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Alla luce del sole




Simone ha cercato una spiegazione al comportamento di Manuel negli ultimi dieci giorni e, purtroppo, non l'ha trovata.

Si è posto mille domande sul fatto che l'altro a stento gli rivolga la parola, che ovviamente hanno smesso di scambiarsi baci – seppur di nascosto – in camera o in bagno a scuola; gli unici loro contatti sono in moto, unicamente per non capitombolare a terra durante il tragitto la mattina, ma nulla più.

E gli manca.

Lui e tutto ciò che facevano, che avevano, nonostante una definizione precisa non ci sia mai stata.

È seduto al tavolo della sala da pranzo. C'è il sole quel giorno, sebbene la luce di esso sia ancora fioca, per cui la stanza è riempita da quella del lampadario che riflette un tenue giallo su tutte le pareti.

Simone tiene in mano una brioche confezionata che ha scartato almeno dieci minuti prima e a cui non ha dato manco mezzo morso. È solo: Anita è uscita presto quella mattina, Dante è ancora chiuso in bagno al piano superiore, a prepararsi – ci mette tre ore a farlo, è puntiglioso nell'ultimo periodo – e Manuel...

Non ne ha idea.

Presume sia rintanato in camera sua, dove trascorre la maggior parte del tempo, con la porta chiusa a chiave.

Ha provato a scrivergli pure su WhatsApp, più volte, per avere una qualsivoglia reazione da parte sua, ma ha ottenuto soltanto messaggi letti e nessuna risposta. Quindi ha avuto l'istinto di andare a bussare alla sua porta e non smettere più, però si è trattenuto, per non essere troppo – invadente, forse?

Probabilmente sì.

È tornato a farsi quelle mille paranoie di cui ha pensato, per un attimo, di essersi liberato.

Immagina che sia impossibile vivere senza, avere un momento privo di pensieri che lo abbattono, che lo feriscono e gli fanno dubitare di ogni cosa.

Simone mette giù la merendina, cerca di infilarla di nuovo dentro l'involucro di plastica, con scarsi risultati. Non ha fame, gli si è chiuso lo stomaco. Mantiene lo sguardo basso, per questo si accorge soltanto dopo dell'arrivo di Manuel, il quale prende posto al lato opposto del tavolo: non gli si sistema accanto, neppure di fronte; è a distanza e basta, mentre versa del caffè tiepido in una tazza di ceramica lilla.

Simone lo fissa per un istante, con timore di un eventuale scontro dei loro occhi – sebbene, inconsciamente, non desideri altro. «Stai bene?» osa chiedere e pensa che, con alta probabilità, non avrà risposta neanche ora.

Manuel tentenna di fronte a tale quesito. Mette due cucchiaini di zucchero nella tazza e rigira la bevanda con un cucchiaino. Nemmeno lui è in grado di guardarlo in faccia. «Seh» taglia corto «Tutto bene».

Almeno una replica è arrivata, stavolta.

Simone manda giù a fatica la saliva, sente la gola secca. Scrolla le spalle, per scacciare quel magone che lo sta opprimendo – che, se ne conoscesse il motivo, magari sarebbe facile da mandare via. «Ma ti ho fatto qualcosa?» pigola.

Purtroppo, colpevolizzarsi per tutto è una caratteristica che lo contraddistingue, e dunque torna a struggersi su un simile aspetto.

Delle volte, del resto, la fantasia può creare scenari ben peggiori di quel che è realtà.

Manuel alza gli occhi al cielo, scocciato. «Me l'hai già chiesto» appunta.

«E non m'hai risposto».

Sbuffa e butta giù un sorso di caffè. «No, non gira tutto attorno a te, Simò» attesta «C'avrò pure i cazzi miei pe' la testa, eh».

Simone incassa quelle frasi. Lo fa in silenzio, mordendosi piano l'interno della guancia. Ha ripercorso ogni cosa, ogni gesto compiuto prima di quella chiusura da parte del compagno e non ha trovato nulla di diverso dal solito, ragion per cui non si spiega perché stia accadendo ciò. Pensa solo che, allora, è lui a non andare bene e basta. Come al solito.

Apre la bocca, per aggiungere qualcosa.

Tuttavia, viene preceduto da Manuel che scatta in piedi, facendo strisciare la sedia sul pavimento e producendo un rumore sordo. «Senti, te ne puoi andà co' tuo padre a scuola?» esclama «Me serve la moto».

Simone vorrebbe dirgli di no, che non può, che vuole andarci con lui a scuola perché è l'unico momento rimasto durante il quale sono insieme e hanno un minimo di contatto oppure che possono rimanere a casa e, magari, parlare, chiarire, che quella mancanza di comunicazione lo sta letteralmente uccidendo.

E invece «Sì – uhm, okay» borbotta. Non aggiunge qualcosa in più, tanto non servirebbe, dal momento che Manuel, ancora una volta, non lo guarda e poi abbandona la cucina.


**


Non entra alla prima ora a scuola. Pensa di farlo, forse, alla seconda.

Si sente soffocare.

Manuel nemmeno c'è.

Simone nota l'assenza della moto dalla carrozzeria bianca nel solito parcheggio davanti all'edificio, quindi presume che nemmeno l'altro ragazzo partecipi alle lezioni quel giorno.

È seduto su l'usuale muretto di pietra, con le gambe a penzoloni che lascia oscillare nell'aria e lo sguardo fisso sulle proprie mani che ha cominciato a torturare.

Magari meglio tornare a casa, pensa.

Ma a casa sarebbe peggio.

«Hai bruciato pure tu oggi?».

Simone solleva il capo, per notare la presenza di Andrea che gli si è seduto accanto, con una sigaretta accesa e consumata a metà tra indice e medio nella mano destra.

Aggrotta le sopracciglia, perplesso e «Cosa?» borbotta.

Andrea si lascia sfuggire una risata. «Sì, scusa» replica «Uhm – saltare scuola? Come dite qua?».

Ah, ecco, ora ha capito. Simone scuote la testa e accenna un sorriso privo d'entusiasmo. «Fare sega» spiega.

«Però - di classe» commenta l'altro ragazzo e scrolla appena la sigaretta per far cadere la cenere a terra. «Quindi - hai fatto sega, oggi?».

Quel discorso pare addirittura ridicolo. «No, entro alla seconda» taglia corto «Tanto alla prima c'era matematica, posso saltare le spiegazioni».

«Ah, già: Simone Balestra, il genio della matematica».

Simone non si sente per niente un genio – di qualunque cosa. In realtà, in quel momento si ritiene piuttosto stupido per una serie infinita di motivi. Vorrebbe capirci meno di matematica e più delle persone. Il punto è che la matematica è razionalità e logica, mentre le persone sono l'esatto opposto: sono impulso ed emotività.

Si stringe nelle spalle, elaborando un simile concetto. «Tu, invece?» domanda, rivolgendogli uno sguardo fugace. «Perché non sei dentro?».

«Oggi non m'andava» spiega Andrea, in breve. «E poi c'è un bel sole per chiudersi in quel posto».

«Certo, ottima ragione».

Per un attimo, tace. Porta il busto leggermente all'indietro, appoggiandosi coi palmi alla superficie ruvida del muretto in pietra. Scruta il profilo dell'altro ragazzo, i muscoli tesi del viso, l'orecchino che un po' scintilla quando i tiepidi raggi del sole di novembre si riflettono sul metallo, i ricci scuri che ora paiono più lunghi e mossi rispetto a quando lo ha conosciuto – è passato relativamente poco tempo, eppure pare un'eternità. Nota anche il modo in cui si tortura le dita, non le lascia un attimo in pace e quindi «Tutto bene?» gli chiede, con flebile apprensione.

Simone ci impiega una manciata di secondi per recepire tal quesito. Non sa manco che rispondere. «Tutto bene» bofonchia. «Perché?».

«Boh, c'hai una faccia» Andrea rimbecca e lo fissa, con il capo piegato su di un lato. «Pure l'altra sera, sembrava ti stessero torturando. Guarda che se è per i miei amici, non...».

«No, non è per quello» Simone lo frena subito. Tiene gli occhi fissi di fronte a sé, su un punto vuoto, mentre sfrega le nocche con le dita con un palmo. «I tuoi amici sono simpatici».

Quello è vero. Per quel poco che ha visto, per quelle tre ore trascorse insieme a lui, Alessio e Leonardo – ricorda ancora bene i loro nomi, lo considera un record – gli sono parsi ragazzi a posto, educati e gentili, che lo hanno trattato come lo conoscessero da sempre. Per cui sì, gli amici di Andrea sono simpatici e quella sera in loro compagnia gli ha fatto bene, almeno per un po', lo hanno aiutato a distrarsi dal resto.

Immagina, tuttavia, che abbia dato un'impressione diversa, considerata una simile constatazione.

«Sicuro?» Andrea insiste.

«Sicuro» lo rassicura Simone e soltanto adesso volta il capo nella sua direzione. Abbozza un sorriso, privo d'entusiasmo.

Spera quasi che la conversazione con argomento principale il proprio stato d'animo si concluda così, ma non ha messo in conto il fatto che l'altro ragazzo non si ferma mai quando vuole capire qualcosa e, difatti: «Hai litigato con il tuo qualcuno?», viene chiesto.

Ecco, appunto.

«No» risponde, in maniera spontanea – che poi manco deve per forza fornire una replica, potrebbe cambiare discorso e basta. Invece lo fa e va pure avanti: «Cioè – non proprio».

«Non proprio?».

«Non abbiamo – litigato. Non abbiamo fatto... Niente» borbotta. «Nel senso che – è un momento un po' così».

«Ah, capito» Andrea borbotta e porta quel che rimane della sigaretta vicino alla bocca. Aspira dal filtro e poi rilascia il fumo nell'aria, soffiando verso l'alto. «Magari questa cosa della relazione segreta non va più bene».

«Stai facendo tutto tu con la questione della relazione segreta».

Strizza gli occhi, per guardarlo meglio in faccia, poiché la presenza del sole che un briciolo lo infastidisce. «Beh, tu non m'hai contraddetto mica» esclama. «O sbaglio?».

Non sbaglia. Simone è perfettamente consapevole: non lo ha mai corretto, non ha cercato di sviare la questione, è stato zitto e basta. Ragion per cui, considera quasi normale che l'altro c'abbia costruito sopra delle ulteriori convinzioni e sia rimasto su di esse.

«Vabbè, non...» fa per dire, ma Andrea lo interrompe a frase nemmeno iniziata: «Mica la condanno come cosa, eh» attesta «Anzi, da una parte è persino intrigante, almeno nel primo periodo. Sai, l'eccitazione di non essere scoperti, i nascondigli, per non parlare del sesso fantastico. Però poi – boh, secondo me si inizia a volere di più. Tipo questo, no?». Smette di parlare per un momento. Si tira su col busto e spegne il mozzicone, premendolo sulla pietra. In seguito, solleva un braccio, ad indicare con fare plateale ciò che hanno attorno – la faccia della scuola, la strada, il chiosco, la gente che cammina e passa da quel luogo.

«Poi, alla fine, inizi a volere i baci alla luce del sole» prosegue. «Che sono la parte più bella, se posso dire».

Simone rimane tramortito da una simile affermazione. Se ci ragiona bene, non ha mai baciato Manuel alla luce del sole: è accaduto sempre dietro ad una porta sigillata, chiusi da qualche parte affinché nessuno potesse vederli. Lui quella cosa l'ha accordata, non si è mai lamentato, per quanto non gli andasse bene già dopo i primi mesi, ma è sempre stato l'unico modo per non perderlo.

Per non perdere Manuel.

Eppure, adesso gli sembra comunque che il compagno gli stia scivolando dalle dita, nonostante tutto, e di non riuscire a far niente per impedire che ciò avvenga.

Sarebbe terribile far finire ogni cosa, senza aver avuto la possibilità di baciarsi alla luce del sole.

Quell'aspetto non lo confessa ora. Non lo ritiene opportuno in quel momento, non con Andrea.

Rimane in silenzio e basta, abbassando il capo.

«Nemmeno Manuel è venuto oggi?».

Ecco, ci mancava che gli venisse chiesto di Manuel. «Come?» soffoca.

Andrea scrolla le spalle. «Non ho visto la moto» spiega «Non venite insieme la mattina?».

Simone si irrigidisce appena, lo si nota dal modo in cui contrae ulteriormente la mandibola. Lancia uno sguardo distratto al parcheggio e al posto vuoto che di solito occupa il veicolo a due ruote dalla carrozzeria bianca.

«Boh, aveva da fare» la fa breve. «Sono venuto con mio padre».

Andrea non insiste. Si limita a scrutare l'altro ragazzo che non gli rivolge manco più lo sguardo, fissando qualsiasi cosa non sia il proprio volto. Non insiste perché, forse, dalla sua reazione, ha capito qualcosa. O fin troppo.


**


Simone batte forte il pugno chiuso sulla porta di legno. Il corridoio della villetta Balestra è parzialmente all'oscuro a quell'ora di tardo pomeriggio. Ci sono tutti in casa: Anita e Dante al piano inferiore, in cucina per preparare la cena, con molta probabilità, e Manuel in camera sua.

Come sempre, negli ultimi undici giorni.

Adesso, tuttavia, Simone si è scocciato di quell'attesa, delle sue non risposte, della sua assenza. Non ce la fa più a logorarsi ed ha aspettato fin troppo.

Quindi, incurante del fatto che possa essere sentito, continua a bussare. Non ottiene risposta e allora «Non me ne vado da qui fino a quando non mi apri» esclama e alza un po' il tono di voce. «Manuel? Guarda che so essere molto insistente se mi ci metto, posso rimanere qui...» tira un colpo più forte e rischia di farsi male «Tutta la sera» altro colpo «E pure la notte» ancora una volta. «E poi...».

Okay, la porta si apre e Simone frena il pugno prima che esso possa abbattersi sulla faccia dell'altro ragazzo – lo tiene a mezz'aria e la propria espressione è stranita, sorpresa dal fatto che quelle azioni abbiano avuto successo. Trattiene il respiro per un secondo.

Manuel gli è di fronte, i capelli scompigliati in testa e l'aria piuttosto assonnata – ma non crede stesse dormendo; lo vede schiudere le labbra, per poter dire qualcosa, ed è allora che lo frena, mette un palmo sul suo petto, lo spinge per farlo indietreggiare.

Finiscono dentro alla stanza.

Simone chiude la porta alle loro spalle, girando la chiave nella toppa. Così, da quel posto nessuno dei due può fuggire e una risposta la deve dare per forza.

Nota il modo in cui l'altro ragazzo sta appositamente evitando il proprio sguardo, tenendo le mani sui fianchi.

Ah, potrebbe esplodere, sul serio.

«Mi spieghi che c'hai?» incalza e li cerca i suoi occhi, pur non riuscendoci.

All'inizio, Manuel trattiene il respiro. Si morde piano l'interno della guancia. «Non c'ho niente» bofonchia; il tono che usa è davvero basso, a stento percettibile – in netto contrasto rispetto a quello utilizzato da chi gli è di fronte.

«Niente?» Simone è stizzito. «Manco mi guardi ed è – niente?».

«T'ho detto che c'ho pure i cazzi miei».

«Sì, ed è una stronzata». Si trattiene dall'urlarlo e un briciolo trema pure. Fa una breve pausa, per riprendere un minimo di controllo sulle emozioni in subbuglio che gli stanno facendo sussultare il petto. «Almeno parlamene» insiste. «Dimmi che è successo, se ti ho fatto qualcosa io o...».

La frase si interrompe nell'esatto momento in cui Manuel permette ai loro sguardi di collidere. Un silenzio assordante riempie la stanza. «Perché devi sempre pensà che hai fatto qualcosa tu?» sussurra.

Simone serra la mandibola. Non ha idea di come spiegarglielo, dei sensi di colpa che sente continuamente, delle paranoie onnipresenti. «Boh, perché mi eviti» biascica. «Non m'hai parlato per giorni, pure a scuola, noi non...».

«C'ho cose mie pe' la testa».

«E dille pure a me 'ste cose tue». Le vorrebbe sapere, quelle cose. Di nuovo, vorrebbe essere in grado di leggerlo e capirlo, essere meno bravo in matematica e di più con le persone.

Di più con lui.

Dalla parte opposta, tuttavia, c'è Manuel che alcune cose non può e non vuole dirgliele, poiché manco le ha capite, metabolizzate e messe in chiaro. Per cui, nonostante faccia fatica anche solo a parlare – anche solo a pensare, in quel momento – sospira sommessamente e scuote appena il capo. «Mejo se non te dico niente» mormora. «E me lasci spazio, mh?».

Simone non comprende bene l'ultima richiesta: spazio da cosa? Spazio, perché?

Non che ora i sensi di colpa si siano quietati, anzi, probabilmente si sono duplicati, triplicati. È addirittura peggio.

Che poi, gli ha chiesto spazio, ma, in maniera inconscia, gli si è avvicinato, fino a ritrovarsi a pochi centimetri di distanza. E Simone, a quella vicinanza, non può e non riesce a resistere.

È forse per tal motivo che si sporge in avanti, che tenta di reclamare un bacio che manca da troppo – perché, nell'ultimo anno, non sono mai stati privi di baci per così tanto tempo.

Ci prova, sebbene sappia che non dovrebbe, non ora, non così.

Quindi neppure si sorprende nell'attimo in cui Manuel scosta il capo e impedisce alle loro bocche di entrare in contatto.

Che stupido.

Fa un passo indietro. Non dice più nulla, se non uno stentato «Okay». Annuisce alle proprie parole, come se tal gesto potesse convincerlo un po' di più. Indietreggia, compie mezzo giro su sé stesso e in mente supplica fammi restare.

Fa due passi, gira la chiave nella toppa e fa scattare la serratura.

«Simò?».

Fammi restare.

Simone si ferma, volta il capo solo per osservare uno scorcio del suo viso.

Manuel è immobile, stretto nelle spalle. «Non c'entri niente tu, davvero» lo rassicura – e un po' una bugia, visto che c'entra eccome, ma tant'è.

«Vabbè» Simone taglia corto. Non prova più ad insistere. Tira giù la maniglia della porta, la apre e abbandona la stanza, lasciando a Manuel quello spazio che gli ha appena chiesto.


**


Alla fine, Manuel a quella festa che i compagni di scuola gli hanno per forza organizzato, ha deciso di andarci.

Non che sia stata una scelta solitaria, anzi: Matteo lo ha assillato per giorni, nel gruppo su Whatsapp creato appositamente, in privato, pure su Instagram rispondendo a storie che manco c'entravano niente.

In più, si sono aggiunte le suppliche di Martina, di partecipare all'evento per distrarsi, che tanto ci sarebbe stato alcol a sufficienza per pensare meno ed inibire i sensi.

Ecco, perfetto.

È a lei che sta scrivendo un messaggio, mentre scende le scale di legno della villetta Balestra, con addosso una camicia nera che gli è scomoda - ma che Anita gli ha comprato appositamente per l'occasione e quindi ha messo giusto per non farla rimanere male.

Pensa che, forse, una taglia in più poteva pure prenderla, considerato quanto è aderente quel tessuto.
Comunque.

Io a sta cosa ci vado poi se succede qualcosa te vengo a cercà

Manuel digita rapidamente quelle frasi e preme invio nella chat Whatsapp con il contatto Marti. Non attende oltre, sebbene la ragazza risulti online. Blocca il telefono tramite il tasto laterale e ficca l'oggetto nella tasca posteriore dei pantaloni - jeans classici, almeno quelli non gli provocano alcun genere di fastidio.

Si ferma prima di scendere gli ultimi due gradini, a causa della visione che gli si para davanti: scorge Simone di profilo, con una camicia bianca che gli fascia in maniera perfetta il busto, sbottonata per lasciar intravedere una minuscola porzione del petto, dei pantaloni neri e attillati, i capelli sistemati a non far sfuggire nemmeno un riccio.

È bello, Simone.

Manuel lo pensa davvero, soprattutto quella sera.

Lo pensa ed è qualcosa che non può scacciare dalla mente, nonostante tutto: nonostante il caos che ha dentro, nonostante il miscuglio di sensazioni che lo pervade ogni volta e che lo manda in tilt, lo stesso con il quale ha provato a scendere a patti nelle ultime settimane, senza trovare una soluzione.

Che forse ce l'ha pure quella dannata soluzione: è lì, a portata di mano, facilmente raggiungibile.

Solo che lui è bravo in filosofia e, quindi, a complicarsi la vita. Se fosse più bravo in matematica, sarebbe più razionale, analizzerebbe meglio i pro e i contro e tutto risulterebbe più chiaro. Vorrebbe essere davvero più bravo in matematica.

E invece...

Finge un colpo di tosse per richiamare la sua attenzione.

Simone si volta nell'immediato, rivolgendogli un sorriso sincero. «Ci sei, allora» esclama.

Manuel annuisce, distratto, e conclude la discesa delle scale. «Seh» dice «Mica semo in ritardo, no?».

«No, ma va» replica l'altro e scrolla le spalle. «Anzi - in realtà ci accompagna mio padre in macchina».

«Perché?».

«Perché così se beviamo, non facciamo danni».

Per l'appunto. Di danni a causa dell'alcol ne hanno già fatti - e parecchi - per cui, meglio evitare.

Manuel si lascia andare ad un sospiro sommesso, ficcando le mani nelle tasche anteriori dei jeans. Cerca di tenere lo sguardo altrove, in attesa di Dante - altrove, ossia qualunque cosa non sia il volto dell'altro ragazzo. Perché è difficile da sostenere in quel momento.

Ah, forse andare a quella festa è un dannato errore, considerate le condizioni emotive nelle quali riversa, al pari di una bomba ad orologeria pronta ad esplodere.

È piuttosto sicuro che, se e quando avverrà lo scoppio, attorno ci sarà soltanto devastazione.

«Senti - uhm» è Simone a parlare, ricurvo nelle spalle. Si fissa la punta delle scarpe nere e lucide per un istante, con lieve imbarazzo, il quale un po' si nota dal rossore che gli appare sulle guance. «So che c'è la questione dello - spazio e tutto, però io, uhm, t'ho preso un regalo».

«Simò...».

«Lo so, lo so, ma l'avevo già comprato». Fa una breve pausa e soltanto allora solleva il capo e permette ai loro occhi di incrociarsi. «Posso dartelo?».

Manuel sbuffa, però non è troppo scocciato. «Mò?» borbotta «Vedi che è a mezzanotte er compleanno mio».

«Lo so che è a mezzanotte, è solo che, cioè - non posso portarlo alla festa».

Già ha ipotizzato mille regali che non può portare alla festa.

Benissimo. Ora è più in ansia.

Simone gli fa un cenno col capo, per invitare l'altro a seguirlo. Non devono spostarsi di molto, giusto qualche metro, per raggiungere il salotto. L'atmosfera è strana lì dentro: la luce trasmette calore, intimità; probabile sia a causa dell'oscurità fuori oppure da una delle lampadine che si è fulminata.

Manuel si blocca sulla soglia della porta non appena scorge il regalo: sarebbe impossibile da non notare, del resto.

Difatti, a ridosso di una parete dove ricorda perfettamente ci fosse una credenza di vetro con soprammobili inutili e acchiappa-polvere, prima, adesso spunta un piano senza coda, fatto di legno e con ornamenti floreali incisi sopra. Appoggiato sui tasti, spicca un fiocco verde di raso.

Simone ha compiuto qualche passo in più rispetto al compagno, ma si ferma quando si accorge che lo ha preceduto troppo. Si morde piano il labbro inferiore. Ha timore di aver sbagliato, che magari poteva evitare, poteva restituire il piano e far finta di nulla. Non proferisce parola, ha terrore di poter sbagliare anche in quel frangente, ancora una volta.

Trascorrono dei secondi di stallo, da una durata relativa per entrambi: l'impressione di ore da una parte, di pochi minuti dall'altra.

Perché è sempre strana la concezione del tempo.

Manuel tentenna. Soltanto in seguito si muove, trascinando i piedi sul pavimento. Osserva il piano, i dettagli del legno di un colore marrone nocciola, i tasti bianchi e neri lucidi, lo sgabello di finta pelle bordeaux che vi è posizionato davanti.

Si avvicina allo strumento come se ne fosse incantato. Per quanto abbia da sempre amato suonarlo, non ne ha mai posseduto uno. Durante le lezioni prese qualche anno in precedenza, ne ha utilizzato uno a coda, appartenente all'insegnante che aveva - si chiamava Antonio, non ricorda bene - e ne ha subito perennemente il fascino.

Tuttavia, nemmeno per un secondo ha mai pensato a - quello.

Al fatto che Simone potesse regalargli un pianoforte, a causa di un dialogo che è parso superficiale, veloce, giusto per passare il tempo.

Lo sguardo, dunque, gli ricade sull'altro ragazzo, ora fermo a qualche metro di distanza, con i pugni stretti lungo i fianchi.

«Non dovevi» dice, scuotendo il capo. «Chissà quanto l'hai pagato, poi. Sei scemo?».

Simone deglutisce a fatica. «Non sono un problema i soldi» balbetta.

A Manuel scappa una risata, sull'orlo dell'isterismo, e certo che non sono un problema, per lui, a volte lo dimentica. «Non dovevi lo stesso» ribadisce.

«Boh, ormai è qui» in pratica, Simone lo ignora. Che poi, ha fatto una fatica immane a portarlo dentro casa, con l'aiuto di Dante che ha rischiato il colpo della strega in più occasioni, per cui la sola idea di restituirlo non lo alletta per niente.

In poco più di due falcate, raggiunge il compagno. «C'è anche un'altra cosa» aggiunge e un po' di esitazione lo tramortisce, poiché forse quello è davvero troppo. Ma ormai l'ha detto - troppo istintivo, troppo stupido, troppo innamorato, scemo.

Da sopra la parte superiore del piano, recupera un oggetto che pare essere un quaderno sottile, dalla copertina verde chiaro ed opaco, su cui spunta soltanto una M scritta in nero al centro.

«Sono - uhm, spartiti» tenta di spiegare, porgendo all'altro quei fogli rilegati. «Di alcune delle canzoni di quella playlist che mi hai fatto ascoltare. Ho pensato che - boh, magari potevi imparare a suonarle».

Manuel non sa come reagire a quel gesto: lo sa che Simone è quel tipo di persona che compie qualcosa di grande sempre, in qualunque occasione - non se lo immagina in atti plateali, quello no, ma in gesti importanti, che hanno un significato, sì - è quello rientra in una simile categoria, presuppone.

Mentre lui, invece, da ciò ne è sopraffatto. Per cui, riesce soltanto a guardare quegli spartiti retti dalla sua mano senza afferrarli - poiché è bloccato, completamente paralizzato dal fatto che Simone abbia realizzato una cosa del genere per lui, pensando ad ogni dettaglio, basandosi su qualcosa detto in un momento casuale.

Perché Simone lo ascolta sempre, quando parla.

E questa cosa non sa ancora come prenderla.

Per sua fortuna, comunque, non ha l'occasione di poter dire niente, dal momento che sopraggiunge la voce di Dante e il suo «Pronti? Andiamo?» quasi a salvarlo da un discorso che dovrebbe tenere, ma che ha paura di fare.

«Seh, arriviamo» dice, mentre il proprio sguardo è ancora incatenato a quello di Simone, nel medesimo modo in cui è accaduto l'ultima volta, da soli, in camera da letto.


**


Il luogo prescelto per la festa - deciso per forza di cose da Matteo - si trova nei pressi di Roma Nord.

Simone non c'è mai stato, ma, del resto, sono pochi i luoghi che ha effettivamente visitato - quelli dove poter fare vita sociale, in sostanza; a lui le discoteche nemmeno piacciono, quindi si sente piuttosto a disagio anche solo ad entrarci, a salire una lunga scalinata composta da ampi gradini e un tappeto di quel che pare velluto, a righe verticali, che si estende nel mezzo.

Ogni particolare, in quel posto, gli sembra strano e assurdo, a partire dalle lampade composte da mezzi busti di donna in simil marmo che costeggiano tutta la scalinata, le luci soffuse che tingono le pareti di un pallido blu. Insomma, pensa che soltanto una persona come Matteo potesse optare per quel locale per una festa di compleanno.

Non crede che a Manuel possa piacere. Perlomeno, dal modo in cui lo vede guardarsi attorno furtivo, mentre fanno la coda ad un bancone tinto di nero dove spicca la scritta, su sfondo bianco, guardaroba, immagina che non sia perfettamente a proprio agio.

Vorrebbe chiederglielo, però evita finché non ne ha nemmeno più l'occasione, non quando vengono raggiunti da Matteo, Chicca, Giulio e Monica, che schiamazzano, ridono e salutano nella più totale confusione, tra un chiacchiericcio generale che gli sta già facendo venire il mal di testa.

«Oh, fraté» esclama Matteo, pieno di entusiasmo; affianca Manuel e gli dà una forte pacca sulla spalla, tanto da farlo traballare. «L'intera sala abbiamo» annuncia «Il padre de Monica è amico del proprietario, solo pe' noi, eh, a prezzo de favore».

Manuel alza gli occhi al cielo. Si è già pentito di aver accettato e, soprattutto, di aver dato le redini dell'intero evento all'amico; perlomeno, non ha dovuto tirare fuori troppi soldi, dato che hanno diviso il totale del costo in parti eque tra tutti i partecipanti.

Ecco, su quello ha più timore perché non sa chi effettivamente ci sarà: ad un certo punto, ha perso il controllo della gente che veniva man mano inserita in quel maledetto gruppo su WhatsApp chiamato COMPLEANNO MANUEL. Quindi, potrebbe essere presente chiunque.

«Seh, okay» taglia corto, incrociando le braccia al petto.

«Oh, Manuè! E faccelo un sorriso, no?» Chicca lo rimbecca. Ridacchia, facendo ondeggiare i lunghi capelli per l'occasione lasciati sciolti e appena mossi; ha un vestito argento addosso, con un'ampia scollatura e un paio di stivali neri che le arrivano a metà coscia. «Abbiamo fatto tutto questo pe' te».

«E aspetta de vedè er regalo» aggiunge Giulio, che invece porta una camicia viola e lucida e dei pantaloni neri a gamba larga.

Manuel sbuffa e cerca di non farlo notare, perché, pensa, che nessuno lo ha chiesto loro. Però, come gli ha consigliato Martina, evita di fare un appunto, tenta di sembrarne addirittura grato.

Grato, il cazzo.

Nonostante il silenzio in cui è piombato, Simone lo capisce il suo fastidio. Cerca il suo sguardo, vorrebbe rassicurarlo tramite esso, ma Manuel lo evita in modo accurato. Di nuovo.


**


Ci impiegano mezz'ora per poter depositare le giacche al guardaroba.

Simone non ci è abituato a quello, alla confusione all'interno della sala della festa, ampia, con luci led verdi e blu che delimitano il perimetro della pista da ballo, composta da mattonelle lucide. A ridosso delle pareti più lunghe del luogo, sono posti dei divanetti di finta pelle bianca, con davanti dei tavolini bassi, dalla forma cubica.

Non ci sono decorazioni particolari, a parte dei palloncini gonfiati ad elio e tenuti fermi da un peso, posti vicino ad un bancone di legno chiaro, posto in un angolo.

È il punto dove Simone si dirige dopo nemmeno venti minuti passati nei pressi di uno dei divani bianchi, tra chi si saluta, chi ride, chi ha già iniziato a bere, tra dialoghi nei quali non riesce ad inserirsi. Probabilmente neppure vuole.

Ignora ogni presente. Scorge facce nuove, gente che non conosce. Non ha idea di chi Matteo possa aver invitato, sicuramente persone di altre classi, se non di altre scuole - perché, ne è sicuro, Manuel non la conosce tutta quella gente. Quest'ultimo, poi, lo perde addirittura di vista, nella confusione di volti.

È nervoso: per essere circondato da tutta quella gente, per la festa sulla quale manco ha obiettato fino a quel momento - in maniera errata - per la situazione in generale, per il pianoforte che gli è sembrato un regalo geniale non appena comprato, mentre adesso ancora rimugina sull'espressione assunta dall'altro ragazzo e al modo in cui, forse, lo ha mandato di più nello sconforto.

Perché nonostante sia stato rassicurato sul fatto di non essere il diretto responsabile del malessere di Manuel, la convinzione del contrario, in Simone, non cessa di essere presente. Quindi crede, semplicemente, di aver sbagliato per l'ennesima volta.

Che, alla fine, sbaglia sempre.

Dietro al bancone, illuminato da una luce led bianca, dove davanti spicca il nome del locale a grandi caratteri, si trova un ragazzo dai capelli biondo platino, con addosso una maglia scura e un grembiule legato in vita del medesimo colore. Non ha nessuna targhetta sul petto, ma non è importante.

Simone gli dice distrattamente «Mi fai un Sazerac?» e il barista annuisce e basta.

Ha i palmi premuti sulla superficie piana, nervoso, quando gira di qualche centimetro il capo. Cerca Manuel, lo trova pure: è sulla pista da ballo, frattanto che la musica rimbomba nell'ambiente – qualcosa di elettronico che pare soltanto rumore in tale istante. Lo osserva tentare di seguire il ritmo, spostando il peso del corpo da un piede all'altro, così come nota il modo in cui Matteo gli spinge addosso due ragazze che non conosce e ride e schiamazza «Daje, fratè!». E il resto non vuole vederlo, per cui si volta e strizza gli occhi.

Ha già il drink pronto davanti, in un bicchiere dove traspare del liquido marrone chiaro con del ghiaccio. Lo afferra e butta giù il contenuto in un solo sorso, facendosi bruciare la gola.

Sì che in quel momento la festa gli pare un'idea di merda.

«Oh, vacce piano co' quello».

Simone ci impiega un paio di secondi a riconoscere a chi appartiene la voce che ha appena sentito. Gli è sufficiente spostare di pochi centimetri lo sguardo per notare Luna al proprio fianco, con un gomito appoggiato al bancone. Ha indosso un vestito blu con dei brillantini sopra, lungo fino al ginocchio e la scollatura a cuore; ha raccolto i capelli in una coda alta e sugli occhi è presente dell'ombretto argento che fa spiccare ancora di più gli occhi chiari.

«Non c'è open bar?» borbotta Simone e si pulisce la bocca col dorso della mano, posando il bicchiere vuoto nuovamente sulla superficie piana.

«Seh, ma mica te devi ubriacà pe' questo» commenta Luna. «Oh, me porti un Long Island?» dice poi al barista, che prende subito la sua ordinazione.

«Allora» prosegue la ragazza «Ve siete già paccati?».

«Che?» Simone gracchia. In realtà, la capisce pure poco la domanda in quel momento – sì, gli è sufficiente un drink per tentennare di già.

A Luna sfugge una risata, mentre il cocktail ordinato le viene messo davanti. «Tu e Andrea» specifica. «Ve siete paccati?».

«No».

«Ma siete usciti insieme, di nuovo» sottolinea bene l'ultima parte. Afferra il calice alto di vetro e beve un sorso di Long Island con una cannuccia di carta. «E ancora niente?».

Simone aggrotta le sopracciglia. Si chiede come faccia lei a sapere un simile particolare, dato che nessuno dei presenti quella sera ha postato qualcosa sui social – così gli sembra, perlomeno. Però okay, forse non è manco rilevante. «Siamo amici» puntualizza. «E c'erano pure altre persone».

«Peccato».

«Peccato?».

Luna ride. «Beh, certo» commenta. «Te sta a magnà co li occhi ogni volta, stiamo aspettando solo quello».

«Che vuol dire – stiamo?».

«Io e gli altri. Abbiamo pure scommesso quando partirà il limone. Stasera è molto quotato».

Simone si ritrova a roteare gli occhi – e chi sono questi altri, tra parentesi. Non sottolinea quanto sia ridicola come cosa, oltre che inopportuna. Evita e basta. Anzi, fa un cenno al ragazzo dai capelli biondo platino e «Me ne porti un altro?» gli dice.

Luna lo sta ancora scrutando, con un sorriso sghembo stampato in faccia. «Daje, Simò» esclama a gran voce. «Se ve paccate, vinco pure».

A tal punto, Simone la fulmina con lo sguardo. L'amica, tuttavia, reagisce con l'ennesima risata. «Vabbè, vedremo» dice «La serata è lunga». Solleva il bicchiere del proprio drink ancora mezzo pieno. «Vieni a ballà?».

Il ragazzo non ne ha molta voglia, in tutta sincerità. L'occhio gli ricade ancora una volta sulla pista, a ricercare Manuel. Lì, tuttavia, quest'ultimo non c'è più, non lo vede. È forse per tal motivo che decide di annuire e seguire la compagna di classe, dopo aver recuperato il secondo bicchiere di Sazerac.


**


La situazione si è fatta estenuante.

Manuel ha dovuto letteralmente sgattaiolare via dalla rete di persone – ragazze, più che altro – che Matteo gli ha creato attorno. Che poi, erano pure tutte bellissime e, in differenti circostanze, è probabile ne avrebbe addirittura approfittato.

Il problema è che, adesso, è bloccato da tal punto di vista e si è sentito soffocare.

Si è allontanato con una scusa, tra la musica troppo forte e la testa che gli gira.

Riesce a raggiungere uno dei pochi divanetti di finta pelle bianca rimasti liberi; sul tavolino davanti, spiccano cinque o sei bicchieri vuoti di drink già consumati.

Si lascia cadere di peso sui cuscini che non sono per niente morbidi. Socchiude le palpebre per un breve istante. Quando le risolleva, in maniera inconscia o meno, lo sguardo va a scrutare l'intera sala, a cercare...

Beh, sì, a cercare Simone.

Lo ha intravisto poco prima, al bancone insieme a Luna, ma poi è uscito dal proprio campo visivo e adesso non riesce a farcelo rientrare.

Ha il fiatone e non ne capisce il motivo. Recupera il cellulare dalla tasca posteriore dei pantaloni: Martina gli ha risposto. Apre in maniera distratta la notifica.

Andrà bene, fidate
Tienimi aggiornata

Non è necessaria un'ulteriore replica, per cui blocca nuovamente lo smartphone e lo ripone dove l'ha preso.

È già stanco e non è ancora arrivata la mezzanotte – manca poco, comunque, forse a stento mezz'ora. Insomma, magari quel supplizio finisce presto, pensa

Per ora, va bene che nessuno lo trascini di nuovo a forza sulla pista, a ballare – cosa che odia fare, come quasi ogni altra cosa.

«Eccolo il festeggiato».

Quella voce la conosce fin troppo bene, dal momento che ne è irritato non appena raggiunge le proprie orecchie. A Manuel basta sollevare di poco lo sguardo per osservare la presenza di Andrea, in piedi a poco più di un metro di distanza: porta una camicia nera con delle cuciture bianche in rilievo, a richiamare dei ricami di rose; i pantaloni sono chiari, fanno contrasto col resto e tiene in mano un sacchetto di carta lucida, rosso e con i riflessi dorati.

Manuel si sforza di essere cordiale e quantomeno civile, così gli rivolge uno stentato cenno di saluto con la testa. In seguito, però, evita appositamente di far incrociare i loro sguardi.

Andrea tentenna, ondeggiando in modo lieve su sé stesso. Dopo «Uhm – lo so che manco mi volevi invitare» esclama.

«Sai quanta gente non volevo invità» viene interrotto dall'altro «Conosco du' persone in croce qua dentro, che me frega».

«Vabbè» Andrea scrolla le spalle e posa il sacchetto rosso sul tavolino basso, facendolo quasi incastrare tra i bicchieri vuoti. «Ti ho portato lo stesso un regalo».

«Eh, potevi pure evità».

«Nah, è pur sempre il tuo compleanno. Poi m'ha aiutato Simone a sceglierlo».

Manuel non commenta la sua ultima frase, perché dalla bocca gli uscirebbe qualcosa che non vuole – gli uscirebbe che è dannatamente geloso di ciò, che è difficile formulare un pensiero del genere e adesso si sente morire dentro per averlo avuto.

Serra la mandibola e ignora ogni cosa. Piuttosto, scruta il ragazzo che gli è ancora fermo a poca distanza: nota che i suoi occhi guizzano sulla pista da ballo. Nota pure la traiettoria di tale sguardo, la stessa che si posa su Simone – quest'ultimo è tra la gente che si agita a ritmo della musica in modo sconclusionato, trascinato da Luna e Chicca, che ridono e schiamazzano insieme a lui.

Ecco, quella è la parte terribile: Andrea sta scrutando Simone, dalla testa ai piedi, e Manuel potrebbe – vorrebbe – dirgli di smetterla, che non deve guardarlo, che si sta consumando all'idea che possa continuare.

Cazzo.

È destabilizzato da tale sensazione così grande che lo tramortisce, che lo sta annientando, per quanto l'abbia scacciata, ignorata, calpestata, finto che manco esistesse negli ultimi giorni.

Perché è una realizzazione che mette in discussione un'intera esistenza e non crede di essere pronto ad affrontare tutto quello.

Il fatto che gli piace da impazzire un ragazzo.

Che ci ha fatto sesso, che poi si è trasformato in altro che ha una definizione che lo atterrisce.

Che prova qualcosa al centro esatto del petto, che il cuore gli fa male come fosse stretto in una morsa piena di spine.

Che è un sentimento troppo grande da capire, che lo devasta, che lo sta facendo a pezzi.

Che, però, realizzarlo è un conto, ammetterlo, dirlo ad alta voce, un altro.

Quello pare un passo troppo grande da compiere, un salto nel vuoto che lo terrorizza.

Ci sono quei pro e contro che non sa decifrare.

È come guardarsi allo specchio e scoprire di aver visto sempre un riflesso differente da quello che è la realtà e di aver ignorato tale aspetto per tanto, troppo tempo.

Immerso in quella riflessione, Manuel non sente le parole che Andrea pronuncia; lo vede a stento muovere le labbra e allora «Cosa?» soffoca – non gli interessa davvero sapere che ha detto.

L'altro ragazzo, però, abbozza un sorriso e «Dicevo» riprende e alza appena il tono della voce per farsi sentire «Tu sai chi è?».

«Chi è – chi?».

«Il qualcuno con cui sta Simone, come chi».

Si è perso completamente quella parte. Aggrotta le sopracciglia, confuso.

Andrea capisce che non è stato recepito nulla di ciò che gli è uscito di bocca, per cui finge un colpo di tosse e ripete ogni cosa da capo: «Ci siam baciati qualche tempo fa, io e Simone, ma mi ha detto che sta con qualcuno, quindi mi sono fermato. Questione di rispetto, una cosa così. Tu sai chi è – quel qualcuno?».

In tale momento, all'udire tale discorso, sopraggiungono una miriade di reazioni che colpiscono Manuel come un fiume in piena, tutte insieme, opposte tra di loro ed è – terribile, angosciante, gli smorza il respiro. «No» soffoca «Non so niente».











Simone ha bevuto soltanto due drink e un sorso dal bicchiere di Luna, ma è qualcosa di sufficiente per scioglierlo almeno un briciolo. Difatti, muoversi sulla pista a ritmo di musica gli sta facendo bene, anche se un po' gli fa male la testa e sta sudando.

Fa niente, almeno pensa meno.

Sta ridendo ad una battuta di Matteo – crede sia lui – che non ha nemmeno sentito bene, quando si sente tirare per un braccio. Deve strizzare gli occhi per essere lucido, mettere a fuoco chi adesso gli sta di fronte: scorge Manuel con un'espressione estremamente seria e cupa in volto, mentre gli stringe le dita attorno un avambraccio, in una presa così forte da rischiare di fargli male.

Vorrebbe chiedergli che succede, tra le luci blu e verdi che lampeggiano nella sala, ma non fa in tempo poiché l'altro lo trascina via di peso dalla pista.

Simone è confuso, stranito, fatica a stargli dietro e quasi inciampa nei propri piedi. Finiscono in angolo della sala - crede che il compagno voglia portarlo verso i bagni, scorge l'insegna in ottone, ma c'è la coda per entrarci, quindi si fermano prima.

Non sa cosa aspettarsi. Il cuore gli batte forte nel petto, lo percepisce contro lo sterno.

Eppure, realizza presto che non è qualcosa di lieto che lo aspetta.

Lo fa notando lo sguardo truce che chi gli è di fronte gli riserva, frattanto che le luci dell'ambiente paiono divenire più chiare e il buio diminuisce.

«Che – succede?» osa chiedere. Accenna un sorriso, per smorzare la tensione che lo sta attanagliando in quel preciso istante. Ma serve a ben poco.

Manuel serra la mandibola e «Che cazzo hai detto?» sibila, a denti stretti.

«Non – non so. Che intendi?».

«A quell'altro» tiene ancora un tono di voce non troppo alto, che usarne uno più forte non serve, considerando che, in modo graduale, il volume della musica si sta abbassando – è quasi mezzanotte.

«Io non ho detto niente a nessuno, non so che v--».

«Gli hai detto che stiamo insieme?» incalza, il viso gli si tinge di rosso per l'agitazione.

Simone fatica a ricollegare i pezzi, a fare mente locale per quel dialogo a cui deve partecipare, non può tirarsi indietro. Lancia un'occhiata attorno, come se qualcuno potesse aiutarlo in quella circostanza. «Non ho detto niente» bofonchia.

«Non me dì cazzate».

«Manuel...».

«Manuel – un cazzo! Che je hai detto a quello?».

«Che sto con qualcuno! Qualcuno, non ho detto te». Sull'ultima parte, si sente morire. Glielo ha appena urlato in faccia, rendendo ogni cosa più reale e non solo più nella propria testa.

Tuttavia, Manuel si irrigidisce, sgrana gli occhi. «Non so se t'è chiara la cosa» attesta - la musica diminuisce ancora di volume, le luci aumentano di intensità - «Noi non stiamo insieme, io e te scopiamo e basta!».

Non c'è più la musica, a parte un leggero sottofondo che si unisce ad un chiacchiericcio generale nella sala, che va a tacere nel momento esatto in cui l'ultima frase, pronunciata da Manuel, viene urlata e, quindi, sentita da ogni presente - più o meno. Di sicuro, viene udita da chi sta loro più vicino, a poco più di un metro di distanza: da Matteo, sulle labbra del quale svanisce la curva del sorriso, da Chicca che spalanca la bocca insieme a Luna e, per ultimo, da Andrea, che rimane semplicemente impassibile a fissarli.

«Ed è mezzanotte, siamo pronti per gli auguri, ragazzi! Arriva la torta!». È una voce estranea a parlare, proveniente da un microfono, che rimbomba nella sala – dovrebbe essere quella del dj che ha intrattenuto gli invitati nelle poche ore precedenti.

Manuel ci impiega dei secondi che paiono eterni a distogliere lo sguardo dal volto di Simone, a prendere il coraggio di voltarsi, mentre sta tremando. Quei brividi peggiorano nel momento in cui incrocia gli sguardi dei compagni di classe, di quelli che dovrebbero essere i propri amici, che, però, adesso lo scrutano con aria strana – con un sentimento che non è in grado di interpretare, qualcosa che lo spaventa, come a percepire il loro giudizio al pari di un macigno che gli grava addosso.

Insopportabile.

A ciò, si aggiungono ulteriori sussurri, frasi che gli entrano nelle orecchie, commenti che lo urtano da parte di chi, probabilmente, manco lo conosce.

Simone pare capire tali sensazioni, sente addosso le medesime cose – sente tutto ciò che ha provato quando un giorno è entrato in classe ed è stato accolto da risatine e insinuazioni, dopo le voci non assecondate messe in giro da Laura.

Così vorrebbe guardarlo in viso e sussurrargli che non è niente, che va tutto bene, vorrebbe tranquillizzarlo perché lo sa, lo vede che è sul punto di crollare.

Ciò nonostante, Manuel non gli concede del tempo.

Riesce ad incrociare il suo sguardo soltanto per mezzo secondo, prima che l'altro ragazzo fugga via, ignorando la torta panna e cioccolato che viene portata in sala, con sopra delle candeline argento già accese, tramite un tavolo con delle rotelle sotto, allestito con una tovaglia bianca.

A Manuel non importa nulla.

Per un istante, Simone rimane immobile.

Se li prende lui gli sguardi interrogatori dei presenti, le eventuali risate, le loro domande silenziose, pregne di curiosità magari stupide, alle quali non vuole e non può rispondere.

Dopo nemmeno trenta secondi, scuote il capo e accenna una corsa, soltanto per seguire Manuel il più in fretta possibile.

Esce fuori dal locale senza giacca. Il freddo pungente gli lambisce le guance e lo fa rabbrividire. Però non se ne cura. Scorge l'altro ragazzo a pochi metri di distanza, col busto piegato in avanti, le mani sulle ginocchia, scosso da lievi singhiozzi e il fiato corto.

Simone esita nell'avvicinarsi, ne ha quasi paura – ha paura di muoversi troppo veloce, di compiere un gesto troppo azzardato perché lo sa, ne è consapevole di quanto il compagno sia in tilt.

Adesso lo comprende persino meglio.

Trascina i piedi sull'asfalto, quella strada è deserta. Fa diminuire la distanza che li separa. Tenta di allungare un braccio, «Manuel...» soffoca, gli sfiora una spalla. A tal punto, tuttavia, l'altro lo scansa, lo fa con uno scatto.

I loro occhi si incrociano di nuovo. Si scontrano, con violenza.

Da un lato c'è Simone che non sa cosa dire, dall'altro Manuel che ha il terrore anche solo di fiatare.

Così, per un attimo, stanno tutti e due in silenzio, a guardarsi e basta, in un silenzio surreale interrotto soltanto dal fruscio del vento che si sta sollevando.

«Manuel...». Simone ci prova di nuovo, a sfiorarlo, ad avere un minimo di contatto con lui – perché, forse, un po' ne hanno bisogno entrambi. Ci riesce per un brevissimo istante, cerca addirittura di racchiuderlo in un abbraccio sconclusionato, però Manuel si libera facilmente della sua blanda presa, con una spinta, e barcolla all'indietro e «No, lasciami, oh!» grida.

Lo sai che non ti lascio.

«Mi dispiace, non--».

«Ti dispiace? Che cazzo te dispiace? Te questo volevi!».

No, Simone non voleva quello. Sono differenti i desideri espressi, diverse le speranze. Di certo, non ha mai sperato che la cosa venisse fuori in quel modo devastante, in quel modo errato. Fa cenno di no con la testa. «Non è vero» sussurra «Non è vero, non volevo che...».

«Sì, sì, invece!» viene interrotto ancora. C'è rabbia in Manuel, c'è collera, ira, contro sé stesso, contro gli amici dentro al locale che chissà che pensano, ma soprattutto contro chi gli sta di fronte. Vorrebbe piangere, poiché un magone gli pesa sul torace e vuole mandarlo via, però nessuna lacrima gli scivola sulle guance.

«Questo è colpa tua! È – solo colpa tua, cazzo!» cantilena. «Se questo succede, è colpa tua!».

Simone cerca di comprendere meglio, cerca di assecondarlo: lo nota che non è in sé, che sta, forse, delirando e vorrebbe soltanto calmarlo. «Ti prego, per favore, possiamo solo...» balbetta, con voce rauca.

Possiamo fermarci, possiamo parlare?

Puoi non guardarmi così?

Ma tali parole non vengono ascoltate. Manuel è allo sbaraglio: «È colpa tua se sto così, è colpa tua se manco me riconosco, manco só più io, è colpa – tua!» insiste, a corto di fiato. «È colpa tua, perché tu m'hai rovinato la vita, m'hai rovinato».

Lo scoppio di una bomba, nella testa di Simone, avrebbe fatto meno rumore.

Sono frasi che gli entrano dentro, quelle, che scavano nel profondo, che vanno a toccare ferite che ha pensato fossero rimarginate.

Lo riportano indietro nel tempo, perché lo sguardo che scorge in Manuel in quel momento è simile – no, è uguale, a quello di due anni prima, quando nel silenzio di un garage gli ha urlato addosso che...

Tu per me manco esisti.

Ha il medesimo effetto, pari ad un tornado che passa e lascia indietro soltanto danni.

Perché, allora, è vera quella dannata frase che ha abbandonato in un cassetto remoto della memoria, nascondendo la chiave – che è lo stesso che viene riaperto in tal istante, d'improvviso. Che fa tornare tutto alla ribalta.

Perché si è sbagliato, in tutto quel periodo, da dopo l'incidente dove Manuel gli è stato accanto durante la convalescenza, nei mesi successivi, nel casino della propria vita.

Si è sbagliato, perché forse è vero che lui, per Manuel, manco esiste.

Si è soltanto illuso di farlo.

L'espressione di Simone si spezza, di pari passo al proprio cuore.

È evidente negli occhi che si fanno lucidi, nei tremori che lo scuotono e lo sa bene che non è per il freddo.

Vorrebbe rispondergli, magari come quella volta, però nulla gli esce di bocca.

A parlare non ci riesce.

Manuel lo realizza soltanto dopo ciò che ha detto ed è una consapevolezza peggiore che sopraggiunge, uno scintillio nel proprio cervello che lo fa sussultare. Sgrana gli occhi, vorrebbe rimediare. Chiedere scusa.

Fa sempre così, del resto: sbaglia e chiede scusa.

Ma non sa se adesso possa servire.

Eppure, entrambi restano muti per degli istanti infiniti.

Solo in seguito, Manuel sussurra un «Simò...» soffocato, che dall'altro non viene ascoltato.

Difatti, Simone indietreggia. Il labbro inferiore gli trema, ma non vuole farsi vedere mentre piange - sebbene gli occhi lucidi lo stiano già tradendo.

Non vuole piangere e basta.

Scuote il capo, abbassa lo sguardo. Rivolge un'ultima occhiata all'altro ragazzo, sentendosi infinitamente piccolo, inutile e rotto.

Come se gli avesse davvero rovinato la vita.

A corto di fiato, si volta, strizza le palpebre e cerca di allontanarsi quanto più possibile.

Manuel, invece, rimane immobile. Non riesce a fermarlo, non ci prova neppure.

Resta fermo ad osservare la sua figura che diviene man mano più piccola, mentre lui non si muove e dentro si spezza ancora di più.

Buon compleanno, Manuel.

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