Capitolo XXXVII
Senza nemmeno accorgermene, era già arrivato maggio. La sessione estiva era più che mai alle porte e con essa la necessità di iniziare a studiare sul serio per i miei cinque esami. Ricominciare a frequentare Beatrice portò nella mia vita un senso di leggerezza che mi mancava da settimane. Finalmente tutto andava per il verso giusto.
Inviai ad Apollonio Rodio la bozza del quarto libro delle Georgiche all'inizio del mese. Le letture che mi aveva consigliato mi avevano aiutato non poco a correggere il mio stile e ad affrontare nel modo giusto l'inserto eziologico. "Un ottimo lavoro, signor Marone. Davvero un ottimo lavoro" aveva commentato orgoglioso il mio relatore. Servirono soltanto due ricevimenti per rimettere mano ai versi, ricontrollare la metrica e assicurarsi che non mancassero i riferimenti bibliografici. E fu così che, contro ogni aspettativa, riuscii a terminare la tesi perfino prima dell'arrivo dell'estate.
"Non ci posso credere, sul serio!", esclamò Orazio esterrefatto, "Con Omero una cosa del genere non sarebbe mai potuta accadere! Con nessun professore, in effetti!".
"Dimentichi che Virgilio è Virgilio: lui può, lui può tutto. E poi mica sono tutti come te, che ci mettono due anni e mezzo per buttare giù solo l'introduzione!" lo punzecchiò Mecenate prima di stampargli un bacio sulla fronte.
"Tu ti salvi soltanto perché ti amo" borbottò l'altro fingendosi di malumore.
Ma il ragazzone non aveva affatto torto: io ero il primo a stupirmi di quello che avevo fatto.
"È perché ti sottovaluti, amore!". Dante aveva accolto la notizia con un entusiasmo travolgente. "Maremma ladra, tu sei lo scrittore migliore che io conosca!".
"Non conosci molti scrittori, allora" lo presi amorevolmente in giro. Era seduto sulle mie ginocchia e lasciavo scorrere le mani lungo la sua schiena. Era bellissimo.
"Puoi per una volta stare zitto e accettare un complimento, Madonna pulita!". Feci per aggiungere qualcosa, ma lui si avventò sulle mie labbra, costringendomi al silenzio.
Stavo cominciando ad abituarmi all'effetto che il mio ragazzo aveva su di me. Se c'era lui in giro, non potevo sopportare l'idea di non averlo al mio fianco, di non poterlo stringere a me, di non intrecciare le mie dita alle sue. Desideravo la sua pelle con una necessità impellente, come se avessi fisicamente bisogno di un contatto con lui per poter respirare. Avevamo ripreso la tradizione del cinema il mercoledì ed era raro che passassimo la notte in letti diversi.
"Dormo meglio quando sto con te" mi aveva confidato una notte, in dormiveglia, aggrappandosi a me come un koala.
"Io dormo bene solo quando ti sento vicino a me".
Ero diventato un sottone della peggior specie, rincretinito dall'amore. In altre circostanze, mi sarei vergognato di me stesso, ma Dante mi rendeva così felice e mi faceva sentire così amato che non aveva importanza.
Quello che davvero mi preoccupava era dover conoscere la sua famiglia. Il compleanno del mio meraviglioso fidanzato si stava avvicinando sempre di più e, con esso, il weekend che avrei dovuto passare a Firenze dai suoi. Ero assolutamente terrorizzato, non solo perché avrei conosciuto i miei suoceri - prospettiva terrificante già di suo, figurarsi con la combo omofobia e cattolicesimo fervente! - ma anche perché non mi era mai successo di essere presentato ufficialmente come il ragazzo di qualcuno.
Fu per questo che, una sera che eravamo solo noi due in casa, Dante mi mostrò la presentazione PowerPoint che aveva preparato per spiegarmi la sua famiglia.
"Così il mio bimbo introverso, socialmente ansiato e maniaco del controllo può sapere cosa aspettarsi e come comportarsi con il branco Alighieri" mi prese in giro alla prima slide.
Non saprei dire se in quel momento l'abbia amato di più perché si era preoccupato per me o perché avesse fatto una presentazione solo per me.
"Lo sai che ti amo, vero?" gli chiesi alla fine. Eravamo rimasti accoccolati per tutto il tempo.
"Sì, sì, lo so". Mi baciò. "Ti amo pure io, anche se sei socialmente sdatto".
Provai a fingermi offeso, ma la farsa non durò a lungo e passammo il resto della serata ad amoreggiare.
Dopo la lite per il blog eravamo diventati completamente incapaci di predercela l'uno con l'altro, anche solo per scherzo. Dante si sentiva ancora un po' in colpa per quella storia, soprattutto per ciò che mi aveva detto prima di andarsene da casa mia come una tempesta con i tuoni. L'avevo perdonato. Come avrei potuto non farlo! Aveva perfino parlato con Beatrice per farla rientrare nella mia vita, per me. Avevo provato a ringraziarlo per questo, ma mi aveva zittito ogni volta.
"Ho fatto quello che avrei dovuto fare prima ancora di metterci insieme", mi ripeté almeno una decina di volte, "Ho fatto stare male lei. Ho fatto stare male te. Non voglio essere quel tipo di fidanzato, quel tipo di persona. Ti amo e voglio che tu sia felice, con tutti i tuoi amici e le persone che sono importanti nella tua vita".
Ero così pieno d'amore per Dante che non riuscivo più a trattenerlo. Ogni occasione era buona per abbracciarlo, per baciarlo, per vederlo, anche se per pochi minuti, e ammirare quanto fosse assolutamente meraviglioso.
"Sei innamorato da far schifo, ehw", commentò una volta Mecenate, "Ci farai venire il diabete, porca puttana!".
"Ma lascialo stare, cucciolo!", esclamò Orazio divertito, "Per una volta che non prende un palo, cazzo! E poi pure noi eravamo così, i primi tempi!".
"A volte lo siete ancora" gli feci gentilmente notare.
"Questo perché, ogni giorno che passa, mi innamoro sempre più di lui" sospirò il ragazzone.
Il biondino neanche ci provò a mantenere il punto: lo baciò e mi ritrovai presto a dover scappare in camera mia per non essere di troppo.
L'unica ombra rimasta ad intaccare la mia felicità era l'ecloga a cui stavo lavorando. Ormai avevo capito che, per produrre qualcosa di davvero splendido, avrei dovuto attingere alla più grande sofferenza della mia esistenza: avrei dovuto parlare di Flacco.
"Non sei costretto a farlo" mi ricordò il biondino.
Erano giorni che passavo i quarti d'ora accademici a scrivere e riscrivere versi, cancellandoli e modificandoli senza sosta. "Lo so", lo rassicurai, "Ma io voglio farlo". Direi che è anche giunto il momento di parlarne apertamente. E, alla fine, ci riuscii.
"Virgi, te lo giuro, questo è il tuo pezzo migliore!", si congratulò con me Orazio dopo averlo letto, "Questo sei tu! Non riesco a non leggerlo senza sentire la tua voce!".
Non sono sicuro che quello che uscì fuori fosse davvero migliore dei miei altri componimenti. In tutta onestà, sono tutt'ora convinto che nessun mio componimento potrà mai reggere davvero il confronto con quello per Alessandro. Eppure, la redazione lo accolse con un entusiasmo tale che, per un istante, temetti che mi chiedessero di diventare uno scrittore fisso del giornalino universitario.
Le Ninfe piangevano Dafni, venuto meno per morte
crudele (voi, noccioli e fiumi, eravate testimoni delle Ninfe),
quando, abbracciando il misero corpo di suo figlio,
la madre invocava gli dei e gli astri crudeli.
Dafni, nessuno in quei giorni condusse ai freschi fiumi
i buoi pasciuti; nessun quadrupede si abbeverò
al torrente, né toccò i fili d'erba.
Dafni, anche i leoni della Fenicia piangono la tua morte
e ne parlano i monti impervi e i boschi.
Dafni insegnò ad aggiogare al carro le tigri armene,
Dafni insegnò a portare in segna i tiasi di Bacco
e ad intrecciare i flebili tirsi con le tenere foglie.
Come la vite è gloria degli alberi, come l'uva lo è
per le viti, i tori per il bestiame, la messe per i campi fertili,
tu eri la gloria di tutti i tuoi cari. Dopo che il fato ti portò via,
gli stessi Pale e Apollo abbandonarono i campi.
Nei solchi in cui gettammo spesso i grandi semi d'orzo,
nascono il loglio infruttuoso e la sterile avena;
Invece della tenera viola, invece del purpureo narciso,
cresce il cardo e il paliuro dalle spine acute.
Spargete il terreno di foglie, pastori, portate l'ombra
alle fonti (d'altronde questo vi ordina di fare Dafni),
ed ereggete un tumulo, e sul tumulo scrivete i versi:
"Io fui Dafni nei boschi, noto da qui alle stelle,
di uno splendido gregge pastore ancor più splendido". *
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* Bucoliche, ecloga V (vv. 20-44), traduzione mia
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