Capirsi
Manuel ci ha sempre creduto poco al destino: non è troppo convinto del fatto che qualche ente superiore possa avere qualche sorta di potere sulle vite delle persone - come se esse non fossero così importanti da avere, addirittura, qualcuno a scegliere e controllare gli eventi.
Ecco.
In quel momento, un briciolo si ricrede e immagina che, chiunque stia comandando il proprio destino, deve essere qualcuno con uno spiccato senso dell'umorismo che si diverte a vederlo soffrire.
Non c'è altra spiegazione.
Manuel è seduto alla scrivania della propria stanza, con il libro di letteratura aperto davanti, a cui non sta prestando davvero attenzione, e una matita in mano con la quale continua a tamburellare sui fogli.
È distratto: dovrebbe studiare, ma la sua attenzione è decisamente altrove.
«Manuel?». La voce di Anita manco lo fa sobbalzare - anzi, ringrazia gli sia arrivata alle orecchie, così per mezzo secondo può smettere di pensare a - tutto.
A Simone.
Sì, okay, grazie tante.
Gli è sufficiente alzare e voltare di poco il capo per notare la presenza della madre sulla soglia della porta, con le braccia incrociate al petto e le sopracciglia aggrottate.
«Che?» replica, abbandonando la matita che ricade sul piano della scrivania.
«Ce sta la brutta copia tua de sotto che te cerca» la donna lo informa e gli sfugge una mezza risata.
Manuel non coglie il riferimento - non subito - per cui «Scusa - cosa?» borbotta.
Anita alza gli occhi al cielo. «Ou, quello che sta sempre appiccicato a Simone, daje».
Ora ha capito e viene anche a lui da ridere per una simile definizione. Si passa una mano sul viso, esasperato. «Digli che sto a dormì, così se ne va».
«Diglielo te, mica sto al servizio tuo».
«Mà, sul serio?».
«Sul serio». La madre non si smuove da quella decisione, sebbene sembri scherzosa fino all'ultimo, fino a quando indietreggia e sparisce nel corridoio.
Manuel non prova a fermarla o a rinnovare la richiesta: è ben consapevole che servirebbe a poco o a niente, che tanto è lei che lo vuole costringere a scendere e affrontare l'eventuale problema.
Il punto è che non ne ha voglia.
Di fare nulla, in realtà: vuole soltanto che la consegna di quello stupido progetto scolastico a coppia passi, così da tornare a farsi gli affari propri e crogiolarsi in silenzio tra disgrazie varie ed eventuali.
E invece non può.
Perché il destino è davvero un infame.
Indugia, prima di alzarsi. Trascina i piedi sul pavimento, facendo strusciare le suole delle scarpe da ginnastica bianche con le strisce rosse che indossa sulle mattonelle, poi sui gradini delle scale di legno che conducono al piano inferiore.
Già si vorrebbe fermare dopo averne scesi soltanto tre, poiché sufficienti per vedere chi lì lo sta aspettando, con i capelli ricci sistemati in maniera impeccabile - che poi, pensa, c'ha pure dei capelli di merda - la maglietta bianca che è visibile al di sotto di un cappotto nero e lungo.
Chiamarlo pischello borghese non è mai stato così appropriato.
«Non te avevo detto che la facevamo pe' telefono 'sta roba?» esclama, quando in fondo alle scale non ci è ancora arrivato.
Andrea regge uno zaino bordeaux su una spalla sola. Un sorriso pacato si dipinge sul suo volto. «Risulta difficile farlo per telefono quando m'hai bloccato» ribatte. «E poi - ti avevo già detto che viene male fatto così. Evidentemente nessuno dei due sa ascoltare bene».
«Parla per te» la risposta esce dalla bocca di Manuel in maniera spontanea, quando scende l'ultimo gradino.
Non avanza ancora, mantiene le distanze dal compagno di scuola, quanto più possibile.
Incrocia le braccia al petto, un gesto che, in quel momento, pare uno scudo, un modo per difendersi da attacchi ipotetici che si stanno creando all'interno della propria testa.
Dall'altra parte, Andrea riconosce quel comportamento, per cui rimane calmo. Sposta il peso del corpo da un piede all'altro, oscillando su sé stesso, e prende un respiro profondo.
«Senti» comincia «Lo so che ti sto sul cazzo dal primo giorno che sono arrivato...» - quell'ultima frase scaturisce una risata sull'orlo dell'isterismo nell'altro ragazzo, che lui cerca volutamente di ignorare - «Però questa è una roba diversa, non c'entrano i rapporti personali».
Manuel fa cenno di no con la testa. Il desiderio di prendere a pugni la sua faccia e strappargli via l'aria strafottente che ha addosso la maggior parte del tempo è forte e difficile da placare. Si morde forte l'interno della guancia, per rimanere un minimo in controllo. «Non me ne frega un cazzo dei rapporti personali» attesta. «T'ho solo detto che se puó fa ognuno a casa propria e finisce là».
«Lo stanno facendo tutti insieme ai compagni assegnati, noi saremmo gli unici a—-».
«Vuoi che te ripeto che non me ne frega un cazzo?».
Andrea si blocca, un briciolo stizzito. Butta giù a fatica della saliva e stringe un solo pugno lungo i fianchi. «É per Simone? Che mi odi così tanto?».
Sentir pronunciare il suo nome, proprio da lui, per Manuel è come gettare del sale su una ferita ancora aperta e sanguinante: brucia, gli brucia ogni fibra del corpo, dai muscoli alle ossa. Si irrigidisce, serra la mascella e «Che cazzo c'entra Simone mó?» sbotta.
«Tiro a indovinare, no? Almeno di lui te ne frega un po' o mi sbaglio?».
Quella domanda è tanto semplice, quanto complicata, così come lo è la risposta.
Sì che gliene frega, gliene frega fin troppo, ma ogni parola gli si blocca in gola in quel momento.
O semplicemente non trova sensato esporsi con una persona che detesta e che gli sta portando via ogni cosa.
Letteralmente.
Così torna a fare quel che gli riesce meglio: fingere indifferenza, fingere che non gli importi niente. Indossa un sorriso strafottente - gli fa da specchio, no? - sgrana gli occhi e scrolla le spalle. «Me sa che te prendi una insufficienza stavolta» esclama «Te rovina la media».
Sostiene il suo sguardo finché può, compiendo mezzo passo indietro. Attende una risposta che, per fortuna, non arriva.
«La strada pe' uscì la conosci, mh?». Si congeda in quel modo, non consentendogli una eventuale replica che, comunque, non arriva.
Si volta e risale le scale quanto più in fretta possibile, per tornare in camera propria e chiudersi dentro a chiave.
**
«Balé, e meno male che ce dovevi pensà tu. Non ce sta scritto niente qui».
Matteo fissa Simone con occhi spalancati, attendendo una sua reazione. Tiene in mano un quaderno dalla copertina verde acqua e i fogli a righe, completamente vuoti.
Sono seduti ad un tavolo ovale di legno color noce scuro, a casa proprio di Matteo: è un appartamento piccolo, dotato di mobili classici, antichi quasi, come se all'interno dell'abitazione il tempo non fosse mai passato, bloccato negli anni Novanta.
Per un attimo, Simone si è persino perso ad analizzare i dettagli di quel nuovo ambiente in cui è stato davvero poche volte: ad esempio, ora si trovano in cucina, uno sportello della credenza alzata a muro è rotto e quindi risulta più in basso rispetto agli altri due; il lavandino perde e le gocce d'acqua battono ad intervalli regolari sull'acciaio.
Le mattonelle del pavimento sono color sabbia, alcune di esse sono scheggiate, rotte e andrebbero sostituite.
È un'abitazione che necessiterebbe di una approfondita ristrutturazione, ecco.
Simone sbatte rapidamente le palpebre e «Sì, scusa» borbotta «'Sta settimana è stata un po' un casino».
Per un breve istante, Matteo è perplesso. Scuote il capo, alza gli occhi al cielo. «Seh, immagino» commenta.
«Cosa?».
«Niente, lascia sta'».
Simone vorrebbe pure indagare oltre, ma ha il sentore che l'amico lo odi in quel momento - deve ancora capirne il motivo, però questi sono dettagli. Finge un colpo di tosse, mentre appoggia i gomiti sulla superficie piana. Esita per una frazione di secondo. «Ma — alla fine non me l'hai più detto come ti sei spaccato il naso» cambia drasticamente argomento.
Se possibile, Matteo risulta ancora più contrariato da tale quesito. «Perché, me l'hai chiesto?» borbotta.
«Sì?» biascica Simone e scrolla le spalle. «Più volte, tra parentesi».
«N'è vero».
«Sì, invece».
«Vabbè» Matteo sbuffa e si sbilancia appena all'indietro sulla sedia. «A capodanno, Manuel ha un po' esagerato col bere e io me só ritrovato nel posto sbagliato al momento sbajato, niente de che».
«Manuel?».
«Eh - che sei sordo, Simó? Manuel».
Simone serra la mandibola. La sera di capodanno la ricorda molto bene.
Anzi, rimembra ogni singolo istante, della corsa fatta sulle scale, rischiando di inciampare sui gradini, la vista annebbiata quando, in mezzo a tutti quei volti estranei ne cercava soltanto uno, un ancora in mezzo ad un oceano alla quale aggrapparsi per non annegare, per fuggire a tutto ciò che è successo poco prima in un piccolo bagno, con chi i pensieri glieli monopolizza la maggior parte del tempo.
Così come ha ben in mente il fatto di essersi sentito sicuro di quella scelta allo scoccare della mezzanotte poiché Andrea lo ha baciato e si è lasciato baciare davanti a tutti, senza alcun problema, senza alcuna esitazione, e lui è stato incredibilmente bene.
Il problema è sopraggiunto dopo.
Sopraggiunge sempre perché è complicato scacciare via la presenza e l'immagine di Manuel.
È impossibile mandarlo via.
Ma stare con Andrea porta a decisamente meno complicazioni che stare con Manuel.
Stare con Andrea gli rende la vita più facile.
E lui è stanco di combattere.
«Mi spiace» sussurra, come se il naso rotto dell'amico fosse colpa sua. In parte si sente comunque responsabile poiché lo immagina bene il motivo per cui Manuel si sia ubriacato e abbia perso le staffe.
«Ah, mica m'hai fatto qualcosa tu» replica Matteo «Ce mancava. Non c'hai la maestria pe' fa a botte, pure se sei rugbista».
Simone abbozza una risata, priva d'entusiasmo. «Non ci gioco manco più a rugby».
«Perché?».
«Varie cose - ho preso una pausa. Tanto ero pure 'na mezza sega».
«Su questo devo concordare».
Si finge offeso per un breve attimo. Tuttavia, non obietta neppure perché, in fondo, sa che è la verità. Per il momento, ad ogni modo, gli pare una decisione saggia quella di aver interrotto qualcosa in cui già da tempo non si trovava bene, per sviluppare qualche altra passione più stimolante.
Deve ancora trovarne una precisa, ma ci sta lavorando.
«Ma alla fine - tu co' Manuel come siete rimasti?» la domanda di Matteo giunge al pari di un fulmine a ciel sereno, qualcosa che Simone non s'aspetta. Difatti, sbatte rapidamente le palpebre e «Cosa?» balbetta.
«Tu e Manuel» è la replica pacata e decisamente troppo tranquilla che sopraggiunge. «Come siete rimasti?».
«In che senso?».
«Nel senso - noi semo a voi due che ce davate dentro e okay, poi? Mó a stento ve parlate».
«Sei tu quello che esce con lui la sera».
«Beh, che c'entra? Mò sto a parlà co' te».
Simone scuote appena la testa e incrocia le braccia al petto. In tutta onestà, non sa cosa Manuel abbia eventualmente detto, se ha raccontato qualcosa; non crede, pensa sia stato in silenzio o abbia negato tutto. Non lo vede a confidare certe cose, specialmente ad uno come Matteo.
Per cui, arriva ad una sola conclusione. «Io sto con un'altra persona adesso» afferma.
«Ah, già— er pariolino mancato» commenta Matteo, mentre si alza in piedi, distratto.
Muove qualche passo lento verso il frigo ad incasso, il quale apre per recuperare una bottiglia di Pepsi già aperta e a metà. Richiude l'elettrodomestico e posa la bevanda sul tavolo. «Vuoi?» domanda, raccattando già due bicchieri dalla credenza sopra al lavandino.
Simone fa cenno di no col capo e «No, grazie» borbotta.
«Vabbé».
«Perché non vi piace?».
«Ma chi?». Matteo ha recuperato un solo bicchiere per sé. Si siede nuovamente al tavolo e si versa la Pepsi gelata.
«Andrea».
«Co' Andrea c'ho quasi fatto a botte, Simó, che vor dì. Se chiedi a Luna, però, te fa n'elogio pe' lui. Fa 'n sacco de elogi quella, alcuni inutili, eh!».
Beve un sorso di quel liquido frizzante e strizza le palpebre. «E poi è er ragazzo tuo, a te deve piacere, no?».
A quella domanda, Simone non risponde - non subito. Abbassa lo sguardo, a fissarsi le mani che ha preso a torturare, frattanto che la sua gamba destra inizia a sussultare; gli capita sempre più spesso. «Sì, infatti» biascica e scrolla le spalle. Attende un po', qualche minuto. L'unico suono rimasto udibile nella stanza è quello delle bollicine dentro al bicchiere che scoppiano pian piano.
Il suo cuore perde un battito quando «Ma Manuel t'ha detto qualcosa?» chiede e si pizzica la lingua per aver osato porre quel quesito.
Stupido, ma perchè?
«De che?».
«Vuoi dirmi che non hai fatto a lui la stessa domanda sul - come siamo rimasti?».
Matteo abbozza un sorriso. «Ovvio che sì» esclama.
«E...?».
«E - non li dico i cazzi degli amici mia in giro».
«Lo stesso amico che t'ha spaccato il naso?».
«C'ha altri pregi» taglia corto. «Simó, facciamo 'sta roba pe' scuola che non me posso pijà n'altro quattro».
L'argomento viene drasticamente cambiato.
Simone lo capisce bene, quasi se lo aspettava. Non sa neppure il motivo per cui ha posto quella domanda - perché è ovvio che Manuel non abbia raccontato nulla.
Figurati se Manuel parla di te, gli sussurra una voce nel proprio cervello.
Figurati se Manuel ci pensa a te.
«Sì, okay» conclude. Tanto sa che quel dialogo non può proseguire oltre e loro due hanno un compito che ha scadenza il giorno dopo che non hanno ancora iniziato.
**
Manuel ha accartocciato almeno dieci fogli, per poi gettarli alla rinfusa - un po' sulla scrivania, un po' a terra e chissà se avrà voglia di raccoglierli o resteranno lì per giorni.
Più probabile la seconda ipotesi.
Ci sta provando a buttar giù qualcosa, perché un'insufficienza non la vuole davvero prendere, quindi piuttosto fa da solo.
Il problema è che fare da solo è complicato e le parole non gli vengono.
Strano, dal momento che, almeno dal punto di vista artistico, le parole le trova sempre.
A parlare dei propri sentimenti è pessimo, però farlo attraverso versi di poesia, per esempio, è capace.
Ora, tuttavia, si tratta di qualcosa che è nel mezzo e quindi...
Quindi fa pena.
L'ennesimo pezzo di carta sul quale ha appuntato due frasi con la biro nera viene stropicciato tra le sue mani e gettato sul pavimento.
Manuel appoggia i palmi sulla superficie piana che ha davanti e si sbilancia appena all'indietro sulla sedia girevole alla quale è accomodato da almeno un'ora.
Socchiude le palpebre, prende un respiro profondo.
Dovesse scrivere una poesia, forse ce la farebbe.
Ci riuscirebbe: la maggior parte delle volte, proietta alcuni pensieri su altre persone e fa parlare le loro emozioni attraverso i versi. Tenta sempre di distaccarsi da essi, in qualche modo contorto che non sa spiegare.
Come se parlare dei propri sentimenti assegnandoli ad altre persone li rendesse meno reali e più comprensibili, poiché visti dall'esterno.
Quello, invece, richiede un frammento più personale e se deve mettere in mezzo sé stesso, è sempre un casino.
«Se ne è andato?». Per la seconda volta, Anita fa la sua apparizione sulla soglia della porta, con un mezzo sorriso stampato in faccia e l'aria curiosa.
Il ragazzo le lancia un'occhiata distratta, per poi tornare a fissare i fogli accartocciati abbandonati sulla scrivania. «Per fortuna, sì» replica.
La madre indugia per un breve istante - davvero brevissimo, perché non ci impiega molto tempo a compiere dei passi distratti all'interno della stanza, raggiungere il figlio e posizionarsi al suo fianco, con le braccia incrociate al petto. «Che è 'sto bordello?» domanda, alludendo ai pezzi di carta ovunque.
Manuel sbuffa - è evidente il disastro che ha combinato. Si gratta dietro ad un orecchio con due dita. «Stavo a cercà - de fa un compito» spiega.
«Che compito?».
«De italiano» aggiunge. «C'hanno messo in - coppia a fa' 'na sorta de tema o saggio breve, come lo vuoi chiamà».
«E tu sei finito co' lui?».
Gli sfugge una mezza risata, sull'orlo dell'isterismo. «Seh» borbotta «Il destino c'ha un grande senso dell'umorismo». Si passa una mano sul viso, esausto - come se avesse corso una maratona, più o meno, solo che lo ha fatto soltanto nella sua testa. «Comunque lo posso fa' pure da solo, non me serve coso».
«Coso?». Anita ridacchia. «Mò lo chiami coso?».
«A' 'ma...».
«Scusa, scusa, scusa» solleva i palmi, in cenno di finta resa e sono gli stessi che, in seguito, posa sui fianchi. Evita di fare ulteriori commenti: lo sa a chi si sta riferendo, glielo ha spiegato nei giorni scorsi e poi...
Beh, Andrea gironzola spesso in casa Balestra, per cui non è nemmeno una novità.
«Su che lo devi fa' 'sto tema?» domanda successivamente.
Un sorriso amaro si delinea sulla bocca di Manuel.
Com'è che ha detto prima?
Il destino ha davvero un grande senso dell'umorismo.
Il destino è un bastardo infame.
«Sull'amore» soffia. «Cioè - 'na roba tipo cos'è per me l'amore e come viene affrontato nella letteratura o 'na cosa simile».
«Eh - e qual è il problema?».
«Che io non ne so 'n cazzo su l'amore, ma'» sentenzia. È una mezza bugia: qualcosa sa, ma le poche convinzioni che ha sempre avuto su quel sentimento tanto pauroso sono state del tutto smantellate di recente.
«Non so che scrive» confessa. «Ogni cosa me pare 'na frase che trovi dentro ai cioccolatini - tipo i Baci Perugina».
Anita alza gli occhi al cielo. Lo fissa per un attimo, inclinando il capo su di un lato, mentre i loro sguardi finalmente si incrociano. «Sono sicura che sei capace de scrive sull'amore, Manuel» lo rassicura. «Se te sforzi 'n po', perché lo conosci, non è vero che non ne sai niente».
Manuel fa cenno di no con la testa, ma sa che con la donna non l'avrebbe mai vinta, per cui non ribatte. Vorrebbe avere la sua stessa sicurezza in simili affermazioni; ciò nonostante, immagina che terrà di fronte a sé ulteriori pagine bianche per un bel po'.
«Magari chiedi aiuto a Martina, mh?» propone Anita.
«Perché Martina?».
«Boh - 'co lei ce parli de ste cose, no?». Non specifica l'argomento, è chiaro ad entrambi - forse.
Tuttavia, Manuel non aggiunge ulteriori repliche. Si limita ad annuire ad una cosa che sicuramente non farà.
Che okay che Martina sa davvero tante cose e le ha rivelato molto di sé, ma a quello non è ancora pronto.
E non crede lo sarà per molto tempo.
**
Dopo aver abbandonato casa di Matteo, Simone ha avuto come prima intenzione quella di tornare alla villetta Balestra, mettersi il pigiama e nascondersi sotto le coperte.
Non sa cosa l'abbia spinto, venti minuti dopo, a dirigersi nella direzione opposta della città.
Forse un leggero senso di sicurezza e fiducia che non sa come sia nato. Immagina un po' per caso, quando incontri una persona e hai quasi nell'immediato una connessione che prima ignoravi.
Succede.
Di rado, ma succede.
Simone si trova davanti ad una palazzina di tre piani, con un portone stretto, dal legno nero scorticato. I nomi sul citofono hanno targhette tutte diverse tra loro, una è persino attaccata con lo scotch. Quella messa meglio si trova accanto al pulsante che preme lui, riporta due cognomi: Marcon, Billeri.
«Chi è?» è una voce metallica quella che risponde. Il ragazzo si bagna le labbra d'improvviso secche con la lingua e si incassa nelle spalle. «Uhm - sono Simone» bofonchia. «Non ti ho avvisato, ma ero da 'ste parti» - ma sei un cazzo di bugiardo - «Così son passato, se non ti disturbo».
C'è mezzo secondo di esitazione dall'altra parte, per poi: «Ma che, figurati! Ti apro».
Uno scatto e un ronzio segnalano che la serratura del portone è stata fatta scattare. Simone lo apre, producendo un leggero cigolio. L'androne della palazzina è spoglio, la vernice sulle pareti è ingiallita e avrebbe di sicuro bisogno di una rinfrescata.
Sa tutto di vecchio lì dentro, come i gradini di pietra ruvida o il corrimano delle scale in legno lucido, con le ringhiere nere che si muovono se scosse troppo.
L'appartamento che raggiunge si trova al secondo piano. Ha una porta a due ante, con un pomello che richiama il color oro. Bussa sul legno, sebbene sia già aperto e possa fare il proprio ingresso.
Ad accoglierlo, c'è il miagolio flebile di un gatto nero che già gli si avvicina e si struscia su uno dei suoi polpacci. In automatico, a Simone spunta un sorriso: i felini sono il suo più grande punto debole, su ciò non vi è alcun dubbio.
«Ciao, Nerino!» esclama, con la voce che si fa appena più stridula a pronunciare il nome dell'animale. Si piega sulle gambe, per poter prendere in braccio il gatto e fargli delle carezze sulla testa e in mezzo alle orecchie. Si tira su, senza lasciarlo e senza levare il sorriso.
«Dillo che eri da 'ste parti solo per Nerino». È una nuova voce quella che sopraggiunge, poco distante.
Difatti, a Simone è sufficiente sollevare il capo per notare la presenza del padrone di casa, coi capelli ricci e ancora umidi - dev'essersi fatto la doccia da poco - una maglia nera a maniche lunghe addosso e i pantaloni della tuta del medesimo colore.
«Ovviamente sono qui solo per lui» commenta e abbozza una risata. «Posso ancora rubartelo?».
Leonardo alza gli occhi al cielo, piuttosto divertito. «Prima o poi te ne regalo uno, giuro» esclama e scuote il capo. Appoggia entrambe le mani sui fianchi. «A parte il gatto - vuoi qualcosa? Tè, caffè - un miracolo?».
«Il caffè va benissimo».
Caffè sia.
La casa di Leonardo è piccola. Ci vive principalmente da solo o in compagnia della fidanzata Sofia: ha un minuscolo ingresso, una camera dove ci entra a stento un letto e un armadio a due ante, un bagno lungo e stretto come fosse un corridoio.
La cucina è, forse, l'ambiente più grande: i mobili sono tipici anni Settanta, di uno sgargiante arancione che spicca sulle credenze. C'è un tavolo rettangolare con le gambe di legno sottili, al quale si accomodano.
A malincuore, Simone ha messo giù Nerino - ma sicuro dura il tempo di far raffreddare il caffè e poi va riprenderselo.
In quel momento, tuttavia, dopo qualche convenevole scambiato con l'altro ragazzo, pensieri differenti si accavallano nella sua testa. Si rabbuia. Gli capita spesso, di isolarsi rispetto alla realtà, di sfuggire da essa.
Capita quando ammutolisce all'improvviso, abbassa lo sguardo, la gamba destra inizia un po' a tremargli e lui inizia a torturarsi le dita e l'interno delle guance con i denti.
Leonardo sta ancora raccontando un aneddoto su una gita in Croazia quando se ne accorge e quindi si interrompe. Tiene una tazzina di ceramica bianca mezza vuota tra le dita - perché ha consumato quasi tutta la bevanda calda al suo interno. Alza un sopracciglio e «Tutto okay?» domanda.
Come ogni volta, Simone recepisce con leggero ritardo tal quesito. Allora «Che?» soffoca.
Leonardo mette giù la tazza, che produce un lieve schiocco contro il legno quando ci entra in contatto. «A volte sembra che entri in un altro mondo» gli fa notare. «Non è 'na cosa brutta, anzi - però... T'é successo pure l'altra sera, quindi... Tutto okay?».
Colpito e affondato. Sentirglielo dire ad alta voce, per Simone risulta un briciolo strano. Il caffè lo ha finito da qualche minuto, anche se la moka sul tavolo ne contiene altro e lo vorrebbe. Ma desiste. «Sì, tutto okay» cerca di tergiversare. «Cioè - più o meno».
«Sicuro?».
Sicuro è morto. È una delle massime di nonna Virginia che si ricorda meglio e gli viene un po' da ridere - la voce della donna riecheggia addirittura nella propria testa. Dura poco, però. Dopo si irrigidisce e rilascia un sospiro nervoso.
In effetti, non è tutto okay. I pensieri che ha in quel momento sono tanti, ma ben chiari; c'è solo un problema, per quanto Leonardo sia uno di cui stranamente si fida, con cui si sente a proprio agio, libero.
Un problema grande, sotto certi punti di vista.
«No» sussurra.
«E che c'è?».
«Niente, è che... Che sei amico di Andrea» rilascia quella confessione, pizzicandosi il labbro inferiore con gli incisivi.
Leonardo strabuzza gli occhi. «Quindi?» replica. «Sono pure amico tuo».
«Questo lo so» lo rassicura Simone e scrolla le spalle. «È solo che - alcune cose non... Non posso dirle, non sarebbe giusto».
«Tipo - tu che sei sbiancato quando hai visto quella foto su Instagram l'altra sera?».
Colpito e affondato.
Di nuovo.
Arrossisce persino sulle orecchie. «Che - foto?» balbetta.
Leonardo abbozza un sorriso e incrocia le braccia sulla superficie piana. «Simo» dice «Io e Andrea siamo amici, ma io non sono il suo migliore amico. Ci sono cose che a me non ha mai detto. Le dice ad Alex».
Fa una breve pausa, mentre allunga una mano a raccattare la caffettiera e si versa ulteriore liquido scuro nella tazza sporca. Compie il medesimo gesto per l'altro ragazzo. «E va bene così. Ci conosciamo da secoli, però io mi sono messo con Sofia che eravamo due gagni e loro due si sono avvicinati. Io sono sempre risultato il terzo incomodo». Frena nuovamente le parole, solo per bere un sorso di caffè. Lo butta giù che risulta ancora bollente.
«Se ti preoccupa che vado a dirgli qualcosa, ti dico che non devi» prosegue. «Ma dopo che mi hai raccontato di - tuo padre, del tuo gemello venuto a mancare, della disastrosa prima seduta dalla psicologa... Insomma, cose molto tue, no?».
Simone annuisce. È la verità, del resto, anche se non sa cosa l'abbia spinto qualche sera fa in simili confessioni - immagina che la storia di sentirsi a proprio agio sia andata oltre e lui ha deciso di viaggiare a briglia sciolta, raccontandogli di Jacopo, delle discussioni col padre, di alcune fisse e strani pensieri che lo attanagliano da mesi.
A rigor di logica, rivelargli il fulcro della propria attenzione adesso pare ridicolo, un dettaglio irrisorio.
«Sì, molto - mie» afferma, in un sospiro. Soltanto allora lo sguardo lo solleva. Incrocia quello dell'altro, che pare rassicurante come ogni volta - per quel poco che si conoscono. «È solo - un po' un casino» soffia. Si gratta nervoso dietro ad un orecchio con un dito.
«E c'entra Andrea?».
«Anche - cioè, più o meno» balbetta. Fatica un briciolo a parlare. «É che— Andrea è fantastico. È gentile, premuroso, mi dà tutto quello che ho sempre voluto. Lui - mi prende per mano fuori, mi bacia davanti a tutti, non ha - paura della luce del sole».
«Ma... C'è un ma, no?».
«C'è un ma». A quel punto, deve prendere un respiro profondo, incamerare quanta più aria nei polmoni perché è come se si preparasse ad andare in apnea.
Quello che succede quando si affronta una situazione spinosa che è rimasta nella propria testa per settimane e adesso dirla ad alta voce la sta rendendo quanto più reale possibile.
«Stavo con un ragazzo» il suo nome non lo pronuncia, come se poi ce ne fosse bisogno «In realtà - non è che ci stavo davvero. Stavamo insieme in una camera da letto, dietro una porta chiusa. Non siamo mai— usciti, no? Tipo un appuntamento o solo a cena fuori, non in quel senso. Ed è andata avanti per un anno, forse qualcosa di più. Poi è successo un casino e l'abbiamo chiusa, qualunque cosa fosse». Smette di parlare per un breve istante, lasciandosi scappare una fiacca risata e abbassando per qualche secondo lo sguardo.
«È che lui è tutto un casino» va avanti «Non ha nemmeno mai ammesso che gli piacciono davvero i ragazzi e...».
«Simo» lo interrompe Leonardo «Se è venuto a letto con te per oltre un anno, la risposta mi pare un tantino evidente».
Più o meno. «Forse» sussurra Simone. «Il punto è che— lui è un casino, sotto ogni punto di vista. È un enigma complicato e io non capisco i segnali che mi lancia per risolverlo. Che poi manco dovrei provare a risolverlo, no? Perché sto con un'altra persona, non dovrebbe importarmi, ma...». Si ferma di nuovo. Sta parlando con eccessiva foga, alta smania.
«Ma ogni volta che lui fa qualcosa, che mi dà un nuovo segnale che non comprendo, io vado in tilt» confessa, infine. «E non so perché succede, non - non dovrebbe succedere».
Gli scappa un singhiozzo. «Non voglio che mi mandi in tilt quando sto - provando a stare bene con una persona che mi fa stare bene».
Fermo, ancora.
Silenzio, ancora.
Assenza di suono che Leonardo non riempie, perché vuole lasciarlo sfogare e non è di frasi di circostanza ciò di cui l'altro ha bisogno in quel momento.
Simone schiude le labbra, i suoi occhi si sono fatti leggermente lucidi. «Forse sono ancora io quello sbagliato».
Forse sono io che, ancora, non sono capace ad amare.
È a tal punto che Leonardo interviene: lo fa scuotendo appena il capo e schioccando la lingua sul palato. «Fidati che non sei tu sbagliato» dice. «Io manco me ne intendo di relazioni complicate, eh! Sto con Sofia dà 'na vita, ma perché io sono stato fortunato».
Accenna un sorriso, cerca di essere rassicurante e di supporto, per quanto gli sia possibile.
«Sono i rapporti umani ad essere - assurdi, molto peggio di un enigma» aggiunge «Sono tutto questo groviglio informe di eventi e frasi non dette, cose non fatte per paura o per orgoglio, altre rimandate per pigrizia. E mica ci riesci a scioglierlo 'sto groviglio, come quando ti si annodano i fili delle cuffiette in tasca, no? Tu ricordi di averle sistemate per bene, in ordine, poi le riprendi ed è un intreccio senza un preciso inizio e ti chiedi come sia successo, ma non è colpa tua, questo è chiaro».
Strabuzza gli occhi e allarga le braccia, con un fare un po' plateale.
Simone rimane zitto, non proferisce parola. Si limita ad ascoltarlo e basta. E quindi l'altro va avanti: «Le situazioni sono così, le persone sono così. Siamo tutti grovigli. Il segreto è nel trovare qualcuno che ci aiuta a trovare l'inizio dell' intreccio per scioglierlo e farlo poi insieme. Io sciolgo il tuo intreccio, tu sciogli il mio. Capito, no?».
No.
Simone fa cenno di no con la testa. In realtà, ha capito il discorso, però non cosa c'entri con il resto.
Leonardo sospira sommessamente, un briciolo nervoso. Gli capita spesso di perdersi in un fiume di parole che appena dette hanno un senso, ma dopo si perde nel tentativo di spiegarle.
«Devi solo capire di chi vuoi sciogliere l'intreccio» argomenta «E chi vuoi che sciolga il tuo». Abbassa appena il tono della voce, pronunciando l'ultima frase. «Anche se una risposta forse ce l'hai, no?» aggiunge.
Per risposta, Simone trattiene il respiro. Stringe i pugni sopra il tavolo, quasi a conficcare le unghie nei palmi.
Il problema principale è che forse quella risposta ce l'ha davvero, ma ammetterla è complicato.
Ad ogni modo, non dice assolutamente niente in replica. Tace di nuovo, annuisce distratto.
Seguono dei minuti dove nella stanza c'è solo assenza di suono, la stessa che viene interrotta dal miagolio di Nerino, il quale porta Simone a sorridere di riflesso.
«Leo?» richiama, piano.
«Che?».
«Sei più simpatico tu di Alex».
Leonardo ride. «Beh, ci mancherebbe» commenta.
La loro conversazione, in seguito, si sposta su altri argomenti, tra un'altra tazza di caffè e tante - decisamente troppe - carezze ai gatti.
E va bene quello, per Simone.
Va assolutamente bene, frattanto che pensa al proprio groviglio e al modo più semplice per districarlo.
**
C'è davvero tanto rumore nel corridoio della scuola.
È intervallo, c'è sempre rumore, anche se Manuel non ci fa caso la maggior parte delle volte.
Eccetto quella.
Ecco, quella volta é peggiore delle altre: il rumore è più forte, il chiacchiericcio della gente gli entra nelle orecchie e rischia di spaccargli i timpani.
Gli dà fastidio ogni cosa.
È in corridoio, fermo accanto alla porta aperta della 5^B, le spalle contro la parete e lo sguardo fisso su un punto vuoto davanti a sé. Cerca di focalizzarsi su quello invece che su altro, prendendo una serie di respiri profondi e regolari per rimanere in controllo.
«Dobbiamo dirlo a De Angelis?».
Una voce - purtroppo - conosciuta lo fa sobbalzare.
Manuel strizza le palpebre quando si ritrova davanti il volto di Andrea, il quale lo sta fissando con il capo leggermente inclinato su di un lato e l'espressione seria.
Alza gli occhi al cielo e sbuffa. «Ma che vuoi dì» cantilena. «Tanto il compito lo abbiamo consegnato, no?».
«Uno io e uno tu» fa presente l'altro ragazzo. «Doveva essere una cosa fatta insieme».
«E vabbè, c'avrà 'na cosa in più da correggere, no? Ne stai a fa' 'na tragedia».
Andrea lo fulmina con lo sguardo, pare scocciato.
Ma a Manuel non importa molto: del resto, si è tolto di dosso quel peso del lavoro in due, per cui tanto basta.
Non fa proseguire quella conversazione oltre e lo aiuta il suono della campanella che pone fine alla ricreazione - quei dieci minuti che sono sempre una tortura.
Sospira sommessamente e rientra in aula, trascinando i piedi sul pavimento e seguito dagli altri compagni che man mano tornano al loro posto.
Sta per farlo anche lui, in realtà; tuttavia, viene bloccato da un richiamo, un tuono appartenente al professore di italiano che ancora occupa la cattedra, dove sono stati sistemati in pila i fogli dei compiti che la classe ha consegnato l'ora prima.
«Ferro, Mainardi» borbotta De Angelis, con tono severo «Ma quale parte del lavorare insieme v'è sfuggita?».
Manuel è rimasto in piedi accanto al banco in prima fila, con una mano appoggiata allo schienale della sedia che ha appena spostato per potersi sedere. Gli è sufficiente scostare di qualche centimetro lo sguardo per notare Andrea nella medesima posizione, in ultima fila.
Gli sfugge una mezza risata. «Prof, ce stanno alcune persone che non sò compatibili» dice, come se fosse una giustificazione valida. «Tanto l'avemo consegnato il compito. Va bene uguale, no?».
«L'importanza del compito, Ferro» lo riprende il professore «Era il lavoro di squadra, non consegnare due temi distinti» sbuffa e agita leggermente i due separati fogli che tiene tra le dita. «Che, considerando ciò che avete scritto separati, avreste avuto pure una buona valutazione».
«Vabbè, ce la può mettere lo stesso la buona valutazione».
Il professore abbozza una risata e si gratta sotto il mento con tre dita, tra l'accenno di barba ispida e brizzolata. «Lo possiamo decidere coi vostri compagni» annuncia e poi ordina: «Alla cattedra, tutti e due».
Manuel vorrebbe sprofondare. Ci impiega qualche secondo ad avere una qualsivoglia reazione, che corrisponde ad un suo muoversi in maniera assolutamente lenta, quasi marciasse al patibolo.
Sotto un certo punto di vista, è davvero così.
Ora si trova di fianco alla cattedra ove presiede De Angelis; è in piedi, con lo sguardo rivolto alla classe e Andrea fermo al proprio fianco - con Simone all'ultimo banco che osserva entrambi.
Manuel tenta di evitare il suo sguardo, per quanto gli è possibile.
Ma è difficile.
Calamita e magnete, sempre.
Il professore di italiano consegna in mano ad entrambi gli alunni richiamati i loro rispettivi compiti. Lo fa alzandosi dalla sedia con due braccioli di legno per un attimo e dopo ci si riaccomoda sopra, sbilanciandosi appena all'indietro.
«Allora» esclama «Mainardi, vai prima tu. Leggete solo l'ultimo paragrafo, lo trovo più interessante».
Andrea tentenna per un istante. Nemmeno lui pare così contento di dover leggere il compito ad alta voce, ma tant'è. Non è il tipo che si tira indietro e, in generale, è sempre molto fiero di ciò che produce, quindi.
Va alla terza pagina di quel tema o saggio - insomma, quello che ha scritto. Finge un colpo di tosse per schiarirsi la voce.
Dopo comincia: «L'amore per me ha tante forme, ma non mi sono mai sentito di possederne una. È sempre stato un continuo trasformarlo in qualcosa che speravo ricadesse unicamente su me stesso, immagazzinandolo nel modo più egoista possibile. Mi sono accorto che non era giusto, che è nel prendersi cura dell'altro che ci si perfeziona, nel mostrare alla luce del sole che la vita esiste ed è degna di essere vissuta e condivisa».
Fa una breve pausa, si guarda attorno. Guarda una sola persona, in realtà.
Prosegue: «L'amore per me, adesso, è l'esperienza più dolce e disarmante che abbia mai avuto: è perdersi nei dettagli dell'altro, mentre tutti ti guardano, è chiudersi in una piccola realtà per vivere in pace con la tua vera natura. Questo concetto arrivato nella mia vita senza che me ne rendessi conto l'ho sorprendentemente trovato in una poesia del 1945, di Jacques Prévert: I ragazzi che si amano. Perché i ragazzi che si amano si baciano in piedi contro le porte della notte. Questo componimento è un vero e proprio inno all'amore libero da ogni forma di interesse verso il pregiudizio. Ad ogni lettura il mio cuore si alleggerisce, e provo una forte tristezza per chi ha invece paura della microeternità di un bacio, e per chi non ha coraggio di difenderlo ad ogni costo. Secondo la personale visione di Prévert, l'amore è l'unica salvezza del mondo: è ricco di sfaccettature meravigliose, ma mai privo di ostacoli. Quello che mi auguro è di superarli tutti, senza mai smettere di alimentarlo».
C'è un attimo di silenzio che aleggia nell'aula per qualche secondo. È lo stesso che viene spezzato dalla voce di Luna, che esclama: «Beh, professò, almeno nove je lo deve mette, eh» accompagnata da un lieve applauso.
Andrea rivolge un mezzo sorriso sincero alla ragazza che ha parlato che viene accordata anche dagli altri compagni nel leggero battere le mani - fatta eccezione per Manuel, ovviamente, e persino Matteo.
De Angelis alza gli occhi al cielo e «Otto massimo, visto che non è stata rispettata la consegna» fa presente e batte un palmo sulla cattedra per quietare i rumori presenti. «Ferro» richiama. «Vai, ultimo paragrafo».
Manuel ha stretto quei fogli talmente tanto tra le dita da renderli raggrinzito sui bordi. Sta sudando e non dovrebbe, poiché nella classe non fa caldo - anzi, il riscaldamento funziona male, è spento la maggior parte del tempo.
Eppure, lui sta avvampando. Immagina sia per il nervoso, per la tensione che percepisce corrergli lungo la schiena. Tiene lo sguardo basso, sull'inchiostro nero che segna il bianco della carta, quelle righe che ha impresso di getto senza neppure rileggere.
«Lo devo fa' pe' forza, professò?» tenta di raggirare ancora l'insegnante. «O leggi o ti metto due» lo rimbecca quest'ultimo.
E okay, deve leggere.
Il ragazzo manda giù a fatica della saliva, le mani un po' gli tremano. «Se si cerca su Google - cos'è l'amore, i risultati sono infiniti, con svariate interpretazioni, delle volte opposte tra loro» sussurra e subito «Voce, Ferro, voce!» il professore lo rimprovera.
«Seh, non te sentiamo da qua!» starnazza Giulio dal penultimo banco.
Ottimo, pensa Manuel, sta morendo d'angoscia e deve pure alzare il tono di voce.
Prende un respiro profondo e ci prova a farsi sentire meglio: «C'è chi lo definisce come la cosa più bella e intensa del mondo, chi come una condanna, chi entrambe le cose al contempo, se mai possibile. Una ventura e sventura, inesauribile e pura, dalle parole di Borges ne L'Innamorato».
Si interrompe per un attimo, adesso solleva il capo. L'istinto gli suggerisce di cercare quello sguardo. La ragione glielo impedisce e lo invita a proseguire la lettura del tema e allora: «L'amore ti aliena dal resto del mondo. È un sentimento totalizzante, destabilizzante e devastante, che arriva all'improvviso nella vita di chiunque, quando meno lo si aspetta. Marina Cv– non 'o so legge bene sto nome, uhm - Cvetaeva lo descrive al pari di un boato che provoca dolore in ogni parte del corpo poiché esso si accorge del sopraggiungere di questo sentimento ancor prima che lo faccia la mente. Quando si arriva a chiedersi se si è innamorati, si ha già risposta. Il corpo sa ciò che la testa dubita».
Manuel smette di parlare per un istante. Gli pare così strano dire quelle cose a voce alta, descrivere ciò che si tiene dentro da settimane e capisce in quel preciso momento come il proprio corpo i segnali, gli indizi, glieli stia lanciando da parecchio.
Tutto il suo corpo duole e vuol dire una cosa sola.
Stropiccia un po' il foglio con i polpastrelli. Sposta il peso del corpo da un piede all'altro. È consapevole di avere gli occhi di tutti addosso. Spera anche i suoi.
«L'amore è anche privo di comprensione, di controllo, pieno di contraddizioni. È capace di far sentire una persona la più forte del mondo e, allo stesso tempo, l'essere più fragile dell'universo. Si diventa più fragili di fronte a chi si ama».
Si blocca ancora una volta, deve prendere un respiro profondo e dopo: «Perché chi ami, delle volte, sembra parlare una lingua diversa e allora bisogna impararne una nuova per comunicare, mentre si insegna la propria. È necessario fare intrecciare le parole, le emozioni».
Le mie, le tue.
«È necessario farsi capire» mormora più piano. «Per me, l'amore è capire sé stessi e farsi capire dall'altra persona, per capirsi insieme, parlando una lingua tutta nostra che gli altri, poi, non sanno decifrare».
C'è di nuovo silenzio nell'aula. Pare più forte, più assordante.
Pare quasi che il tempo si sia fermato, in realtà - perché è in quel momento che Manuel solleva la testa, è in quel momento che il proprio sguardo si incrocia con Simone, seduto all'ultimo banco.
È in quel momento che gli duole ogni fibra del corpo.
«A' poeta!» è la voce di Matteo a interrompere la cristallizzazione degli eventi e tutto torna a scorrere ad una normale velocità. Si solleva un leggero applauso nella classe, stavolta accompagnato persino da De Angelis, che sorride, soddisfatto e «Visto? Mica era difficile» commenta.
Manuel non ha neppure la forza di reagire. Si limita ad annuire e posare il foglio nuovamente sulla cattedra. Il professore sta parlando, lo vede muovere le labbra, ma non capta alcun suono. Ogni cosa sembra lontana, ovattata, un eco in fondo al tunnel.
Si trascina al proprio banco con fatica, tanto non deve compiere molta strada, e si accascia sulla sedia. Strizza le palpebre.
Non osserva o analizza il resto, per cui non vede Andrea tornare a posto, come non vede - per sua fortuna - Simone che allunga una mano per sfiorare quella dell'altro ragazzo.
Forse ha scelto di non vederlo.
Ha già abbastanza dolore in ogni muscolo per farlo.
**
Il suono della campanella che segna l'ultima ora per Simone è al pari di una liberazione, come se avesse trattenuto il fiato fino a quel momento.
Di sicuro lo ha fatto durante le parole lette da Manuel, lì davanti a tutti che lo ascoltavano assorti.
Lo ha percepito il peso del dolore che l'amore porta.
Tutto, grammo dopo grammo, mentre si adagiava su di sé e diventava un macigno opprimente.
Lo sente da almeno due anni, del resto.
E intanto nella sua testa riecheggiano le parole di Leonardo dello scorso pomeriggio, le paranoie che non lo lasciano mai, l'incertezza di quella situazione che lo sta divorando.
Che poi le cose potrebbero essere incredibilmente semplici se solo smettesse di pensare così tanto ai pro e i contro.
Perché se considera Manuel, vede solo contro, i quali, però, vengono offuscati dal sentimento forte e tremendo che prova nei suoi confronti e di cui non riesce a liberarsi.
È un dolore che non passa.
È una ventura e una sventura.
Simone cammina col capo basso, accanto ad Andrea. Non si stanno tenendo la mano, come accade di solito. Ci ha provato a far intrecciare le loro dita, ma, per la prima volta, ha trovato un diniego, uno scostarsi, facendolo apparire molto naturale. Ha deciso di non farci caso, di non darci troppo peso - giusto per non aumentare il carico che già si porta sull'anima.
Raggiungono la Mini gialla parcheggiata nella via adiacente alla scuola, un po' in bilico a causa della strada non perfettamente liscia.
Andrea giocherella con le chiavi, facendo roteare il piccolo anello di metallo attorno all'indice.
Simone aspetta che apra la vettura, così da poterci salire. Tuttavia, non è qualcosa che accade, anzi: l'altro ragazzo non fa nulla del genere, rimane in silenzio, col capo basso.
Ed è strano.
«Tutto okay?» gli chiede, allora.
Una risposta ci mette qualche secondo ad arrivare e corrisponde a: «Mi hai detto la verità?».
Una domanda per una domanda, bene.
«Su - cosa?».
Andrea tentenna. Accenna un sorriso, spento, e si morde piano il labbro inferiore. «Su Manuel».
Simone è preso alla sprovvista. Crede di stare per barcollare e cadere a terra. Non sa cosa effettivamente lo stia tenendo in piedi. Forse non si aspettava di dover affrontare di nuovo quel discorso con lui.
Per di più, soltanto il giorno prima si è confidato con chi ha ritenuto un amico, quindi va nel panico più totale, in pochissimo tempo, suda, gli tremano le mani e «Leo ti ha detto qualcosa?» bofonchia.
Ma è probabile che in tal modo abbia peggiorato la situazione.
Difatti, Andrea aggrotta le sopracciglia, perplesso. «Che - c'entra Leo?».
Okay, ha combinato un altro casino, perfetto. Simone si affretta a scuotere il capo, si gratta nervoso dietro ad un orecchio. «Niente, uhm» soffoca. «Lascia stare».
Il compagno vorrebbe quasi indagare oltre, solo che, al momento, la propria attenzione è focalizzata qualcosa di diverso e deve lasciar perdere. «Quindi?» ribadisce. «Mi hai detto la verità? Con Manuel ci andavi solo a letto?».
È difficile assimilare tali frasi e non trovare una replica adeguata.
Complicato, perché qualunque cosa Simone possa dire, sarebbe una velata menzogna in qualche modo. «Ti ho detto che - ho frainteso un sacco di cose» biascica. «Mi sono illuso e - per lui non ha mai significato niente».
«Prima, in classe, non sembrava che non significasse nulla per lui».
Soffoca. «Ma è così, non gli importa. E poi col tempo ha smesso di farlo anche per me». Bugiardo. «Io sto con te ora».
Non c'è davvero un motivo per cui lo rimarca. Crede solo sia quella cosa che l'altro ragazzo ha bisogno di sentirsi dire in quel preciso istante.
Simone ha gli occhi spalancati, imploranti. Cerca quelli di Andrea, come a trovare una conferma di ciò che gli è appena uscito di bocca, qualcosa che non gli urli di non aver detto la verità - ossia quel che sta accadendo nella propria testa.
Ci sono grida che lo accusano di essere falso, persino uno stronzo e crede persino di meritarlo.
Andrea, comunque, quella risposta non gliela concede. Piuttosto, il suo sguardo lo evita, lo abbassa, schioccando la lingua sul palato e abbozzando una risata priva d'entusiasmo. «Sì, stai con me» sibila, in maniera a stento percettibile. «Uhm - ho... Delle cose da discutere con mio padre, non - riesco ad accompagnarti a casa. Ti scoccia?».
Simone lo comprende perfettamente il motivo del suo comportamento.
Vorrebbe dirgli che sì, lo scoccia, che vorrebbe parlarne, che non può permettere che il silenzio rovini l'ennesima cosa bella.
Eppure glielo permette.
Si limita a fare cenno di no con la testa e «No, figurati, uhm - prendo l'autobus» mormora.
«Okay». Andrea taglia corto. «Scrivimi quando arrivi». Fa il giro dell'auto, per poter salire dal lato della guida.
Simone segue la sua figura addentrarsi nell'abitacolo. Sente il motore venire acceso, in seguito osserva il veicolo mettersi in movimento, partire e sparire rapido in fondo alla strada.
Rimane in piedi, in mezzo alla carreggiata deserta, con i pugni stretti lungo i fianchi.
Da una simile posizione, può vedere il portone della scuola, insieme alla fila di motorini parcheggiati davanti all'edificio.
Vede anche quello con la carrozzeria bianca. Ci vede Manuel accanto, con il casco in mano.
Una parte di lui lo spinge a raggiungerlo, a salire in sella in sua compagnia e sfrecciare verso casa come facevano soltanto qualche mese prima.
Un'altra parte, opposta, glielo impedisce.
L'istinto, la ragione.
Così serra la mandibola, compie mezzo giro su sé stesso e, con nuovo dolore in ogni fibra del corpo, si incammina quanto più velocemente possibile verso la fermata della metro.
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