ai piedi e «Ma anche le calze?» pigola e ottiene un cenno di sì col capo al quale neppure controbatte. Gli obbedisce.
Perfetto.
«Puoi sederti lì, per iniziare» esclama Andrea e indica con un dito la panca di legno davanti al rialzo dove è posizionato il divano.
Simone esita un briciolo, di nuovo.
Ma che gli è venuto in mente quando ha accettato, accidenti.
Si sente uno stupido e, soprattutto, goffo. Si dirige verso il punto selezionato, ci si accomoda sopra. Appoggia dapprima gli avambracci sulle cosce, per mezzo secondo, protendendosi in avanti, poi ci ripensa, si tira su, sedendosi più composto. «Ma - come mi devo mettere?» soffoca.
Andrea è rimasto in piedi, a meno di due metri di distanza. Regge la Reflex con entrambe le mani e inclina il capo su di un lato. Un mezzo sorriso appare sul suo volto. «Beh, così pari a messa» scherza «Uhm - prova a stenderti».
«Sulla panca?».
«Sì, tipo - ti reggi sui gomiti, no? E lasci le gambe giù».
«Ma poi cado».
«Non puoi cadere».
Simone è ancora perplesso da quella nuova richiesta, ma cerca di seguire tali indicazioni, portando il busto all'indietro su quella panca di legno, sollevando le gambe e stendendole in avanti, così che una rimanga sulla superficie piana e l'altra vada giù, quasi a toccare il pavimento.
Andrea allarga il sorriso, soddisfatto. «Vedi? Non sei caduto» gli fa notare. Compie due passi nella sua direzione. «Avrei voluto avere tutte quelle luci professionali e via discorrendo» racconta «Ma devo ancora comprarle. Qui però l'illuminazione è buona e il resto lo aggiusto dopo».
Simone si limita ad annuire: di fotografia non ci capisce nulla, ma presuppone serva una buona luce per avere delle buone foto - ed effettivamente, grazie a tutte quelle vetrate, lì dentro di luce ce n'è parecchia. Cerca di rilassarsi un briciolo e nota che l'altro ragazzo si è piegato sulle ginocchia e ha premuto già tre volte sull'otturatore. Ciò nonostante, lo vede osservare il piccolo schermo della fotocamera e storcere il naso.
«Che c'è?» chiede, allora. «Vengo male» questa non è una domanda, ma un'affermazione «Te l'ho detto che vengo male».
«No, no, non è venuta male, è solo che...».
«Che?».
Andrea sospira sommessamente e gli rivolge lo sguardo. «Che sei teso» spiega «E nelle foto, si vede».
«Ah» Simone biascica «Boh, io te l'avevo detto che non sono capace a fare 'ste robe, cioè non...».
«Simone, non ho detto che sei venuto male» lo rassicura Andrea e abbozza una risata, priva di reale entusiasmo. «Anzi, sei venuto bene, ma sei troppo - impostato. Devi solo scioglierti un po'».
Scioglierti un po'. Simone vorrebbe fargli presente che è un po' difficile sciogliersi in quella posizione tutt'altro che comoda, visto che i gomiti gli fanno già male e una gamba ha iniziato a formicolargli. Tuttavia, non glielo fa notare. Piuttosto «E come faccio?» pigola.
«Beh, potresti parlare» viene suggerito.
«Parlare?».
«Sì, parlare».
«E di che?».
«Di quel che ti passa per la testa, non importa cosa».
Simone aggrotta le sopracciglia. Di solito pensa ad un sacco di cose, un miscuglio letale di pensieri che gli affollano il cervello senza una vera logica - la maggior parte, poi, riguardano in qualche modo Manuel e, in tutta onestà, non gli pare il caso di discuterne in quel momento.
Anche se di Manuel parlerebbe a tutte le ore del giorno e...
Mio Dio, piantala.
Ecco, non sa che frase formulare e dunque «Non mi viene niente, è che...».
«Quando andavo in quinta elementare, ho adottato un papavero rosso» Andrea lo interrompe e gli parla quasi sopra.
Simone è confuso, pure dalla sua espressione incredibilmente seria. «Cosa?» borbotta.
«Un papavero rosso» riprende l'altro «Nel senso - c'era questa signora che lo teneva sul davanzale della finestra, no? E io ci passavo davanti la mattina per andare a scuola, ma lo vedevo che lei non lo innaffiava mai, allora ci pensavo io, con l'acqua della borraccia che mia madre mi metteva nello zaino. Per cui, l'ho tipo adottato».
A Simone viene da ridere, in maniera spontanea e divertita. È a tal punto che, senza che se ne renda conto, una nuova foto viene scattata e stavolta risulta naturale. «È una cosa piuttosto - stupida» commenta.
«Beh, è la prima che mi è venuta in mente per farti capire che intendo».
Più o meno ha capito. Si sistema meglio sui gomiti, fa oscillare la gamba che tiene a penzoloni dalla panca. Alza per un attimo gli occhi verso il soffitto - altro scatto.
«Da piccolo, costruivo una capanna in camera mia» inizia a raccontare «Sai - uhm, con il lenzuolo. Spostavo la sedia della scrivania vicino al letto, avevo quella senza rotelle e mettevo tutte le coperte a terra e poi il lenzuolo grande sopra. Così era una – tipo una capanna o una cosa del genere».
Fa una breve pausa e un lieve sorriso si delinea sulle proprie labbra a quel ricordo.
Scatto.
«Ci passavo ora lì sotto, insieme ai pupazzi che avevo in camera, che erano come degli amici per me, alla fine» va avanti «Ed era bello. Era uno di quei posti dove andavo quando - quando mia madre piangeva troppo o quando urlava addosso a mio padre, che poi se ne andava sbattendo la porta e spariva per settimane o mesi».
Ora lo sguardo lo abbassa, l'espressione che ha sul viso cambia e un velo di tristezza si deposita su di esso. «Era l'unico posto dove non dovevo rendere conto a nessuno e dove potevo essere - me. Me, soltanto Simone. Dove potevo - scrivere o disegnare o stare semplicemente fermo con gli occhi chiusi a sognare, con i miei pupazzi» prosegue e gli sfugge una risata malinconica. Lo sguardo lo risolleva - e scatto.
«Incredibile come bastasse uno stupido lenzuolo sopra alla testa per sentirmi - bene e sentirmi me stesso» confessa «A volte penso che mi servirebbe anche ora, quella capanna. Solo che non credo avrebbe più lo stesso effetto».
Andrea preme un'ultima volta un dito sull'otturatore. Poi abbassa la Reflex. È rimasto ad ascoltarlo in silenzio, girandogli un po' attorno per scattare le foto, nonostante quel racconto non sia stato leggero come il proprio - anzi, tutto il contrario. Ma non ha ritenuto opportuno interromperlo.
Si morde piano l'interno della guancia. «Non ti serve una capanna» sussurra «Per essere te stesso, intendo».
Simone ride, privo d'entusiasmo. Ripensa alle parole che deve sentire ogni giorno a scuola, ai brusii, alle risatine di scherno, agli appellativi che deve incassare senza dire mai niente e che sotto alla capanna non esisterebbero.
Come non esisterebbero un sacco di altre cose, un'infinità di ostacoli e problemi, a volte inutili, paranoie e paure che pensava di aver superato, realizzando il proprio orientamento sessuale.
E invece no, c'è ancora tutto e delle volte è opprimente, se ci pensa troppo.
«Un po' sì, servirebbe» replica e si tira su, mettendosi a sedere in modo composto e scrocchiando le dita delle mani.
«No» insiste Andrea «Dovresti - sentirti libero di essere te stesso in qualunque luogo. Poi se la gente non capisce, fatti loro, onestamente». Smette di parlare per un attimo, soltanto per prendere posto al suo fianco e appoggia la fotocamera sul ripiano di legno. «Non ci si deve nascondere soltanto perché ci sono delle persone stupide» lo rassicura «Quelle, ahimè, esisteranno sempre. Ad alcuni bisogna spiegare le cose come si fa coi bambini, altri sono irrecuperabili, ma - nascondersi ci fa solo del male».
«Tu non ti nascondi?».
«No. Io sono quello che tenta di spiegare le cose». Accenna un'ulteriore risata. «Però, davvero - non hai bisogno di quella capanna. Per quel poco che ho visto, tu - vai benissimo così».
Un briciolo, Simone si sente rincuorato dalle sue parole. Non ha idea di come spiegarlo - ma neppure ha idea di come il proprio cervello lo abbia spinto ad esternare un concetto del genere in quel preciso momento; gli è venuto fin troppo naturale farlo. Ed è strano averlo fatto proprio con lui, che a stento conosce, alla fine.
Il sorriso che ha ancora stampato in faccia è lieve, gli curva appena le labbra poiché intriso di malinconia e di una leggera angoscia alla quale non è in grado di fornire un determinato motivo.
Probabilmente, perché un po' si sente capito, sotto un certo punto di vista.
Ad ogni modo, non si accorge del modo in cui Andrea gli si sia fatto più vicino - decisamente più vicino - di come lo stia guardando con le palpebre che si abbassano e si alzano in maniera lenta; realizza qualcosa quando poi lo vede allungare una mano, a spostare un riccio di capelli che gli è finito sulla fronte.
Pare muoversi tutto a rallentatore e Simone, per un attimo, si lascia trasportare dagli eventi senza opporre troppa resistenza. Difatti, rimane immobile quando Andrea si protende verso di sé, appoggia la bocca sulla propria e gli porta una mano sul lato del viso, accarezzandogli una guancia con un pollice.
Per una frazione di tempo davvero minuscola, Simone asseconda pure quel bacio: lo fa un po' allo sbaraglio, un po' perché colto di sorpresa. Ma dura davvero poco poiché finisce per spingerlo via con delicatezza, premendo un palmo sul suo petto e volta il capo, prendendo a fissare un punto vuoto sul pavimento.
«Scusa, io...» soffoca ed esita, con il cuore che gli martella nel torace e il fiato corto. «Cioè, io - sto con qualcuno».
Andrea rimane immobile per un momento, ancora col busto portato leggermente in avanti, nella sua direzione. Si ritrae in seguito e non sembra adirato e deluso. In realtà, sorride e «Fortunato questo qualcuno, allora» commenta.
Sì, fortunato. Quella è la prima volta che Simone esterna una cosa simile: gli è rimasta bloccata nel petto tale frase, dopo il weekend al lago, che lui sta con qualcuno.
Che lui sta con Manuel.
E adesso si sente più leggero ad averlo detto ad alta voce.
**
Simone torna a casa verso le 19:30, circa. Di foto ne hanno fatte ancora, per tutto il pomeriggio, nonostante nella stanza sia permaso un leggero imbarazzo.
Con un cenno del capo, saluta Anita - che vede indaffarata ai fornelli in cucina, e Dante, intento ad apparecchiare la tavola.
Mantiene lo zaino sulle spalle quando sale i gradini delle scale di legno, che scricchiolano sotto al proprio peso.
Al messaggio inviato quel pomeriggio, Manuel non ha più risposto e ha fatto qualche ipotesi su quale potesse essere il contenuto della parte cancellata.
Alcune sono ipotesi belle, altre un po' meno.
Raggiunge la stanza dell'altro ragazzo in maniera rapida, quasi corre nel corridoio. Si ferma sulla soglia della porta e lo trova seduto alla scrivania, con davanti aperto un libro di scuola - di italiano, immagina, e strano che stia addirittura studiando.
«Che avevi scritto?» pone quella domanda mentre entra nella camera e si chiude la porta alle spalle, senza girare la chiave nella toppa.
Manuel non si muove, gli rivolge un'occhiata distratta, grattandosi la tempia con il fondo della matita gialla che regge tra le dita. «Dove?» biascica.
«Nel messaggio che hai cancellato».
Strabuzza gli occhi e gli scappa una risata nervosa. «Niente, avevo sbagliato» taglia corto.
«Avevi sbagliato?».
«Eh, Simó, che non si può sbagliare a scrive qualcosa?».
Simone, nel frattempo, muove qualche passo nella sua direzione. Si ferma quando gli è abbastanza vicino per piegarsi sulle ginocchia ed essere, all'incirca, alla stessa altezza. Sorride e basta, senza aggiungere qualcosa a parole.
«Che ti ridi?» si lamenta da subito Manuel e getta la matita sopra al libro aperto, con fare distratto. «Fatte 'ste foto?».
«Seh».
«Immagino il capolavoro».
«Deve ancora mandarmele, hanno una fase di - tipo post produzione».
«Addirittura».
Simone lo vede nervoso, quindi okay, le presupposizioni su cosa possa aver scritto nel messaggio cancellato sono quelle belle. È il motivo che lo spinge a protendersi in avanti col busto, reggersi con una mano al bordo della scrivania e baciarlo sulle labbra, con gli occhi aperti per scorgere qualsivoglia reazione.
In un primo attimo, Manuel resta immobile. Ci impiega qualche secondo per fare effettivamente qualcosa, per aggrapparsi alla sua felpa beige e tirarla dal tessuto. Gli morde piano il labbro inferiore, poco prima di distaccarsi.
Simone sceglie di non dirgli quel che è successo con Andrea - perché, di fatto, ha fermato ogni cosa prima; non reputa opportuno farglielo sapere. Va bene così.
«Guarda che tra poco ce chiamano de sotto» fa presente Manuel.
«Lo so».
«Non potemo fà niente».
«Lo so». Simone annuisce e arriccia il naso. Gli deposita un rapido bacio, ancora sulle labbra, per poi riassumere una posizione eretta e fare mezzo passo indietro. «Quindi - questo perché?» è il quesito che l'altro gli pone.
Perché sto con te, gli vorrebbe rispondere.
«Perché mi andava» è ciò con cui, invece, replica davvero.
Senza porsi - forse erroneamente - più domande.
**
[Note autore:
Ciao a tutt*, grazie per aver letto fin qua.
Volevo solo spendere due parole sul comportamento di Manuel qui - perché lo so che ci si aspettava grandi scenate di gelosia per la questione di Andrea&Foto, but...
Diciamo che ammettere di essere geloso marcio e fare le scenate, per ora, per lui sarebbe troppo (del resto, i castelli di carta sono più per Simobale).
Preferisce la finta indifferenza a tutta la situazione - insomma, va tipo a cottura lenta? Non so se mi sono spiegata, vabbè, spero di sì.
Spero vi sia piaciuto il cap e non vi abbia annoiato troppo.
Alla prossima.
Lilith]
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