Buon viaggio
(Tw: accenni a peso/corpo
- ansia/attacchi di panico)
Manuel non ha mai preso un aereo in vita sua.
Anzi, non è mai andato oltre i cento chilometri da Roma, quindi, di base, non ha visto altre città e, soprattutto, paesi.
Non che non ami viaggiare, anzi: gli piacerebbe conoscere il mondo, visitare le principali capitali europee e non. Solo che non ne ha mai avuto i mezzi, né la possibilità, per fattori economici, in particolar modo. Presuppone che, se sua madre non fosse finita insieme a Dante, probabilmente neppure avrebbe avuto l'occasione di partecipare alla gita di quinta superiore.
Tuttavia, eccolo lì, con un trolley nero con la cerniera della tasca davanti rotta, in fila per l'imbarco. Ha già fatto un mezzo casino ai controlli di sicurezza, dato che qualcosa continuava a suonare ogni volta che passava attraverso il metal detector - per scoprire che a mandare tutto in tilt erano gli scarponcini con suola spessa che indossava.
Ottimo.
È agitato e non sa il motivo preciso.
Ce ne sarebbero molteplici, in realtà: il volo, in primis; poi c'è Simone, che è in coda dietro di lui, a qualche metro di distanza, con le cuffie nelle orecchie e che non gli presta la benché minima attenzione.
Da un lato, è un aspetto positivo, dato che dalla sera della rissa hanno parlato poco e niente e soltanto perché abitato sotto lo stesso tetto.
Non che stiano facendo finta di niente, semplicemente hanno deciso di rimandare eventuali chiarimento dopo quel viaggio in Spagna.
«Oh, ma te vuoi calmà?» esclama Chicca, al suo fianco. La sua valigia è di un fucsia sgargiante, che è dello stesso colore dei collant che porta al di sotto di una gonna a pieghe nera.
Manuel sbuffa. «Só calmo» replica.
«Te continui a guardà attorno come se dovesse esplodere 'na bomba. Me fai agità pure a me».
«'Na bomba no» precisa «Però che ne sai, magari casca».
Chicca ride e lo fissa, divertita. «Non te facevo tipo co' la paura de volare».
«Non c'ho paura, è 'na probabilità, quella che caschi tutto».
«Seh, vabbè. Dì pure che te stai a cagà sotto».
Manuel non riesce neppure a controbattere perché, in effetti, è la verità: sta morendo dal terrore di salire sopra quel velivolo. La paura è così forte e irrazionale che riesce ad oscurare tutto il resto.
Per tutto il tempo di imbarco, vorrebbe soltanto tenere gli occhi chiusi poiché anche solo l'atto di salire a bordo gli pare una tortura, ma sarebbe controproducente, considerando che rischierebbe di cadere dalla scaletta.
L'interno dell'aereo lo manda ancora più in agitazione: ci sono i sedili ricoperti di finta pelle gialla e blu che sono decisamente troppo vicini tra di loro, separati soltanto da uno stretto corridoio dove a stento ci passa una persona.
Fatica a sistemare la valigia nella cappelliera; quello è per colpa sua, dato che volontariamente ha scelto di non imbarcare il bagaglio e di optare per solo quello a mano.
Il suo posto è il 12A, lato finestrino e non crede sia tanto positivo - perché, pensa, se l'aereo cade, lo vedo pure prima.
Fantastico.
Pressa la schiena contro il sedile e cerca di prendere una serie di respiro profondi.
Si ricorda di essersi accordato con Martina, di avvisarla quando è in procinto di partire. Per cui, tira fuori dalla tasca anteriore dei pantaloni il cellulare, sblocca lo schermo col riconoscimento facciale. Va ad aprire WhatsApp e la chat col contatto Marti.
Digita rapido:
Sto pe partì, spero de arrivà intero
Invia il messaggio, sospirando stressato, e rimette lo smartphone nel medesimo posto di prima.
«Fraté, tutto bene?». È Matteo il suo vicino di posto. Da un lato, persino un bene: con le cazzate che spara di solito, può essere una grande distrazione.
Manuel gli lancia una rapida occhiata. Di principio, comunque, cerca di tenere lo sguardo fisso di fronte a sé: ha letto che funziona a diminuire la paura di volare. Più o meno.
«Tutto a posto» borbotta.
Per tale motivo non si accorge dell'amico che si è seduto, però continua ad analizzare l'ambiente attorno, per appurare dove siano sistemati gli compagni. Soprattutto, la sua attenzione è focalizzata su tre file più dietro, laddove si è accomodato Simone e, accanto a lui, Chicca.
A Matteo è sufficiente una simile visione per far delineare un ampio sorriso sulle labbra. «Fraté, tranquillo che mó migliora» acclama.
Manuel è distratto. Non si volta: sta pensando e valutando l'ipotesi di un aereo che cade, insomma, ha qualcosa di ben diverso in testa.
«Non me lo dì che me sta venì da vomità e—». Smette di parlare quando si accorge che è rimasto solo e l'amico si è allontanato. Alza gli occhi al cielo, esasperato. Non si accerta dove l'altro ragazzo si sia effettivamente diretto: l'angoscia che prova al momento gli impedisce di avere un minimo di curiosità.
Matteo è andato dritto a tre file dopo. Lo sguardo che si scambia con Chicca è eloquente e senza necessità di spiegazioni: si capiscono, restando muti. È una qualità che nessuno ha mai creduto possibile tra di loro, eppure eccola lì.
«Fraté» Matteo si rivolge a Simone in quel modo - per lui sono tutti fraté, nel caso non si fosse notato.
Il ragazzo interpellato è in procinto di infilare la seconda cuffia bluetooth all'orecchio destro. Si ferma poco prima, aggrottando le sopracciglia e «Cosa?» chiede.
«Che me fai mette vicino alla ragazza mia? Ce scambiamo de posto».
«Abbiamo quelli assegnati per un motivo».
«E daje, non fa' er perfettone der cazzo adesso, mica te vengono a controllà» Matteo insiste. «Daje, sto al 12B. Famme sto regalo di San Valentino».
Simone non ne sembra troppo convinto. Non è abituato a infrangere le regole, sebbene alcune azioni degli ultimi anni dicano l'esatto contrario e un po' hanno persino ragione.
Il punto è che va in tilt se deve compiere una simile sciocchezza, che sia cambiare il posto assegnato, salire sull'autobus senza biglietto - insomma, cose che paiono di poco conto, a pensarci, che poco conto non ne hanno davvero.
Pertanto, esita per una frazione di secondo.
«Simó, dai! Só soltanto tre file più avanti» lo incoraggia Chicca.
Occorre qualche altro istante affinché si convinca. Quindi, sbuffando si alza - la ragazza tira le ginocchia al petto per farlo passare.
Vittoria, pensa Matteo.
Il soffitto del velivolo è basso. Simone deve inclinare di qualche centimetro per non rischiare di sbatterla.
Tre file più avanti, 12B.
Ah, ecco.
Ecco, perfetto.
Adesso ha capito.
Simone si blocca davanti al posto che l'amico gli ha indicato poco prima e si irrigidisce a notare che il 12A è occupato da Manuel. I due si scambiano uno sguardo furtivo.
Sono entrambi confusi, entrambi che, con uno scatto, girano il capo verso le file dietro, ove spuntano le testa di Matteo e Chicca, sistemati sui loro sedili, che agitano una mano ed esclamano all'unisono: «Buon viaggio!».
Simone si lascia andare ad un lungo sospiro di rassegnazione. Non vuole manco arrabbiarsi su quella casualità - che tanto casualità non sembra. Tanto non può tornare indietro.
Si accomoda al suo nuovo posto, col telefono in mano, andando ad aprire Spotify: almeno può mettersi le cuffie e isolarsi. Tuttavia, prima che possa davvero farlo, Manuel lo precede con: «Non ce semo messi d'accordo, cioè - hanno fatto tutto loro, mica ho chiesto io se...».
«Sì, lo so» lo interrompe nell'immediato Simone, lanciandogli un'occhiata distratta. Non aggiunge ulteriori parole e allora sì che può infilare le cuffie nelle orecchie, facendo partire la musica che gli fa un po' da scudo contro il mondo reale.
Manuel non tenta di impedirglielo, di cercare in qualche modo un dialogo. Un briciolo maledice i due amici, tre file più indietro, per averlo ficcato in una simile situazione.
Un briciolo li ringrazia pure.
Torna con gli occhi puntati di fronte a sé: osserva minuziosamente i disegni che illustrano dove e come trovare le uscite di sicurezza in caso d'emergenza, il modo più sicuro di indossare il salvagente posto sotto al sedile, come mettere la maschera d'ossigeno qualora fosse presente un calo di pressione.
Okay, alla sua paura di precipitare da duemila metri di altezza e oltre, non giova per nulla leggere delle simili informazioni.
Strizza le palpebre.
Ascolta distratto il discorso che una delle hostess a bordo tiene, le dimostrazioni che un'altra compie, in piedi nel minuscolo corridoio del velivolo - credeva succedesse soltanto nei film, assurdo.
Obbedisce quando dicono di allacciare la cintura di sicurezza. Scruta il profilo di Simone: nota che lui la cintura, l'ha già messa e non capisce quando, esattamente, ma non ha importanza.
A seguire, sono pronti al decollo.
Manuel si guarda furtivamente attorno, mentre l'aereo comincia a muoversi sulla pista e ogni cosa traballa a ritmo delle ruote che scivolano sull'asfalto.
Da quella posizione, riesce a sbirciare i posti adiacenti, riconoscendo alcuni compagni, il professor De Angelis insieme alla professoressa Morelli, di arte, loro guide durante la gita dell'ultimo anno.
Un forte fruscio comincia ad essere udibile, quello del motore che acquista potenza, il che lo porta ad irrigidirsi e a premersi ancor di più contro il sedile, a stringerne i braccioli fino a farsi sbiancare le dita.
È di quel particolare che Simone si accorge: aggrotta le sopracciglia, confuso, mentre toglie una sola cuffia dall'orecchio. «Ma che - c'hai paura?» lo domanda, con tono lieve.
Manuel non si volta. No, non ha paura: è paralizzato dal terrore, è diverso. Però scuote il capo, con finta indifferenza. «Nah» borbotta. «Quale paura - figurati. Non c'ho paura di niente».
Su fine frase, si tradisce, poiché giunge un tonfo appena più forte da fuori, che fa traballare appena ogni cosa, e lui sussulta e strabuzza gli occhi - si sono appena staccati da terra.
A causa di tale scena, a Simone viene da ridere, in maniera genuina e spontanea.
Manuel è troppo preoccupato dall'idea di un incidente aereo per accorgersene. Lo fa con qualche secondo di ritardo. «Che te ridi» esclama. «Me sta a pijà un coccolone e te ridi».
«Ah, quindi, hai paura» Simone lo prende in giro.
Ha il capo girato nella sua direzione. Manuel se ne rende conto quando, per abitudine, si volta a fissarlo e incrocia il suo sguardo - che è vicino e risulta terribilmente bello. Gli viene da sorridere, al considerare che l'altro ragazzo ha riso, che non si stanno urlando addosso, che non stanno in silenzio e basta.
Hanno promesso di parlarsi, a fine gita.
Sta già ripetendo un copione nella propria testa, di tutto ciò che vorrebbe dirgli - magari persino in quell'istante, almeno non penserebbe al fatto di essere sospeso in aria.
Ciò nonostante, deve per forza aspettare. Così è il loro accordo.
«Comunque il volo non dura neanche tre ore» lo rassicura Simone. «Se dormi, non te ne accorgi».
«E chi cazzo riesce a dormì, Simò».
«Boh, provaci».
Eh.
A Manuel il sonno manca da parecchio. Nelle ultime settimane, ha chiuso occhio davvero per poco tempo, mai per periodi prolungati, piuttosto per brevi intervalli frammentati durante la notte; il proprio corpo ne risente alquanto, dato che è sempre spossato, col mal di testa, nervoso e irascibile.
È che non riesce mai a rilassarsi abbastanza per essere accompagnato nel mondo dei sogni.
Le orecchie gli si tappano, segno che sono giunti davvero molto in alto.
Simone ha infilato di nuovo le cuffie e appoggiato entrambe le mani sulle cosce. Una sua gamba sussulta in modo frenetico.
Hanno smesso di guardarsi.
Anche se Manuel lo osserva ancora e minuziosamente. Vorrebbe allungare una mano per frenare quel tremore che è divenuto una malsana e terribile abitudine.
Scruta il suo profilo: il naso dritto, la mandibola definita, le guance appena più incavate rispetto al solito, e i ricci che sono cresciuti molto nell'ultimo mese.
Che poi, si perde sempre ad analizzare i suoi tratti, qualunque essi siano. Li ha imparati a memoria, tant'è che potrebbe disegnarlo ad occhi chiusi, se solo glielo chiedessero.
Che è una visione estremamente romantica, ne è consapevole - non sa cosa gli sia preso. Immagina faccia parte di tutte quelle sensazioni nuove che sta imparando a gestire.
Ed in balia di esse, il lieve oscillare dell'aereo pare quasi cullarlo nella mezz'ora successiva.
Complice la stanchezza accumulata, questo lo porta a chiudere lentamente gli occhi, sentendosi tranquillo dopo tanto - troppo - tempo.
Forse per la vicinanza di Simone, forse no.
Forse il pensiero che avranno un chiarimento, forse no.
Non ha importanza.
In quel preciso istante, la quieta lo avvolge, passa dalla mente al corpo e crolla nel sonno.
Simone non realizza subito ciò che è successo. Se ne avvede soltanto quando percepisce un lieve peso sulla spalla. Gli basta spostare di poco lo sguardo per notare che Manuel, in effetti, si è addormentato - come da suo consiglio - e ora gli appoggia la testa addosso.
Un primo istinto gli suggerisce di spostarlo, ma, per farlo, è sicuro che lo sveglierebbe e sa che l'altro è insonne da giorni, se non settimane. Per cui, prende un respiro profondo e lo lascia stare.
Si limita a studiare per un lampo di tempo il suo viso rilassato, che tanto si allontana da ciò che ha potuto vedere soltanto una settimana prima, in quel locale in centro. Se lo ricorda bene: il volto dell'altro ragazzo completamente sfigurato da rabbia e rancore, contorto in una smorfia feroce. Quello non è un lato che gli appartiene.
Simone lo sa che Manuel non è così e presume che qualcosa sia successo per farlo scattare in quel modo - anche se non è una giustificazione, per niente.
Non lo è, poiché lui stesso si porta ancora addosso il taglio sul labbro che il compagno in maniera involontaria gli ha provocato. Delle volte, gli fa ancora male.
E non gli fa male solo il taglio.
Crede sia un aspetto sul quale l'altro deve lavorare e non poco. Inconsciamente o meno, è persino pronto ad aiutarlo.
Il volo da Roma a Madrid dura, all'incirca, due ore e quarantacinque minuti.
Simone attende che l'aereo sia atterrato per dare un leggero colpetto a Manuel sul braccio, al fine di farlo destare.
Quest'ultimo, solleva le palpebre con uno scatto. È confuso, come se quel breve lasso di tempo in cui ha potuto riposarsi lo avesse stordito più che concedergli, effettivamente, del sano riposo.
Non appena si rende conto di essersi addormentato su Simone, un briciolo va in panico, con timore di aver compiuto qualcosa di azzardato - il che è pure assurdo, dal momento che è accaduto involontariamente. «Scusa» si ritrova a dire, con voce impastata e passa una mano sul punto della giacca dell'altro dove ha tenuto appoggiata la testa. «T'ho pure - sbavato, che schifo».
A Simone sfugge una lieve risata. «Hai anche russato» gli fa presente e scuote appena il capo. «Comunque siamo arrivati e nessun aereo è precipitato».
Manuel aggrotta le sopracciglia. Lancia un'occhiata fuori dal finestrino, appurando che non ci sono più le nuvole a seguirli, ma la pista di atterraggio, l'asfalto e leggera nebbia.
«Oh» esclama. «Beh, meno male, no?».
«Eh, ce la siamo vista brutta con quella turbolenza».
«Quale turbolenza?».
Simone gli rivolge un sorriso divertito. Lo sta prendendo in giro ed è divertito dall'espressione decisamente preoccupata e smarrita dell'altro ragazzo.
Non risponde e si rimette in piedi prima che lo facciano gli altri, per andare a recuperare il proprio bagaglio a mano, lasciato nella cappelliera tre file più indietro.
**
La classe alloggia in un hotel a due stelle nella zona di Salamanca, a mezz'ora di autobus dal centro della città - un posto abbastanza economico per dare a tutta la classe l'opportunità di partecipare alla gita.
È un albergo dal design moderno, ristrutturato di recente, a cinque piani e ogni stanza possiede un piccolo balconcino in muratura che si affaccia sulla strada trafficata.
La facciata ha un color giallo senape e gli infissi sono bianchi e metallizzati.
La divisione delle camere è decisa dal professor De Angelis, che piazza Simone insieme a Matteo e Manuel con Giulio, senza la possibilità di grandi obiezioni.
Ad ogni modo, durante quella giornata, in hotel ci rimangono giusto il tempo di depositare i bagagli. I due insegnanti che fanno loro da guida sono subito pronti a mettersi in cammino verso il primo luogo da visitare - certo, dopo aver messo qualcosa da mangiare sotto ai denti, in maniera molto rapida, approfittando dello street food.
Il Museo del Prado è la meta della scolaresca, quel giorno.
A Manuel sono sempre piaciuti i musei e l'arte in generale. Certo, la conoscenza di Martina e la sua passione esagerata per Caravaggio lo hanno convinto ancor di più, ma in qualche modo ci è sempre stato legato.
Pensa che sia il grado massimo di espressione per l'essere umano.
Quando una persona crea qualcosa, che sia un dipinto, un disegno, una melodia, quando una persona scrive un romanzo o una poesia, una canzone, ci lascia un pezzo di sé.
Il pezzo più nascosto di sé. Mostra la parte più vulnerabile e si apre in un modo che, nella frenesia della quotidianità, non sarebbe possibile.
È per questo che è sempre stato convinto del fatto che creare arte e donare sé stessi viaggino di pari passo.
Come a dire: se ti mostro la mia arte, ti mostro me, ti prego, non mi distruggere, sono fragile.
Gli provoca, dunque, un certo effetto entrare in quel luogo, con alti soffitti e navate bianche, con tele dipinte che paiono osservarlo e accoglierlo nella loro tavolozza di colori sgargianti che brillano da secoli e continueranno a farlo, generazione dopo generazione.
Un sorriso gli appare sul volto quando si ritrova davanti ad un quadro in particolare che riconosce facilmente: è un dipinto dai colori scuri e tetri; ritrae un ragazzo chino su una testa decapitata, dai lineamenti del viso contorti tra dolore e terrore. È racchiuso in una spessa cornice dorata. La targhetta laccata al fianco riporta la scritta Davide e Golia.
Manuel ne rimane affascinato per più di un istante, dall'uso raffinato delle tempere ad olio, dal fatto che ciò che ha davanti gli pare una fotografia e, seppur raffigurante un momento tragico e violento, la bellezza di tale composizione lo lascia estasiato. È disarmante e ora gli pare di capire di più l'amica quando gliene parla con estremo entusiasmo.
È per questo motivo - tra i tanti - che tira fuori il cellulare dalla tasca anteriore dei jeans stretti e chiari che indossa, fa scorrere il pollice sullo schermo, sblocca l'apparecchio tramite il riconoscimento facciale e apre la fotocamera. Sussulta involontariamente quando ha accesso a quella interna - che paura - ma si affretta a girare sull'esterna, così da poter immortalare un frammento di realtà.
Una semplice foto non rende certo giustizia al capolavoro che ha di fronte, ma deve accontentarsi. È quella stessa immagine che inoltra sulla chat di Marti.
Se Caravaggio ha catturato l'attenzione di Manuel, quella di Simone è attratta da qualcosa di diverso.
Da lui, ad esempio.
Si trova a qualche metro di distanza dal ragazzo che monopolizza quasi i propri pensieri e, in generale, dal resto dei compagni. Nemmeno sente la professoressa Morelli che parla e spiega, descrivendo le opere - hanno evitato di usufruire di una guida del museo.
La sua voce gli giunge ovattata alle orecchie. Tutti i suoni lo fanno, come se si trovasse sotto una campana di vetro che lo tiene distaccato dalla realtà tangibile.
Così gli pare che intorno ogni cosa si muova a rallentatore: da Matteo che cinge i fianchi di Chicca, lei che ridacchia, Manuel che si avvicina loro e tira un leggero colpo col gomito all'amico; più distanti, ci sono Laura e Luna che si tengono a braccetto, frattanto che seguono i due professori che fanno strada nell'ampia sala dove si trovano, Monica che tiene in mano un dépliant che Giulio cerca disperatamente di leggere, con scarsi risultati.
Simone si reputa uno spettatore della vita. Una voce, dentro alla sua testa, gli sussurra che non è davvero lì, che non appartiene a quel mondo, che è trasparente.
Che potrebbe sparire in quel preciso istante e nessuno se ne accorgerebbe.
Nessuno ne sentirebbe davvero la mancanza.
Lui c'è, ma non esiste.
A volte la testa gioca brutti scherzi nei momenti meno opportuni. Fa credere cose non vere e ci si mette d'impegno.
Trasmette queste informazioni al corpo che, all'improvviso, ribatte con segnali forti, potenti.
Cessa di funzionare in modo corretto.
A Simone manca il fiato, quasi qualcuno stesse lì a stringere una morsa attorno alla sua gola. Suda freddo, eppure lì dentro la temperatura è ottimale.
Le mani gli tremano. Cerca di fermarle, invano. Non serve, non ne è in grado.
Riesce soltanto ad indietreggiare, frattanto che il mondo riprende a scorrere ad una velocità normale - più o meno.
Sa che non può rimanere in quella sala, che non può compiere passi in avanti e ricongiungersi con la classe. Quindi li fa indietro: uno, due, poi tre.
Crede di morire.
Come stesse per avere un infarto da un momento all'altro e lo sa - lo sa - che non è così, che è soltanto il suo stupido, stupido corpo alleato con la testa a farglielo credere.
Però non riesce a fermarsi, ad essere razionale.
La razionalità fugge di fronte al mostro nero, quello che si presenta all'improvviso, senza nessun annuncio antecedente.
Strizza le palpebre. Ora persino la vista decide di venir meno.
Si sposta alla rinfusa perché l'aria s'è fatta pesante, pare un ostacolo ad ogni contrazione dei muscoli, un macigno da spostare.
A fatica, alla cieca, raggiunge uno dei bagni del museo, una grande stanza con tre lavandini e uno specchio lungo e rettangolare sopra.
Ogni cosa è colorata di bianco e le luci risultano eccessivamente forti - si alleano con corpo e mente per rendere ancor meno sopportabile la situazione.
Simone si ferma solo quando è di fronte ad uno dei lavabo. Tiene il capo basso, non riesce a fissare il proprio riflesso.
Lo vedrebbe contorto.
Corroso, irriconoscibile. Entrerebbe in lotta persino con quell'immagine.
Cerca di riprendere fiato, di incamerare quanta più aria può nei polmoni, ma essa pare sfuggirgli e lui non è abbastanza veloce per raggiungerla.
Preme forte le dita contro la ceramica del lavandino, tanto da farsi male. Funziona un po' perché quel dolore lo tiene attaccato alla realtà, per quanto effimero.
«Simo?».
Di norma, quella voce un briciolo fungerebbe da ancora.
Di norma, quella voce un po' lo calmerebbe.
Eppure, ora, fa tutto tranne che fornirgli quiete.
Per quanto provi a mettere a fuoco ciò che lo circonda, la figura di Manuel che lo affianca non la vede bene. Tuttavia, percepisce la sua mano che lenta si posa sul proprio braccio ed è quell'insulso particolare a farlo scattare, a fargli compiere un passo indietro e soffocare: «Non— Non mi toccare».
Vorrebbe urlarlo, ma la voce gli si spezza sul fondo della gola.
Manuel rimane immobile. Ha seguito l'altro ragazzo istintivamente quando lo ha intravisto allontanarsi. Non ha avuto bisogno di pensarci, di ragionarci troppo.
È stato naturale essere la sua ombra.
«Non te tocco, va bene» sussurra e alza le mani, a mostrargli i palmi per fargli notare che non ha intenzione di sfiorarlo senza permesso.
Simone è in balia di mille strane e opprimenti sensazioni, le stesse che è difficile spiegare. Si porta una mano al petto. Il fiato continua a mancargli, pensa addirittura di avere il colletto della camicia troppo stretto, per cui tenta di allentarlo con due dita e scarsi risultati. Barcolla all'indietro, rischia pure di cadere a terra per quanto instabile.
Si chiede perché stia accadendo proprio in quel momento, quando nulla di grave pare essere capitato.
Non c'è un motivo reale, eppure sta succedendo.
Funziona in quel modo crudele e privo di logica.
«Non— Respiro» soffoca «Non ci riesco, non...».
Finisce per piagnucolare, mentre ulteriori tremori lo pervadono. Si muove senza criterio, finché non finisce con le spalle contro il muro, dalla parte opposta della stanza. È in quel punto che le gambe gli cedono e lui si ritrova a scivolare lungo la parete, poi seduto a terra, con le ginocchia flesse al petto e il cuore che rischia davvero di esplodere come una bomba.
Di nuovo, Manuel è la sua ombra. Lo segue cautamente, mantenendo le mani alzate, arrendevole.
«Simo...» lo richiama, più piano. Non si è mai trovato davanti ad una situazione simile. Le volte in cui è capitato in passato, c'è sempre stato Dante a gestirle, a calmare il figlio. Adesso, lui non sa davvero che fare.
Col senno di poi, distrugge ogni cosa che tocca e con il ragazzo che sta osservando struggersi in quel momento, ha già fatto abbastanza danni.
Simone chiude gli occhi. Mantiene un palmo sul torace. Cerca di regolarizzare l'aria che entra nei propri polmoni a fatica. Inspira, espira.
Inspira. Espira.
Dei gesti così semplici paiono impossibili da eseguire.
Sembra che il cervello abbia smesso di fornire i giusti input agli organi ed essi si stiano ribellando, smettendo di funzionare bene.
È panico.
Panico che crea irrazionalità.
Irrazionalità che manda in panico: un circolo vizioso.
Simone singhiozza, strizza le palpebre e delle calde lacrime gli scivolano lungo le guance.
Manuel lo guarda, frattanto che cade a pezzi e non è una bella visione. Perché scambierebbe volentieri i ruoli. Azzarda allungare una mano, a sfiorare il suo ginocchio, ma è allora che l'altro ragazzo spalanca gli occhi e ancora gli intima: «Non mi toccare!».
Pertanto, si ritrae. Vorrebbe farlo stare meglio. «Simo...» ed è in grado, invece, soltanto di pronunciare il suo nome e attendere.
Cosa, non lo sa. Forse che tutto finisca.
A Simone occorre qualche minuto per tornare a respirare bene - non del tutto, ma almeno un po'. Stringe tra le dita il tessuto del maglione sottile che indossa, uno blu scuro che ha messo al di sopra di una camicia chiara. «Non dovevo venire» biascica e la sua voce è impastata. «Non— Non dovevo, nessuno... Nessuno mi vuole qui, non...».
«Che dici?» Manuel lo frena subito e scuote il capo. Abbassa le mani soltanto allora, ma non lo tocca. Serra i pugni per impedirselo. «Non è vero».
«Sì, sì, nessuno— Tu non mi vuoi qui».
«Te posso giurà che non è vero» sospira sommessamente. «Simó, stai solo a vede tutto nero mó, ma te giuro che só tutte stronzate, mh?».
«Non sono stronzate, non— Non sono stronzate». Simone ha ormai il viso bagnato da lacrime salate. Non le trattiene manco più.
Manuel tenta di muoversi in modo cauto, perché è come camminare su cocci di vetro. «Ascolta, te posso giurà che tutti te vojono qui e tutti te vojono bene. E se qualcosa nella tua testa te sta a dì il contrario, è lei che te dice le stronzate».
«Non è vero». Simone è consapevole di non essere lucido. In momenti del genere, è presente una determinata convinzione che stringe in una morsa ferrea da cui è difficile liberarsi. Si vede tutto nero, senza alcun spiraglio di luce ed è arduo orientarsi.
«È vero» insiste l'altro ragazzo. Si morde piano il labbro inferiore. «Io te vojo qui più di tutti».
A Simone scappa una risata isterica. «Le dici tu adesso le stronzate» singhiozza.
«Non è una stronzata».
«Tu ne dici sempre— Sempre un sacco».
«Sì, ma questa non lo è». Manuel osa di nuovo protendere una mano nella sua direzione. Stavolta ci riesce, la posa delicatamente sul suo ginocchio flesso.
Per pochi attimi, Simone lo lascia fare - se ne accorge tardi di quel minuscolo e insignificante contatto. Difatti, quando se ne rende conto, ritrae le gambe, premendosele di più contro il petto. E dunque: «Vattene» sibila.
«Simo...».
«Ho detto vattene».
«Stai male, non te lascio qua da solo».
Trema più forte. «Per— favore, vattene». Non vorrebbe nemmeno mandarlo via. Lo fa per preservarsi.
Perché Manuel lo scombussola più del dovuto e in quel momento non può permetterselo.
Non può permettersi di avere ancora meno controllo.
L'altro non obbedisce subito - non vuole andarsene, non vuole lasciarlo rotto dentro uno stupido bagno di un museo. «Te chiamo qualcuno almeno».
«No».
«Sì». Si rimette in piedi, in maniera lenta. Come se non volesse andarsene.
Non vuole, infatti. Osserva il compagno per qualche istante, raggomitolato su sé stesso: gli pare decisamente piccolo e indifeso, il che è paradossale, considerando che Simone non è minuto, per niente.
Indietreggia, distratto, con le gambe pesanti che si obbligano a muoversi in una direzione che non contemplano. Eppure, il ragazzo si sforza per abbandonare quella stanza, per tornare nella sala del museo, in cerca di qualcuno che possa fare meno danni.
**
La prima mezza giornata a Madrid trascorre in un battito di ciglia - o quasi.
L'hotel dove alloggiano offre loro anche la cena, con piatti tipici spagnoli - manco a dirlo, quella sera hanno servito la paella, un classico.
Simone non si è presentato al banchetto.
Manuel ha origliato una conversazione del professor De Angelis con la Morelli, sul fatto che il compagno non si sentisse molto bene e che sarebbe rimasto in camera per quella sera.
Ha passato tutta la durata del pasto con una gamba che gli sussultava per il nervoso, la voglia di alzarsi da quella sedia e raggiungere Simone - persino per farsi cacciare via un'altra volta. Ma non lo ha fatto.
Ora, gran parte della classe si trova nell'atrio dell'albergo, dove, a terra, spicca un mosaico di pietre verdi e azzurre ritraente un paesaggio rurale - stona col resto dell'ambiente, però nessuno ci fa troppo caso.
Hanno la serata libera: i due insegnanti glielo concedono, a patto che rientrino tutti entro mezzanotte e mezza.
Matteo regge in mano il proprio cellulare, circondato da Chicca, Luna, Laura, Monica e Giulio: stanno ricercando locali in cui recarsi, che non siano eccessivamente lontani, così da poterli raggiungere a piedi. Discutono su quale sia meglio. Matteo pare un esperto, sebbene in quella città non ci sia mai stato, però si è informato prima di partire - invece di musei e luoghi di cultura, ha ricercato posti dove bere a poco prezzo, con evidenti priorità.
A quella discussione, Manuel non partecipa molto, se non per nulla. Il suo sguardo è perennemente rivolto verso le porte scorrevoli dell'ascensore, che si aprono e chiudono a seconda dello sciame di gente che ne fa uso.
La sua distrazione è colta da Chicca, che gli è di fronte e accanto a Matteo, il quale sta scorrendo un pollice sopra lo schermo dello smartphone.
«Ha detto d'avere mal di testa» esclama la ragazza.
Manuel sbatte rapido le palpebre e «Cosa?» borbotta.
Chicca abbozza una risata, fa un cenno con la testa verso l'ascensore. «Stai a pensà a Simone» spiega. «Ha detto a Matteo che aveva mal di testa e restava in camera».
«Lo so».
«Eh - Sta in camera, Manuel».
«E allora?».
«Niente, niente. Comunque, se ce voi raggiunge dopo, te mando la posizione».
Manuel ha capito cosa sottintende l'amica. Lo ha capito fin troppo bene. È che è bloccato.
Vorrebbe prendere quell'ascensore, oppure salire di fretta le scale per raggiungere il quarto piano. Al contempo, ha timore di essere respinto di nuovo o, addirittura, di essere invadente.
Chicca coglie anche tale sfumatura. Fruga nella propria borsa a tracolla, di tela. Ne tira fuori una piccola confezione di una barretta energetica ai mirtilli, avvolta da carta blu metallizzata. Gliela porge. «L'ho presa oggi in un distributore pe' strada» spiega.
Manuel la fissa, perplesso. «E che ce devo fa'?».
«Boh, Simone non è venuto a cena, no?».
Ah. Ora comprende meglio. Un lieve sorriso gli traspare sulle labbra, mentre afferra la barretta e la rigira tra le dita. «Grazie».
Chicca gli fa un solo cenno col capo. «Te mando la posizione dopo, allora?».
«Seh - seh, mandamela».
La camera dove si trova Simone è la 405.
Manuel ha memorizzato il numero dal primo momento in cui le stanze sono state assegnate.
Ora è fermo, di fronte all'anta di legno color nocciola e il numero in ottone che ci spicca in rilievo sopra. Mantiene la barretta ai mirtilli in mano e la sta stringendo così forte da rischiare di sbriciolarla.
Non sa neppure se sia corretto essere in quel posto.
Magari è fuori luogo e dovrebbe andarsene.
Magari Simone manco lo vuole vedere.
Di sicuro, Simone non lo vuole vedere.
Prende un respiro profondo. Serra un pugno e batte piano con le nocche contro la porta. Non attende una risposta e già esclama: «Simó?».
Un secondo.
Due.
Tre.
«Lo so che ce stai. Me puoi aprì? T'ho portato 'na cosa».
Ancora niente.
Altro respiro, per prendere coraggio.
Manuel si è avvicinato di più all'anta, appoggiandoci un palmo aperto sopra e, in seguito, persino la fronte.
«Non - non voglio parlà, Simó» gracchia. «Solo vedé che stai bene, lo giuro».
Non può vederlo, ma dalla parte opposta, separati soltanto da quel sottile strato di legno, Simone si è alzato dal letto dove si è adagiato almeno un'ora prima, catatonico. È in piedi, a fissare la maniglia d'ottone, in dubbio se tirarla giù o meno.
Un primo istinto gli suggerisce di farlo subito.
Un altro, mirato ad uno spirito di autoconservazione, gli ordina di non fare nulla, anzi, di tornare a rintanarsi sotto le coperte e fingere di dormire, di non esserci.
«Simó?» Manuel richiama per l'ennesima volta. «Vabbè, tanto vedi che rimango qua, eh! Me siedo a terra e aspetto».
È quel che fa, poco dopo. Si lascia scivolare sul pavimento, con la schiena contro l'anta e le gambe flesse al petto. Rigira la confezione della barretta tra le mani.
Fa strano trovarsi dalla parte opposta di una porta chiusa, specie con Simone è dentro e lui fuori.
Vorrebbe dire tante cose in quel momento, eppure le parole gli scivolano via come granelli di sabbia tra le dita.
Preferisce il silenzio, anche se ha iniziato ad odiarlo.
Sì, detesta l'assenza di suono di cui troppe volte ha fatto abuso.
Rovina ogni cosa bella.
Ciò nonostante, adesso gli sembra l'unica cosa logica da fare.
«Non devi stare qui» è un sussurro a stento udibile che proviene dall'interno della stanza. «Sono usciti tutti».
«'O so che só usciti tutti» Manuel replica, con calma. «Chicca m'ha detto che me manda la posizione, se dopo vogliamo raggiungerli».
Durante quel breve dialogo, Simone ha assunto la medesima posizione dell'altro ragazzo.
Se non ci fosse la lastra di legno a dividerli, sarebbero lì, schiena contro schiena - come tante, fin troppe volte è accaduto in passato.
All'interno della camera, la luce è tenue, ogni cosa è tinta di un pallido arancione.
Simone non parla. Si tortura le dita, sfregando le nocche.
«C'ho 'na barretta, se vuoi» Manuel continua, imperterrito. «Visto che non sei sceso a mangiare. Ce stava la paella, te sarebbe pure piaciuta». Fa una breve pausa, sospirando.
Uno, due, dieci secondi. «Me puoi aprì?» ritenta. «Me fa strano parla a 'na porta chiusa».
Undici, dodici, trenta.
Un minuto.
Occorrono un minuto e cinquantasei secondi prima che Simone si convinca a tirare giù la maniglia.
Manuel rischia quasi di cadere quando la porta viene aperta e gli manca l'appoggio. Con fare impacciato, si rimette in piedi.
Adesso, Simone gli sta davanti, con i ricci scompigliati che un po' gli ricadono sulla fronte, gli occhi gonfi e arrossati; il taglio sul suo labbro è più evidente in quel modo.
Manuel tenta di accennare un lieve sorriso. Gli riesce male. Non chiede di nuovo se può entrare o meno, però l'altro ragazzo si scosta e indietreggia distratto fino ad andarsi a sedere sul bordo di uno dei due letti singoli, posti parallelamente tra loro.
Manuel si limita ad analizzare i suoi movimenti in un primo istante, per poi varcare la soglia d'ingresso e chiudersi l'anta alle spalle.
Si guarda intorno: c'è disordine ovunque. Molto appartiene a Matteo, riconosce la sua valigia lasciata aperta a terra, con i vestiti appallottolati dentro.
La maggior parte, tuttavia, appartiene a Simone. È quasi la fotocopia della sua stanza a Roma, nonostante ci sia molta meno roba.
Ci sono magliette e pantaloni che sono lasciati alla rinfusa sul pavimento, prodotti da bagno posti sopra il piccolo comò di legno opaco con tre cassetti che si trova dal lato opposto dei letti.
Manuel manda giù a fatica della saliva. Esita per un attimo ad accomodarsi al suo fianco. Cerca di farlo in modo da non essere troppo vicini, come se un contatto potesse arrecare ancora del fastidio al compagno e non vuole che ciò succeda.
«Me vuoi dì che t'é successo oggi?» prova a domandare.
Simone mantiene la testa bassa. Scrolla le spalle. Non c'è una vera risposta. «Niente, è passato» cerca di tagliare corto.
«È passato, ma può tornare, no?» Manuel non demorde. «Non voglio niente, Simó, solo che stai bene e se posso— Fare qualcosa per questo». Ci prova e cela dei perché io male te ne ho fatto e pure parecchio, fammi rimediare.
Si rende conto che è una grande pretesa e la voce gli trema mentre pronuncia simili frasi.
Simone fatica a formulare una replica coerente. Essenzialmente, non esiste. Potrebbe persino inventarla e avrebbe più senso.
Ha solo confusione in testa ed è arduo provare ad isolare soltanto determinati pensieri.
Si morde piano l'interno della guancia. «È che— A volte sembra che tutto si muova a rallentatore» prova a dire. «E io sto lì a guardare e basta, come quando vedi un film. Ogni cosa ti scorre davanti e tu non puoi intervenire nella successione degli eventi». Fa una pausa, si passa una mano sul viso. Dopo volta il capo, fa incrociare i loro sguardi. «Mi sento— invisibile per tutti, la maggior parte del tempo».
Manuel aggrotta le sopracciglia a quella rivelazione. È lacerante, comunque, vedere i suoi occhi così vuoti e spenti. «Simó...» sussurra. «Io só mesi che vedo solo te. Invisibile de che?». Gli sfugge una risata, fiacca e a tratti isterica. «Te vedo da sempre, pure quando fingevo non fosse così».
Scuote leggermente la testa e stringe in automatico i pugni - sta di nuovo stritolando quella maledetta barretta. «Lo so che sembro» riprende. «Un incoerente der cazzo. Però è così. Ci sono volte...». Interrompe la frase, fingendo un colpo di tosse. Non è abituato a parlare tanto e si nota.
«Ci sono volte» ricomincia «In cui penso a— Quella volta al garage mio, quando ti ho urlato addosso delle cose terribili. T'ho detto che per me manco esistevi, quando il punto era che— Per me esistevi fin troppo».
Serra le labbra. Gli sembra di aver tirato fuori cose in maniera eccessiva, pensa che, forse, non avrebbe dovuto, solo che ormai è successo.
Non riesce manco più a fissare il viso dell'altro, temendo una sua reazione - e non positiva.
«E me dispiace se t'ho sempre fatto capire il contrario» sussurra. «Ce arrivo tardi alle cose io, me dovrebbero dà 'na botta in testa ogni volta».
A simili parole, Simone non sa davvero come reagire. Da un lato, sono quelle che ha bramato di sentirsi dire da un sacco di tempo - da quasi due anni. Dall'altro, c'è ancora la confusione, c'è il male che lui gli ha fatto, il dolore, l'angoscia, il senso innato di inadeguatezza.
Così l'unico modo che trova è «Continui a dire un sacco de cazzate» a stento mormorato.
E Manuel comprende la maniera in cui le proprie frasi sono state recepite. «Te assicuro che queste non só cazzate» sottolinea.
C'è un momento, un istante dove i loro sguardi sono concatenati, dove il mondo dà l'impressione di andare a rallentatore, ma per diversi e buoni motivi - come a rendere un istante eterno.
Ed è allora che Manuel pensa che se solo avesse un briciolo più di coraggio, se solo non fosse ancora divorato dai sensi di colpa e dalla convinzione di non meritarsi nulla - ecco, pensa che lo bacerebbe.
Pensa che gli darebbe un bacio pregno di voglia di ricominciare, che non va a cancellare gli sbagli passati: sarebbe impossibile fare ciò.
Non vuole neppure lavarli via e dimenticarli, non sarebbe corretto, però vuole rimediare ad ogni errore, uno per uno.
Quindi si trattiene. Gli fissa le labbra, percepisce il suo respiro affannato.
Dopo si tira indietro, finge un colpo Finge un colpo di tosse e strizza le palpebre per riprendersi. «Uhm - vogliamo andà dagli altri? Scrivo a Chicca».
Simone fa cenno di no con la testa. «Non mi va».
«Ah, no» borbotta Manuel. «Vabbè» si rimette in piedi, per togliersi la giacca bomber verde che indossa, la stessa che getta alla rinfusa sulla piccola poltrona di velluto beige che spicca in un angolo della stanza. «Possiamo rimanè qua. Quella funziona?» indica la televisione appesa alla parete di fronte ai due letti.
«Boh, credo di sì, ma ci sono solo - programmi spagnoli».
«Possiamo imparà la lingua».
La barretta ai frutti di bosco l'ha abbandonata tra le coperte raggrinzite sopra al materasso. È la stessa che raccatta e scarta, con finta indifferenza, per porgerla, in seguito, all'altro ragazzo. Quest'ultimo lo fissa, aggrottando la fronte: non capisce, all'inizio. Ci arriva dopo, accettando quel gesto e dando un morso a quella che, a quanto pare, sarà la sua cena.
Nel frattempo, Manuel ha recuperato il telecomando per accendere la tv. Premendo i tasti, gira un paio di canali, per soffermarsi, infine, su una vecchia pellicola inizio anni Duemila che ricorda di aver visto in italiano - può andar bene.
Così può accomodarsi nuovamente sul letto.
Lo fanno insieme, su uno solo, ad una piazza. Stanno persino un po' stretti, con la schiena contro la spalliera e le gambe allungate in avanti - entrambi senza scarpe.
Al film che viene trasmesso non ci badano molto: funge da sottofondo, da rumore ad un silenzio che sarebbe troppo assordante tra di loro.
Che poi, la maggior parte del tempo, Manuel guarda Simone quando questo non può vederlo e viceversa.
Assurdo, un contorto scherzo del destino.
Sono seduti uno accanto all'altro, con le loro spalle che si sfiorano appena.
Ed è accaduto in diverse occasioni: davanti alla scuola, sul muretto, ad esempio, o a casa, nella camera di uno dei due a fissare la stupida collezione di peluche posti su un ripiano della libreria.
Tante, molteplici occasioni che sembrano lontane nel tempo, eppure così vicine.
Manuel crede potrebbe morirci per quel minuscolo e insignificante contatto - che così privo di significato non lo è davvero.
Simone, invece, si chiede che cosa stia facendo; se deve lasciarsi andare, se deve trattenersi. Se è quella la sera in cui capirà tutto oppure no.
Delle volte, nella vita ci si trova ad un bivio. Si deve scegliere tra due cose ben distinte, separate, che inevitabilmente portano a conseguenze opposte tra loro.
In genere, una decisione è comandata dalla testa e una dal cuore.
La testa è razionale e logica.
La testa è la matematica.
Il cuore è impulsivo, più diretto e in balia delle emozioni.
Il cuore verge di più alla filosofia.
In quel preciso momento, la testa di Simone è riempita da fin troppi pensieri, troppi dubbi.
Troppo tutto.
Pensa a ciò che gli è capitato al museo, alla relazione con Andrea in alto mare, ai brutti voti a scuola che rischiano di fargli perdere l'anno.
Pensa a Manuel che gli è così terribilmente vicino come non accadeva da mesi - e non solo a livello fisico.
Quella sera, mentre delle frasi in spagnolo alla tv vibrano nell'aria, Simone sceglie di dare retta al cuore - perché è privo di strane voci, perché non lo abbatte di continuo, perché non perde tempo a farlo a pezzi e distruggerlo.
Ha la bocca schiusa, gli occhi sgranati e lucidi. Sta scrutando il profilo dell'altro ragazzo e si è già sospinto nella sua direzione.
Manuel lo percepisce alla perfezione il suo sguardo addosso. Tuttavia, ci impiega qualche secondo a girarsi. Lo fa tenendo le palpebre socchiuse e trattenendo il fiato.
Il cuore è più impulsivo, il cuore non ragiona.
A Simone basta pochissimo, un frammento di coraggio per sporgersi verso chi gli sta accanto e posare le labbra sulle sue. È un bacio delicato, bocca su bocca, con gli occhi che si chiudono.
Il primo a staccarsi, dopo pochi secondi, è Manuel. Non costruisce troppa distanza. Rimane abbastanza vicino per sentire il suo respiro sulla propria pelle. «Non— Non fa' così» bofonchia.
«Cosa?».
Deglutisce rumorosamente. Vorrebbe riprendere a baciarlo, subito. Sta soffocando. «Se— Se fai così, poi non ce riesco a fermarmi».
Simone sfiora la punta del suo naso con la propria. Inclina il capo su di un lato. «Trenta secondi?» sibila, con la voce che si perde e scema nel silenzio.
È come un via libera.
Soltanto due parole che hanno un significato immenso.
Manuel sorride, frattanto che una mano va a posarsi sul viso del compagno. Sfrega un pollice contro il suo zigomo.
Quindi eccolo un secondo bacio e pure un terzo, i loro corpi che si attraggono - calamita e magnete.
Scivolano, tra le coperte e le lenzuola azzurre e sgualcite.
Simone si ritrova sdraiato, in posizione supina, con Manuel che gli è subito sopra, con una mano sul suo fianco e l'altra che va ad incastrarsi tra i ricci scuri - e ora mantiene gli occhi aperti, spalancati, per appurare che davvero sta accadendo e che non sta solo sognando.
Dai sogni ci si sveglia troppo presto e la realtà è sempre deludente.
Le dita di Manuel tirano il lembo inferiore della felpa bordeaux del compagno. «Posso?». Glielo chiede, gli domanda se può rimuoverla.
In realtà, gli chiede permesso per ogni cosa, con una delicatezza innata che pensava di non possedere, perlomeno non così.
Perché adesso che ha Simone tra le dita, lo reputa un tesoro prezioso e fragile, da maneggiare con cura e attenzione.
Per non sbagliare più.
Il respiro di Simone si è fatto pesante, ma annuisce e si fa spogliare - prima la felpa, poi la t-shirt bianca a maniche corte che indossa sotto.
Per Manuel è facile notare il suo fisico più asciutto, non più tonico come nei mesi passati - forse i vestiti larghi che porta hanno camuffato tale aspetto; ci fa caso dal costato in rilievo sotto un sottile strato di pelle ed è un particolare che gli fa tremare il petto.
Da quando è così?
Posa un palmo sul suo torace, all'altezza dello sterno, mentre di nuovo si sporge nella sua direzione, per baciarlo sulle labbra e fa attenzione a non soffermarsi troppo sul taglio che sta pian piano guarendo. Si sposta con la bocca a sfiorare la linea della mandibola, il collo, più giù fino alla parte alta dell'addome: tanti, piccoli baci - che se potesse gli bacerebbe ogni centimetro del corpo.
Rimuove anche la propria felpa, in seguito la canotta da basket rossa e nera; entrambi gli indumenti ricadono alla rinfusa sul pavimento, insieme a quelli dell'altro ragazzo.
Adesso Manuel è in ginocchio, in equilibrio su quel materasso molle, tra le gambe appena divaricate di Simone. Si china su di lui, cerca e trova le sue labbra - un nuovo bacio - frattanto che con una mano va a giocherellare con l'elastico dei suoi pantaloni di tuta grigi.
Ricorda che, qualche mese prima, glieli avrebbe strappati di dosso con foga ed eccessivo desiderio. Ora, invece, compie ogni cosa con eccessiva calma, tant'è che è Simone a dover biascicare: «Puoi toglierli».
«Seh?».
«Sì».
Compie quel gesto con gentilezza, sfilando il tessuto morbido e facendoglielo scivolare lungo le gambe. Fa lo stesso con i boxer in cotone.
Lo lascia nudo, sotto di sé.
In contemporanea, tenta di rimuovere anche il resto dei propri vestiti. Gli riesce più difficoltoso, considerando che cerca di farlo non perdendo il contatto con le labbra dell'altro ragazzo - come se baciarlo fosse diventato vitale, come a dargli la giusta quantità di ossigeno per sopravvivere.
Ed è bello poiché crede di aver trattenuto il fiato per mesi e adesso, finalmente, può tornare a respirare.
Nessuno dei due si è portato dietro, in aereo, quel che effettivamente occorre - non hanno il lubrificante, ad esempio.
Molte volte hanno fatto senza, tuttavia Manuel sa che non è ottimale.
Per questo, rintraccia lo sguardo del compagno, a chiedergli un ennesimo muto permesso, se può continuare lo stesso - e Simone annuisce.
Perché entrambi lo desiderano.
La bocca di Manuel comincia a vagare lieve sul corpo dell'altro ragazzo, ne percorre ogni millimetro: sul petto, sulla pancia, sull'inguine; scende più giù, si abbassa col busto quel che basta per potersi posizionare con la testa in mezzo alle sue gambe appena divaricate e flesse.
Mordicchia piano la pelle sull'interno delle cosce. Seguentemente, si focalizza sul sensibile anello di muscoli tra di esse, con la lingua ne traccia il contorno.
Pure quei gesti li compie con premura e gentilezza.
Alcuni li mette in atto per la prima volta, eppure risulta come gli appartenessero da sempre.
È strano, ma con Simone è stato così fin dal principio: riuscire a muoversi a sincrono, dove non arriva l'uno, ci pensa l'altro.
Per tutto il tempo, Manuel continua a pensare che non hanno lo stupido lubrificante, quindi deve essere attento e paziente, ad utilizzare la saliva al suo posto e vuole ce ne sia la giusta quantità, per avere meno attrito possibile.
Crede di esserci riuscito qualche minuto dopo, quando si discosta e timido ci infila il dito medio dentro.
Simone sussulta a quella nuova intrusione, però non gli fa male - non troppo.
Manuel continua a muovere quell'unica falange con ritmo moderato. Non rimane chinato. Piuttosto si tira su, si sdraia in qualche modo su di un fianco, scivolando accanto al compagno - per avere davanti il suo volto e analizzare ogni sua reazione.
«Dimme se ti faccio male» sussurra ad un suo orecchio e ne mordicchia piano il lobo.
Simone ha socchiuso le palpebre. Le tira su soltanto in quel momento. «Non mi fai male» soffia.
«Adesso no» mormora Manuel e allunga il collo per baciarlo repentino sulle labbra. «Ma dopo— Dimmelo». Parla a bassa voce e, nel frattempo, osa inserire un secondo dito; piega anulare e medio con un leggero scatto.
Simone sussulta e trattiene un gemito. Si aggrappa ad un suo braccio. Decisamente non gli fa male. Anzi, l'intero suo corpo freme di desiderio. «Fallo ancora» bofonchia.
Manuel sorride. Ripete il medesimo gesto e, stavolta, lo sbuffo di piacere che ne scaturisce lo soffoca con un bacio sulla bocca.
«Non abbiamo...» sussurra dopo. Non finisce davvero la frase. Simone lo ha già preceduto premendo le labbra sulle sue e posando un palmo sul lato del suo collo. «Ce l'ho nel portafoglio» sibila e gli sfugge una lieve risata. Non specifica cosa, lo si capisce non nominandolo che si riferisce al preservativo. «Non si tengono lì?».
«A quanto pare» ridacchia Manuel. Ritrae il dito, smettendo di penetrarlo. Lo fa per allungare l'altra mano verso il comodino di legno scuro accanto al letto, dove sono abbandonati sia il portafoglio sia il cellulare di Simone, con lo schermo rivolto verso l'alto. Apre il primo oggetto ed effettivamente c'è la confezione del profilattico dentro, con sua enorme sorpresa.
Quel piccolo involucro quadrato se lo rigira tra le dita; in seguito, lo porge all'altro ragazzo, che si premura di raccattarlo e scartarlo, mentre le loro bocche si ritrovano.
Ulteriore bacio.
Forse non si sono mai baciati così tanto.
Forse non ne hanno mai avuto così tanta urgenza.
Simone mantiene il profilattico ancora integro tra indice e pollice.
«Simó?» lo richiama Manuel, con le loro fronti in contatto e il respiro reciproco addosso. «Sei sicuro?».
Una risposta a parole non sopraggiunge. C'è solo Simone che lascia scivolare una mano sull'erezione già turgida del compagno, va a rinvigorirla un briciolo, premendoci sopra i polpastrelli; poi ci srotola il rivestimento in lattice sopra.
È sufficiente ed esaustiva come replica.
Nuovo bacio.
Manuel torna a posizionarsi tra le sue gambe, esitante. Si china su di lui col busto. Afferra entrambe le sue mani, fa intrecciare le loro dita sul cuscino - ai lati della testa dell'altro.
Muove docilmente i fianchi quando si insinua dentro di lui. Lo fa con una lentezza disarmante, per farlo abituare alla propria presenza.
Sono occhi dentro occhi quando ciò accade.
È una delle cose che Manuel si è imposto: ancorarsi sempre allo sguardo di Simone, di non perderlo mai.
Per tutte le volte in cui esso gli è sfuggito.
Inizia una serie di spinte che hanno un ritmo lento e controllato. Un po' si sente rinascere.
Perché è diverso da tutte le volte precedenti.
C'è maggior consapevolezza, c'è un desiderio più profondo.
C'è amore.
Gli allarmi sono cessati. Nelle orecchie adesso suona una dolce melodia.
Manuel gli lascia una mano, unicamente per portare la propria al lato del suo viso. Ne accarezza lento i tratti, partendo dal sopracciglio, lo zigomo, la mandibola. Con il pollice, si sofferma sul taglio che l'altro ha sul labbro.
«Mi dispiace» soffia. Non è solo per quella ferita che si sta rimarginando. Vale un po' per tutto il resto.
Mi dispiace per come ti ho trattato.
Mi dispiace per tutto quello che ti ho detto.
Mi dispiace se ti ho fatto a pezzi.
Sa pure che le scuse non bastano, che non cancellano mesi su mesi di errori.
I suoi non sono sbagli scritti con un gessetto su una lavagna, facilmente rimovibili.
Sono incisi su pietra, quasi indelebili.
Eterni.
Ma niente è eterno per davvero. Il tempo corrode e modifica ogni cosa.
Simone resta il silenzio. Emette dei gemiti sommessi che corrispondono ad ogni nuovo affondo.
Non vuole pensare al passato, almeno non in quel momento. Lo atterrisce di più il futuro - uno imminente, alla fine di quei cinque giorni di gita scolastica.
Tuttavia, sceglie volontariamente di isolare la propria mente in una bolla di sapone che non vuole scoppiare.
Una bolla fragile dentro alla quale ci sono lui e Manuel, in quella stanza d'albergo di Salamanca.
Simone posa un palmo sul petto del ragazzo che lo sta sovrastando, al centro esatto, sopra lo sterno. Può sentire alla perfezione il battito accelerato del suo cuore sotto ai polpastrelli, il che gli strappa un sorriso.
Manuel percepisce il proprio corpo fremere. Sta continuando a imprimere quelle spinte col bacino che, a poco a poco, si fanno più lente e profonde.
Le loro fronti si sfiorano, i loro occhi sono fusi insieme, all'unisono con i loro respiri.
È in quel preciso istante che la sente la sensazione più bella e devastante al mondo, che fa scoppiare il cuore, che si racchiude in tre semplici parole.
Sono le stesse che sta pensando in modo così forte che gli sembra che gli siano uscite fuori di bocca inconsciamente.
Ma non è quello che succede davvero.
L'unico suono che emette si concentra in un urlo stentato, il quale soffoca nella bocca del compagno, mentre viene in quello che, presume, sia l'orgasmo più bello e intenso della sua vita.
Crolla su di un fianco dopo qualche secondo, liberandosi del profilattico - che annoda e butta sul pavimento. Tale gesto lo compie in modo veloce, poiché una mano corre subito sul membro del compagno, che racchiude tra le dita, così da masturbarlo piano e portare pure lui al culmine.
Anche ciò accade mentre si guardano negli occhi.
Tutto accade con i loro occhi legati, connessi.
Simone è a corto di fiato quando il piacere lo travolge. Si aggrappa ad una spalla del compagno, per tenere un contatto con la realtà.
Manuel gli sta accarezzando una guancia con la punta delle dita. Lo osserva minuziosamente, col capo inclinato su di un lato. Non si è accorto che è scosso da continue vibrazioni.
Simone sì, se ne rende conto nell'immediato e allora «Stai— Tremando» fa presente. L'altro annuisce. «Lo so» sospira.
«Hai freddo?».
«T'assicuro che non— Non é proprio per il freddo». Scoppia in una risata, intrisa di leggero isterismo.
No, non ha per niente freddo - fa persino caldo e lo dimostra il fatto che siano entrambi sudati.
I brividi sono dovuti a qualcosa di decisamente diverso, decisamente più intenso.
Torna a coprirlo col proprio corpo in maniera parziale, non troppo da gravargli addosso. Tiene una mano sul suo addome, l'altra ancora a sfiorargli il viso.
Dovrebbe, forse, raccattare dei fazzoletti, dato che entrambi si sono sporcati di quel liquido chiaro e denso, eppure nessuno dei due pare volersi muovere da lì.
Manuel non vuole muoversi da lì.
Simone si lascia toccare e sfiorare da una delicatezza che ha sempre immaginato e comprende che la propria fantasia non si è nemmeno avvicinata al benessere che sta provando in quel momento.
Socchiude le palpebre. È tranquillo, rilassato.
La bolla non è ancora scoppiata.
«Stai bene?» la domanda che Manuel pone si leva leggera nell'aria.
Non ottiene una risposta a voce, solo un cenno di assenso con la testa da parte dell'altro ragazzo.
Si sporge nella sua direzione per dargli un bacio sulla guancia, poi più su, vicino ad un orecchio. «Só contento».
Il film in spagnolo alla tv non è finito, sta scorrendo ancora sullo schermo e fa loro di sottofondo per i minuti che seguono.
Diciotto, in totale.
Manuel si è girato, assumendo una posizione supina e piegando un braccio dietro al capo. Simone lo ha seguito come un'ombra e ora tiene la testa sopra al suo petto, mentre si gode il tocco delicato delle dita del compagno che gli vengono passate tra i capelli.
«Manu?» sussurra, con un filo di voce.
«Mh-m?».
Esita per un breve istante. Deve sollevare la testa per potersi guardare in faccia. «Tra un po' torna Matteo».
«Manca ancora un'ora» fa notare Manuel, riferendosi al coprifuoco imposto dai due professori. «Ma magari— Je mandiamo un messaggio e va in camera co' Giulio».
«Non lo faresti».
Per pronta reazione, Manuel lo fa spostare, così da potersi sollevare e allungare da sopra il letto. Raccatta i pantaloni gettati sul pavimento, per poter recuperare il proprio cellulare. Torna nella posizione iniziale e si tira subito l'altro ragazzo di nuovo addosso - è una esigenza, sentirlo sempre vicino, avere sempre un contatto.
Sblocca lo smartphone tramite il riconoscimento facciale. Va ad aprire WhatsApp e la conversazione con il contatto Matteo.
Digita rapidamente sul touchscreen.
Simone non vede cosa scrive. Si sforza di sbirciare, ma con scarsi risultati. Dopo, può solo osservarlo bloccare l'apparecchio tramite il tasto laterale e abbandonarlo sopra al comodino. «Non l'hai fatto» biascica.
«E invece sì» ribatte Manuel e ridacchia. «Però me sa che devo annà a prendermi almeno lo spazzolino. Anche se mi madre me l'ha comprato rosa».
«Rosa?».
«Eh».
Simone ride. Lo fa in maniera cristallina, una risata beata e leggera, che gli fa tremare il petto - ma per i giusti motivi.
E Manuel fa lo stesso, sebbene si lamenti con «Ma che te ridi, stronzo».
Che, in fondo, quello stronzo ha appena ammesso di amarlo.
**
Il messaggio arriva a Matteo, che risponde, mezz'ora dopo, con almeno venti emoticon che ammiccano - il che fa roteare gli occhi a Manuel più volte.
Dorme poco, quella notte.
Non per insonnia, non per i troppi pensieri, come accade di solito.
Sta sveglio perché ha paura che tutto ciò che è accaduto sia un sogno e non vuole lasciarlo andare.
È sdraiato su quel letto ad una piazza troppo stretto per due - ma non sembra importare - a pancia in su. Simone sta dormendo: gli mantiene la testa sul petto e il suo respiro si infrange sopra la pelle del torace.
Manuel continua a passare la mano tra i suoi capelli: non sono morbidi come al solito, al tatto risultano crespi e duri. Li sta analizzando i suoi tratti, lo sta scrutando da vicino per non perdere alcun dettaglio.
Si bea di quella tranquillità che potrebbe essere transitoria, ma è talmente bella che non vuole pensare che possa finire.
Nemmeno per lui la bolla è scoppiata.
Un sorriso gli si delinea sulle labbra. Ora la mano la sposta sulla sua schiena nivea. Traccia delle linee immaginarie che vanno ad unire i nei scuri che risaltano sul candore della cute.
Gli paiono tante costellazioni.
Pensa che vorrebbe passare una vita intera a creare costellazioni sulla sua schiena, a disegnarle con un pennarello, a dipingerle.
A rendere lui l'arte.
Da quando siamo così romantici?, una voce trilla nella propria testa.
Una risposta è palese ed evidente.
Da quando gli allarmi sono cessati e Simone è diventato musica.
Assurdo?
Più che assurdo.
Perché, a quanto pare, le persone cambiano sul serio e spesso l'amore ne è l'artefice.
È ancora assuefatto da simili sensazioni che una leggera vibrazione lo coglie un po' impreparato.
Sbatte rapido le palpebre. La luce nella stanza è fioca, per cui è facile notare lo schermo del telefono che si illumina.
Non è il proprio, dal momento che con la coda dell'occhio sbircia lo sfondo e vi appare la foto di un gatto.
In un primo momento, decide di lasciar perdere - tanto non è il telefono che gli appartiene, non sono fatti suoi.
Tuttavia, sopraggiunge una seconda vibrazione. Quindi, seppur un istinto più razionale gli suggerisca di desistere, una mano l'ha già allungata ad afferrare l'oggetto, a guardarne lo schermo.
L'unica cosa che nota sono due notifiche WhatsApp, di cui scorge le anteprime - che però non sono molto chiare; il mittente, però, lo è.
Andre❤️
Per istinto, serra la mandibola.
Mette giù il telefono, trattenendosi da eliminarle quelle notifiche - ma forse sarebbe troppo.
Torna a guardare i lineamenti rilassati di Simone, che dorme tranquillo sul proprio petto, ignaro del fatto che le pareti della bolla abbiano già iniziato a creparsi.
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Alla fine, Manuel si addormenta alle quattro e mezza del mattino. Più che altro, il proprio corpo si arrende alla stanchezza e lo fa crollare.
Simone apre gli occhi per primo, verso le sette.
Non si è mosso molto durante la notte, anzi, per niente, dato che è nella stessa posizione della sera precedente e il braccio sinistro ha preso un po' a formicolare.
Nemmeno vuole muoversi troppo. Sia perché sta bene, sia perché non vuole svegliare il compagno, lo stesso che ancora gli tiene un palmo sulla schiena e lo stringe in un abbraccio.
Così rimane immobile, con le palpebre ancora pesanti. Ha realizzato in fretta cosa effettivamente sia successo.
Non crede di esserne pentito - non troppo.
Voleva farlo, lo ha scelto il cuore.
La mente, per ora, può aspettare per farci i conti.
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Il ritrovo nell'atrio, per recarsi alla colazione, è previsto per le otto e mezza.
Per questo, alle otto, Simone inizia a solleticare Manuel, passando i polpastrelli sul suo petto e addome - traccia i contorni della farfalla tatuata sotto allo sterno, poi si sposta sul braccio.
Quest'ultimo mugola qualcosa di a stento comprensibile, nel dormiveglia.
«Manuel?» sospira Simone. Non smette di compiere quei gesti lenti e ripetitivi. «Ci dobbiamo alzare».
«Cinque minuti ancora».
«I tuoi non sono mai sono cinque minuti».
Hanno entrambi la voce rauca, impastata.
Manuel solleva le palpebre a fatica. Ha dormito poco, ma lo ha fatto bene, per cui un sorriso si delinea presto sulle sue labbra - soprattutto quando nel suo campo visivo ci rientra il viso di Simone.
Sono stretti l'uno all'altro, nel letto ad una piazza sola.
Manuel lo ha intrappolato in un abbraccio che non crede riuscirà a sciogliere con facilità ed è paradossale il fatto che lui non è mai stato tipo da quel genere di contatto, non così a lungo perlomeno.
«Ciao» biascica.
«Ciao» replica Simone. Ha tirato un po' in su il capo, per potersi guardare. Gli sta ancora sfiorando la pelle con le dita.
Manuel si compiace di quel contatto, lo fa rilassare. Tuttavia, la lucidità dell'essere sveglio torna presto alla ribalta e il suo volto si rabbuia un briciolo. «Simo...» lo richiama.
«Mh-m?».
Esita un attimo nel parlare e il cuore gli perde un battito; immagina che venga percepito dall'altro ragazzo, dato che gli tiene la mano sullo sterno.
«Questa cosa— Dimmi che non è qualcosa del tipo che quel che succede a Madrid, resta a Madrid». Trattiene il respiro per aver pronunciato una simile frase.
È vulnerabile in quel momento.
Lo è dall'istante in cui si sono baciati.
L'amore rende fragili, del resto, questo lo sa.
Simone butta giù a fatica della saliva e abbassa lo sguardo. Con il medio, gli tocca piano la clavicola. «No» mormora. Indugia. «Ma dobbiamo ancora parlare, dopo la gita».
«Lo so».
«Ci pensiamo dopo».
Il cuore di Manuel è lenito da quelle parole. Un po', non del tutto, infatti permane un senso d'angoscia al pensiero che, saliti sull'aereo di ritorno, quell'episodio che ritiene bellissimo verrà eclissato e tutto sarà esattamente come prima.
Si muove in maniera lenta per far girare il compagno. Lo fa finire in posizione supina, ma gli è subito sopra. Il lenzuolo sgualcito fruscia e si incastra tra le loro gambe intrecciate.
Manuel allunga il collo per poter raggiungere le sue labbra e baciarlo con lentezza e delicatezza, ad allungare, almeno un briciolo, la notte appena trascorsa.
Si distacca poco dopo, sfiorando la punta del suo naso con la propria.
Simone posa un palmo sulla sua schiena. «Ma adesso siamo ancora a Madrid» soffia.
«Pe' cinque giorni».
Annuisce. «Per cinque giorni» ripete.
Manuel gli deposita un secondo bacio sull'angolo della bocca. Vorrebbe chiedere tante cose: del messaggio che ha intravisto durante la notte, come devono comportarsi durante quei cinque giorni, cosa accadrà quando torneranno a Roma, se Andrea c'è ancora.
Per adesso, volontariamente sceglie di lasciar perdere, di non scervellarsi per avere delle risposte che, magari, nemmeno vuole sentire.
Sceglie di godersi i cinque giorni che verranno uno alla volta, senza tornare troppo sui propri devastanti pensieri.
«C'ho tutta la mia roba de là» borbotta.
«Pure lo spazzolino rosa» lo sbeffeggia l'altro ragazzo.
Manuel ride. «Soprattutto quello» commenta. «Ma me devo cambià».
«Ti do qualcosa di mio».
«Non la camicia, spero».
«Niente camicia».
Cinque minuti divengono dieci, poi quasi quindici.
Alla fine, sono entrambi costretti a lavarsi e prepararsi alla velocità della luce per essere pronti in tempo.
Dalla valigia di Simone, Manuel recupera una maglietta a maniche lunghe a righe orizzontali, blu e bordeaux, che gli va pure un po' larga e dei boxer in cotone azzurro; usa di nuovo gli stessi pantaloni del giorno prima, che possono andar bene.
È il primo ad essere vestito e sistemato, per cui si siede sul bordo del materasso, per aspettare che l'altro faccia lo stesso; si accorge che i tempi di quest'ultimo sono decisamente lunghi, che si muove con estrema lentezza la maggior parte del tempo.
Ciò nonostante, cerca di non mettergli fretta.
Attende, paziente, finché le otto e trenta non sopraggiungono e già immagina la ramanzina che dovranno sorbirsi da parte di De Angelis se non si presentano in tempo. Così scatta in piedi. Indugia qualche secondo, osservando la porta del bagno socchiusa. Vorrebbe recarsi dentro quella nuova stanza, di getto, ma desiste.
«Simò?» lo richiama. «Vedi che facciamo tardi. Ci sei?».
Nessuna risposta.
Manuel stringe i pugni lungo i fianchi. Compie un solo passo in avanti. Poi due e tre. Bastano a ricoprire quell'insulsa distanza e farlo ritrovare davanti all'anta bianca semi-aperta.
Ci appoggia il palmo sopra, con l'intenzione di spingerla.
Viene preceduto dall'altro che la porta la apre e appare sulla soglia, con addosso un maglione grigio, da cui bordo superiore spunta il colletto celeste di una camicia. «Ho finito» annuncia.
Manuel lo fissa per un istante. Nota che ha messo del gel nei capelli, che risultano più lucidi. Sorride appena. «Vogliamo annà?» esclama. Simone annuisce.
Poco prima che abbandonino la stanza - sono entrambi in procinto di uscire - Manuel blocca il compagno tenendolo per un polso. Va a posare la mano libera sul lato sinistro del suo viso e sfrega piano il pollice sul suo zigomo.
Ha ancora quelle tre parole sulla punta della lingua. Lo stanno tormentando. Tuttavia, non crede sia il luogo né il momento opportuno per pronunciarle.
Anche se pensa che Simone, quella mattina, sia il più bello del mondo.
Con questo in testa, si protende nella sua direzione e lo bacia piano sulle labbra. Socchiude gli occhi e si stacca poco dopo.
«Lo posso fare per - i prossimi cinque giorni?» sussurra, ancora sulla sua bocca.
Simone tentenna di fronte una simile richiesta.
Testa o cuore?
Non ha idea di cosa lasciar vincere quella volta.
Una risposta eloquente la trova negli occhi di chi gli sta di fronte, che non ha mai potuto vedere così sinceri.
Quindi, acconsente con un leggero movimento del capo.
Manuel allarga il sorriso.
Un ultimo bacio lo deposita sulla punta del suo naso.
Poi non aggiungono ulteriori parole e abbandonano la stanza, per poter andare a fare colazione insieme al resto della classe.
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