Diversamente non dimandare
Eravam finalmente giunti nell'Eden, che agli uomini fu precluso pe' 'l peccato che fu il primo, e volgevasi il viaggio mio a transumanar tra le stelle.
Il duca mio quieto s'era fatto nell'Arcadia, che fu sua sol nei versi silvestri, e leggero era il passo suo sull'erba.
Come colui che vuol parlar ed è incerto se dire o tacere, poiché teme che il favelar suo sia molesto, tal ero io di fronte alla dolce guida e alle sue ciglia aggrottate.
Prima che lo spirito mio si decidesse per l'una o per l'altra parte, ecco che una luce traversò la gran foresta da tutte le parti e una melodia dolce correva per l'aere luminoso.
Oh sacrosante Muse, se mai per voi soffersi fami, freddi e veglie, cagion mi sprona affinché io vi invochi!
Assistetti io ad una sì mirabil vision, che, quand'io mi rivolsi al buon Virgilio pien di stupore, questi mi rispuose con una vista non meno carica di meraviglia!
Sette candelabri io vidi, sì raggianti che rischiaravan il cielo già sereno, come se colui che l'universo creò in sei giorni avesse aggiunto al Sole altre sette lucerne superbe. E dietro a questi, cosa assai più mirabil a dirsi, sette vergini di bianco vestite, che li seguivano come se fossero stati lor guide.
La divina procession, che al Paradiso me accoglieva, parea non esser ancor giunta al fine, quando il duca mio posò la mano sua sulla spalla mia. Qual è il sembiante del mercante che debba partir per mare, rischiando di mai più riveder i natii porti, e saluta per l'ultima volta la dolce sposa e si raccomanda ai figli tenerelli, imprimendo in cuor suo i loro visi; così era egli quando parlommi così:
"Figliuolo, è giunto il tempo che tu abbandoni questo mondo e salga alle stelle: il compito mio qui è finito ed è d'uopo che maggior guida ti conduca lì dove si puote ciò che si vuole".
"Dolcissimo padre", diss'io dunque, "è forse giunto il momento dell'addio?".
Quand'io lo vidi sospirar amaramente e sentii la sua presa su me farsi più salda, allora io compresi che era davvero il tempo. Come i buoi sotto al giogo dell'aratro ricurvo solcano la dura terra, e miglior è il lavoro quanto più è la fatica e il dolore, allo stesso modo le lacrime bambine rigaron le guance mie nel saper che l'ora del saluto eterno era ormai arrivata.
"Non piangere, mio caro Dante: dov'ella ti condurrà, non ci sarà pianto né stridor di denti e scoprirai da te quanto riscaldi la fiaccola inesauribile del divino amore" mi rassicurò il buon Virgilio asciugando il mio pianto.
"Non è questo che temo, duce mio", rispuosi io, "Quel che io temo è la vostra mancanza! Siete voi la mia maggior musa, siete voi il mio maestro, siete voi la mia sola ed unica guida!".
Mentre ch'io parlava e piangea, vidi il volto del buon Virgilio cambiar nel sembiante. Sì mesta e rassegnata non fu Dido, che or è trascinata dalla bufera infernale che mai ha posa, quando il pio Enea abbandonò i lidi di Libia per le coste del Lazio, dove il Fato aveva per lui preparato una nuova sposa e una futura potenza. Egli guardava me, e accarezzava la guancia umida, e infondeva per gli occhi una dolcezza al core ch'intender non la può chi non la prova.
"Carissime", mi sussurrò, "Teco sarò io sempre nei miei versi, e nei tuoi, e nel ricordo di quel che trascorremmo insieme".
Ma come colui che al giouco della zara vince tre soldi e non cessa di desiderare di più, tanto è alimentata la brama dalla vittoria ritenuta nuovamente sicura, tale ero io dinanzi alla mia dolce guida. Conoscevo i segni dell'antica fiamma, Amor che nullo amato amar perdona, Amor ch'al cor gentil ratto s'apprende, Amor che sempre me solo abbandona.
"Io voglio restar con voi" dissi io.
"Vuolsì così colà dove si puote ciò che si vuole: diversamente non dimandare".
Sebbene le parole sue m'invitassero a prestare fede alla missione datami dal primo Amore, lo sguardo suo pareva supplicar altro.
Tale eri forse tu, divo Orfeo, quando ti recasti nell'Averno a supplicar gli Inferi e la tenaria Diva per aver resa la tua sposa, sventurata Euridice!, strappata ai rai del Sole troppo presto?
Questo mi fu sufficiente sprone a scoccar il mio dardo.
"Io vi amo, duce mio", confessai, "Io vi amo con grande ardore. Galeotto furon i vostri versi, che furon scintille per la mia favilla, e il riguardo e la cura che dimostrato avete meco".
Qual fu la sorpresa e la gioia della paziente Penelope quando riconobbe il fiero Odisseo, ritornato alla pietrosa Itaca dopo vent'anni di peregrinazioni e dolori e guai, tal fu il mio stupore e il mio animo quando il buon Virgilio mi baciò la bocca tutto tremante.
Poi puose fronte contro fronte, fissò le sue pupille alle mie e mormorò: "Anche io ti amo".
Nel profondo dell'animo mio si rinnovò la felicità all'udir quella favella e, così come quando, mangiata una ciliegia matura, e il dolce succo s'è estinto nella bocca e subito se ne anela un'altra, così eran per me i dolci baci che ci scambiammo nel Paradiso Terrestre.
Ma ecco che un rumore improvviso giunge alle mie orecchie, trapassa il cranio da parte a parte e il duolo mi costringe ad abbassar le ciglia.
Ahimè, me misero, me sciagurato! Quando riaprii gli occhi, Virgilio m'aveva lasciato privo di sé!
"Virgilio!", gridai come quando si chiama uom cieco del pericolo, "Dolcissimo padre! Virgilio!".
Ma invana e sorda ogni voce era: Virgilio, a cui per mia salute mi diedi, oscuravan già le tenebre infernali. Il pianto sporcommi il volto per duplice volta e parvemi che un ferro mi trafiggesse il petto, pugnalando il triste mio cor.
Sì che di duolo io venni meno com'io morisse. E caddi come corpo morto cade.
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