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Furia




La campanella suona e pone fine all'ennesima giornata di lezione al liceo Da Vinci, anche se, per gli studenti all'ultimo anno, ogni rinnovato trillo rappresenta un tassello in quel conto alla rovescia che li condurrà al termine della scuola, al temuto esame di maturità, ad un futuro da costruire pieno di aspettative e certi nuovi problemi.

In quinta superiore, il tintinnio della campanella si vive più con un senso di angoscia che di liberazione perché, un giorno, essa suonerà per l'ultima volta e tutto sarà diverso.

Simone è uno degli ultimi ad alzarsi dal banco.

L'ora con la professoressa Castelli non l'ha seguita molto - come le precedenti, del resto. Ha passato quel tempo a torturarsi le dita tremanti, con lo sguardo basso, distratto; di tanto in tanto, ha posto l'attenzione sul banco vuoto accanto a sé - Andrea non si è presentato a scuola quella mattina - oppure a quello in prima fila, riempito da quella folta chioma di ricci castani che riconoscerebbe tra mille.

È folle essere così in confusione e dilaniato da qualcosa che altri definirebbero una situazione irrisoria e ridicola, di poco conto.

Le immagina benissimo, le parole altrui: ma che ti manca, Simone? Non hai ragioni per stare così. Ma che dovrei dire io? Insomma, c'è sicuramente di peggio al mondo, dai, fatti forza.

E lui lo sa benissimo che c'è di peggio, che i problemi dipendono dalla prospettiva da cui si guardano, eppure ci sono tante voci nella sua testa che prendono e analizzano ogni particolare della propria vita, pure il più stupido, lo scompongono e tirano fuori tutti gli aspetti negativi per sbatterglieli in faccia. Così, alla fine, vede anche le sciocchezze come insormontabili, anche i problemi più piccoli come enormi massi impossibili da spostare o abbattere.

La dottoressa Morozzi glielo ha spiegato, una volta, durante le poche sedute di terapia: che è in quel modo che funziona l'ansia, una sorta di mostro racchiuso dentro alla mente che cambia la percezione del mondo, che fa sentire incredibilmente stupidi la maggior parte del tempo, che fa palpitare il cuore nei momenti meno opportuni, che smorza il respiro, che fa sentire perennemente non all'altezza.

Che ti fa sentire come se non ne valessi mai la pena.

E lui ha addosso tale convinzione in maniera costante e non riesce a liberarsene.

Non sa a cosa sia dovuto, quando è davvero iniziato poi.

Immagina l'ansia sia stata da sempre una compagna silenziosa, solo che adesso fa più rumore.

«Simone?» è la voce della professoressa di matematica a riportarlo bruscamente alla realtà quando si sta alzando dalla sedia di legno e infilando la giacca nera. Raccatta lo zaino, lo infila su una sola spalla e «Sì?» replica, con tono rauco.

Il tono della Castelli è basso, quasi avesse timore a parlare. Strabuzza gli occhi, come suo solito. È seduta alla cattedra, gli fa un cenno con la mano per invitarlo ad avvicinarsi, al quale il ragazzo obbedisce.

«Volevo parlarti» dice, quando si ritrova l'alunno in piedi lì davanti. Si stringe nelle spalle, congiungendo le mani sopra la superficie piana. «Negli ultimi compiti, uhm— ho notato un drastico calo nel tuo rendimento» spiega «Avevi la media del nove, ora rasenti a stento il cinque, che... Che succede, Simone?».

Che succede, Simone?

Il ragazzo vorrebbe fornire una risposta adeguata, se solo la possedesse. Il punto è che non crede esista, perlomeno non plausibile.

Ma che c'è che non va? Che ti manca? Hai tutto. Che dovrebbe dire quell'altra persona, che le è successo di peggio, vedi? E non si lamenta e sopporta meglio perché è meglio.

«Niente» borbotta, scuotendo appena il capo. «Non ho solo— capito bene gli ultimi argomenti».

Come reazione, la professoressa aggrotta le sopracciglia, perplessa. «Tu non capisci la matematica» puntualizza «Tu sei la matematica. Mi sembra del tutto impossibile che qualcosa non ti sia chiaro». Solleva entrambe le mani. È ancora confusa, lo dimostra il suo continuo fare cenno di no con la testa. «Sono certa che recupererai, sono disposta anche a fermarmi dopo scuola per aiutarti. Ci tengo, davvero».

Simone non ha manco idea di come reagire ad una proposta simile. Di fatto, in quel momento, della matematica e della scuola non gli importa molto.

Perdere interesse nelle cose che ti fanno stare bene è un ulteriore segno che c'è qualcosa che non va.

Pure di quello è fin troppo consapevole. Ciò nonostante, si ritrova ad abbozzare un leggero sorriso di circostanza e «Sì, certo, uhm— ci penserò» taglia corto, giusto per tenere a bada la donna. È sufficiente una simile rassicurazione per liberarlo, affinché la Castelli ricambi quel sorriso e gli indichi la porta con una mano, segno che può andare.

Simone tira un sospiro di sollievo e abbandona l'aula.

Ha appena varcato la soglia della porta, compiuto mezzo passo nel corridoio ormai deserto, quando una voce lo ferma.

«Tutto bene?».

Non ci ha prestato molta attenzione alla figura che se ne sta con le spalle appoggiate al muro, reggendo lo zaino per una bretella.

Il tempo di reazione di Simone è notevolmente rallentato: si ferma, socchiude le palpebre per una frazione di secondo e soltanto in seguito si volta verso chi ha appena parlato.

Manuel lo sta scrutando con occhi spalancati, in attesa di una risposta; meno di un metro di separa. «Simò?» lo richiama ancora.

«Sto bene» Simone si limita a biascicare e si passa un palmo sul viso, come se questo bastasse a rinvigorirlo - non serve a molto, ovviamente.

«Non me sembra». Sono tante le cose che Manuel ha notato negli ultimi giorni, fin troppe: segnali che qualcosa è fuori posto. Ha imparato a conoscere l'altro ragazzo, per quanto si sia sempre sforzato di tenerlo lontano, di non attaccarsi in maniera eccessiva.

Se non fosse che, a lui, ci è legato a filo doppio sin dall'inizio.

«Te sei beccato n'altra insufficienza in matematica» fa notare. «Da che ti conosco, non è mai successo».

Smette di parlare per un istante e fa un solo passo nella sua direzione. «E te trema di nuovo la gamba, c'hai le labbra spaccate perché te le mordi sempre, t'è pure venuto lo sfogo sul collo» e indica la chiazza rossa che è visibile oltre il colletto della camicia. «Me puoi continuà a dì che stai bene, come fai co' tutti gli altri, ma lo sai che non è così». Cerca di non usare un tono troppo brusco, di non sembrare qualcuno che lo sta sgridando. Tenta, in ogni modo, di essere pacato e gentile.

«Non ne devi parlà co' me se ce sta qualcosa che non va» lo rassicura. «Puoi parlà co' tuo padre o—».

A Simone sfugge una risata sull'orlo dell'isterismo a udire l'ultima frase.

È la stessa che Manuel si costringe ad ignorare, serrando la mandibola. «Ce stanno tante persone co' cui puoi parlà, pure col - ragazzo tuo, no?». Fatica a pronunciare una simile parola, la quale stona detta da lui. Difatti, subito dopo tace.

L'altro non sa neppure quale sia il modo più appropriato per reagire: è consapevole che il consiglio sia utile - è davvero di base - ma non sa che farsene.

È facile affermare che bisogna parlarne, più difficile farlo per davvero.

A volte le parole vengono a mancare poiché non se ne trovano di abbastanza esplicative.

Delle volte non basterebbero tutte le parole del mondo per spiegare ciò che si ha dentro la testa.

«Non è niente» Simone tenta di raggirare la situazione. «Poi passa».

Poi passa è la scusa dietro alla quale ci si nasconde spesso e volentieri, come se il tempo potesse cancellare quella sensazione opprimente di inadeguatezza al mondo.

Il problema è che il tempo non sistema proprio niente e, anzi, rema contro ogni accenno di miglioramento.

Delle volte, le cose le peggiora.

Manuel conosce pure quell'aspetto. Ne conosce fin troppi, in realtà: alcuni li ha visti, specialmente in seguito all'incidente che il compagno ha avuto durante il terzo anno; su altri si è informato online o coi mezzi che ha avuto disponibili. Sa pure che, spesso, non può fare davvero nulla di concreto che vada a lenire, almeno un briciolo, quella sofferenza interna perenne; si butta, allora, sui piccoli gesti, come quello di lasciargli latte e biscotti dietro la porta della stanza quando non riesce ad andare in cucina a mangiare.

Che è poco, ma vuol dire tanto.

Non è una sorpresa che dopo, quando Simone fa per riprendere il cammino, lui istintivamente allunga una mano e afferra il suo polso per bloccarlo.

Quel minuscolo contatto è sufficiente per provocargli un brivido lungo la schiena.

A tutti e due.

Ridicolo, perché a malapena si sfiorano.

Ma enorme, dal momento che, in qualche modo, si stanno toccando e paiono essere passati secoli dall'ultima volta.

«Ne parli con qualcuno, Simò?». È una supplica quella che sopraggiunge.

Simone ha abbassato lo sguardo, a scrutare le dita dell'altro ragazzo stretta attorno al polso che si è assottigliato di recente. Un primo istinto gli suggerisce di liberarsi da quella blanda presa con uno scatto. Tuttavia, vince una parte più razionale che non lo fa muovere, che lo paralizza in una simile posizione.

Sbatte rapido le palpebre. «Seh - okay» conclude.

Ci pensa Manuel a interrompere il contatto, poco dopo. Manda giù a fatica della saliva. «Vieni a casa?» domanda.

Simone si guarda furtivamente attorno, quasi qualcuno potesse vederlo, spiarlo, per chissà quale ragione. Poi annuisce, in maniera convulsa, non emettendo fiato.

«Vieni in moto?» sopraggiunge un ulteriore quesito.

«Prendo l'autobus».

«Abitiamo nella stessa casa, Simò, e daje».

In effetti, non ha alcun senso spendere mezz'ora sui mezzi pubblici - se tutto va bene - quando gli basterebbe salire su quel veicolo a due ruote e ignorare il resto.

Il resto è poi un differente problema.

Alla fine, comunque, è persino troppo stanco per ribattere o combattere, che si limita ad annuire e biascicare uno stentato «Okay». Barcolla appena. «Devo - andare un attimo in bagno, prima».

Manuel lo fissa per un breve istante. «T'aspetto fuori». Vede soltanto l'altro fare cenno di sì con la testa, mentre già si sta allontanando verso i servizi.

Una volta nella sua testa sta già urlando - tipo vagli dietro, non si sa mai. Tuttavia, scaccia via una simile intenzione nell'immediato.

Mette lo zaino in spalla e si avvia verso l'uscita dell'edificio con entrambe le mani nelle tasche dei pantaloni strappati sulle ginocchia che indossa.

Fuori, in strada davanti alla scuola, il caos di alunni è quasi del tutto scemato e in fretta. Ci sono pochi individui, alcuni dei quali non ha idea di chi siano, ma anche chi, invece, conosce molto bene. Difatti, seduto sul muretto di pietra innalzato a pochi metri dal portone, c'è Matteo, che solleva un braccio a richiamarlo; accanto a lui, si trova Chicca, con le gambe accavallate e ricoperte da spessi collant rossi.

Manuel abbozza un sorriso privo d'entusiasmo, mentre li raggiunge a passo lento.

«Oh, che stavi a fa'?» gli domanda Matteo, dandogli una pacca sulla spalla quando è abbastanza vicino per farlo. «È suonata dieci minuti fa».

«Seh, lo so, era— niente, lascia sta'».

«Per stasera va bene?» Chicca interviene. Lo scruta col capo appena inclinato su di un lato e sguardo curioso.

Manuel ci impiega qualche secondo a capire a cosa mai si stia riferendo e— in realtà, non ne ha idea. Sta pensando a tutt'altro, quindi aggrotta le sopracciglia e «Stasera che?» chiede.

«Io te l'ho detto che je dovemo fa' l'agenda che questo se scorda come se chiama» è il commento che proviene da Matteo, il quale rotea gli occhi e tira un colpetto col gomito alla ragazza che gli è accanto.

Quest'ultima corruccia le labbra in una smorfia, un po' lo ignora. «Dovemo andà in quel locale nuovo» spiega. «Ho avvisato pure Martina, ha detto che ce raggiunge dopo che deve sbrigà delle cose».

Ah, ecco. Adesso Manuel - almeno un briciolo - ricollega. È che ha accettato quell'uscita quando era decisamente di buonumore, solo che è lo stesso che si è volatilizzato col passare dei giorni. Immagina, comunque, che non possa tirarsi indietro dal nulla, anche perché dovrebbe vedersela con i tre amici, insieme, ed è una battaglia persa in partenza.

Per cui, prima lancia un'occhiata verso l'ingresso della scuola - Simone non è ancora uscito; si morde piano il labbro inferiore, poi annuisce. «Sì, va bene - per stasera» borbotta. Esita un attimo.

E una seconda occhiata al portone. «Uhm— lo vogliamo dì pure a Simone?» propone, di getto.

Farfuglia addirittura, tant'è che Chicca aggrotta le sopracciglia e pare non aver capito bene. «Simone?» cantilena. «Sei sicuro?».

«Che vor dì se só sicuro, Chì?».

«Non lo so, pensavo solo che—».

«Eh, non pensà. Allora?».

Matteo e Chicca si scambiano un rapido sguardo. Lo fanno spesso, soprattutto da quando hanno preso a frequentarsi in maniera assidua - non dicono che stanno insieme ufficialmente, ma non è manco il caso, dato che si capisce.

«Che problema ce sta?» dice lui. «Se non c'ha niente da fa'».

«Vabbè, dopo glielo chiedo» conclude Manuel.

Altra occhiata, stesso punto. Niente Simone.

I due amici scendono con uno scatto dal muretto. Muovono qualche passo distratto, verso la strada alla destra della scuola. «Noi andiamo» annuncia Chicca. «Se vedemo stasera, non fa' tardi».

Manuel si limita ad un cenno con la testa. Non li sta davvero ascoltando o vedendo, tanto che il «Ciao, fraté» di Matteo manco gli arriva alle orecchie.

Il suo sguardo è fisso su quel maledetto portone. Toglie le mani dalle tasche, sta stringendo i pugni così forte da rischiare di conficcare le unghie nei palmi.

Gli amici sono già abbastanza lontani quando lui muove un passo avanti. Poi uno indietro. Vuole entrare, ma non vuole davvero farlo.

Ancora uno avanti.

Indietro.

Avanti.

Indietro.

Si blocca.

Okay, deve entrare e...

Sta per varcare la soglia d'ingresso nel momento in cui rischia di scontrarsi contro Simone che sta uscendo.

Sussulta vistosamente. Il cuore gli sta battendo forte nel petto e deve mettere a rassegna i motivi per cui sta accadendo: ce ne sono tanti e diversi tra loro.

«Simó, li mortacci» gli esce fuori di getto.

Simone lo fissa, un briciolo confuso. Tiene lo zaino con le bretelle su entrambe le spalle. Aggrotta la fronte. «Perché stavi tornando dentro?» è una domanda che sorge spontanea.

Una risposta, Manuel saprebbe pure fornirgliela, eppure desiste con un secco «Niente, lascia sta'».

Non la fornisce perché equivarrebbe a stavo morendo dalla paura ti fosse successo qualcosa, che avessi fatto qualcosa, ed è un terrore forse irrazionale e melodrammatico, eppure c'è e non riesco a mandarlo via.

Si passa una mano sul volto. «Annamo?».

Non è molto convincente come deviazione del dialogo, ma Simone non ha voglia di discutere, pertanto «Sì, andiamo» biascica.

È strano salire sopra la moto - la stessa moto - insieme. Lo è dal momento in cui si infilano il casco, Manuel si mette alla guida e Simone gli siede dietro, in sella.

È strano persino quando quest'ultimo si aggrappa al busto dell'altro ragazzo, si regge forte a lui, stritolando il tessuto della sua giacca tra le dita.

È un rinnovato contatto anche quello, intimo e abitudinario che molto - troppo - spesso, Manuel ha sottovalutato. Per cui manco è un caso che in quel momento si senta quasi morire ad averlo, lì, vero è tangibile.

Probabilmente è la nuova consapevolezza che ha addosso ad aver cambiato la percezione di quei gesti a cui prima non ha mai badato e che ora significano un po' tutto.

Perché è bello sentire Simone così vicino, seppur principalmente lo faccia per non cadere dal veicolo.

Ma va bene. Si accontenta di ciò, mentre gira la chiave e accende il motore, per poi, poco dopo, partire verso casa.


**


Il pomeriggio giunge e trascorre silenzioso alla villetta Balestra.

Manuel è persino sorpreso di essere riuscito a pranzare con Simone senza strane occhiate o silenzi imbarazzanti. Non che abbiano davvero parlato - anzi, la maggior parte dei loro dialoghi è versa su argomenti di poco conto e di circostanza, ma è già un bel passo in avanti, quello.

Ne hanno fatti parecchi nelle ultime due settimane, del resto: come il latte coi biscotti che gli ha lasciato dietro alla porta, l'aver guardato i film di Mamma Mia - uno e due, giusto per non farsi mancare niente - costretti da Chicca che ha fatto irruzione a casa loro senza preavviso.

A lui manco piacciono i musical, ma non importava molto in quel momento: tanto non ha prestato attenzione allo schermo, dato che il proprio sguardo è rimasto fisso sul profilo dell'altro ragazzo, ad osservare e analizzare ogni minuscolo movimento, del viso o delle mani.

Non sa se si tratti di un riavvicinamento vero. Cerca di non pensarci troppo, di non nutrirsi di false speranze che lo porterebbero eccessivamente in alto, per poi farlo precipitare di colpo e fargli più del male.

Un passo per volta, pezzo dopo pezzo.

Sono le sedici e ventitré minuti quando Manuel si ferma davanti alla porta socchiusa della stanza di Simone.

È buffo, dal momento che in una simile posizione vi si è trovato un'infinità di volte durante lo scorso anno ed è sempre stato pronto a spingere l'anta, entrare nella camera con sicurezza e spavalderia, incurante del resto. A stento può riconoscere una simile versione di sé stesso, considerando che, adesso, deve prendere una serie di respiri profondi per compiere il medesimo gesto, quasi si sentisse fuori luogo a farlo, come se non ne avesse il diritto.

È una delle ragioni per cui chiude un pugno e sul legno della porta ci batte, prima di aprire l'anta e varcare lentamente la soglia - ad annunciarsi, ad avvisare per la propria presenza.

Tuttavia, l'altro ragazzo a stento se ne accorge: è sdraiato sul letto, in posizione supina, con le cuffie prive di filo nelle orecchie; ha gli occhi aperti, vuoti e fissi sul soffitto, tenendo una mano appoggiata sulla pancia, mentre l'altro braccio risulta piegato dietro alla testa.

Per un attimo, Manuel si ferma a guardarlo. Gli sembra quasi un crimine disturbarlo - perché pare tranquillo e sa che non lo è da tanto. Quindi, esita di nuovo, muovendo passi felpati in modo da fare meno rumore possibile - che tanto nemmeno può essere sentito.

Si avvicina in maniera cauta, sporgendosi in avanti soltanto per poter picchiettare con due dita sul dorso della sua mano.

Simone non sussulta a quel tocco. Nonostante la musica che gli risuona nelle orecchie, dà l'impressione di essere calmo, frattanto che leva una sola cuffia e volta il capo, in modo da fare incrociare i loro sguardi. «Che c'è?» chiede, piano. Prima che una risposta possa giungere, si tira su, finendo seduto a gambe incrociate sopra al materasso.

«Te volevo chiede 'na cosa» comincia Manuel. È nervoso, manco dovesse fare chissà quale proposta, tra parentesi. Scrolla le spalle e gesticola lievemente. «Boh, uhm - hanno aperto 'n locale novo in centro, cioè... Nuovo è 'na parola grossa, alla fine sò tutti uguali, però fanno i drink tipo a pochissimo e pensavamo de andarci».

«E...?».

«E boh - magari te andava de venì».

Simone ammutolisce di fronte a tale richiesta: è pressappoco sicuro che anche la propria espressione sia mutata, in un misto di sorpresa, stupore e attonimento. Schiude le labbra. «Mi stai chiedendo di uscire?».

Manuel abbozza una risata, un briciolo isterica, frattanto che pone le mani sui fianchi. «Che c'è de strano?» esclama.

«Mh— Che non me lo hai mai chiesto prima».

«Eh, ce sta sempre la prima volta, no?». Sbuffa. «Ce voi venì o no?».

L'alone di un sorriso si dipinge sul volto di Simone. Dura poco, un battito di ciglia, da non rendersene conto - perché è sollevato da un evento simile e neppure dovrebbe, dato che è una cosa normale; eppure crede si tratti di un nuovo microscopico passo avanti.

Non che li stia contando, comunque.

Toglie dall'orecchio anche l'altra cuffia, raccatta il telefono e batte con un dito sullo schermo, per farlo illuminare e premere pausa su Spotify, dove una playlist chiamata green sound stava risuonando.

«Chi c'è?» si informa.

Manuel corruccia le labbra in una smorfia. «Soliti» borbotta. «Matteo, Chicca e - Martina».

Al sentir pronunciare quel nome, Simone si irrigidisce un briciolo. Sta provando a scacciare l'immagine della ragazza che ha persino incontrato tempo fa e quella foto postata su Instagram; il problema principale è che non riesce.

Ormai il proprio cervello è talmente fossilizzato su un concetto fisso che non riesce a smuoversi, a fargli cambiare idea, e lo sa quanto può essere sbagliato, che se solo si fermasse e chiedesse qualcosa, tutto sarebbe più chiaro.

Eppure finisce per affidarsi ciecamente ad una convinzione illusoria, piuttosto che una realtà tangibile.

È che il suo cervello troppo spesso funziona in quel modo: gli radica nel profondo qualcosa di non vero e lo porta all'esasperazione.

Vale per il pensiero di Martina, per il chiodo fisso di infastidire la gente, di non valere abbastanza, che addirittura gli altri stiano con lui solo per pietà.

Che Andrea sta con lui per pietà.

Che Leonardo gli è amico per pietà.

Che persino Manuel, in quel momento, gli sta chiedendo di uscire solo e unicamente per pietà.

Una parte di lui lo sa benissimo che non è così, ma è quella più debole.

Quella che non vince mai.

Serra la mandibola. L'accenno di sorriso si è dissolto. «Ho - un impegno stasera» replica. Non usa un tono scontroso o adirato. Appare calmo, suona fin troppo basso. «Magari la prossima volta».

È l'espressione di Manuel a cambiare, adesso, come a perdere quel granello di speranza che gli illuminava gli occhi. Però incassa, finisce persino per annuire. «Come vuoi» taglia corto. «Cioè, poi se cambi idea, noi—».

«Esco con Andrea» viene interrotto. «E altri amici suoi».

«Oh».

«La prossima volta».

«Seh - la prossima volta». Manuel quasi si pente e si dà mentalmente dello stupido per aver proposto quell'uscita. Fa un passo indietro e «Vabbé» conclude. Vorrebbe aggiungere dell'altro, magari provare in qualche disparato modo a convincerlo, a trascinarlo con lui - con loro - al locale nuovo, quella volta, non la prossima.

Alla fine, tuttavia, lascia perdere.

Abbandona la stanza in religioso silenzio, mentre Simone rimette le cuffie nelle orecchie e cambia la playlist.

**

«Ma mó mica starai co' sto muso tutta la sera, ah?».

Quella sarà la quinta volta che Matteo ripete una frase del genere. Manuel è esasperato, seduto ad un tavolo rotondo posto sul ciglio opposto della strada di quel nuovo locale; non c'è un dehor, soltanto tavolini e sedie di metallo tinti di verde scuro e ammassati quasi uno sull'altro.

Di certo si aspettava qualcosa di meglio, meno dozzinale - ma capisce che per avere i cocktail che costano poco, quello è un giusto compromesso.

Di gente ce n'è parecchia, sicuramente attratta dal particolare del basso costo. C'è un costante chiacchiericcio attorno, un brusio fastidioso che si mescola con la musica che proviene dall'interno dell'attività, dove le luci sono di un blu soffuso, in un'ampia sala che contiene un grosso bancone di legno verniciato di nero e due tavoli lunghi, alti e rettangolari posti perpendicolarmente, pieni di persone e privi di un posto a sedere gli sgabelli imbottiti di finta pelle rosso scuro.

«Dajé, Manué!» esclama ancora Matteo e solleva il bicchiere del suo secondo Negroni Sbagliato. «Che settimana prossima semo in Spagna a fa' er devasto, tirate su».

Di nuovo, Manuel ci impiega un po' a collegare tutti i pezzi - perché la sua mente è ferma a quel pomeriggio nella stanza di Simone, ai suoi occhi grandi che piano si sono spenti e al suo tono di voce rauco.

All'andare in Spagna, alla gita scolastica imminente ci pone poco l'attenzione. Però si sforza comunque di accordare l'amico. Afferra il calice del Manhattan che ha consumato per metà e batte piano contro il drink dell'amico, in un ennesimo brindisi di una lista di cui ha perso il conto. Sforza lo stesso un sorriso.

Sono soltanto in tre, per ora - Martina sta tardando più del dovuto.

«Tutto okay?» domanda Chicca, a voce bassa e per questo poco udibile.

Qualcosa Manuel afferra lo stesso e annuisce. «Seh, tutto a posto» biascica.

La ragazza non ne è per niente convinta ed eccolo lo sguardo di approvazione che si scambia con Matteo ogni qualvolta che hanno la stessa idea al contempo.

«Te sei incazzato che Simone t'ha detto de no?» tenta - ma già conosce una eventuale risposta.

«No, ma va» Manuel fa finta di nulla, passando i polpastrelli sul bordo del bicchiere. Tiene lo sguardo basso. «C'aveva n'altro impegno».

«Ma n'era chiuso in casa da due settimane?».

«Eh - se sarà ripreso oggi, che te devo dì». Sbuffa. Non ha voglia di parlarne, specialmente se pensa con chi è uscito e per chi, di nuovo, è stato messo da parte.

Che non avrebbe nemmeno diritto di lamentarsi, dato che Simone è uscito col suo ragazzo.

È Andrea il ragazzo di Simone, non tu, la voce in fondo alla sua testa ci tiene a rimarcarlo.

È una delle prime volte in cui un simile pensiero lo ferisce, gli squarcia l'anima, la riduce a brandelli - come un lenzuolo che viene strappato e produce un rumore sordo.

Che tu l'hai sprecata l'occasione d'esserlo, il suo ragazzo.

«Okay, eccomi, scusate il ritardo». La voce di Martina lo fa sobbalzare. Gli è sufficiente alzare il capo per vedere l'amica sedersi davanti a sé, così da riempire tutto il perimetro di quel tavolo fin troppo piccolo per loro quattro.

«Figurati, sono a stento le undici» la rassicura Chicca. L'altra ragazza ricambia con un sorriso.

Manuel le fa solo un cenno con la testa, a comunicare che ha notato la sua presenza. Buffo il modo in cui si senta fuori dal mondo, comunque perché il suo sguardo torna fisso sul bicchiere, su quel drink che nemmeno si sta godendo a pieno. E forse dovrebbe tenere l'attenzione fissa su quel Manhattan, almeno non vedrebbe il resto.

Eppure succede che il resto lo vede eccome e in maniera fin troppo nitida.

Basta puntare lo sguardo altrove, a scrutare la gente presente che chiacchiera.

Basta osservare tre tavoli più in là - soltanto tre - per vedere volti conosciuti, uno più degli altri, un altro purtroppo più degli altri.

Manuel prende un respiro profondo e socchiude le palpebre per un breve istante.

«Non ci credo, è un incubo» borbotta tra sé, ma viene recepito anche dagli amici che ci impiegano poco a capire verso dove i suoi occhi stanno puntando.

Non è difficile, del resto, accorgersi della presenza di Simone, insieme ad Andrea, due ragazzi che non conoscono e una ragazza dai capelli lunghi e rosso mogano.

Per niente difficile.

«Vabbè, magari manco c'hanno visto» è il primo commento di Matteo, seguito da una mezza risata.

Tuttavia, non fa nemmeno in tempo a dirlo, che è Andrea a sorridere nella loro direzione, facendo cenno a Simone per fargli notare la presenza dei compagni e a salutarli da lontano.

Matteo strabuzza gli occhi, cerca di ricambiare - goffamente - quel gesto, sollevando una mano, mentre biascica «O forse no» senza muovere troppo le labbra.

Martina lancia soltanto una rapida occhiata verso il gruppetto indicato. Si morde piano il labbro inferiore, per poi focalizzarsi su Manuel e sul modo in cui si è improvvisamente irrigidito. Le viene naturale allungare una mano verso di lui, posarla sul suo avambraccio finché non sono i loro sguardi ad incrociarsi.

Soltanto allora mormora: «Stanno pe' fatti loro, ignorali».

Complicato.

Ignorare una cosa del genere è estremamente complicato, specie quando deve farlo con chi, nei propri pensieri, ci viaggia perennemente.

Difatti, a Manuel non riesce troppo bene: per quanto tenti di concentrarsi sui discorsi fatti dalle tre persone che lo circondano, lo sguardo guizza di continuo verso quel ragazzo dai ricci neri a qualche metro di distanza, che pare incurante di lui, che mette su un lieve sorriso, interagendo con la sua nuova comitiva.

Non sa chi siano, conosce solo Andrea e tanto basta.

Trascorrono ventinove minuti. Li conta tutti, uno per uno, secondo dopo secondo.

Gli paiono molti di più, un'eternità - se possibile.

È come assistere ad un lungo film dalla trama piatta e poco avvincente, dove non succede nulla e l'evolversi del tempo risulta un flusso rallentato di eventi confusi e opprimenti.

Ecco, all'incirca si sente così.

Nemmeno cercare di ascoltare i racconti pindarici di Matteo, che non hanno né capo né coda, aiuta - per niente.

«Vabbè, oh— ve stavo a dì, ce stava er devasto, carcola che nessuno stava a capì niente e...».

«Volete qualcos'altro?». Manuel interrompe bruscamente il discorso dell'amico. Tiene per un attimo fisso lo sguardo su Simone e il suo profilo perfettamente teso, ma si sposta subito - si costringe a farlo. «Allora? Volete altro da bere?» domanda, di nuovo, e scatta in piedi in maniera repentina, facendo stridere la sedia sui ciottoli della strada.

I tre ancora seduti si scambiano un rapido sguardo, a chiedersi cosa sia giusto o meno rispondere. Alla fine é Martina a parlare per prima: «Puoi prendermi un Long Island?»; in seguito si aggiunge Chicca con «Un Margarita» e, alla fine, Matteo che «Negroni sbagliato, ovvio».

«Mó vengo» si congeda Manuel. Cerca di fissare qualunque punto non sia quel tavolo, con quelle persone attorno. Lo fa mentre serra la mandibola e si addentra nel locale.

Le luci dentro risultano soffuse, ogni cosa è colorata di un pallido blu; la musica non è così forte come pare da sopra e riproduce canzoni pop recenti.

Si avvicina al bancone di legno nero e lucido, appoggiandoci gli avambracci sopra. Richiama il barista - ci impiega un po' ad attirare la sua attenzione, nonostante non ci sia praticamente nessuno a fare il proprio ordine, a parte una coppia di due ragazze dai capelli corti e castani.

Quando ha successo, espone: «Me fai, uhm— Long Island, un Margarita, un Negroni sbagliato e... Fa' 'na birra, va». Il ragazzo col grembiule oltre al bancone fa un lieve cenno di assenso col capo; non proferisce parola e si accinge a preparare quei cocktail.

«Bel posto questo, mh?».

Un incubo avrebbe lo stesso suono. Di ciò, ne è pressoché convinto.

Manuel chiude gli occhi, stringe i pugni a contatto con la superficie piana. Prende un respiro profondo, per non avere una reazione spropositata che sarebbe fuori luogo. Lancia soltanto un'occhiata rapida a chi lo ha appena affiancato e che ora lo fissa con un mezzo sorriso sghembo dipinto sulle labbra.

Decide di non rispondere. Pensa che è meglio così, che il silenzio, in quel particolare caso, può aiutarlo. Spera che le proprie consumazioni siano pronte in fretta, almeno può tornare al tavolo e avere più di una persona ad impedirgli di cedere agli istinti primordiali.

Che si sanno quali sono, no?

Andrea non sembra essere sulla stessa lunghezza d'onda, anzi, il contrario: brama quasi una conversazione in quel preciso istante, in quel locale, quella sera.

«Quindi usiamo ancora la tecnica del mutismo selettivo nei miei confronti» esclama. «Ottimo».

«Se può sapè che voi?» ribatte Manuel, provando a tenere un tono di voce pacato - gli riesce un po' male.

Andrea corruccia le labbra in una smorfia. «Niente» dice «Sto solo cercando di avere una sola conversazione civile, ma a quanto pare non è possibile».

A Manuel scappa una risata intrisa di isterismo. «Le ho le conversazioni civili» sbotta. «Solo non con te».

«L'ho notato, ma— non possiamo manco andare avanti con te che mi lanci occhiate fulminanti tutto il tempo. A lungo andare diventa fastidioso».

«Oh, poverino».

«Dico sul serio, Manuel». Andrea pronuncia il suo nome lentamente, scandendo bene le sillabe. Gli riesce bene essere calmo, coi nervi distesi ed è un particolare che manda l'altro ragazzo fuori di testa. Quest'ultimo, difatti, va in tilt di fronte ad un simile atteggiamento.

Lo manda in crisi, specie se sta ribollendo dentro e non può sfogarsi. Sbuffa dal naso, ha ancora i pugni stretti e adesso trema appena.

«Ma che discorso dovrei fa' co' te?» esclama - e il tono, stavolta, è l'esatto opposto dell'essere calmo e sta persino digrignando i denti.

«Te sei arrivato all'improvviso qui, co' la giacca senza pieghe, i capelli tutti sistemati e m'hai preso tutto».

Andrea lo lascia parlare in un primo istante, ma aggrotta le sopracciglia a fine frase.

«T'ho preso tutto?» ripete, in una cantilena. «Vuol dire il banco? O l'attenzione in classe o - Simone?». Marca bene quel nome, più a fondo. «T'ho preso Simone, Manuel?».

L'ultima frase risulta al pari di buttare del sale su ferite ancora aperte: sono quelle lacerazioni che Manuel porta sul cuore che in quel momento pulsano, gli fanno contorcere le membra.

Che forse sarebbe stato meglio trattenersi, rimanere in silenzio, non cedere.

Invece ha sbagliato pure stavolta e deve incassare il colpo.

Non riesce a proferire parola, ammutolisce ed allora che Andrea rincara la dose con «È assurdo, ti pare? L'hai trattato di merda per oltre un anno, la maggior parte delle volte come se fosse un oggetto e adesso - soltanto adesso che l'hai perso perché sta provando ad avere di meglio, stai qui a pretendere di avere una sorta di prerogativa su di lui. E perché? Perché tu c'eri prima?»; fa una breve pausa e allarga un sorriso derisorio. «Non funziona così. Non distruggi le persone e poi torni come se nulla fosse. Non ne hai alcun diritto».

Altro sale.

E Cristo, se fa male.

In realtà, quelle sono cose che Manuel si è ripetuto di continuo nella propria testa. Lo ha fatto ogni giorno, tutti i giorni, da quando ha iniziato a capire quanto sia stato tossico in passato, poco attento, poco sensibile. Lo sa benissimo, ma sentirselo dire in quel modo, con quella acidità, in una maniera così pungente, soprattutto da uno come Andrea...

È semplicemente devastante.

Così accade che, come ogni volta che è messo all'angolo senza possibilità di reagire, punta sull'essere più aggressivo, al mostrarsi spavaldo, impavido.

Non mi hai fatto niente.

«Tu non sai un cazzo» sibila e soffoca.

Andrea lo sta ancora trafiggendo con lo sguardo. «So molto più di quanto immagini» afferma. «Perché le conosco le persone come te, che per quanto si sforzino, non riescono a cambiare. Le persone non cambiano mai, al limite rivelano sé stesse».

Un vassoio rotondo con tre bicchieri di vetro e una bottiglia di birra viene posto sul bancone, insieme ad uno scontrino per poi effettuare il pagamento. È un rumore, un tintinnio che fa sussultare Manuel, che un briciolo lo riporta bruscamente alla realtà e non lo lascia annegare nei sensi di colpa tornati prorompenti.

Non reagire, gli suggerisce una voce dentro alla testa.

Non reagire.

Ci prova, a non reagire, sebbene lo sguardo dell'altro ragazzo non riesca più a sostenerlo.

Afferra il vassoio col cuore in petto che gli batte in maniera troppo forte contro lo sterno. Si volta con uno scatto e si indirizza verso l'uscita, per tornare dai suoi amici, per lasciar perdere quella conversazione straziante.

Seneca definisce l'ira come la più triste e frenetica delle passioni, un desiderio inumano di sangue e supplizi. Ed è effettivamente così poiché, quando essa sopraggiunge, scatena la furia e fa vedere soltanto rosso.

Non ha più importanza chi ha torto, chi ha ragione.

C'è soltanto questo colore forte, accecante, che guida e comanda, che fa perdere la ragione, la morale, il fiato.

Ogni cosa.

Il vassoio gli scivola tra le mani, di proposito. I bicchieri pieni si infrangono sul pavimento, si rompono in mille pezzi, producendo uno schianto sordo e spargendo il loro contenuto sulle mattonelle.

Dei frammenti gli finiscono sui piedi, però Manuel non ci presta eccessiva attenzione.

La furia glielo impedisce.

La furia è quella che gli fa compiere mezzo giro su sé stesso, che in poche falcate gli fa raggiungere il ragazzo con cui ha parlato poco prima.

Succede tutto rapidamente, in attimi fugaci.

Con violenza, Manuel afferra Andrea dal cappotto nero lasciato aperto, lo strattona e gli fa battere forte la schiena contro il bordo netto del bancone di legno.

Non gli fornisce mezzo secondo per reagire che ha già stretto un pugno ed è lo stesso che si schianta contro un suo zigomo – forte, davvero forte, tanto che si ode uno scricchiolio, nonostante la musica che risuona nella sala e le esclamazioni e sospiri spaventati degli altri clienti presenti.

La furia rende ciechi.

Manuel non è neppure consapevole di ciò che effettivamente sta facendo. Continua solo a colpire la faccia di Andrea, un colpo, due, tre, quattro e lo fa innervosire il fatto che l'altro manco reagisca. Sta per sferrare il quinto pugno, ma è allora che l'avversario fa qualcosa.

La differenza di forza fisica tra i due è evidente e, infatti, ad Andrea è sufficiente spingerlo una volta per farlo indietreggiare e barcollare, mentre un rivolo di sangue gli fuoriesce dal naso.

«Queste sono le tue - conversazioni civili, giusto?» lo sbeffeggia. Ed è l'ennesima goccia che fa crollare tutto.




Fuori dal locale, i rumori arrivano con leggero ritardo.

Martina è una delle prime ad accorgersene e quasi spera di non averlo fatto. È ancora seduta al tavolo. Da quella posizione, non vede l'interno della sala, però sente i bicchieri che si infrangono a terra, i grugniti, le grida di una ragazza che esclama «Ma fermateli!».

«Che succede, regà?» domanda Chicca, timorosa.

A qualche postazione di distanza, la situazione è pressoché identica.

Simone recepisce il rumore dei vetri rotti ed è già pronto a scattare in piedi, se non fosse che Leonardo, accomodato al suo fianco, istintivamente lo trattiene, appoggiando una mano sul suo avambraccio, frattanto che allunga il collo per sbirciare qualunque cosa stia accadendo, così come fanno la sua fidanzata Sofia e Alessio.

Ma il caos, le urla e tutto il resto aumentano e nessuno riesce davvero a trattenersi.

Martina abbandona la sedia dove è rimasta fino a quel momento in modo repentino e col cuore che le batte in gola. Viene seguita sin da subito da Matteo e Chicca.

Vedendola da lontano - sia lei che i due compagni di scuola - Simone la imita, nonostante Leonardo lo supplichi di non muoversi. Non lo ascolta.

Sotto certi aspetti, fa pure bene.

La musica sta ancora risuonando tra quelle quattro mura, nonostante in un angolo, dalla parte opposta al bancone di legno, tra i cocci a terra e le mattonelle appiccicose, Manuel abbia fatto cadere Andrea a terra e ora lo sovrasta, mantenendo in una morsa il colletto della sua maglietta, frattanto che con l'altra continua a colpirlo - come una furia cieca, senza più ragione; qualcuno tenta di fermarli, ma con scarsi o nulli risultati.

Per un attimo, Simone è pietrificato da una simile visione: non sa che dovrebbe fare - forse dovrebbe essere lui a metter fine a tutto ciò, spera e prega affinché qualcuno lo faccia.

In effetti, osserva il modo in cui Alessio, che poi lo ha seguito, ci prova ad allontanare Manuel da Andrea, ma viene spinto via e rischia di cadere a terra; vede confusione attorno a quella scena così surreale e dolorosa, così assurda che vorrebbe tanto appartenesse ad un incubo.

Almeno dagli incubi ci si può svegliare.

Perché sono presenti suoi amici, vecchi e nuovi, che si vanno addosso, che si strattonano e soprattutto c'è Manuel che non smette per mezzo secondo di colpire violentemente Andrea in faccia, facendola sanguinare in più punti - naso, sopracciglio, angolo della bocca.

Ci sono loro due che non smettono di picchiarsi e darsi addosso, con ira, rabbia, risentimento.

I suoni si fanno ovattati. Un fastidioso fischio riempie le orecchie di Simone, fermo sulla soglia della porta. Forse è l'istinto a guidarlo, forse solamente l'ansia che lo sta divorando dall'interno che grida per far smettere ogni cosa.

Tra un ammasso di corpi agitati, Simone si fa largo finché non raggiunge il fulcro di una simile discordia.

«Manuel...» sussurra, con voce tremante e poi «Manuel!» appena più forte. È incredibilmente vicino all'altro ragazzo, adesso, ma richiamarlo non serve a nulla, perciò prova ad afferrarlo.

Fallisce miseramente la prima volta, quando tenta di tirarlo via prendendogli un braccio. Quindi ci riprova, stavolta aggrappandosi alla sua giacca verde militare.

Tuttavia, accade qualcosa di diverso in quel frangente.

La furia è cieca, dopo tutto.

Manuel non è in controllo delle proprie azioni. Non lo è per nulla. Ed è uno dei motivi per i quali non si rende conto minimamente di ciò che compie - di nuovo.

Non realizza che è Simone che si trova dietro di lui e che è la persona che finisce per tramortire con un colpo forte e assestato sul viso. Ode persino uno scrocchio, per il colpo sferrato con estrema foga.

È quando lo realizza che si blocca, che si paralizza completamente. Sbarra gli occhi, un «No» gli si spezza in gola, soprattutto nel momento in cui vede Simone tenersi il viso con una mano e, in seguito, la stessa macchiarsi di rosso.

Trema. Gli trema ogni parte del corpo, frattanto che tenta di rimettersi in piedi per poter andare dal compagno, assicurarsi di non aver arrecato eccessivo danno.

Ma ciò gli viene impedito da Andrea che, non avendo più tutto il suo peso a gravargli addosso, lo spinge con impeto e lo fa cadere con la schiena a terra, sui vetri rotti.

Successivamente, fatica a rialzarsi: ha dovuto incassare numerosi pugni e di sicuro gli rimarrano segni evidenti sul viso; però non ci fa caso.

Ancora in ginocchio, rivolge uno sguardo al ragazzo riverso sul pavimento. «Visto che c'ho ragione?» dice, in un sibilo.

Non c'è bisogno di specificare su cosa abbia ragione.

È un muto ho ragione, gli sai fare solo del male.

Ed è la medesima frase che ha già riempito la testa di Manuel, un'eco ripetuto che non gli lascia via di scampo.


**


La quiete torna cinquantaquattro minuti dopo.

Martina è dovuta intervenire col proprietario del locale per non fargli chiamare la polizia - è stata una discussione lunga e tortuosa, ma, alla fine, è riuscita a calmarlo, offrendosi per ripulire il casino creato in sala, pagando i drink persi; un compromesso dove c'è andata un po' a perdere, ma perlomeno ha evitato ulteriori complicazioni.

Manuel è accovacciato sul gradino del marciapiede.

Tiene il capo basso e lo sguardo fisso sulla propria mano che ancora trema; le nocche risultano scorticate, a causa dei colpi inferti. Non gli fa male, comunque.

Fisicamente, ha un livido che ha iniziato a formarsi sotto l'occhio sinistro - e di sicuro in altre parti del corpo poiché una parte dell'addome gli pulsa - e un taglio provocato dai vetri sullo zigomo destro.

Ciò nonostante, non sente davvero dolore.

Ne percepisce uno diverso, però.

Un dolore con una diversa forma, che si manifesta all'interno della sua testa proiettando la solita immagine e facendo rimbombare tra le pareti del cranio le frasi taglienti che Andrea gli ha rivolto.

Che sono state cattive.

Che gli hanno sbattuto in faccia una verità già risaputa, ma che, ora, appare molto più reale.

Ha perso di vista gli altri: Chicca e Matteo crede siano tornati a casa, lo hanno persino salutato - almeno così crede. Ma non ha una chiara concezione di spazio e tempo.

«Alzate, te accompagno a casa».

La voce di Martina tuona in quella strada rimasta pressoché vuota.

Manuel non si muove, non osa sollevare la testa. Schiude le labbra. «Ho la moto» sussurra, in maniera a stento percettibile.

«Cosa?».

«Ho detto–» cerca di alzare un briciolo il tono di voce «Che ho la moto per - tornare a casa».

Martina è in piedi a meno di un metro di distanza. Alza gli occhi al cielo e sbuffa. «La torni a prende domani la moto, te porto a casa io» lo rimbecca.

«Perché?».

«Non fa' er bambino, Manu, per piacere. Arzate e annamo». Marca bene il dialetto romano. Capita spesso quando è arrabbiata per qualcosa.

Di ciò, Manuel è consapevole e vorrebbe quasi chiederle cosa c'è che non va. Non lo fa, poiché la risposta è abbastanza ovvia. Sceglie di obbedirle e basta. Con estrema lentezza, si rimette in piedi.

Non ha la forza di fare incrociare i loro sguardi. Sa che ci troverebbe del rimprovero, della delusione e, in tutta sincerità, non crede d'essere in grado di reggerlo.

Ciò nonostante, un errore lo compie: quello di lanciare un'occhiata poco distante, oltre l'accumulo di tavoli di metallo lasciati vuoti, dove ci sono quei due volti conosciuti, insieme ad altri tre che di conosciuto hanno ben poco.

Un errore è, seppur distanti, fare incontrare i propri occhi con quelli di Simone, come sempre per pochissimo, frammenti di secondi.

Frammenti di tempo a vedersi e non guardarsi.

Attimi in cui vorrebbe soltanto dirgli che gli dispiace, ma, alla fine, non lo fa mai.

Alla fine, fugge via e basta.


E Simone, dal lato opposto della strada, lo guarda fuggire.

Si è distratto per quell'attimo, ma ora riporta l'attenzione su Andrea, che si è appoggiato sulla sella del motorino di Leonardo, dalla carrozzeria blu scuro.

«Sicuro che non vuoi andare in ospedale?» domanda, con lieve preoccupazione.

Andrea fa cenno di no con il capo, anche se gli fa male pressoché ovunque: ha un taglio sul sopracciglio, che è quello da cui è sgorgato più liquido rosso che gli ha imbrattato la tempia, mentre ulteriore ne è evidente sotto al naso e sul mento.

«Nah, non è niente» replica. «È soltanto il sangue che rende tutto - peggio di quello che sembra».

Nella colluttazione, Simone ci ha rimediato un labbro spaccato - che ha sanguinato abbastanza e ora spicca una crosta più scura su di esso, verso sinistra.
È per il colpo inferto da Manuel, lo sa bene, ma non crede lo abbia fatto di proposito a tramortirlo in quel modo.

Non crede a molte cose successe, a conti fatti.

«Davvero? Se andiamo, magari possono—».

«Ho detto di no». Andrea alza appena il tono di voce. Non è nemmeno sua intenzione, capita e basta.

Simone abbassa lo sguardo. Gli è davanti, con i pugni stretti lungo i fianchi. Quella serata vorrebbe solo dimenticarla e pensa avrebbe fatto meglio a non uscire. «Okay» mormora. «Allora possiamo...».

La sua frase viene interrotta nuovamente, in maniera più pacata stavolta: «Alessio ti riaccompagna a casa».

«Perché - perché Alessio?».

«Perché è meglio così».

«Che vuol dire?». È stranito, di nuovo. Non riesce a collegare il motivo per cui stia succedendo una cosa simile. Tutto ha smesso di avere un senso logico, in effetti.

Andrea sospira sommessamente. Si scosta dalla sella del motorino. «Che per un po' forse è meglio - che ci vediamo soltanto a scuola».

Ci sono momenti in cui le poche sicurezze a cui ci si aggrappa vengono a mancare ed è come avere d'improvviso il vuoto sotto i piedi.

Perché per quanto quella relazione sia nata in modo non usuale, quasi per disperazione, Simone ci si è aggrappato con le unghie e con i denti, in ogni modo possibile.

Quindi adesso quella richiesta, per lui, risulta l'ennesima delusione da sopportare, l'ennesimo é colpa mia, il ritrovato vedi, si è già stancato di te.
Ovviamente, salta a conclusioni affrettate perché non è in grado di vedere oltre. In quel momento non ne è assolutamente capace.

«Non— non è vero, non è meglio, perché non possiamo...» farfuglia.

Andrea è già in procinto di andarsene. Gli appoggia una mano sulla spalla e «Ti accompagna Alex a casa» ribadisce, per la seconda volta. Abbozza un sorriso spento, rassegnato. Poi si allontana, lasciando Simone davanti alla moto e con un nuovo vuoto nel petto.

**

Sono quasi le tre di notte quando Manuel sente le chiavi girare nella toppa.

Non è riuscito a dormire, per ovvi motivi.

Si trova seduto sul letto, nella propria stanza, ma scatta in piedi quando sente quel suono. Ha ancora le scarpe addosso, ha rimosso soltanto la giacca.

Il corridoio buio lo accoglie, c'è soltanto la luce della camera ad aiutare la vista.

Non si è sbagliato: nota Simone che ha appena salito le scale, in religioso silenzio.

«Simo...» biascica, con tono fiacco e si avvicina a passi lenti, timoroso di una qualsivoglia reazione.

Simone si irrigidisce, fermo davanti alla porta della propria stanza, ancora chiusa. Tiene il capo basso per un breve istante, soltanto dopo si volta.

Non appena lo fa, Manuel si ritrova a trattenere il fiato: è dirompente la visione dell'altro ragazzo con un taglio netto sul labbro che lui stesso ha provocato.

I sensi di colpa si acutizzano.

«Mi dispiace» riesce a stento a soffocare. Non ottiene nessuna risposta, ma se lo aspetta. Immagina che ogni piccolo tentativo di riavvicinamento lo abbia distrutto nel giro di una sola sera. Si dà ripetutamente dello stupido, pure un po' un coglione.

«Me dici almeno come stai? Se pos—».

La sua frase viene interrotta bruscamente poiché Simone, con uno scatto, apre la porta della stanza e ne varca la soglia, sbattendo poi l'anta.
Così quel castello di carte che stavano man mano ricostruendo insieme viene spazzato via da una folata di vento infuocato, che, però, provoca a Manuel un brivido lungo la schiena che non riesce a scacciare.

Perché ci ha provato e, di nuovo, non è stato abbastanza bravo.

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