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Costellazioni





Nella vita di tutti i giorni si tende a pensare che siano le piccole cose a rendere felici, il che, da una parte, è vero. Dall'altra, quella più nuda e cruda, ci si rende conto che non è materialmente possibile essere felici a pieno e per tutto il tempo, nonostante all'apparenza ogni desiderio pare essere esaudito.

Ma è soltanto una illusione.

Alla fine, si tende sempre a vivere nell'attesa di qualcosa di meglio e in questo modo, molto spesso, i piccoli momenti sfuggono via tra le dita, come granelli di sabbia portati via dal vento.

Come se la felicità fosse tanto nell'attesa più che nel traguardo.

Ecco, razionalmente parlando, Simone dovrebbe essere felice - insomma, ha una relazione che si sta facendo via via più seria con il ragazzo che ha sempre desiderato, ha un buon rapporto col padre, sta per diplomarsi e ha ricominciato a mangiare in modo pressoché decente (circa).

Visto da fuori, non ha motivo per essere turbato, alcuna ragione per non dormire la notte.

Eppure succede.

Capita più volte che non chiude occhio, che il cuore gli batte così forte da sentirlo nelle orecchie e, di conseguenza, lo porta ad agitarsi, a sobbalzare tra le coperte.

Ed è ciò che accade anche quell'occasione.

Sono le tre e mezza ed è buio pesto quando Simone si ritrova seduto sul materasso, con la t-shirt bianca che usa come pigiama incollata alla pelle per il sudore e delle ciocche di capelli che si sono appiccicate alla sua fronte.

Ha il fiatone ed è solo nella stanza. Solo perché ha passato tutta la sera tra i libri di letteratura latina, come quella prima tra i tomi di filosofia e prima ancora di fisica. Insomma, cerca di immagazzinare quante più nozioni possibili, il problema è che esse paiono sfuggirgli via.

Come sabbia tra le dita.

Come i momenti felici.

Gli stessi che non riesce a godersi a pieno e si sente persino stupido per tale aspetto.

Perché la felicità dovrebbe accogliere e cullare, invece lui ci fa sempre a pugni.

È un paradosso.

Simone manco ricorda di aver avuto un incubo. Rimembra soltanto di aver chiuso gli occhi verso l'una e mezza e nulla più. Il resto è tutto un po' offuscato.

In maniera estremamente lenta si trascina giù dal letto. I suoi piedi nudi toccano le mattonelle gelide e un brivido gli corre lungo la spina dorsale.

Lo ignora, come il resto. Fa persino freddo - e non dovrebbe, considerato che giugno è vicino, quindi l'estate e il caldo afoso.

Si trascina, barcollando, nel corridoio buio della villetta Balestra, silenziosa e calma a quell'ora di notte.

Gli basta poco per raggiungere la stanza che è dopo la sua. Trova la porta socchiusa e gli è sufficiente spingere l'anta con due dita per farla aprire. Entra nella nuova camera cercando di fare meno rumore possibile.

Del resto, l'unico suono presente nell'ambiente corrisponde al leggero ronzio provocato dal respiro placido di Manuel.

Non c'è molta luce, per cui Simone non può scorgere al meglio la sua figura. Per quel poco che vede, sa che è in posizione supina, con una mano sopra la pancia e l'altro braccio piegato dietro alla testa.

L'esitazione dura poco - pochissimo - dal momento che non passa troppo tempo prima che si rannicchi accanto al compagno, sdraiato su un fianco; appoggia la testa sul suo petto e un palmo sopra il dorso della sua mano che si alza e abbassa a seconda del ritmo del respiro.

Per quanto cerchi di essere delicato, comunque il materasso lo smuove pertanto per Manuel è facile accorgersi della sua presenza. Tuttavia, ancora avvolto nel sonno, mantiene le palpebre calate e con voce impastata biascica: «Hai finito de studià?». A Simone sfugge una risata priva d'entusiasmo. «Sono le tre di mattina» soffia.

Un secondo di silenzio e poi «Oh, hai decisamente finito de studià» commenta. In seguito, mantenendo gli occhi chiusi, smuove un solo braccio per poter stringere l'altro ragazzo di più a sé - in quei giorni lo hanno fatto poco e gli è mancato.

Incredibile come una presenza possa essere così fondamentale e vitale da sentirne la mancanza se si è distanti soltanto poche ore.

Immagina sia perché, alla fine, l'amore diventa ossigeno e per Manuel, Simone è sempre una boccata d'aria fresca.

Simone vorrebbe tornare ad immergersi nel sonno, ma purtroppo non crede che ciò sia possibile - perlomeno non in breve tempo. Così solleva il capo, finendo per appoggiare il mento sopra al suo petto e «Manu?» soffia.

«Mh-m?».

«Dormi?».

«Ce sto a provà».

«Io non ci riesco».

Soltanto a quel punto Manuel si costringe a sollevare le palpebre; lo fa in maniera lenta, sentendole incredibilmente pesanti. «Eh, l'ho notato» commenta.

«Manca pochissimo all'esame».

«Ho notato pure questo».

«E poi dopo devo iniziare subito a studiare per i test di ammissione. Medicina non è uno scherzo, c'ha tremila manuali e io...».

È un flusso di parole quello che fuoriesce senza freno dalla bocca di Simone ed è lo stesso che, in genere, Manuel ascolterebbe pure volentieri.

Però non alle tre e mezza di notte. Pertanto, con una mano va a stringere il suo volto, preme le dita sulle sue guance, facendogli corrucciare le labbra e impedendogli di proseguire oltre.

«Che dici se pensamo a 'na cosa pe' volta?» borbotta.

Quella sarebbe la via più logica - certo, questo Simone lo sa, ma un conto è pensare a ciò che è più giusto, un altro è farlo.

E lui è ad anni luce di distanza dall'agire in modo logico, soprattutto quando una situazione lo turba.

Attende che il compagno rilasci la presa ed emette un leggero sbuffo. «Okay» alla fine si arrende e torna a posare la testa sul suo petto, al centro esatto.

«Manu?» bisbiglia ancora.

Manuel ha appena richiuso gli occhi e ne apre solo uno per rispondere «Non me vuoi proprio fa' dormì, mh?».

Simone sorride, anche se non può essere visto. «Scusa, sto zitto».

«Te prometto che domani mattina me parli quanto vuoi, fai sorgere il sole almeno» Manuel torna a serrare le palpebre. Passa una mano tra i suoi ricci scuri, morbidi tra le dita. In seguito porta un palmo sopra la sua schiena.

Così Simone tace definitivamente. Cerca di tranquillizzarsi un minimo e chiude anche lui gli occhi.

Almeno fino all'alba.


**


Alla fine, la tranquillità di un abbraccio lo culla in un sonno davvero profondo, tanto che Manuel è il primo a svegliarsi quella mattina. Tuttavia, evita di scuotere troppo il compagno e di farlo svegliare a sua volta, così riesce ad abbandonare il letto senza costringerlo ad aprire gli occhi.

Scende al piano inferiore con ancora il pigiama addosso - la doccia può farla dopo, tanto è presto, non sono nemmeno le sette di mattina.

Giunge in sala da pranzo dove trova il tavolo già apparecchiato, il caffè caldo nella moka e Dante lì accomodato con davanti una pila di fogli protocolli che rigira tra le mani.

«Só i compiti nostri quelli?» esclama Manuel, prendendo posto davanti al professore. Raccatta una tazza di ceramica bianca e ci versa dentro dapprima il latte freddo, poi il caffè.

Dante si sistema gli occhiali sul naso e gli rivolge uno sguardo distratto. «No, ovviamente» borbotta. «Sono quelli della sezione A».

«Da quando c'ha altre classi, professó?».

«Da tre anni, Manuel».

«Ah».

«Pensavi che me mantenessi con una classe sola?».

«Magari eravamo un po' speciali, che ne so io».

Il professore sospira. «Siete quelli che m'impegnano di più, questo sì».

«Vedi? Allora siamo speciali» ridacchia Manuel, mentre beve un sorso di caffè-latte. Dante chiude il compito che ha tenuto davanti fino a quel momento. Ci scarabocchia un sette e mezzo sopra con la penna rossa e lo abbandona sopra gli altri già corretti.

Sospira sommessamente e si versa nella piccola razza bianca che ha già utilizzato l'ultimo goccio di caffè. «Piuttosto— Ci hai riparlato?».

Manuel ha afferrato una merendina confezionata - una Kinder Brioss, per essere precisi - e la preme fino a far scoppiare l'involucro di plastica, dalla quale la tira fuori e l'addenta. «Con chi?» borbotta, a bocca piena.

«Co' chi, co' Simone, come co' chi?».

Ah. In realtà lo ha già capito da prima, solo che tenta sempre di raggirare il discorso perché «Non je ho detto niente più, poi fa er matto e finiamo pe' litigà».

«Se fa er matto co' te, figuriamoci con me» commenta Dante. «È che è troppo nervoso, teso. Ho parlato pure con la dottoressa sua, ha detto che gli farebbe solo bene».

«O' sanno tutti che je farebbe bene a parte lui».

«Beh, convincilo».

A Manuel scappa una risata. «Sai di chi stiamo a parlà, ve'? È figlio a te» replica, secco.

«Sì» Dante solleva la tazzina di caffè e ne beve un sorso «Ma un figlio non ascolta mai il padre, ma se si tratta del ragazzo suo...».

«No, no, no, mó non ce giochiamo 'sta carta, non è che me dice sì solo perché só er r—».

«Buongiorno» la sua frase si interrompe nel momento in cui Simone fa ingresso nella stanza. Quest'ultimo, in seguito, prende posto accanto al compagno e raccatta l'altra tazza delle medesime dimensioni, ma tinta di lilla. Ci versa dentro il latte e scopre amaramente che il caffè è finito; non ha voglia di rifarlo, quindi pensa di farne a meno. «Di che parlavate?» domanda.

«Manuel mi stava parlando di nuovo della piscina» esordisce Dante, il che gli costa un'occhiataccia e un calcio sotto al tavolo da parte di Manuel - che un po' gli fa pure male.

Il professore sobbalza, ma tenta di camuffare l'accaduto con un falso sorriso.

«Sono due anni che non la tocchiamo, adesso proprio non potete farne a meno?» commenta Simone. Prende pure lui una Kinder Brioss, scartandola lentamente e con delicatezza.

«Appunto che sono due anni, Manuel manco l'ha mai potuta usare, ne è entusiasta» Dante continua, imperterrito, e Manuel è molto indeciso se tirargli un secondo colpo o meno. «Poi che so— Potete invitare dei vostri amici. Vi lamentate sempre che vietiamo le feste, in pratica ora vi sto dando il via libera. Ne approfitterei».

Simone è stranito, tanto da aggrottare le sopracciglia. Dà un morso alla merendina, poi rivolge uno sguardo al compagno - che la sua l'ha già finita da un pezzo. «Tu davvero la vuoi fare?».

«Che?» biascica Manuel.

«La festa in piscina».

«Boh, che ne so, Simó. 'Na festa è sempre 'na festa» risponde e butta giù l'ultimo sorso di latte e caffè. Lancia uno sguardo furtivo a Dante, quasi dovesse chiedergli aiuto - che non arriva, tra parentesi. «Poi te farebbe bene».

«Una festa mi farebbe bene?».

«Un giorno staccato dalla tua testa, Simó».

È a tal punto che Simone ammutolisce, che fa crollare quelle poche e deboli barriere che ha messo su non appena abbandonata la stanza al piano superiore. Abbassa la mano che regge la colazione e che stava per addentare e si chiude un po' nelle spalle. «Sto esagerando?» sussurra. Non specifica in cosa, non sottolinea il quando.

Lo sanno bene tutti che il suo nervosismo, la sua ansia, la sua assoluta necessità di tenere tutto sotto controllo in quelle ultime settimane lo ha sotterrato e lo ha reso anche meno incline alle relazioni umane e al contatto con altri esseri umani. In fondo, funziona sempre così quando si lascia trascinare in balia di pensieri ossessivi e poco sani - come quello dell'esame di maturità che lo porta a non fare altro che stare sui libri, a privarsi del sonno e delle volte pure del cibo.

È semplicemente troppo.

«Un po'» mima Dante e fa addirittura un cenno con due dita per stabilire quanto - lascia giusto un piccolo spazio tra indice e pollice.

Manuel corruccia le labbra in una smorfia, mentre butta giù l'ultimo boccone della sua Kinder Brioss. «Eh, un po'» concorda.

Simone si sente quasi messo alle strette, sebbene sia facile constatare che hanno entrambi ragione - sì, un po'. Del resto, l'ultima volta che si è guardato allo specchio, li ha visti benissimo i segni scuri sotto gli occhi, così come ha notato messaggi arrivargli sul telefono e i suoi continui rifiuti ad ogni proposta.

«Solo un giorno» attesta. «Per la festa e basta».

«Facciamo due» puntualizza Manuel.

«Due?».

«Hai presente quando ce va a ripulì 'na piscina? Mica te la cavi in un giorno».

«No?».














No, di giorni ce ne vogliono, in effetti, cinque ed è già un miracolo.

Che Manuel pensa avrebbero fatto prima a chiamare qualcuno di decisamente più competente, che c'avrebbe impiegato sicuro meno tempo, avrebbe fatto un lavoro migliore, ma tant'è.

Alla fine, dopo tre giorni - due e mezzo, forse - il lavoro è quasi completato.

Quasi.

Anche se Manuel in quel momento, quando è in piedi davanti a quella distesa d'acqua contenuta in una forma ovale, la vede di un colore tendente al giallo e non sa se sia dovuto alla luce o al fatto che ha sbagliato a mischiare disinfettante, cloro e un differente componente che gli hanno spacciato come miracoloso per eliminare ogni residuo indesiderato.

«Guarda che se continui a fissarla, sempre così rimane» è la voce di Chicca a sopraggiungere, ma non lo fa sobbalzare, non lo coglie alla sprovvista.

Piuttosto, mette le mani sui fianchi e alza lo sguardo, per notare la ragazza con indosso un vestito blu, senza calze e un paio di Converse rosse ai piedi; regge anche un sacchetto di plastica spesso e con i fiori verdi e gialli, che pare pesante, tanto da finire con l'appoggiarlo a terra.

«Sai che non ce facciamo niente co' quelle?» è il commento di Manuel. Non può vedere il contenuto della busta, ma dal rumore prodotto al tocco col suono - un tintinnio - capisce che sono le bottiglie di birra che ha chiesto agli amici di portare.

«O' so» replica la ragazza. «Le altre le ha Matteo in macchina, per chi c'hai preso?».

«Pe' dei taccagni».

Come risposta, Chicca alza un dito medio. Poi ride - lo fanno entrambi. «Che manca?».

Manuel corruccia le labbra in una smorfia. «Cibo c'è, Dante ha svaligiato il supermercato. Birra— se Matteo non se le scola tutta, ce sta. Uhm— La gioia der ragazzo mio, quella manca».

«Non voleva fa' a' festa?».

«Non c'abbiamo grandi ricordi co' le feste, a parte er compleanno suo» il proprio è meglio dimenticarlo. «Ma non è quello, cioè—».

«Che te turba?».

Si morde piano l'interno della guancia. In realtà, si sente anche piuttosto stupido ad avere preoccupazioni che non dovrebbero minimamente sfiorarlo.

Del resto, però, nell'ultimo periodo è diventato bravo con l'autosabotaggio. «Non lo so» dice e, per certi aspetti, è anche la verità. «Lui c'ha 'sti momenti così, no? Tipo quando— Quando ha avuto l'incidente, te ricordi? Dopo quello, non sapevo mai che dì o che fare, ogni cosa sembrava sbagliata o fuori luogo. E mó me sento uguale, no? Solo che non c'è stato nessun incidente, di base non è successo davvero niente e—».

«Manuel» Chicca lo frena. «Te stai ad agità inutilmente».

«Eh, è questo er problema, Chì» confessa Manuel. «Se non só bono?».

«A fa' che?».

«A' esse er ragazzo suo» pigola. «Se abbiamo fatto tutto 'sto casino pe' sta insieme e poi— Poi dico 'na mezza cosa e m'accanna?».

«Già che te stai a porre er problema, vuol dì che non può accadè».

«Ma poi ce sta l'università, Chì. Metti che finiamo a studià in due città diverse, non se vedemo mai, finisce che quando se vedemo, er tempo non ce basta e quindi—».

«Quindi stai a fa' er melodrammatico e te stai a fascià la testa prima der tempo» la ragazza deve, di nuovo, bloccare il suo flusso di parole - un po' anche per esasperazione. «Se finite in città diverse, 'sticazzi, Manu» esclama. «Ce stanno mille modi de comunicà e i treni ad alta velocità pe' vederse in du' ore. Pe' questo non te devi fa' problemi».

Fa una breve pausa e scrolla le spalle. «Io è praticamente sicuro che andró a studià a Milano pe' l'Accademia e Matteo fisso rimarrà qua a Roma perché non ce vole annà all'università. E allora? Te piji Italo e te vedi quanno puoi. E se non puoi, ce stanno i messaggi, le videochiamate— Ce sta 'n botto de roba». Smette ancora di parlare, per qualche secondo in più. Allunga un braccio per poter posare un palmo sulla spalla dell'amico.

«L'hai detto che avete fatto 'n casino pe' sta insieme» mormora. «E chi fa grandi casini pe' unirsi, è difficile, se non impossibile che se stacchi. Poi voi siete Simone e Manuel e io non ce riesco a immaginà uno senza l'altro».

Manuel manco sa se l'obiettivo della ragazza fosse effettivamente rassicurarlo o meno - o se avesse bisogno di essere rassicurato, che magari simili insicurezze infondate avrebbe pure potuto evitarle.

Ciò nonostante, un briciolo si sente confortato. Del resto, è tutto nuovo per lui: è la prima volta che una relazione lo coinvolge così tanto, che gli prende anima, cuore e corpo e non ci è abituato.

Le cose nuove - per quanto belle - fanno pure un po' paura.

«Se 'o dici te» taglia corto - perché una parte ancora più vulnerabile a lei non vuole mostrarla.

«Eh, 'o dico io» conclude Chicca. «Vado ad aiutà Matteo co' le altre birre. Tu rimani a fissà la piscina o ce dai 'na mano?».

«No, mó vengo. Vado a chiamà Simone».


**


Simone non ha partecipato attivamente ai preparativi della festa - del resto, ha acconsentito a farla in un momento in cui proprio non voleva e non c'è scritto da nessuna parte che debba aiutare in qualche modo.

E poi è risaputo - da tutti - che, in pratica, studia ad ogni ora del giorno. Il punto è che lui è sempre stato piuttosto bravo - accademicamente parlando - non è mai rimasto indietro e ha sempre avuto una media invidiabile, la stessa che quell'anno è crollata a picco.

Pertanto, la situazione lo manda in crisi e, per un soggetto che soffre d'ansia, non è davvero l'ideale.

Basta un nonnulla per farlo andare in tilt.

Si sente come una mina vagante ed è persino consapevole del fatto che, in quelle situazioni, inizia a trattare male chiunque, soprattutto chi gli vuole bene.

Quindi non è una novità che in quelle settimane ha intavolato discussioni con chiunque: col padre per aver lasciato il lavandino sporco dopo essersi fatto la barba, con Anita per aver stinto una sua camicia, con Manuel per—

Con Manuel un po' per tutto e detesta quella parte.

Non ci vorrebbe litigare con lui, non adesso, non per idiozie.

Solo che la maggior parte delle volte non si controlla e lo colpisce su ferite aperte e ogni suo punto debole.

È vero che discutere con persone che conosci fin troppo è al pari di una guerra nucleare.

Adesso Simone è seduto alla scrivania, con una luce di troppa bassa intensità a riempire la stanza - gli verrà di sicuro mal di testa. Davanti, tiene aperto il libro di letteratura italiana. Le materie umanistiche non gli piacciono tanto ed è una delle ragioni per le quali fa più fatica a memorizzare certi concetti.

Anche perché è costantemente distratto.

Come in quel momento, quando un lieve bussare lo fa sussultare. Gli è sufficiente alzare il capo per notare la presenza di Manuel sulla soglia della porta.

«Só arrivati Chicca e Matteo» lo sente dire e «Mh-m» è l'unico suono che, invece, fuoriesce dalla sua bocca mentre con lo sguardo torna sulla pagina dedicata a D'Annunzio.

Manuel si lascia andare ad un sospiro sommesso. Esita per qualche istante prima di muovere dei passi incerti che gli permettono di andarsi a sedere sul bordo ai piedi del letto. Da quella posizione gli viene facile allungarsi col busto, afferrare lo schienale della sedia con le rotelle sotto dove è accomodato il compagno e tirarlo verso di sé.

«Manuel, e dai, sto studiando» è la pronta lamentela che scaturisce da Simone, la stessa che l'altro ignora del tutto. Difatti tira ancora di più, se possibile, la sedia e fa in modo che le proprie gambe incastrino a quelle di Simone e che non gli lascino via di fuga.

«N'avemo detto che ce stava un giorno de pausa?» fa notare.

«Un giorno, non cinque».

«Stai sempre a puntualizzà».

«Quando c'è da farlo».

«Stai facendo l'acido».

«Ma sarai acido te».

A Manuel scappa una mezza risata - un po' ironica, un po' anche isterica. «Okay» ammette infine, con leggera rassegnazione.

Per Simone è facile notare che si sta di nuovo presentando quella situazione dove lui diviene insopportabile e per questo abbassa lo sguardo, si stringe nelle spalle e con la punta delle dita sfiora il dorso delle mani dell'altro ragazzo, le stesse che gentilmente si sono appoggiate sulle proprie cosce. «Scusa» sussurra.

«Non fa niente».

«No, un po' fa» sospira sommessamente. «Sto diventando insopportabile».

Manuel corruccia le labbra in una smorfia. «Giusto un po'».

«Ehi».

«Eh, ho detto un po'» rimarca. Allarga un briciolo il sorriso. In seguito, scosta una mano, in maniera estremamente lenta, per portarla sul viso del compagno. Quest'ultimo, di riflesso, appoggia la guancia sul suo palmo, quasi a richiedere quella carezza, quel contatto vitale.

Manuel sfrega un pollice sul suo zigomo. «Vieni giù?» sussurra. «Ce stanno pure i popcorn e— i lecca-lecca».

«Chi ha comprato i lecca-lecca?».

«Mi madre, ovvio».

Ridono entrambi.

Simone socchiude le palpebre, mentre piano il contatto tra di loro vien meno. «Magari finisco prima di...» prova a dire, ma il compagno non gli dà manco il tempo di finire la frase che lo tira per un braccio, così da costringere tutti e due a mettersi in piedi e «No, no, 'sti cazzi. Magari niente. Annamo giù».

A tal punto, Simone alza gli occhi al cielo: non può più ribattere e si lascia trascinare giù per le scale, a quella dannata festa - o i preparativi di essa.


**


Non pensa di aver mai visto la Villa così piena.

L'invito è stato rivolto a pochi stretti, massimo dieci persone, invece quella è almeno il quindicesimo volto che vede e non riconosce.

Almeno ha chiuso il gatto in camera - e questa a chiave, così nessuno può entrarci.

Quelli sconosciuti lo salutano addirittura. Simone ricambia con un cenno del capo e uno stentato sorriso, chiedendosi chi siano, il loro nome, ma soprattutto chi mai li ha invitati.

La risposta è piuttosto semplice: gli appare davanti agli occhi quando vede Matteo in piedi a bordo piscina, la quale è stata presa d'assalto ed è colma di gente in costume che fa il bagno; il ragazzo saluta chiunque gli passi vicino con uno schiamazzo, un batti-cinque e un «Bella, fratè», quindi ecco, sì, è stato proprio lui.

Simone rotea gli occhi. Infila le mani nelle tasche della felpa bordeaux col cappuccio che indossa - che non è l'ideale per i primi di Giugno, ma lui ha sempre freddo, specialmente di sera. Si indirizza a passo svelto verso Matteo, che invece ha indosso un pantaloncino - forse un costume - con decori in stile hawaiano, giallo e bianco, e una canotta grigia e larga.

«Bella, Simó!» viene salutato quasi nel medesimo modo degli altri.

Serra la mandibola. «Non doveva essere una cosa intima?» fa notare.

Matteo scrolla le spalle, poi allarga le braccia. «Eh, 'o so, l'ho detto a degli amici mia della B che hanno amici della A che hanno amici che se só diplomati lo scorso anno e quindi—». Fa una breve pausa e poi ride. «Daje, più siamo, più ci si diverte, no?».

No. Simone vorrebbe farglielo presente. Vorrebbe puntualizzare che non era previsto tutto quello, che doveva essere una cosa tranquilla e quella confusione lo sta mandando in tilt. Del resto, però, non può aspettarsi comprensione da parte dell'amico, che in tali eventi è a perfetto agio.

Si liquida con un «Vabbè» e si allontana, alla ricerca di qualcuno che quella comprensione ce l'ha.

Nel giardino di Villa Balestra sono state appese lanterne di carta colorata - bianca, rossa, blu e lilla; forniscono un'illuminazione tenue che si riflette sull'acqua della piscina perennemente smossa.

La musica è forte. Considerando il genere elettronico, è pressoché sicuro l'abbia scelta Matteo - in pratica, è diventata una sua festa.

Del resto, gli ha detto di aver pronto un intero dj set.

Ad ogni modo, Simone si fa strada tra tutti quei volti che poco conosce - forse intravede Luna e Giulio, ma non ne è sicuro.

Fa il giro attorno al bordo bianco della piscina per raggiungere Manuel: lo vede con le spalle appoggiate contro la casetta di legno che presenzia nel giardino, con le braccia incrociate al petto e in bocca quello che pare lo stecchino di plastica di un lecca-lecca - Chupa-chups, per essere precisi. Accanto a lui c'è Chicca, che è la prima ad agitare le mani non appena lo vede e ad esclamare: «Oh, Simó! Ma dov'eri finito?».

Simone la ignora del tutto, le rivolge soltanto un'occhiata distratta. Così il sorriso della ragazza svanisce pian piano; rivolge uno sguardo dapprima all'amico che ha accanto, poi a quello di fronte.

E dopo «Vabbè, me vado a pijà 'na birra» si congeda in quella maniera.

Lo sguardo di Simone è ancora fisso sul fidanzato, che tenta di non essere troppo serio, tanto da abbozzare una risata. È un gesto che, tuttavia, non funziona molto e dunque: «Che faccia» commenta, togliendosi di bocca la caramella - è un lecca-lecca panna e fragola; «Guarda che Biscotto è ancora vivo».

Eppure, l'espressione dell'altro rimane dura e impassibile.

Manuel rotea gli occhi. «Che c'è?» sospira ed è a stento percettibile a causa della musica alta.

«C'è che doveva essere una cosa tranquilla tra di noi, qua ce sta tutta scuola!».

«E qual è il problema? È come se festeggiassimo la fine del quinto, no? Visto che n'avemo fatto niente prima».

Simone è in procinto di replicare ancora, ma finirebbero per urlarsi addosso - per cause che non controllano direttamente - pertanto Manuel lo afferra per un polso e lo trascina all'interno del capanno di legno. Le pareti di esso di certo non isolano del tutto il suono esterno, però un briciolo lo attutiscono - seppur di poco.

Sono fermi uno davanti all'altro.

«Te stai ad agità, okay?».

«Manuel...».

«'O so, ce sta l'esame, ce sta l'università, ce stanno— 'Na cifra de cose» insiste. «Ce saranno sempre 'na cifra de cose, in ogni momento della vita tua». Fa una breve pausa, sospirando. «C'ho anche io le mie paure, Simó, le mie ansie e questo non— Non rende meno valide le tue, però io sto cercando de farle più leggere, di alleggerirti da 'sto peso perché se non te fosse chiaro...» trattiene il respiro e la mano libera va a posarsi sulla guancia dell'altro ragazzo. «Se non te fosse chiaro, sei er ragazzo mio e questo è il mio compito».

Il petto di Simone è scosso da un leggero tremore. Che in realtà quella manco è una novità, è una cosa che ha già sentito per vie traverse, che conosce, che è appurata ed evidente. Ma fa sempre uno strano effetto, considerando da dove sono partiti.

«È la prima volta che lo dici» biascica. «A me direttamente, almeno, non— Agli altri ho perso il conto».

«Cretino» Manuel ridacchia. Gli basta compiere mezzo passo in avanti per diminuire drasticamente la distanza tra i loro corpi. Ciò permette a Simone di posare i palmi sui suoi fianchi.

Manuel, invece, mantiene la mano sulla sua guancia, mentre l'altra regge ancora il Chupa-Chups, lo stesso che avvicina alla bocca del compagno con naturalezza.

Simone prende tra le labbra la caramella - eccessivamente dolce, ma a lui non dispiace - frattanto che l'altro ragazzo mantiene lo stecchino tra le dita.

«Me prometti che te godi la festa e al resto ce pensiamo poi?» Manuel sussurra - che le proprie di insicurezze in quel momento, né in un altro le ha tirate fuori, per non gravare con un ulteriore peso sulle spalle del compagno, quasi non lo meritasse. Ed è meglio evitare di tirare fuori questioni che in tal istante non hanno importanza - non troppa.

Simone assapora ancora per qualche secondo il lecca-lecca panna e fragola. Dopo si tira indietro col capo per non averlo più in bocca. «Ci provo» attesta.

«No, ce devi riuscì» viene interrotto. «Ce riusciamo».

«Io e te?».

Non esiste altro.


**


Simone ci prova sul serio a godersi la festa, quel momento di leggerezza - lontano dalla propria testa, giusto per citare il fidanzato.

Prova persino a intrufolarsi tra i discorsi degli amici che nemmeno gli interessano - non per davvero. Ovviamente resta ben lontano dall'acqua, dagli schizzi provenienti dalla piscina, soprattutto quando, in massa, sotto le acclamazioni di Matteo, armato di microfono - non ha idea dove l'abbia preso e perché - tutti si buttano in piscina urlando e schiamazzando, compreso Manuel.

Lui rimane in disparte - che okay sforzarsi, ma ha dei limiti.

Sono le 2:40 di notte quando Villa Balestra torna nel silenzio. Gli ultimi ad andare via sono Chicca e Matteo, trascinandosi dietro due sacchi pieni della spazzatura.

Simone può sospirare di sollievo. Cammina poco distante dal bordo della piscina, con le mani nelle tasche dei pantaloni che indossa.

Manuel, invece, ha appena finito di raccattare con una retina attaccata ad un lungo bastone dei bicchieri di plastica biodegradabile che sono finiti in acqua senza controllo, gettandoli in una delle ultime buste da poi smaltire.

Lui ha ancora i capelli bagnati per il bagno fatto a mezzanotte. Ha addosso soltanto un costume a pantaloncino rosso che gli arriva poco sopra il ginocchio. «Andati?» domanda, distratto. Non mette il soggetto, è chiaro che si riferisce ai due amici menzionati prima.

«Andati» conferma Simone, con mezzo sorriso. Si avvicina all'altro ragazzo, così da essergli di fronte. Piega il capo su di un lato. «Quali sono?» sussurra.

Manuel aggrotta le sopracciglia e «Cosa?» borbotta.

«Le tue paure».

«Simó...».

«Abbiamo deciso che ci diciamo tutto, no? Questo è tutto» insiste. «Sono settimane che ti sorbisci le mie ansie sull'esame e il resto e— Puoi dirmi ogni cosa». Allarga un briciolo il sorriso e abbozza una risata. «Io sono errr ragazzo tuo, ma tu sei pure il mio». Marca di proposito l'accento per riprodurre quello dell'altro.

Quest'ultimo sforza una risata, abbassando lo sguardo. Si stringe nelle spalle e «Non hai fatto il bagno» cerca di cambiare discorso, indicando con un cenno del capo lo specchio d'acqua al loro fianco.

Ma «Manuel...» viene ripreso.

Eh. A Manuel non va di parlare di quello. Sì, ha imparato a parlare più apertamente dei propri sentimenti, di ciò che sente in determinati momenti, eppure non è del tutto sbloccato.

Delle volte si quietano delle paure per lasciare spazio ad altre.

Differenti, sotto aspetti diversi.

Mutano e cambiano forma, di pari passo alla vita che scorre.

«Non è— Niente de cui preoccuparsi adesso» sospira e appoggia le mani sui fianchi del compagno. Di riflesso, Simone pone i palmi sui suoi avambracci.

«E quando?» sussurra quest'ultimo.

«Dopo l'esame» risponde Manuel e si sporge in avanti per poter depositare un bacio lieve sulla punta del suo naso. «Dopo Madrid e Barcellona, dopo te che te fai i capelli platino...».

«Ancora quella scommessa?».

«L'hai persa, me lo só segnato» ridacchia. «E dopo— Sai cosa?».

«Che?».

A quel punto, Manuel non replica. Il sorriso si amplia sul suo volto, ride. Con uno scatto, stringe la presa sui suoi fianchi, lo tira, strattona verso la vasca d'acqua finché non ci ricadono entrambi dentro, tra mille schizzi.

Simone ha ancora i vestiti addosso quando finisce in piscina e vorrebbe lamentarsene. Gli esce addirittura un «Quanto sei stronzo» di bocca, ma viene messo a tacere subito da Manuel che gli è addosso, che si aggrappa alle sue spalle e lo bacia sulle labbra.

«Seh— 'N po'» biascica, quando sono ancora a contatto. «'N t'eri fatto er bagno».

Sposta una mano tra i suoi capelli che si sono bagnati. Li tira all'indietro, scoprendogli la fronte. L'unica fonte di luce presente è quella delle lanterne: è fioca, debole, permette loro di vedere poco.

Però non ha molta importanza.

Hanno imparato a riconoscere i relativi tratti, tanto da poterli disegnare a memoria.

In seguito, delicatamente Manuel spinge Simone fino a che non fa aderire la sua schiena al bordo della parete della piscina, accanto alla scaletta in metallo per risalire in superficie. Lo blocca lì contro, facendogli allacciare le gambe attorno alla propria vita.

Riprende a baciarlo sulle labbra con premura, mentre fa vagare le mani sul suo corpo. Incontra attrito a causa dei vestiti che l'altro tiene ancora addosso; difatti, finisce per inserire un palmo al di sotto della sua felpa, a sfiorare l'addome con la punta delle dita. Ma scende subito più in basso, a giocherellare con il bottone dei pantaloni che apre. Incontra da subito l'elastico dei boxer e odia il fatto che ci siano ancora così tanti ostacoli da superare per poterlo spogliare.

Un mugolio di fastidio lascia la sua bocca. «Se te fossi messo er costume» borbotta. «Era più semplice».

Simone ridacchia e butta indietro il capo. Non sa nemmeno in che modo stiano rimanendo a galla. «Qui?» pigola.

Qui? Vuoi farlo qui?

«Mica è la prima volta».

«In piscina sì, era vuota».

«In acqua, cretino» Manuel le mordicchia la guancia mentre ancora tenta di strattonare la felpa del compagno.

In effetti, ci impiegano un po' a rimuovere tutti i vestiti di Simone, tanto che è costretto ad uscire dalla grande vasca per togliersi i pantaloni, le scarpe e i calzini, sotto lo sguardo attento e desideroso dell'altro ragazzo che lo incita a fare più in fretta.

Quattro minuti e quindici secondi prima che torni in acqua, tenendo addosso solo il paio di boxer azzurri in cotone.

«Potevi toglie pure questi» appunta Manuel, riprendendolo dai fianchi e bloccandolo di nuovo contro la parete della piscina. Simone gli cinge il collo con le braccia e «Quelli li togli tu» sussurra.

Per loro fortuna, villa Balestra è vuota, è tutta per loro, insieme alla notte e al cielo stellato che li sovrasta.

È un silenzio soave, interrotto solo dai versi dei grilli, che li accompagna tra carezze che vanno ovunque, tra le loro mani che scorrono, che si esplorano, i loro respiri che si mescolano, mentre l'elastico di costume e boxer viene abbassato.

Sono tutti gesti lenti e attenti, nonostante Simone, di tanto in tanto, stuzzica Manuel sul fatto che può essere un po' più rude, se vuole. Per il momento, tuttavia, quest'ultimo non ci riesce come se dovesse risarcirlo di dolcezza e miele.

Avranno tempo per altro.

Manuel porta una mano verso il basso, premendo la bocca sull'incavo del collo del compagno. Succhia piano quella porzione di pelle, mentre con il dito medio va a stuzzicare il suo sensibile anello di muscoli che si contrae al tocco.

Con la mano libera, invece, va a sfiorare il proprio membro che si è già fatto turgido. Lo rinvigorisce un briciolo con i polpastrelli.

«Simó...» soffia in un suo orecchio.

Simone ha le palpebre calate, il capo lievemente inclinato all'indietro. «Mh-m?» mugola.

«T'ho mai detto— Che sei bono?».

Ride. Apre un solo occhio per scrutarlo. «Non direttamente» bofonchia. «Anche tu non sei male».

«Ah, grazie» Manuel gli lascia un lieve morso sulla linea del mento e una risata lascia anche le sue labbra.

Simone boccheggia quando percepisce l'erezione del compagno insinuarsi dentro di sé - che è un po' complicato e poco lubrificato come gesto, per cui gli provoca un briciolo di dolore. Lo sopporta, gli piace poiché in meno di un minuto si trasforma in piacere.

Ha arpionato le gambe attorno ai suoi fianchi, sollevando un briciolo il bacino. In tal modo può muoversi su e giù sul suo membro turgido, lasciandosi penetrare dettando il ritmo.

Hanno iniziato a farlo senza preservativo nell'ultimo periodo - tre settimane, anche se è capitato di rado di effettivamente farlo, considerando tutto. È stata una decisione presa di comune accordo, con relative analisi di controllo per accertarsi di essere entrambi sani e puliti.

Così è stato.

Il cielo blu notte, costellato da milioni di punti bianchi che creano costellazioni a cui si divertono a dare nomi nuovi, continua ad osservarli quando posano la fronte una contro l'altra.

Ansimano entrambi.

Gemono entrambi, soprattutto quando Manuel osa un affondo più deciso e si trattiene dentro al fidanzato qualche attimo in più.

Ed è in quel frangente che soffia un «Ti amo» che non trattiene.

Non se lo dicono di continuo, forse persino troppo poco, però in quei momenti diviene quasi una esigenza.

Simone sorride, strizza le palpebre poiché il piacere sta aumentando sempre di più, complice la mano dell'altro ragazzo che ha preso a masturbarlo docilmente.

«Da qui a trenta secondi» sussurra ancora Manuel.

«Da qui a trecento chilometri».

Ammutolisce. Le rinnovate paure non le ha esternate, ha compiuto un giro di parole infinito pur di non arrivare al punto.

Ma Simone ha capito.

Simone lo capisce sempre.

Da qui a trenta secondi.

Da qui a trecento chilometri.

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