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Instagram

[Warning: la storia contiene scene/linguaggio explicit, mature content, possibile uso di slur]








«No, regà, nun potete proprio capì».

La voce di Luna arriva alle orecchie di Simone come un fastidioso trillo. Non che la ragazza sia effettivamente fastidiosa – tutt'altro, è forse una delle compagne che gli sta più simpatica tra tutte; il problema è che lo ha colto di sorpresa, mentre è sovrappensiero e, ecco...

Beh, è soltanto perché è inaspettato.

Simone è seduto al proprio banco in quella piccola aula del liceo Da Vinci, appena rientrato dalla ricreazione, poco prima che la campanella suoni. È in attesa dell'inizio della lezione successiva, di italiano. Ha ancora in bocca il sapore amarognolo del caffè delle macchinette – pessimo, da quando lo hanno cambiato, sicuramente per pagare di meno di noleggio del distributore.

Scorge Luna a qualche metro di distanza, in piedi, mentre altre compagne l'hanno raggiunta e circondata. Crede abbia in mano il cellulare, lo schermo del quale mostra alle amiche Laura, Chicca e Monica, con un sorriso stampato in faccia.

«Ho trovato il profilo de quello novo!» squittisce Luna e aggiunge una risata intrisa di eccitazione e un briciolo di isterismo. «L'ho stalkerato per bene, eh! Non ha la ragazza, gioca a tennis, ama la fotografia e c'ha pure la macchinetta. Cioè, regà, io me lo sposo a questo, è perfetto».

«Ma quello novo, er tipello de Brescia?» domanda Chicca, analizzando le foto sullo smartphone che l'amica continua a mostrarle. «E chi, se no?» replica Laura, con un sorriso «Lo ha già puntato questa».

«A' Là, qui bisogna organizzarse!» borbotta Luna e scrolla le spalle. Chicca ride e alza gli occhi al cielo: in realtà, è sinceramente divertita dalla tempestività con cui l'altra ragazza si sta organizzando, come fosse di vitale importanza, poi.

Simone osserva tale scena senza intromettersi. L'argomento nuovo compagno non gli interessa molto, non ha così tanta rilevanza nella propria vita, quindi il fatto che arrivi o non arrivi ad anno già iniziato - l'ultimo, tra l'altro - lo tocca poco. Scuote il capo, con un sorriso lieve che gli si dipinge sulle labbra.

Le quattro ragazze sono ancora intente ad analizzare ogni immagine contenuta su quel profilo Instagram, dagli scatti più recenti a quelli meno, persino dell'ultimo anno delle medie – che, per Luna, sono pazzeschi uguale.

«Madò, ma questo manco è arrivato e già gli state addosso, porello».

È una nuova voce quella che sopraggiunge e un po' rimbomba nell'aula. O forse fa quell'effetto soltanto a Simone, che sbatte rapido le palpebre quando la figura di Manuel rientra nel proprio campo visivo. Lo vede accanto a Laura, intento a sbirciare sul telefono di Luna quelle foto che destano così tanta attenzione, tenendo in mano una lattina di tè freddo alla pesca.

Manuel aggrotta le sopracciglia, mentre fissa uno degli scatti e «Ma per questo state a fa' sto casino?» borbotta «Pare un pischello borghese».

«Un pischello de classe, Manuel» lo rimbecca Chicca «Ma che te 'o dico a fa, che ne sai te de classe».

Di tutta risposta, Manuel gli fa una smorfia, scuotendo il capo. «Tu che dici, Simò?» esclama e fa un cenno del capo all'altro ragazzo. Sfila il telefono dalle mani di Luna - la quale si lamenta con «E daje, Manuè!», che viene del tutto ignorato – e gira lo schermo nella sua direzione. «Non te pare un pischello borghese?» domanda.

Di nuovo, a Simone sul serio non gliene frega niente. Da una posizione del genere, nemmeno vede bene l'immagine sul cellulare, per cui corruccia le labbra e «Boh» borbotta «Forse un po'».

«Forse un po'?» Manuel gli fa da eco: «Sei un po' cecato. Ma poi si vede che se la tira solo da una foto, pensa quando arriva».

«Sei soltanto invidioso!» strilla Luna e si riprende il telefono con uno scatto - Manuel solleva una mano, in cenno di resa e solo una, altrimenti rischierebbe di rovesciarsi il tè addosso. «Ma di questo?» dice, dopo «Te pare? Io non sò invidioso de nessuno».

«Seh, vabbè» è il commento di Chicca, che incrocia le braccia al petto. «Facciamo che ce crediamo».

Manuel non ha molta intenzione di continuare quel dialogo. Scrolla le spalle, con noncuranza, e supera le quattro ragazze - che vanno avanti a vedere e rivedere le foto di quel benedetto profilo Instagram - per andare a prendere posto al proprio banco.

Simone segue i suoi movimenti con gli occhi, pur cercando di non farlo troppo notare. Deve sempre cercare di non farlo notare e, a tratti, è persino estenuante.

La campanella non è ancora suonata, crede manchi soltanto qualche secondo. È parzialmente voltato nella direzione dell'altro e apre la bocca per poter dire qualcosa - non sa bene cosa, non ha molta importanza - ma viene preceduto da «Simò, ma tu ce l'hai Instagram?».

Simone ci impiega qualche secondo a realizzare che Luna - seguita da Chicca, Laura e Monica - si è piazzata di fronte a lui e ora è praticamente circondato dalle compagne di classe.

Tipo una mezza imboscata, ecco.

«Che?» biascica. Lancia un'ultima occhiata a Manuel, lo vede di profilo, mentre sorseggia il tè in lattina e a lui non presta attenzione.

«Il profilo Instagram» spiega Monica, con ovvietà. «Perché ti abbiamo cercato, ma non ci sei» fa notare Chicca «A meno che tu non abbia un nome falso».

Simone fa cenno di no col capo e «No, non lo uso» risponde.

Luna alza gli occhi al cielo. «Madonna, Simò!» esclama «Ma dove vivi, nel medioevo?». Ride. «Dai, damme il telefono».

«Perché?».

«Te faccio il profilo».

Simone è confuso, aggrotta le sopracciglia. «Ma non me va» borbotta. Non gli va sul serio. Non è per niente tipo da social network: una volta ha provato ad utilizzare Facebook, ma non ci ha capito nulla; ha creato un profilo su Twitter, però si è scordato la password dopo tre accessi. Instagram va proprio al di là della propria comprensione.

Luna gli sta ancora di fronte, con una mano col palmo rivolto verso l'alto, nell'attesa che la richiesta fatta venga esaudita.

«Non me va» ripete Simone «E poi non so manco a che serve».

Le quattro compagne scoppiano a ridere. «A farsi li cazzi de' li altri, Simò» dice Chicca «A questo serve Instagram».

«E perché dovrei...».

«A' Simò, e damme 'sto telefono!» sbotta Luna.

Okay, quella ragazza dai lunghi capelli castani e occhi verdi ha la straordinaria capacità di essere convincente – o quantomeno di ottenere sempre ciò che vuole. E Simone di tenerle testa non è capace, tantomeno ne ha voglia. Così alza gli occhi al cielo, solleva il bacino ciò che basta per recuperare il telefono dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo sblocca e le porge l'oggetto. Luna sorride soddisfatta, mentre già fa scorrere le dita sul touchscreen.

Simone manco si preoccupa che possa vedere qualcosa di compromettente sul telefono: non tiene pressoché nulla lì sopra, anzi, quando può sposta tutto ciò che non deve essere visto sul computer, quindi, a parte qualche foto di gatti o memes che fanno ridere solo lui, niente può essere osservato o frainteso.

«Quasi fatto» annuncia Luna, con ancora Laura, Chicca e Monica attorno che analizzano ogni suo passaggio e le danno pure qualche consiglio. «Simò, ma nun ce l'hai foto tua?» dice «Tieni solo foto di gatti qua sopra».

Simone scrolla le spalle, con indifferenza. Lancia una rapida occhiata a Manuel, quasi in maniera spontanea – cosa che gli capita spesso, a dire il vero – ma ancora una volta, a parte il suo profilo, non ha nessuno sguardo in cambio, né un briciolo di attenzione.

E perché dovrebbe, poi.

«Boh, non è che me ne faccio tante» si giustifica.

Luna scuote il capo «Vabbè, come foto profilo t'ho messo la prima che ho trovato» esclama «Basta che poi la cambi».

«Ma tanto non lo uso».

«Seh, vabbè. Tempo due settimane e diventi un influencer, dai retta a me». La ragazza ridacchia, insieme alle amiche. Termina la creazione di quel profilo Instagram non richiesto e posa il telefono sul banco. «Mi ringrazierai».


**


Il profilo che Luna ha creato porta il nickname di simobale e ha la foto profilo di un gatto grigio.

La fantasia non l'ha mai troppo accompagnata, ma quantomeno, Simone pensa, ha evitato nomignoli imbarazzanti – tipo thecatboy.

Ora è seduto sul muretto di pietra davanti alla scuola, a fine delle lezioni. Sta fissando lo schermo del proprio telefono, sul profilo Instagram vuoto che ha quattro seguiti e sempre quattro follower – poiché Luna ha pensato bene di collegare già i loro profili.

Non ha cambiato idea su quel social, non crede lo userà, anzi, lo fa pure piuttosto ridere il fatto che tutti – a scuola e fuori – ne siano così ossessionati. Scuote il capo, blocca il telefono e lo infila nuovamente nella tasca anteriore dei pantaloni beige che indossa.

«Allora te sei fatto Instagram?». Una voce fin troppo familiare gli giunge alle orecchie e manco fa in tempo a realizzare che Manuel, con un lieve balzo, gli si è già seduto accanto. Gli rivolge un'occhiata rapida e «Seh» risponde «Ma tanto non ho intenzione di usarlo».

«E perché? Vedi che è figo».

Simone aggrotta le sopracciglia. «E tu come lo sai?» esclama «Hai un profilo Instagram?».

«Certo che ho un profilo Instagram, per chi mi hai preso».

«Pensavo non t'importassero 'ste robe».

A Manuel sfugge una risata. «Solo a te non importano 'ste robe».

Sono seduti vicini, le loro spalle si sfiorano appena. Simone cerca di non dare troppo peso a quel minuscolo e insignificante particolare, tenta di non pensare al cuore che gli impazzisce dentro al petto ogni qualvolta che ciò accade, che entrano in contatto in qualche modo, in maniera del tutto casuale e fin troppo naturale – quasi il contatto fisico fosse vitale, insomma.

«Ci dobbiamo seguire?» borbotta e nasconde il fatto che le guance gli si siano appena tinte di rosso.

Manuel corruccia le labbra in una smorfia. «Te vuoi fa' i cazzi miei, Simò?» ridacchia.

«No» si affretta a replicare Simone «Boh, così, per dire. Tanto l'ho detto che manco so usarlo» taglia corto. Manuel scuote appena la testa, poco prima di scendere dal muretto e «Vabbè» dice «Annamo a casa?».

Per una frazione di secondo, Simone è distratto, tanto che recepisce con leggero ritardo l'ultima frase; distratto da cosa non lo sa, a volte si sofferma troppo a rimuginare su pensieri piuttosto sconnessi che gli affollano la testa ed è bravo a lasciarsi sopraffare da essi in qualunque momento.

Così, alla fine, si limita ad annuire e a seguire l'altro ragazzo verso la moto dalla carrozzeria bianca che di solito lasciano parcheggiata davanti all'edificio scolastico.

Ne usano una soltanto adesso che condividono la casa – quindi i cazzi suoi potrebbe farseli pure senza Instagram, per inciso.

È successo da quando è iniziata la relazione tra Dante, il padre di Simone, e Anita, la madre di Manuel: sono, in pratica, diventati una famiglia all'interno della villetta dei Balestra.

A Simone non è mai andata troppo a genio la cosa – non l'unione di Dante e Anita, piuttosto il fatto di avere Manuel in giro per la villetta ventiquattro ore al giorno. È terribilmente difficile non pensare a lui quando ha la sua faccia davanti agli occhi in ogni momento.

Quantomeno non sono costretti a condividere la stessa stanza e ne hanno due separate, altrimenti impazzirebbe.

Che tanto poi manco serve perché...

«Oh, te movi?».

Simone si è perso nella propria bolla di pensieri che, di nuovo, recepisce quella frase con ritardo. Sbatte rapido le palpebre, per notare Manuel già in sella alla moto, che gli porge il casco.

«Ci sono» biascica. Afferra e infila il casco. In seguito, prende posto seduto dietro l'altro ragazzo, aspettando che accenda il motore e, dopo, parta verso casa.


**


Alle nove e mezza di sera, simobale ha raggiunto ventiquattro follower su Instagram.

Simone non ha idea del perché, dato che ha la foto profilo di un gatto, non ha caricato null'altro, quindi non c'è assolutamente nessun motivo per seguirlo. Eppure succede.

È sdraiato nel letto, con il lenzuolo celeste attorcigliato alle gambe, la fioca luce del telefono gli illumina il volto, mentre scorre tra i nickname delle persone di quei follower.

Dio, gli suona terribilmente strana quella cosa.

Alcuni li riconosce subito, come lauretta05, kikkaaa_ - beh, non che ci voglia una scienza - e con forse non sorpresa, trova anche la notifica di manufe ha iniziato a seguirti.

Non ci ragiona per mezzo secondo quando clicca su quel nome e va ad aprire una nuova pagina. La foto che intravede nel piccolo cerchio in alto a sinistra è in bianco e nero, un selfie dove è visibile soltanto metà viso nella penombra. Di post ce ne sono soltanto due: si tratta di una foto con Anita, dove ridono entrambi, e come didascalia ha soltanto un cuore rosso; l'altro ha come soggetto il Colosseo, presume verso il tramonto, e non ha alcuna descrizione.

Si morde piano il labbro inferiore. In realtà non ha neppure ricambiato il Segui e si trattiene dal mettere un Mi piace su quelle foto – si fa così, no? Da quel che ha capito, si può mettere i Mi piace alle foto degli altri, che è un po' quello lo scopo dell'intero social network.

Ma sarebbe stupido farlo, un briciolo lo sa pure.

«Che fai, non ricambi?».

Cristo.

Simone sussulta appena – che Manuel dovrebbe smetterla di spuntare senza un minimo di preavviso in camera propria. Glielo ha detto almeno un migliaio di volte.

Rotea gli occhi, lentamente si mette seduto sul materasso e blocca il telefono attraverso il tasto laterale, abbandonandolo tra le lenzuola. «Ti ho detto che non mi va di usarlo» spiega, scrollando le spalle.

Manuel è fermo sulla porta; è la stessa che, qualche secondo dopo, supera e chiude, girando la chiave nella toppa. Muove dei passi in maniera distratta.

«Hai fatto ventiquattro follower con la foto di un gatto» dice e gli sfugge una mezza risata «Se ne metti una tua, fai er botto». Smette di avanzare quando è più vicino al letto. Indugia per un istante, prima di prendere posto su di esso, distante solo qualche centimetro dall'altro ragazzo.

«Non penso proprio» mormora Simone. Rimane immobile, col capo appena inclinato su di un lato.

L'intera stanza è illuminata soltanto dalla luce fioca dell'abat-jour sul comodino di legno verde menta. Riesce a scorgere in maniera non definita i contorni del volto di Manuel, i suoi lineamenti definiti, l'accenno di barba che ha cominciato a rasare di recente e che quindi risulta visibilmente più corta rispetto al solito, i capelli castani e ricci che sono sempre scompigliati per quanto cerchi di tenerli a bada.

Gli fa sempre uno strano effetto, vederlo. Perché pensa perennemente al fatto che sia bello – il più bello della scuola – e di esserne, a tratti, persino dipendente da tale bellezza.

Ecco, per l'ennesima volta, Simone si perde in nuovi pensieri che, alla fine, girano attorno alla figura di Manuel e non può fare nulla affinché questo non accada.

In certi momenti gli sembra di fantasticare troppo.

In altri meno.

Come in quell'istante in cui gli basta abbassare di poco lo sguardo per vedere la mano dell'altro allungarsi lentamente verso di sé. Percepisce i suoi polpastrelli sfiorare la propria coscia attraverso il tessuto sottile di cotone dei pantaloncini grigi che ha indosso. Deve trattenere il respiro e mordersi piano il labbro inferiore.

Com'era il fatto che avere un contatto fisico è vitale?

Ecco.

Cerca di scrutare il suo volto, di incrociare il suo sguardo mentre ciò succede, ma non ne è in grado. Piuttosto lo lascia fare, finché quella stessa mano non risale un briciolo, più verso la pancia e allora «Manuel...» lo richiama. Alle orecchie gli arriva il suo sospiro sommesso, molto simile ad uno sbuffo.

«Che?» ribatte questo, sollevando di un briciolo la testa.

È allora che Simone lo può guardare negli occhi, pur nella penombra. «La volta scorsa non era l'ultima?» biascica.

Non ha bisogno di specificare cosa. Lo sanno entrambi a che si riferisce tale quesito.

Manuel ride, privo d'entusiasmo. «L'avemo detto pure quella prima» dice, a bassa voce.

«Lo diciamo tutte le volte».

Non aggiunge null'altro, probabilmente perché non ha idea di cosa davvero dire. Le parole rovinano tutto. Almeno, questo è ciò di cui è convinto: che parlare non serve, che per loro sia superfluo, che è più facile nascondersi nei gesti, in quel che fanno da un po'.

Da almeno un anno o magari di più.

Sicuro di più, perché in seguito alla notte trascorsa in quel cantiere il giorno del compleanno di Simone, tra rabbia e luci rosse, ha perso il conto delle volte in cui è successo.

Le volte in cui i loro corpi si sono uniti.

Quindi Manuel tace, soffoca qualsivoglia sillaba in un bacio sulla bocca, avido e violento: tira Simone a sé, infilando una mano tra i suoi capelli e pizzicandoli appena sulla nuca. Quest'ultimo si lascia scappare un gemito, che si sente a stento, mentre le loro lingue si intrecciano e quasi riconoscono, in quell'abitudine che li consuma e travolge.

Manuel si sposta e solleva, per poter puntare le ginocchia ai lati dei fianchi dell'altro, poi farlo stendere sul materasso. Gli afferra i polsi con entrambe le mani e glieli blocca all'altezza della testa.

Da una simile posizione, Simone manco riesce più a muoversi. Di fatto, non vuole farlo. Sta bene lì, con i baci di Manuel che adesso vanno ovunque: sulle labbra, sugli zigomi, sul collo – soprattutto sul collo – dove si soffermano perché il ragazzo mordicchia la pelle, la tira e succhia quella piccola porzione lasciata scoperta dalla t-shirt bianca.

«Manuel...» sospira Simone, gli esce fuori in un soffio, seppur si stia persino trattenendo. Manuel si ferma per un brevissimo istante, alzando il capo per potersi guardare in faccia. Sfiora la punta del suo naso con la propria e «Simò» bofonchia «Se non stai zitto, rischiano de beccarce».

«Mio padre o tua madre?».

«Tutti e due. 'Sti muri sò de carta» parla a voce bassa – bassissima. Gli scappa addirittura un mezzo sorriso. Non prosegue quel principio di dialogo – ancora, non occorrono le parole, se lo ripete mille volte in testa.

Riprende a baciarlo con più foga, andando in apnea e osando una spinta utile a far collidere i loro bacini e strappare a tutti e due un gemito appena più forte.

Simone si lascia scappare una risata quando sente il suo accenno di barba solleticargli la pelle al di sotto della mandibola. Strizza le palpebre e «L'hai chiusa la porta?» domanda.

«Secondo te non l'ho chiusa la porta?».

«L'altra volta te sei scord--» quella frase non trova una fine poiché Manuel una mano l'ha spostata a racchiudergli il viso, stringendo le dita attorno alle guance. «Perché vuoi sempre tanto parlà, Simò?» sbuffa. In realtà, il tono che usa non risulta nemmeno troppo arrabbiato - divertito, semmai.

È una delle ragioni per le quali Simone ride ancora – o cerca di farlo – poco prima che i baci riprendano; e sono quelli che si uniscono al loro spogliarsi a vicenda in movimenti che sono sempre goffi, delle volte sconclusionati – tipo che si incastra la maglietta con la testa ed è capitato che Manuel, letteralmente, gliela strappasse via per non perdere tempo.

Da nudo, pensa Simone, Manuel è ancora più bello: può ammirare il suo fisico asciutto, i muscoli definiti e poco accentuati, i tatuaggi che gli costellano il petto e l'addome – come il serpente attorcigliato sullo sterno o le due rondini che convergono sulle anche, le stesse che, in quel momento, vorrebbe baciare, una alla volta. Ma non può poiché è ancora impossibilitato a muoversi per davvero – l'altro ragazzo si è spostato soltanto per concedergli di rimuovere i pantaloncini e, in seguito, i boxer di cotone neri.

Manuel si sporge nuovamente in avanti, baciandolo dapprima sulle labbra in maniera rapida, sulla parte più esterna dello zigomo soltanto per sussurrargli ad un orecchio: «Te giri?».

«Mi giro io?».

«Oggi sì».

Simone attende che l'altro ragazzo gli si levi di dosso giusto per permettergli di voltarsi e ritrovarsi in posizione prona sul materasso. Sposta il cuscino che rischia di finirgli in faccia, buttandolo alla rinfusa su di un lato di quel letto ad una piazza e mezza. Poi socchiude gli occhi e sente soltanto dei rumori, come ad esempio quello del cassetto del comodino che viene aperto, per recuperare - sa benissimo cosa.

Solleva le palpebre nell'istante in cui Manuel posa le labbra sulla propria spalla, poi in mezzo alle scapole, e più giù, sopra al coccige.

Simone sente le sue mani accarezzargli i fianchi: percepisce la sua pelle ruvida sulla punta delle dita e la maniera poco delicata con cui, in seguito, gli sfiora la parte bassa del gluteo.

Le sensazioni che lo colpiscono in certi momenti sono sempre le stesse e si lascia sopraffare ogni volta: perché lo sa che quei attimi così belli che trascorre in una camera da letto con la porta chiusa, rimangono lì dentro, fuori non escono mai ed è un aspetto che un briciolo lo ferisce. Eppure non può farne a meno poiché sono i soli istanti in cui Manuel diventa un po' suo ed è tutto ciò di cui si può accontentare.

È stata una decisione di comune accordo, più o meno.

Non che ci sia stato un accordo scritto, anzi, probabilmente non ne hanno mai parlato per davvero.

Solo qualche frase, con taciti assensi.

«Simó, ma che l'hai preso alla ciliegia?» borbotta Manuel ad un tratto.

Simone cerca di girarsi col capo per poterlo osservare, con scarsi o nulli risultati, così ci rinuncia e si limita a rispondere «C'era solo quello. Non va bene?».

«Boh, c'ha un odore strano».

«Mica devi odorarlo». Rotea gli occhi. Stanno davvero discutendo sulla profumazione di un lubrificante? A quanto pare sì.

Gli sembra assurdo perché non ha davvero importanza.

Come tutto il resto, in fondo.

Le palpebre le socchiude di nuovo. Per un momento torna solamente a sentire, senza vedere.

E in tal modo ogni sensazione risulta amplificata, come le dita di Manuel che gli si insinuano dentro in modo un po' rude pur con l'uso del lubrificante - che però è già migliorato, rispetto alle prime volte (hanno visto dei video, insomma, per non compiere gesti che avrebbero potuto nuocere ad entrambi) in cui gli faceva pure un briciolo male; perlomeno adesso il dolore, nonostante sia presente, è più sopportabile perché dura poco e si mescola rapidamente al piacere.

Alle orecchie gli arriva anche lo strappo dell'involucro del preservativo. Per un istante non percepisce nulla perché immagina cosa stia facendo l'altro.

Torna a vedere poco dopo, anche se davanti ha soltanto la spalliera del letto. «Manuel?» lo richiama piano, ma non ottiene risposta, non verbale.

Piuttosto percepisce la sua erezione già piena inglobata nel profilattico che prima gli solletica la pelle, sul coccige, e scende piano giù, in maniera lenta gli scivola dentro con una lieve spinta.

Simone sobbalza leggermente e con una mano stritola il lenzuolo, stringendolo forte tra le dita. Si morde il labbro inferiore per soffocare un gemito.

A tal punto, Manuel fa aderire il proprio petto alla sua schiena, frattanto che affonda con cadenza irregolare al suo interno. Ci impiega un po' a prendere un ritmo più omogeneo.

«Manuel...» ora Simone fatica a trattenersi e il suo nome lo tira fuori in un urlo strozzato. E Manuel è subito pronto a quietarlo, mettendogli una mano sulla bocca e sibilando al suo orecchio «Shh, ce sentono».

Simone può soltanto annuire, arrendendosi alle spinte che divengono più rapide, più intense, che lo fanno tremare, il tutto mentre il palmo dell'altro ragazzo non si sposta, rimane fermo sulle proprie labbra impedendogli, a tratti, persino di respirare.

Però non si lamenta, non troppo. Gli piace anche così.

La propria, di erezione, gli duole, perché schiacciata contro il materasso e non ha la possibilità di toccarsi per soddisfarla. Deve aspettare.

Manuel rimuove la mano solo in quell'istante, sfiorandogli le labbra con l'indice e il medio e sono le stesse dita che Simone accoglie nella bocca e succhia in maniera estremamente lenta - perché si ricorda che è una cosa che all'altro piace seppur non glielo abbia mai davvero detto. Lo ha capito e basta.

L'orgasmo sopraggiunge per primo per Manuel, che si accascia sul corpo dell'altro ragazzo, mordendogli con delicatezza la spalla - utile a trattenere un lieve urlo. In seguito, scivola su di un lato, sul materasso, il che permette a Simone di sollevarsi un briciolo col bacino; ha come prima intenzione quella di andare a toccarsi per raggiungere pure lui il culmine del piacere. Tuttavia, Manuel lo anticipa ed è una di quelle cose che capita più di rado - cinque volte in tutto, Simone le ha contate nell'ultimo anno.

Sente le sue dita masturbarlo in maniera docile, lenta e trattiene l'ennesimo gemito. Cerca di voltare il capo perché vorrebbe baciarlo, ma non ci riesce da tale posizione per cui resta fermo e raggiunge in quel modo il proprio, di orgasmo, rilasciando un sospiro sommesso - e stavolta non urla, non emette suono, trattiene tutto.

«Cazzo, Simó» bofonchia Manuel. È finito in posizione supina sul letto. Simone è ancora sdraiato su di un fianco e ne approfitta soltanto allora per girarsi, di poco, per poter finalmente guardarlo in viso. Sono entrambi sudati, con le ciocche di capelli che si sono appiccicate alla fronte. «Cosa?» mormora, col fiatone.

«Questa è davvero l'ultima volta» attesta Manuel.

«Non ci credi manco tu» gli fa presente Simone, accennando una risata. Che in realtà lo spera non sia l'ultima, lo fa sempre, sebbene la propria parte più razionale lo sgrida e gli ricorda che dovrebbe esserlo, l'ultima volta, che dovrebbe sottrarsi da quel circolo vizioso che hanno creato. Eppure, seguendo solamente il cuore, la pancia... No, resta lì.

Manuel, comunque, non dice assolutamente niente, forse perché tale consapevolezza ce l'ha anche lui e non ha ancora deciso se gli stia bene o meno.


**


La mattina seguente, Simone sente la sveglia a stento. Quando si desta, immagina di trovare Manuel ancora al proprio fianco, ma questo non accade: l'altro ragazzo è sgattaiolato via poco dopo, lasciandolo con manco un bacio di saluto.

Ma che rimanesse a dormire per tutta la notte, non lo ha mai messo in conto. Succede rare volte, quasi mai, in pratica.

Fa una doccia piuttosto rapida e si veste, lasciando i capelli ancora bagnati. Mette un jeans chiaro, una camicia azzurra e sopra una maglia bordeaux a maniche lunghe.

In cucina, il tavolo per la colazione è già apparecchiato e sono presenti soltanto Anita e Manuel. Simone prende posto vicino a quest'ultimo. Ha già il telefono in mano e ha visto delle notifiche di Instagram. È abbastanza sicuro che Luna c'entri qualcosa in quei altri dieci follower ottenuti durante la notte, ma non perde tempo ad indagare.

Manuel gli riserva un'occhiata piuttosto fugace.

«Ma voi li avete sentiti quei rumori stanotte?» esclama Anita, inzuppando un biscotto al burro nel caffè della tazzina di ceramica che ha davanti. Simone strabuzza gli occhi, evita di guardare che espressione abbia mai assunto l'altro ragazzo e «No» finge indifferenza «Quali rumori?».

«Boh, non lo so, tipo dei lamenti».

«Lamenti?».

«A 'ma, e saranno i gatti fuori» interviene Manuel. Sembra piuttosto tranquillo, in realtà, mentre prende un morso della Nastrina pera e cioccolato che ha appena scartato.

«I gatti?» Anita non è convinta. Il figlio, invece, annuisce. «Eh, ce ne stanno un sacco qua fuori» insiste.

«A me non sembravano gatti».

«Fidate, li ho sentiti pure io».

Durante quel breve dialogo, Simone rimane in silenzio. Non ha idea di come faccia Manuel, di come sappia districarsi pure in situazioni del genere. Lui, per il momento, si è limitato a sbiancare e a trattenere il fiato - che poi manco gli importa davvero che lo scoprano o meno, in tutta onestà, si leverebbe un peso.

Ma così sono gli stupidi accordi silenziosi: è solo sesso, manteniamo il segreto.
E via discorrendo.

Il resto del discorso manco lo sente. Vede soltanto Anita buttare giù tutto d'un fiato il caffè, alzarsi e salutarli frettolosamente per recarsi a lavoro, al museo dove ha impiego da più di un anno.

Simone crede di poter tornare a respirare soltanto allora. «Ma ha - seriamente creduto alla roba dei gatti?» domanda, abbozzando una risata.

Manuel gli rivolge uno sguardo veloce. «Beh, se eviti de diventà un lenzuolo bianco ogni volta, me invento qualcosa de mejo» borbotta. «E comunque seh, mi madre crede a tutto».

«Sì, ma...» fa per dire ancora Simone, ma viene preceduto dall'altro che si mette in piedi con ancora la bocca piena e «Te aspetto fuori, muoviti che è tardi» si congeda.

Bene.

Simone si ritrova solo, di nuovo, in una cucina silenziosa. Che poi eviterebbe di sbiancare ogni volta, davvero, ma in quei casi non sa mai cosa fare.

Crede sarebbe molto più facile dire tutto e basta e invece...

Scuote il capo. Cerca di buttare giù qualcosa da mangiare - opta anche lui per una Nastrina - mentre lascia scorrere le dita sul touchscreen dello smartphone. Non ha sbagliato sulle notifiche di Instagram e quei nuovi nomi manco li conosce.

Alla fine, l'unica azione che compie è quella di andare sul profilo di manufe e cliccare su Segui anche tu.


**


Quando giungono a scuola, Manuel lascia il motorino sempre al solito posto, davanti all'edificio dove sono parcheggiati altri veicoli a due ruote e pure delle bici.

Simone scende dalla sella per primo, attende che il compagno faccia lo stesso. Per istinto - non ci sta davvero pensando - gli mette una mano sul fianco, sopra la giacca. Nella propria testa, è solamente per aiutarlo o per paura metta un piede male e cada a terra. Tuttavia, tale azione viene vista da Manuel in modo opposto, tant'è che gli riserva un'occhiata truce e rimuove la sua mano in malo modo, quasi avesse fatto chissà che; manco gli dice niente quando poi si allontana con ancora il casco in testa.

Simone si sente un briciolo mortificato ad essere mollato lì, in quella sorta di parcheggio per motorini come se avesse compiuto chissà quale atto terribile.

Ma è terribile non poter essere come la sera prima, tra le lenzuola.

Cerca di seguire la sua figura, lo vede raggiungere gli altri compagni di classe, ancora fermi davanti all'ingresso del liceo scientifico Da Vinci.

Dovrebbe seguirlo, ma probabilmente non reggerebbe il suo sguardo – tagliente e micidiale - in quel momento.

Così si leva il casco, lo soppesa in mano.

«Bella moto». Una voce gli giunge alle orecchie. Non l'ha mai sentita e lo fa sobbalzare. Gli occorre voltarsi dal lato opposto per osservare un ragazzo alto, dai capelli castano scuro e ricci e un accenno di barba sugli spigoli della mandibola; è piegato sulle gambe e lega con una catena ad un palo di metallo una bici dalle rifiniture verde smeraldo.

Simone aggrotta le sopracciglia. «Ma parli con me?» borbotta.

Il ragazzo scrolla le spalle. Fa scattare il lucchetto e torna ad avere una posizione eretta. Si guarda attorno con fare plateale e «Vedi qualcun altro?» ridacchia.

No, effettivamente no.

Che stupido. Simone fa cenno di no con la testa. «Uhm, grazie» biascica «Non è mia».

«Fa niente, è bella uguale».

Quell'individuo non l'ha mai visto. Ed è strano poiché in quella scuola le sezioni sono poche e lui conosce pressoché tutti. Ciò nonostante, non gli interessa davvero scoprire la sua identità, soprattutto quando il proprio pensiero sta ancora rincorrendo Manuel e il modo in cui lo ha appena allontanato.

«Io sono Andrea, comunque».

L'ennesima frase che Simone recepisce in ritardo. E quell'Andrea lo vede che gli sta ponendo la mano, aspettando che la stringa. «Che?» borbotta.

«Andrea» viene ripetuto. «Il mio nome. E il tuo è...».

Oh. Adesso comprende. «Simone» si presenta e ci impiega un po' a ricambiare il gesto cortese, in maniera rapida.

«Simone e poi?».

«Poi che?».

«Avrai un cognome, no?».

Simone è persino un po' confuso. Ma è un interrogatorio?, pensa - no, è solo una semplice interazione sociale, solo che non ci è abituato. «Balestra» borbotta e pare che le frasi gliele stiano tirando fuori a forza.

Un po' è pure così: Simone Balestra e il rapportarsi ad altri esseri umani sono due cose che viaggiano su due rette parallele senza incontrarsi mai. Sul serio, dovrebbero fargli un manuale d'istruzioni apposito.

Andrea sorride. «Piacere di conoscerti, Simone Balestra».

Simone aggrotta le sopracciglia. Non capisce quella curiosità e trova quel tipo addirittura un tantino inquietante. Così si sforza di curvare le labbra all'insù, un briciolo teso. «Uhm, okay» dice «Io - devo andare».

Andrea annuisce. «Certo» esclama «Ci becchiamo in giro».

Simone non comprende manco quella frase e, in tutta onestà, non spera proprio di beccarlo in giro. Si allontana in maniera rapida. Il gruppo di amici è ancora per metà fermo fuori dalla porta di ingresso; tra di loro c'è anche Manuel, ma non si ferma in tale compagnia, piuttosto varca la soglia dell'edificio scolastico e raggiunge la classe.

L'aula è ancora parzialmente vuota - attendono tutti l'inizio della prima ora col professor Lombardi, quello di latino, chiacchierando nei corridoi, nel frattempo.

Ma Simone di parlare non c'ha voglia - addirittura evita di incrociare lo sguardo con Luna, che gli farebbe domande sul profilo Instagram, supplicandolo di mettere un selfie o robe simili.

E col cazzo che ce lo mette, un selfie.

Prende posto al proprio banco, quello solito, levandosi la giacca blu imbottita all'interno di finta lana bianca – un po' pesante per essere ottobre, ma fa niente - e la deposita sullo schienale della sedia di legno su cui prende posto.

La campanella suona qualche istante. Simone si ritrova a mordersi piano il labbro inferiore - perché l'arrivo di Manuel in classe lo rende nervoso e manco dovrebbe, non ce n'è motivo. Tuttavia, ciò non avviene: qualcuno lo precede di una manciata di secondi.

Simone vede quello strano ragazzo conosciuto poco prima – Andrea si chiama, giusto? - che varca la soglia dell'aula, tenendo una giacca di pelle in equilibrio sull'avambraccio. Cammina tra i banchi e va a sedersi in quello di fianco a lui - lo stesso che, di solito, occupa Manuel.

«L'ho detto che ci beccavamo in giro» esclama Andrea, rivolgendogli un sorriso divertito. Simone realizza in quel momento che, con molta probabilità, il ragazzo che ha davanti è lo stesso di cui parlava Luna il giorno prima, quello nuovo di Brescia che si aspettavano per fine mese - evidentemente ha fatto prima. Stupido a non averlo realizzato prima.

Fa per dire qualcosa, ma una nuova voce sopraggiunge: «Quello è il banco mio».

A Simone è sufficiente spostare lo sguardo di qualche centimetro per vedere Manuel, in piedi di fronte al pischello borghese (così lo ha chiamato dalle foto di Instagram), con lo zaino che gli pende da una spalla.

Andrea abbozza una risata. «Vabbè, mica c'è scritto il tuo nome» fa notare.

Manuel aggrotta le sopracciglia. «Che vor dì? È comunque er banco mio». Nonostante una simile affermazione, Andrea non sembra proprio propenso a spostarsi. Manuel lancia uno sguardo a Simone, a chiedergli silenziosamente di intervenire, ma questo non ha idea di cosa fare o dire - come al solito.

«Manuel, per cortesia, ci sediamo?». Il professor Lombardi, nel frattempo, ha già preso posto alla cattedra. Manuel allarga le braccia, esasperato, voltandosi verso l'uomo dai capelli grigi e «Il mio banco è occupato da 'sto qui» borbotta.

Il professore rotea gli occhi. «Mettiti qui davanti e finiamola con queste baggianate, su» lo rimprovera e gli indica la postazione lasciata vuota in prima fila.

Manuel guarda ancora una volta Simone, poi Andrea che gli rivolge un sorriso ironico e beffardo. Capisce che non l'avrà vinta e non ha voglia di lottare per una cosa così stupida.

Che, per lui, stupida non lo è mica tanto, ma questo è un discorso a parte.

Sbuffa e si accontenta del primo maledetto banco. Mentre si siede, volta per un attimo il capo indietro, ad osservare Simone che non ha fatto assolutamente niente per impedire che ciò accadesse.

E quest'ultimo finisce addirittura per sentirsi un briciolo in colpa, tant'è che mima uno «Scusa» che dall'altro, però, non viene recepito.





[Note autore:
Ciao a tutt*
Avevo un po' di ansiella a pubblicare questa cosa. Insomma se non ci sono tragedie di mezzo, ho sempre timore di essere banale. Comunque..
La storia ha tenori un po' diversi rispetto al mio solito, ha parecchie scene spinte (quindi se vorrete proseguire, preparatevi) e spero non risulti boh bruttarella dai.

Come sempre ricordo che stiamo parlando di personaggi di fantasia, non fa mai male ribadirlo.
Grazie per aver letto fin qui.

Lilith

++note autore parte 2 (aggiunte post)
Questa storia è nata in solitaria,
ma poi è diventata qualcosa di più.
Tutti i social che troverete da qui in poi, insieme allo sviluppo della trama, sono stati pensati da me e G. - @/milkov11ch - e di sicuro senza di lei non sarebbe stato mai lo stesso.
Domino è una storia nata in un pomeriggio ordinario e noioso, poi è diventata un rifugio e una casa.

Spero vi piaccia.
Un bacio.

Lilith e G.

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