(+1) In una stanza
«Ma che c'hai messo qua dentro, Simó, mortacci tua!».
Simone accoglie la lamentela di Manuel con una risata e una linguaccia che gli riserva. Sono al bancone del check-in all'aeroporto di Glasgow, una piccola infrastruttura con i pavimenti arancioni e vetrate rettangolari e regolari.
Ripone le loro carte d'imbarco sulla superficie piana, borbottando un «These two, thanks» alla ragazza dai capelli castani raccolti in una coda alta che si occupa di tutto quanto c'è di burocratico.
Manuel finisce per caricare sul nastro il loro secondo bagaglio da imbarcare e gli rivolge un'occhiataccia.
«No, ma non m'aiutare, eh, principì» si lamenta.
«Sono tipo due mesi che continui a dire a tutti che fai palestra, puoi sollevare delle valigie».
Aggrotta le sopracciglia e gli va accanto, dandogli un pizzico sul fianco. «Stronzo» sibila. Non è arrabbiato, al contrario, il suo tono risulta piuttosto divertito, rilassato.
In pace, come lo è stato - come sono stati - negli ultimi due mesi o poco meno. Il tempo non l'hanno calcolato poi molto.
Hanno trascorso la maggior parte del tempo tra Scozia e Inghilterra, visitando quanti più posti possibili.
Soprattutto per Manuel che non è mai uscito dai confini del Lazio - tolta la gita scolastica a Madrid - è stato tutto uno scoprire cose nuove, posti nuovi, non senza la difficoltà della lingua.
Simone lo ha preso in giro nella maggior parte delle occasioni. Si punzecchiano spesso, però non sarebbero loro senza un simile aspetto.
Il gate per il volo per Roma Fiumicino dovrebbe aprire da lì a mezz'ora, per tal motivo si ritrovano accomodati in una piccola sala d'attesa con le sedie di plastica rigida, con soltanto i loro zaini.
«Me devo prende 'n caffè come se deve appena arriviamo, t'o giuro» esclama Manuel, ad un tratto.
Simone ridacchia. «L'hai già detto, più d'una volta» commenta. «Sei proprio il classico italiano all'estero».
«Sto a dì 'a verità» Manuel gli tira un leggero colpo col gomito. «Du' mesi qua m'hanno distrutto».
Che quei due mesi sono, al contempo, volati e durati in eterno, una vita intera.
È stato strano essere loro due lontani da Roma, senza la Vespa bianca, il Colosseo o la carbonara.
Ma è stato bello ridere, prendersi in giro - soprattutto per la pessima pronuncia inglese di Manuel - dormire sotto le stelle, è stato bello persino perdersi nella metro di Londra e ritrovarsi dall'altra parte della città per aver sbagliato la direzione del mezzo.
È stato bello respirare un'aria sconosciuta per poter amare meglio quella di casa.
Il volo di ritorno per la capitale italiana viene imbarcato in orario.
Simone e Manuel hanno i posti vicini - in realtà, all'inizio, erano lontani, però il secondo si è imposto per averne due contigui, anche pagando un supplemento, e quindi...
Nonostante si atteggi da spavaldo, abbia ripetuto almeno cento volte a sua madre in videochiamata, a Martina per messaggio, che prendere un aereo non gli fa assolutamente più paura, la verità è che si sente ancora morire dentro non appena sale sopra ad un velivolo.
Lo terrorizzano i rumori che gli arrivano alle orecchie - quello del portellone che viene chiuso, ad esempio - il rombo del motore appena acceso, le ruote che scorrono sulla pista.
Lo dimostra il modo in cui spalanca gli occhi e stringe le dita sul bracciolo del sedile in quel preciso istante.
Simone lo osserva, piegando il capo su di un lato. «Manu?» lo richiama.
«Mh-m?».
«Ma non avevi detto a tua madre che non ti faceva più paura volare?» un po' lo prende in giro.
«Oh, sta' zitto, Simó».
Gli viene da ridere e gli fa pure un briciolo di tenerezza. «Facciamo come all'andata?».
Manuel sussulta non appena l'aereo inizia a muoversi e li fa barcollare sul posto. Lancia un'occhiata rapida al compagno e annuisce - che se lo ricorda bene cosa è successo durante il viaggio verso Glasgow, così come rimembra come e quanto si è sentito meglio subito dopo.
Difatti, Simone raccatta dalla tasca dei pantaloni un paio di cuffie col filo; ne attacca una estremità al proprio telefono e infila gli auricolari nelle orecchie del ragazzo che gli sta accanto.
Ha scaricato delle playlist sul cellulare, in modo da poter aver accesso ad esse anche senza segnale.
Preme play alla riproduzione casuale.
Le note di The Only Exception dei Paramore risuonano delicate e, per Manuel, va subito meglio. Socchiude le palpebre, frattanto che va ad appoggiare la testa sulla spalla di Simone.
Le loro dita si intrecciano sopra al bracciolo in un gesto spontaneo e naturale.
Calamita e magnete.
Con un pollice, Simone prende ad accarezzare il dorso della mano di Manuel nell'esatto momento in cui una hostess in divisa con i capelli raccolti in una coda alta mostra loro le istruzioni per le uscite di sicurezza e il modo più corretto per allacciare la cintura.
Simone si sporge appena in avanti col capo soltanto per controllare che il proprio ragazzo abbia già provveduto a tal consono gesto in volo - e sì, lo ha fatto.
L'aereo decolla poco dopo, quando le ruote si staccano dalla terra ferma e il carrello viene sollevato.
A Simone si tappano le orecchie ogni qualvolta che si ritrova a volare, ma cerca di non badarci troppo.
Controlla il telefono: il brano è poco oltre la metà della riproduzione.
Manuel è tranquillo, la musica lo inebria e lo calma; il tocco di Simone, invece, lo rilassa.
Perlomeno, stavolta può controllare un minimo la sensazione e non finire per sbavargli la maglietta come è successo nel viaggio a Madrid durante la gita scolastica.
Stanno bene.
Probabilmente, se qualcuno prestasse loro attenzione per più di un minuto in quel momento, si troverebbe ad invidiarli.
Invidiarli, per il modo in cui Simone volta il capo unicamente per depositare un bacio tra i ricci castani di Manuel, per come quest'ultimo arriccia il naso quando percepisce tale minuscolo contatto e per il sorriso che si delinea sulle labbra dell'altro quando lo nota.
Per come si guardano, per come si toccano.
Per come sono in mezzo agli altri, per come si mostrano, per come sono legati stretti, per i loro portachiavi uguali attaccati allo zaino.
Per essere soltanto Simone e Manuel, e niente di più.
Alla fine, per almeno metà viaggio, Manuel si addormenta. Apre gli occhi dopo circa due ore, stropicciandosi le palpebre. La musica ancora gli risuona nelle orecchie. Rimuove uno degli auricolari e solleva il capo; appura che, stavolta, non ha macchiato di saliva la maglietta dell'altro ragazzo.
«Ma siamo arrivati?» borbotta.
Simone non si smuove. Ha il tavolino aperto davanti a sé, su cui ha appoggiato un romanzo che deve finire da settimane. Fa cenno di no col capo, con lo sguardo fisso sulle pagine del libro. «No» replica. «Manca ancora un po'. Ti ho preso questa, però». Allunga una mano soltanto per raccattare un bicchiere di carta con un coperchio di plastica sopra e glielo porge, senza guardare.
Manuel aggrotta le sopracciglia. Afferra l'oggetto, per controllare che c'è dentro: scopre che contiene della cioccolata calda al latte. «E dove l'hai presa?».
«È passato il carrello prima».
«Eh— ma come l'hanno fatta?».
«In che senso?».
«Cioè, c'hanno 'a cucina qua sopra? Come fa a starci?».
Simone strabuzza gli occhi e poi gli sfugge una risata. «Bevi e sta' zitto» taglia corto e torna a prestare attenzione al romanzo.
Manuel corruccia le labbra in una smorfia. Soppesa ancora per un attimo il bicchiere pieno di cioccolata e si adagia meglio al sedile con la schiena per consumare la bevanda calda. Cerca di non badare ai sussulti del velivolo. Di tanto in tanto, allunga una mano per afferrare ancora una volta quella del compagno, come se fosse un appiglio alla realtà e una fuga dalla paura.
Che è una dolce metafora di quel che è sempre stato Simone in tutta la sua vita.
**
Al rientro a Villa Balestra, Manuel spera non ci sia nessuno; ha mandato un messaggio alla madre per avvisarla che sono atterrati, che avrebbero usato una navetta o un taxi per tornare a casa, di non disturbare Dante per andare a prenderli.
Ecco, ha pure confidato che la madre leggesse tra le righe in qualche modo - anche se difficile - e che dunque...
«Manuel! Giuro che non vi capisco, Dante poteva venire tranquillamente. Mó quanto avete speso cor taxi?» la voce di Anita risulta squillante non appena varcano la soglia con valigie e zaini.
«C'ha fatto 'n prezzo buono, ma', non te sta' a preoccupà» Manuel taglia corto, chiudendosi la porta alle spalle.
Anita si precipita a salutare dapprima Simone, lo bacia su una guancia poi sull'altra. «Ma come siete pallidi!» commenta. «Ma 'n po' de sole non lo potevate prende?».
«In Scozia non l'hanno concepito er sole» commenta Manuel. La madre gli fa la linguaccia e, in seguito, va ad abbracciarlo, passandogli una mano tra i ricci che ha spuntato, rendendoli un briciolo più corti.
«Daje, buttate tutto di là, che je diamo 'na lavata. Faccio er caffè nel frattempo che de sicuro avete bevuto acqua sporca in 'sti mesi» dice poi la donna.
«Non è vero, era buono il caffè» appunta Simone.
Manuel e Anita alzano gli occhi al cielo all'unisono.
Poi scoppiano a ridere.
**
«Ma non t'è piaciuto?» Simone lo chiede mentre è piegato sulle ginocchia davanti all'oblò aperto della lavatrice. Si passa da una mano all'altra una t-shirt di cotone bordeaux.
Manuel è in piedi, sulla soglia della porta del piccolo stanzino adibito a lavanderia, con lavatrice e asciugatrice affiancate. Ha tra le dita ulteriori abiti che ha tirato fuori dalla valigia che ha disfatto. «Che cosa?» replica e passa gli indumenti al compagno.
Simone scrolla le spalle e afferra gli abiti da lavare. «Stare a Glasgow, da mia madre» spiega, in breve.
«Perché 'sta domanda?».
«Boh, magari te faceva schifo come idea e m'hai detto sì solo per farmi contento».
Manuel schiocca la lingua sul palato e incrocia le braccia al petto. «Se ho detto sì prima de partì, era perché me annava, altrimenti avremmo scelto n'artro posto».
Simone non ne è ancora troppo convinto. Che in realtà è un aspetto su cui sta lavorando quello di piccole insicurezze, le quali, di tanto in tanto, insorgono ancora, nonostante gli sforzi. Per quel che vale, riesce a tenerle più a bada rispetto ai tempi passati, quindi conclude con un «Okay» frattanto che fruga ancora tra maglie, pantaloni e calzini che infila dentro il cestello.
Siccome Manuel ormai ha imparato a decifrare ogni aspetto di Simone, ogni silenzio e ogni parola non detta, capisce che il suo okay nasconde qualcosa di appena più grande. Ed ha imparato ad averci a che fare senza renderla una tragedia o un momento troppo cupo.
Di andarci piano, di affrontare la quotidianità un passo alla volta, mano nella mano.
Che si fatica tanto a stare insieme, quando la difficoltà maggiore arriva quando davvero si sta insieme.
Stare insieme, a volte, è più difficile di non stare insieme.
«Guarda che non puoi mette dentro tutto 'nsieme» esclama e muove qualche passo per potersi inginocchiare al fianco dell'altro ragazzo.
Simone sbatte rapidamente le palpebre. «Cosa?».
«Eh, i panni. Non li puoi lavà tutti 'nsieme» Manuel sospira e rimuove dall'interno della lavatrice alcuni capi. Li divide tra bianchi e colorati, e rimette dentro solo questi ultimi. «Questo 'o devi imparà che se mai annamo a vive 'nsieme non te faccio da servitù, mh?».
«Che?» a Simone non pare di aver capito bene.
«Ho detto che li devi divide».
«No, quella parte l'avevo capita. Quella dopo» strabuzza gli occhi. «Stai— sei...».
Manuel continua a riempire il cestello di vestiti accuratamente separati. «Vabbè, mica dico mó» prosegue. «Più avanti, dopo la laurea, dopo mille cose che dovemo fa', che ne so. Magari in un'altra città».
«Tu mica la lasci Roma».
«Se è per te, 'a lascio. Basta che ogni tanto torniamo».
Simone non risponde. Rimane imbambolato a fissarlo, con una maglietta grigia in mano che è sporca di gelato.
«Oh, che è 'sta faccia? Guarda che er gatto sta bene, mi madre non l'ha ammazzato ancora».
Resta ancora fermo finché, dopo aver sorriso, si sporge nella sua direzione per poterlo baciare sulle labbra. È un contatto dapprima lieve, che poi approfondisce piano, portando una mano sul lato del suo collo e inserendo timidamente la lingua. Socchiude le palpebre, schiude la bocca.
Manuel accorda quel suo gesto. Rischia quasi di perdere l'equilibrio a causa di ciò e deve reggersi all'oblò aperto per non cadere a terra. Si costringe a distaccarsi poco dopo soltanto per poter riprendere fiato. «Ce stanno tu padre e mi madre di là» soffia e sfiora la punta del suo naso con la propria.
«E allora?».
«Eh, ce sentono».
«Diciamo che so' stati i gatti».
Gli sfugge una risata. «Me sa che non regge più 'sta scusa». Gli deposita un ultimo bacio a stampo sulle labbra, prima di rimettersi in piedi. «Dai, finiamo dopo. Annamo a prende 'sto caffè, ne ho bisogno».
Gli tende un palmo rivolto verso l'alto.
Simone esita per una frazione di secondo, poi afferra la sua mano e si lascia trascinare verso la cucina.
**
«Ma davvero li avete cacciati?» la voce di Martina riecheggia dal telefono durante una videochiamata.
Simone tiene in mano l'apparecchio, stando in piedi appoggiato con la parte bassa della schiena al piano della cucina.
«Cacciati è 'na parola grossa» commenta Manuel, davanti ai fornelli intento a mescolare del sugo al basilico pronto che ha messo a scaldare in una casseruola. Si riferiscono entrambi a Dante e Anita.
«Volevano portarci a mangiare fuori, ho fatto capire a mi' madre che era meglio resta' a casa».
«Era meglio per voi restare a casa senza di loro, vorrai dire».
«Che vuoi insinuà?».
«Che i piccioncini volevano casa libera pe' fa' 'e cosacce loro» Martina ride.
Simone non dice nulla, ma annuisce allo schermo.
Manuel scuote il capo. Molla il mestolo di legno sulla pentola, si avvicina al compagno per sfilargli lo smartphone dalle mani.
Adesso può scorgere il ritratto della migliore amica e, più piccolo in un rettangolo, il proprio. «Sei 'na cazzo de malfidata, 'o sai sì?».
Si vede la ragazza scrollare le spalle. «È che ve conosco» commenta «De sicuro non potevate fa' chissà che in Inghilterra».
«Scozia» la corregge Simone.
«Quel che è» ridacchia lei. «Settimana prossima torno a Roma, ve vengo a rompe».
«Fai con comodo».
«Daje, che te manco 'n po'».
«Un po', non te allargà».
«A me un sacco» interviene Simone, invadendo per un attimo l'inquadratura.
«Vedi? Er ragazzo tuo non è 'n bugiardo come te».
«A me sta cosa che ve coalizzate sempre non me piace» commenta Manuel, corrucciando le labbra in una smorfia. L'altro ragazzo accenna una risata, poi sfrega la punta del naso contro la sua spalla.
«Me sa che te tocca arrenderti, ormai» conclude Martina. «Ve lascio, dai. Non distruggete casa ad Anita, pe' carità, che poi 'o vengo a sapere».
Manuel rotea gli occhi. «Seh, vabbè» borbotta «Ce sentiamo».
Con un mezzo sorriso da parte dell'amica, la chiamata viene conclusa.
Manuel abbandona il cellulare sul piano del mobile, torna a mescolare la salsa con estrema attenzione, frattanto che controlla una seconda pentola dove ha messo dell'acqua a bollire, utile per cuocere della pasta.
Simone rimane fermo, pressoché nella posizione iniziale. «Quindi—» dice «Non li hai cacciati per quello».
«Ma perché ve siete fissati che li ho cacciati? Mi madre voleva uscì e ho detto che eravamo stanchi pe' il viaggio, non me sembra de averli cacciati! Da casa loro, poi».
«Allora vuoi veramente solo mangiare e andare a dormire?».
«Beh, sì. Ho bisogno der letto mio».
«Okay». Simone non ne è convinto.
Non ne è per niente convinto. Si appropinqua all'altro in maniera lenta - estremamente lenta - finché non gli è alle spalle. Posa con lentezza una mano sul suo fianco destro, si sporge in avanti per accarezzare con le labbra una porzione di collo lasciata scoperta, appena sotto l'orecchio.
D'istinto, Manuel socchiude le palpebre e stringe le dita attorno al manico del mestolo. «Simó...» bofonchia.
«Mh-m?».
«Só serio...».
Ma Simone non lo ascolta molto. Adesso preme il proprio bacino contro il suo fondoschiena. Conduce la mano libera sul suo addome, col palmo aperto gli sfiora la pancia attraverso il cotone della t-shirt bianca che indossa.
«Simó...» ripete Manuel, mentre l'altro ragazzo ha preso a mordicchiargli il lobo. «Sei scorretto».
«Ammetti che li hai cacciati di casa per questo».
«No» il mestolo ormai lo molla. Si affretta persino a spegnere il fornello di entrambe le pentole affinché poi riesca a compiere mezzo giro su sé stesso in modo da poter essere faccia a faccia.
È l'unico gesto che riesce a compiere prima che Simone lo afferri con entrambe le mani dai fianchi, lo attiri verso di sé; guida tutti e due verso il tavolo presente nella cucina ed è allora che solleva il compagno fino a farlo sedere sopra tale superficie piana e si piazza in mezzo alle sue gambe appena divaricate.
Non lo lascia parlare, piuttosto assale le sue labbra con un bacio intenso, smanioso, ma attento.
Di riflesso, Manuel infila le dita tra i suoi ricci, all'altezza della nuca e li tira leggermente.
Simone si distacca per una frazione di secondo, preme la bocca sul suo zigomo. «Vuoi andare di sopra?» soffia. «Non per dormire».
Manuel sbuffa una risata tra l'isterico ed eccitato - persino un po' euforico. Annuisce ripetutamente, mentre allaccia le gambe attorno ai fianchi dell'altro ragazzo, facendo battere i talloni ricoperti da un sottile calzino sul suo coccige.
È un discreto segnale per Simone, il quale ne approfitta per sollevarlo dal tavolo. Manuel fa leva sulle sue spalle per rimanere in equilibrio; riprende a baciarlo dapprima sulla bocca, poi sulla guancia. «Me sa che è mejo che me metti giù» sospira, tra uno schiocco di bacio e l'altro. «Non ce 'a fai a portamme de sopra».
Come diretta risposta, Simone stringe tra i denti il suo labbro inferiore, fa più salda la presa con la quale lo sta tenendo sollevato da terra e, con una mano aperta, esercita una pressione più forte sul suo gluteo. «Sta' zitto» bofonchia.
Ed in effetti qualche difficoltà per salire sopra le scale di legno che scricchiolano a causa del loro peso, la trova.
Anzi, rischiano pure di cadere, ma Simone non molla neppure quando Manuel un po' si scosta per voler scendere e proseguire da solo; no, continua a mantenerlo sollevato, coi polsi che un briciolo gli dolgono.
Lo mette giù soltanto quando sono nella camera da letto, quella di Manuel. «Sei proprio 'n cretino» commenta quest'ultimo, prendendo il suo viso tra le mani. Ora sono in piedi, uno di fronte all'altro. «Ce stavamo pe' ammazzà».
«Ma siamo ancora tutti interi» replica Simone e intanto tira appena il bordo della sua maglietta.
Manuel scuote il capo. In realtà, non ha mentito - non troppo: è davvero stanco, vorrebbe dormire per le prossime quarantotto ore e gli è mancato il proprio letto, per questo non ha accettato l'invito della madre e di Dante per quella cena fuori; che poi abbia esteso quel rifiuto anche per il compagno, questo è un differente discorso.
Non che a Glasgow non abbiano mai fatto nulla, anzi, ma si trattava pur sempre di casa di Floriana, con una rete del materasso che cigolava e col possibile rientro della donna da un momento all'altro.
A Roma, in quella villetta che ha visto ogni sfaccettatura del loro rapporto - da come è nato, come si è evoluto, crollato e rinato dalle ceneri - è qualcosa di ben diverso.
Pensa che, se dovesse descrivere la parola casa, la collegherebbe alle mura di Villa Balestra con loro due dentro.
Il flusso dei suoi pensieri viene interrotto poco dopo da Simone che gli sfila la t-shirt e la fa cadere alla rinfusa sul pavimento. È sempre lui a giocherellare con l'elastico dei suoi pantaloni della tuta grigi, a tirarlo tramite essi finché non finisce seduto sul letto ad una piazza e mezza che ha lenzuola e coperte perfettamente rimboccate.
Manuel non perde tempo e gli è subito a cavalcioni sulle cosce. Simone abbassa il capo: prende a baciargli piano il petto, passa la lingua attorno ad uno dei capezzoli frattanto con il dito medio traccia dei cerchi invisibili vicino all'ombelico.
L'altro ragazzo si bea di tale contatto. Percepisce la propria erezione già presente all'interno dei boxer, l'eccitazione che gli fa formicolare il basso ventre. «Simo...» bofonchia, con il capo reclinato all'indietro e la bocca schiusa.
Simone non replica, prosegue con la sua dolce tortura: passa la lingua all'altezza del suo sterno, sale più su, si sofferma sull'incavo del collo. Pizzica con i denti la pelle in quel punto, in seguito incava le guance, inizia a succhiare - vuole lasciarci il segno.
Nell'ultimo periodo lo fanno spesso, tutti e due: si divertono a lasciarsi segni sul corpo a vicenda, spesso in posti piuttosto evidenti e difficili da nascondere - come una mattina, a Glasgow, che Simone aveva un succhiotto proprio sotto la mandibola, impossibile da celare in alcun modo, neppure con una sciarpa, la quale sarebbe stata strana da indossare ad agosto; quindi, in tal caso, ha passato la maggior parte del tempo chiuso in camera, inventando scuse, attendendo che quella chiazza svanisse almeno un briciolo.
E poi, ecco, non ha perso tempo per vendicarsi.
Non lo perde neppure ora, quando si stacca dalla sua pelle con uno schiocco e ammira l'alone rosso acceso che hanno lasciato le proprie labbra. Comprende che ci è riuscito e diventerà qualcosa di temporaneamente indelebile. Sorride, soddisfatto.
Manuel gli afferra il viso con una sola mano, da sotto il mento. Lo costringe a sollevare la testa, a fare incrociare i loro sguardi e soltanto allora sibila: «Sei 'no stronzo».
Simone soffoca una risata gutturale. «Ma se te piace» lo prende in giro.
Manuel inclina il capo su di lato. Molla la presa e si tira indietro, per scendere dalle sue gambe. Lo fa soltanto per potersi sbarazzare dei pantaloni che indossa e pure dei boxer.
Con davanti la visione del corpo nudo del compagno, Simone si affretta a fare lo stesso: è impacciato e frettoloso mentre compie quei gesti dettati dalla brama e dalla frenesia.
Privi di indumenti, attratti l'un l'altro come una stella e il suo pianeta, un pianeta e il suo satellite, tornano a toccarsi, accarezzarsi e volersi.
Sono gesti delicati: non si graffiano più, non si fanno male a vicenda.
Si lasciano bruciare dal desiderio senza lasciarsi scottare.
Ora, Simone è sdraiato in posizione prona sul materasso dal quale non hanno sollevato il lenzuolo.
Manuel è chino su di lui, con le ginocchia puntate ai lati dei suoi fianchi. Si allunga con il busto in modo da poter baciare la sua schiena: parte dal basso, da poco sopra il coccige, per poi risalire lentamente lungo la spina dorsale, fino alle scapole, sulla nuca, sulle spalle. Bacia ogni neo che ci trova sopra - che se è vero che i nei sono i punti in cui più spesso si veniva baciati nella vita precedente, allora è del tutto intenzionato a portare avanti tale tradizione, come se in ogni vita, in ogni presunta reincarnazione potessero riconoscersi attraverso quei segni.
Un po' folle come ragionamento, forse eccessivamente romantico per un tipo come lui che, in fondo, lo è sempre stato poco.
O lo è sempre stato un sacco, solo che lo ha celato e nascosto persino a sé stesso.
Simone si gode il tocco lieve delle sue labbra, delicato e soave, che si mescola alla sua mano che percepisce sfiorargli una natica, in seguito cercare di infilarsi in mezzo alle proprie gambe, che divarica appena per concedergli più spazio e più accesso al proprio anello sensibile di muscoli.
Manuel ha già raccattato il tubetto di lubrificante dal cassetto del comodino, saggiamente nascosto sotto i boxer ripiegati. Gli basta allungare un braccio per afferrarlo, togliere il tappo e impiastricciarsi le dita con quel liquido viscoso e che sa di vaniglia.
Simone esala un gemito non appena avviene una prima intrusione da parte del dito medio dell'altro ragazzo - ed è un gesto lento e calcolato.
Manuel gli mordicchia il lobo dell'orecchio e sussurra: «Qua puoi urlà». Accenna una risata.
Simone fa lo stesso, stringendo tra i denti il labbro inferiore. «Dici?».
«Quanto te pare» replica l'altro, non si è scordato del fatto che il proprio ragazzo non sia silenzioso, specialmente quando fanno sesso.
Quando fanno l'amore, più corretto.
Del preservativo, come già detto, non ne fanno più utilizzo da qualche tempo - sono partner stabili e hanno effettuato tutte le analisi del caso prima di prendere tale comune decisione, che non è mai stata più bella per loro.
«Te vuoi girà?» propone Manuel ad un tratto.
Simone ha piegato le braccia e le piazzate sopra il cuscino sul quale ha appoggiato la testa, che scuote in cenno di diniego. «No, va bene così».
«Sicuro?».
«Sì, va bene. Ti muovi?».
Manuel schiocca la lingua sul palato e gli tira un pizzico sul fianco. «Impaziente».
«Ha parlato».
Nella stanza - nell'intera casa - riecheggiano le loro risate che formano una soave melodia.
Succede mentre Manuel finisce quella minuziosa preparazione, solleva di poco il bacino per rinvigorire la propria erezione già piena. In seguito, con una spinta enfatica, gli entra dentro e si sente completo al primo movimento.
Simone socchiude le palpebre e le sue labbra si curvano in un sorriso.
Gli affondi di Manuel sono cadenzati: gli tiene un palmo sul fianco, mentre con la mano libera va ad intrecciare le loro dita sotto al cuscino. Con la bocca gli accarezza la porzione di pelle sotto la nuca, sfiorando con la punta del naso i capelli corti sull'attaccatura.
Fa strano pensare che fino ad un anno prima, il fatto di non guardarlo negli occhi corrispondesse ad un meccanismo di difesa - una sorte di se non ti vedo, non esisti - mentre ora Simone è in ogni luogo anche se di spalle, è nell'aria che respira e gli si insinua nei polmoni, è nelle particelle d'acqua che vibrano.
Perché, anche se celato dallo sguardo, è presente altrove.
Manuel si ritrova a biascicare qualcosa di a stento comprensibile, parole che assomigliano ad una canzone, ma non lo sono per davvero.
Simone lo sente, si inebria di tal suono. Si lascia cullare dalle mute note che gli arrivano alle orecchie, dalle carezze che l'altro gli riserva. Lo percepisce dentro di sé, sempre più a fondo, sempre di più finché non lo sente completamente.
E gli viene da sorridere ancora di più, mentre apre gli occhi. Allunga una sola mano libera, per quanto può muoversi, per poter toccare con la punta delle dita i suoi capelli. Passa le falangi tra i ricci.
Manuel deposita un ultimo bacio sulla sua spalla. Dopo scosta i fianchi, gli leva il proprio peso da dosso. Così riesce a farlo girare, di poco, quel che basta per raggiungere l'erezione del compagno non ancora soddisfatta.
Lo masturba con delicatezza, appoggiando la bocca sulla sua - un altro bacio fugace che sfocia in ulteriori sussurri incomprensibili, in melodie segrete.
Simone viene soffocando un gemito. Ha gli occhi schiusi, vede poco nella penombra. «Ciao» soffia, con un sorriso beato sulle labbra.
Manuel ricambia a tal gesto, scuote appena il capo. «Ciao» rimbecca. Rimane sdraiato accanto a lui, su di un fianco. Per coprirsi, dovrebbero alzarsi e far scivolare il lenzuolo sui loro corpi nudi, ma nessuno dei due pare intenzionato a farlo.
Appoggia una mano sulla pancia dell'altro - avrebbero pure bisogno di una doccia che, probabilmente, faranno insieme.
«Stavo a pensà a 'na cosa» sussurra, ad un tratto.
Simone pone il palmo sopra al suo avambraccio. «Devo avere paura?».
Manuel sospira e rotea gli occhi. «No, coglione» borbotta.
Fa una breve pausa, mentre con un dito traccia dei piccoli segni invisibili sull'addome niveo del compagno. «Stavo a pensà a quante cose ha visto 'sta stanza» tenta di spiegare.
«Pure troppe».
«Eh, quello sicuro. Alcune belle, altre meno belle» prosegue. «Ce só entrato qua dentro 'a prima volta che ero 'n pischello scapestrato, n'egoista dalla testa ai piedi e—».
«Non sei mai stato egoista».
«Sì, invece, e anche tanto» continua le lievi carezze coi polpastrelli. «Ma l'importante è averlo capito e aver potuto— fare qualcosa. Cioè... Se un anno fa m'avessero chiesto dove me sarei visto tra dodici mesi, non avrei mai risposto qua, nel letto co' te».
«Ah, grazie» Simone bofonchia, quasi offeso.
«Non è 'na cosa negativa» puntualizza Manuel. «Nel senso— non t'avevo messo in conto allora, non perché non ti volessi, io... Penso d'averti sempre voluto, anche prima de capì che me piacevano i ragazzi, te ce stavi comunque. Però ce stava pure 'na parte de me che era convinta che non te 'o meritavi te uno come me».
Simone schiude le labbra - che di certo non s'aspettava quel genere di confessioni proprio in quel momento, una serietà improvvisa che non gli ha fornito il tempo per assestarsi. Si gira anche lui su di un fianco, così da poter essere faccia a faccia, con la testa contro il cuscino.
«Perché mi dici queste cose ora?».
«Só solo pensieri che me fa venì 'sta stanza» Manuel abbozza un sorriso. «Perché só contento di non 'esse più quello de un anno fa, tutto qua».
Simone striscia appena sul materasso, per essergli ancora più vicino, tanto da far sfiorare le punte dei loro nasi. «T'amavo pure un anno fa» sussurra. «Anche se non te lo dicevo. E anche prima di un anno fa» fa una smorfia con la bocca. «Pensa che— la prima volta che ho capito che mi piacevano i ragazzi, che mi piacevi tu, sono andato da Laura e le ho detto... Io non le ho detto mi piacciono i ragazzi, mi ricordo di aver detto mi sono innamorato di uno come me. Non ho mai avuto— dubbi o che altro che non fosse solo amore. Lo sapevo già».
«Hai corso un bel rischio».
«Sì» afferma Simone e conduce una mano sul volto dell'altro, a sfiorargli la guancia. «Però ne valeva la pena. Tutto quello che è successo nell'ultimo anno lo ha fatto e io lo rifarei mille volte per arrivare a questo. A te».
Manuel lo ascolta in silenzio, con le palpebre che un briciolo si fanno più pesanti - per la stanchezza o perché vorrebbe piangere di gioia, ma vuole evitarlo. Così finge un colpo di tosse e smorza la situazione con «Sì, magari evitiamo la parte in cui stai co' quello se rifacciamo tutto».
Simone scuote il capo e poi ride. «Sei proprio scemo».
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Non abbandonano presto quel letto, ci impiegano almeno un'ora a farlo - o poco meno, non considerando il lavarsi e cambiarsi i vestiti per una seconda volta.
Però, poi, la cucina la raggiungono, accendono di nuovo il fuoco sotto le pentole, lasciano bollire l'acqua e ci gettano dentro la pasta da condire col sugo pronto che hanno scaldato.
Quindi, un'ora e cinquantadue minuti dopo, sono seduti a tavola uno accanto all'altro, con un piatto fumante di rigatoni davanti e una forchetta in mano.
In precedenza, tuttavia, Simone ha rincorso il gatto in giro per casa, per cui ora sta mangiando tenendoselo accoccolato sulle gambe, nonostante le lamentele del compagno.
«Ma ce devi proprio mangiare insieme?» esclama quest'ultimo, a bocca piena.
«Non sta facendo niente» fa notare Simone.
Manuel sbuffa. Lancia un'occhiata a Biscotto, placidamente accomodato sulle cosce dell'altro ragazzo; l'animale si stiracchia pure e sbadiglia.
Proverebbe persino ad allungare una mano per dargli una carezza, ma ci ha provato una sola volta da quando sono tornati e ci ha rimediato un graffio sul braccio, pertanto lascia perdere.
Frattanto che rigira la pasta nel piatto, afferra il cellulare che ha lasciato abbandonato sul tavolo. Compaiono delle notifiche sullo schermo, da Matteo che gli ha inviato dozzine di faccine e sticker ammiccanti, da Martina che gli ricorda che la settimana prossima siete prenotati ogni giorno, sappilo, da Chicca che gli dice di lasciar perdere Matteo che fa il cretino e che possono vedersi l'indomani.
Gli viene da sorridere.
Nonostante tutto, Roma gli è mancata, così come i suoi amici.
Ed è assurdo come possa essere tutto diverso e al contempo uguale rispetto ad un anno prima.
Che sono tante le cose cambiate, altrettante rimaste statiche, immutate, ma semplicemente viste in una nuova luce e prospettiva.
Non risponde a nessuno dei messaggi. Piuttosto, apre la fotocamera, la quale punta in direzione di Simone e preme l'otturatore.
L'immagine risultante ritrae l'altro ragazzo col capo basso, ad osservare il gatto bianco che ha sollevato la testa e lo fissa incantato.
Manuel sorride alla visione di tale scatto e pensa, di nuovo, che un anno fa si sarebbe preso a pugni piuttosto di ammettere che una visione del genere fosse paradisiaca.
Invece ora, un anno dopo, è l'unica constatazione che giunge nella sua mente, insieme al voglio sia così anche tra un anno, tra due, tra dieci e per sempre.
Per sempre.
In seguito, blocca il telefono attraverso il tasto laterale e lo ripone nella posizione iniziale.
«Tutto okay?» domanda Simone, che non si è accorto di nulla e sta continuando a mangiare.
Manuel annuisce. «Tutto okay».
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