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Capitolo XXXIX

Come previsto dai miei migliori amici, non ci chiesero alcun documento e riuscimmo ad entrare tutti senza alcun problema. Il Baccanalia era un posto davvero assurdo, un immenso giardino psichedelico costellato da alberi luminosi e privé che di privato avevano ben poco. 

"Qui, Dantuccio, le cose funzionano così", esordì a dir poco euforico Mecenate, "I dj set all'aperto sono a tema. Vedi quello rosa laggiù? Ecco, quello dà solo musica saffica. Quell'altro, invece, solo roba commerciale...".

"Hai intenzione di elencarli tutti e dodici?" commentò sarcastico Orazio.

Il biondino gli fece la linguaccia. "Comunque, vedi quell'edificio laggiù? Ecco, quello è il mio posto preferito sulla terra, la cavea. Ti assicuro che è un posto assurdo: musica techno, fumo, erba...".

"Per qualsiasi cosa, ci trovate lì" tagliò corto il ragazzone.

Guardai Dante. Per quanto fosse stata una sua idea ficcarsi in un posto del genere, avevo paura che non si trovasse a suo agio e che le luci potessero dargli fastidio. Ma mi bastò uno sguardo per capire che le mie preoccupazioni non avevano alcun fondamento: i suoi occhi brillavano come fiaccole ardenti mentre studiavano con avida curiosità ogni angolo del giardino. Era bellissimo.

"Allora, cosa vogliamo fare?" gli domandai.

"Tutto!", esclamò, "Però, ti prego, evitiamo la cavea".

"Come il festeggiato desidera". Lo afferrai per i fianchi mentre lo baciavo. "Ogni tuo desiderio è un ordine" aggiunsi quasi sussurrando.

Il modo in cui si morse le labbra tradì il contenuto dei suoi pensieri.

In tutta onestà, non mi era mai piaciuto andare a ballare. Non comprendevo che cosa ci fosse di divertente nel muoversi come un'anguilla, a stretto contatto con persone sconosciute e con odori molesti, per ore ed ore, quasi senza fermarsi. Gente che ti urta, altra gente che ti tocca, la vista di qualcuno che si accoppia in mezzo a tutti. Di solito non duravo più di qualche ora. 

Ma quella sera fu diverso perché ero con Dante. Era davvero una visione mentre ballava con me, con le luci a dipingere sui suoi capelli, sul suo viso, sul suo corpo riflessi di ogni colore e forma. Era a dir poco meraviglioso, con le palpebre chiuse e l'espressione beata, mentre si muoveva con una scioltezza seducente.

I nostri corpi erano così vicini che potevo avvertire qualsiasi suo movimento. Quel continuo strusciarsi l'uno sull'altro alimentava scariche d'adrenalina e d'eccitazione, che percorrevano ancora e ancora ogni fibra del mio essere. Per quanto le casse pompassero la musica ad altissimo volume e l'aria fosse satura di sudore ed erba, Dante assorbiva completamente la mia attenzione. Non importava in quante folle ci immergessimo o quale voce conducesse i nostri corpi: la mia realtà iniziava e finiva con lui.

E non era ancora abbastanza. Per quanto lo baciassi con foga e desiderio, facendo collidere le nostre lingue, mordendogli le labbra e il collo. Per quanto le mie mani scorressero sulle sue braccia e lungo la sua schiena, accarezzando il tessuto liscio della camicia fino a incontrare quello ruvido dei pantaloni. Per quanto Dante sussultasse e premesse il suo bacino contro il mio, con le braccia gettate dietro al mio collo o aggrappandosi alle mie spalle. E mi guardava come se non desiderasse altro che me, come se fossi stato l'unico motivo della sua esistenza.

Mi disse qualcosa, ma non udii nulla in mezzo a quel casino.

"Cosa?" gli chiesi quasi urlando.

Avvicinò la bocca al mio orecchio prima di ripetere. "Ti voglio. Portami via di qui". Non desidero altro.

Lo presi per mano e lo condussi fuori dalla calca. Guardavo ora lui, ora dove stavamo andando. Era così bello, cazzo! Non riuscivamo a smettere di sorriderci. Più di una volta fummo costretti a fermarci per appagare, seppur per poco, il bisogno di baciarci. Lo spinsi nel primo privé libero che trovai e mi assicurai che la tenda fosse ben chiusa alle nostre spalle prima di spingerlo verso la parete.

Per quanto i nostri corpi fossero così vicini da aderire quasi l'uno all'altro, non era comunque abbastanza. Le mie mani erano sulle sue cosce, le sue afferravano ora i miei capelli, ora la mia schiena. Venni completamente sopraffatto dal suo odore e dal suo sapore. Le mie dita presero ad armeggiare con la cinta dei suoi pantaloni, ma lui mi fermò.

"Cosa?" gli chiesi cercando di non sembrare troppo contrariato.

Lui non mi rispose. Scattò in avanti e, all'improvviso, mi ritrovai con le spalle al muro. I suoi denti affondarono nelle mie labbra, provocandomi dei brividi di piacere. Non era mai stato così aggressivo, ma quella novità non mi dispiaceva affatto. Prese a baciarmi il collo mentre abbassava la cerniera dei miei jeans. Neanche ci provai a reprimere i gemiti.

Dante si inginocchiò ai miei piedi e cominciò a farmi una fellatio. Il mondo si dissolse intorno a me. Tenere gli occhi aperti stava diventando sempre più difficile, ma volevo vederlo. Gli passai una mano tra i ricci scuri, constatando per l'ennesima volta quanto fossero morbidi.

"Dante", ansimai, "Dante...". 

Si staccò da me con una brutalità frustrante ed eccitante allo stesso tempo. Vuoi giocare? Allora giochiamo. Non fece in tempo a rialzarsi che era già di nuovo addosso alla parete. Lo costrinsi a voltarsi e cominciai a strusciarmi contro il suo sedere. Gli baciai prima il collo, poi il lobo delle orecchie, mordicchiandolo leggermente. I gemiti arrivarono prima ancora che gli abbassassi i pantaloni. 

"Pronto?" gli domandai.

"Maremma ladra, che ti serve un annuncio?".

Il corpo di Dante tremò e dalla sua bocca uscì un suono roco. Il suo collo scattò all'indietro. Posò la testa sulla mia spalla. I suoi respiri affannati solleticarono il mio orecchio. Sorrisi.

"Maiala, sei meraviglioso" sospirò. I suoi occhi brillavano di desiderio.

Posai le dita sulle sue cosce, risalendo pian piano. Lo sentii rabbrividire e rilassarsi sotto al mio tocco, abbandonato a peso morto sul mio corpo. Sfiorai la sua erezione, toccandola quanto bastava per esasperarlo. 

"Virgilio...". Iniziai a fare sul serio. "Virgilio, ti...". Un verso osceno interruppe la frase. "Ti prego... Ti prego... Ti prego...".

Indietreggiai di qualche passo, costringendolo a fare altrettanto.

"Piegati" ordinai.

Lui mi obbedì subito, poggiando le mani sulla parete di fronte per mantenere l'equilibrio. Iniziai a muovermi, prima piano, poi sempre più veloce. Dante inarcò la schiena, lasciandosi sfuggire una bestemmia tra i gemiti. Mi aggrappai a lui, alla sua schiena, ai suoi fianchi. Non poterlo guardare in viso non faceva altro che aumentare il disperato bisogno di toccarlo, di avvertire il calore sudato e tremante della sua pelle, di sentirlo in ogni cellula del mio corpo.

Lui invocava il mio nome ed io il suo. Non appena fummo abbastanza stabili, presi a fargli anche un lavoretto di mano per farlo godere di più. Volevo che godesse. Volevo sentire i suoi gemiti. Volevo sentirlo fremere di piacere. Volevo mandarlo in tilt così come lui faceva con me. Volevo che si sentisse amato e desiderato e voluto così come lui faceva sentire me, se non addirittura di più. Perché amare, desiderare e volere, ormai, erano diventate parole troppo riduttive per descrivere quello che provavo per lui. 

Persi completamente il contatto con la realtà. Dante era tutta la mia realtà. Io ero suo, lui era mio. Non aveva nemmeno più senso parlare di io e lui perché eravamo semplicemente noi. La vicinanza fisica era solo la parte più mera e letterale, per quanto estremamente piacevole, del nostro essere una cosa sola. Sentivo che la mia anima, la mia intera esistenza era fatalmente e indissolubilmente incastrata alla sua e che solo con lui potevo essere davvero completo perché lui era dimidium animae meae, metà della mia anima.

La metà più luminosa. La metà più bella. La metà più felice. La metà più divertente. La metà senza la quale, sì, sarei potuto anche sopravvivere, ma mai vivere davvero, perché non sarebbe mai potuta essere davvero vita senza lui al mio fianco.

Ci mettemmo più del solito a riprendere fiato dopo aver finito. Non ci staccammo per un istante gli occhi di dosso. Gli accarezzai il viso imperlato di sudore. Aveva le labbra rosse e leggermente gonfie. Sul suo collo erano già usciti dei segni nerastri. Aveva un'espressione così felice e tranquilla, nonostante il respiro corto.

Mi sistemò i capelli dietro le orecchie. "Ti amo" mi disse.

"Ti amo". Lo baciai con dolcezza.

"Maiala, così mi infoio di nuovo!" esclamò.

"Ma non ho fatto niente!" gli feci notare.

"Allora, senti, tu già di base mi garbi e mi infoi come non so cosa! Poi stasera ti sei pure truccato e...".

"Non sapevo ti piacesse il make up".

"A me non garba il make up, coglione. A me garbi tu col make up" puntualizzò prima di baciarmi.

"Beh, non farci troppo la bocca, che probabilmente è stata una decisione una tantum".

"Soffrirò immensamente per questo", fece il finto melodrammatico, "Ma almeno non dovrò preoccuparmi ulteriormente che qualcuno ci provi con te".

"Non dovresti preoccuparti a prescindere, amore, perché io ho occhi solo per te".

"Ho notato dalla velocità con cui te lo faccio venire duro" mi provocò.

"Detto da te poi! Non che mi dispiaccia. Non me ne lamento assolutamente...".

"Ma meno male, Madonna pulita, visto che è tutta colpa tua!". Mi prese il volto tra le mani, accarezzandomi le guance con i pollici. "Sei troppo bello, mi ami e sei mio: combo fatale".

"Sei un demente. Ti salvi solo perché ti amo" gli dissi.

E lo baciai prima che potesse ribattermi.

Fu solo questione di minuti prima che cominciasse il secondo round.





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