Capitolo XX
La mattina seguente, svegliarsi fu così dolce che mi parve di scivolare da un sogno all'altro. Non avevo neanche aperto gli occhi e già avvertivo le labbra morbide di Dante sulle mie. Un bacio, poi un altro.
"Buongiorno splendore!" esclamò gaio prima di stamparmi un altro bacio.
I nostri corpi erano intrecciati l'uno all'altro, ancora nudi sotto alle lenzuola. Non riuscivo a distinguere dove finisse la mia pelle e incominciasse la sua, incollate com'erano in un tepore che ci avvolgeva come una seconda coperta.
"Siamo di buon umore oggi" commentai ancora sonnecchiante.
Non mi servì vederlo per capire che mi stava sorridendo. "Non è colpa mia: sei troppo tenero mentre dormi! Lo sai che dormi con la bocca aperta, sì?".
"Lo prendo come un attacco alla mia persona". Ti amo.
"Fattelo passare, vah".
Lo sentii staccarsi da me. Lo afferrai per un braccio e lo riportai da me. "Ma do' cazzo pensi di andare?". Lo guardai dritto negli occhi. "Che ti sei messo in testa, ao?".
Dante ci mise un attimo a capire che stavo scherzando. "Abbiamo il treno...".
"Okay, ma che vai di fretta? Che non vedi l'ora di liberarti di me?". Feci scivolare una mano lungo il suo corpo, accarezzandolo con delicatezza. Volevo averlo così vicino a me il più a lungo possibile.
I suoi lineamenti si ammorbidirono in un'espressione così felice e soddisfatta che mi sentii morire. "In realtà vorrei scoparti fino allo sfinimento, ma sono già le nove e mezza e...".
"Cazzo, siamo in ritardo!" gridai per lo shock.
"Appunto, scemo!", ridacchiò, "Io vado a farmi una doccia. Ti proporrei di venire con me, ma perderemmo solo tempo". Non sarebbe tempo perso. "Tu pensa alla colazione, che io...".
"Non sei capace" terminai la frase al posto suo.
Dante mi fissò con aria ferita. "Non è che non sono capace. Sono solo un po' sdatto, tutto qui!".
"Non preoccuparti: metto su il caffè e farcisco le crepes". Bomba sganciata.
"Le crepes?". Mi spostò una ciocca di capelli da davanti il viso.
Annuii. "Le ho preparate ieri pomeriggio".
Il mio ragazzo si avventò sulle mie labbra con una foga che mi lasciò senza fiato. Mi lasciai schiacciare dal suo peso sul materasso, cercando ossigeno nello spazio infinitesimale tra i nostri volti. Il mio corpo rivisse le stesse emozioni che l'avevano acceso la notte precedente, rinnovando quel fuoco che, ormai l'avevo accettato, non si sarebbe spento mai più.
"Sei assolutamente fantastico, Maremma ladra!", imprecò quasi sussurrando, "Non sai che mi lascerei fare se non fossimo in ritardo!". Poi si staccò da me all'improvviso, strappandomi via metà della mia anima. "Vado a farmi la doccia".
E in quel preciso momento capii finalmente perché Didone si gettò dalle mura di Cartagine e Paride lasciò che Ilio venisse assediata per dieci lunghissimi anni. Perché io ero sicuro che, di lì a poco, avrei rivisto Dante, ma, pur di averlo così con me anche solo per un istante - cazzo! - sarei stato pronto a radere al suolo Roma in un solo giorno. A tal punto amavo e desideravo Dante - con tutto me stesso, invocandolo silenziosamente nel mio animo ogni singolo istante - che decisi che sarebbe stato o lui o nessun altro. Perché era impossibile immaginare di poter provare qualcosa di più grande o di più intenso per un altro essere umano. Perché per me lui non poteva che essere la creatura più meravigliosa che la Natura avesse creato e io avevo l'incredibile fortuna e l'indicibile privilegio di poterlo dire mio.
Alla fine dovetti alzarmi. Mentre la moka e il latte erano ancora sul fuoco, mi occupai delle mie piante. Non ero molto entusiasta all'idea di lasciarle senza supervisione per così tanto tempo, ma non avevo altra scelta: con le vacanze di Pasqua, saremmo rientrati tutti e non avevo nessuno a cui chiedere. Le innaffiai abbondantemente, riempiendo anche i sottovasi fino all'orlo, e strappai via qualche filo d'erba intrusivo.
"Mi raccomando: non morite" mi ritrovai a raccomandarmi prima di rientrare.
Trovai Dante comodamente seduto al tavolo della cucina, con addosso la mia maglietta di Super Mario.
"No" gli dissi avvicinandomi a lui.
"Perché no?". Notai anche aveva già farcito due crepes, una per entrambi. "E poi a me il rosso sta così bene!" aggiunse con fare malizioso.
Non potevo dargli torto. "Sarò costretto ad andare giro nudo, allora". Gli stampai un bacio sulle labbra prima di andare a spegnere i fornelli. "Mi hai fottuto tutte le magliette, cazzo!".
"E tu ti sei fottuto me. Direi che siamo pari". Allora vogliamo giocare sporco, eh!
"Non abbastanza, a quanto pare, visto che riesci a stare seduto senza alcun problema" ribattei io, sapendo che l'avrei vinta anche stavolta. Dante arrossì di colpo e tacque. "Che c'è, il gatto ti ha mangiato la lingua?".
Portai in tavola le due tazze e mi sedetti di fronte a lui. La sua espressione era indecifrabile. Mi preoccupai: non l'avevo mai visto così senza parole, letteralmente. "Tesoro, tutto okay?".
"Sì, è solo che... Insomma, come dire...". Allungai una mano fino a raggiungere la sua e ne accarezzai il dorso con un pollice. "Non posso credere che ieri sera sia successo davvero". Quanto cazzo sei dolce!
"Sono contento che ti sia piaciuto". Okay, forse questa era un po' cringe.
"Vorrei non dover partire tra qualche ora". Sospirò affranto. "Vorrei poter passare più tempo con te oggi e non dover andare dai miei".
"Vorrei anche io, credimi!". Gli baciai la mano. "Ma sono solo pochi giorni: possiamo farcela!". Mi sentivo falso come un gesuita a rassicurarlo in quel modo mentre dentro pensavo tutt'altro. Non mi sarei voluto staccare da lui neanche un secondo, soprattutto dopo quello che era accaduto la notte precedente. Neanch'io riuscivo a credere che avessimo finalmente scopato. Il mio corpo implorava disperatamente di ricongiungersi al suo. Ormai ero sicuro che Dante sarebbe stato la mia rovina.
Si occupò lui di sistemare la cucina mentre mi cambiavo. Erano rimaste un paio di crepes, così gliele incartai per bene e lo convinsi a portarsele via. "Se ti viene fame durante il viaggio" gli spiegai.
Mi baciò. "Come siamo premurosi" commentò prima di baciarmi di nuovo.
Nel giro di un'ora eravamo già in stazione, con un lievissimo anticipo, anche se, in questi casi, è bene arrivare un'ora prima perché non si sa mai. Aspettammo insieme il suo treno al binario, tenendoci costantemente per mano. Non proferimmo parola, non sapevamo cosa dirci, ma i nostri occhi parlavano e si raccontavano silenziosamente di quanto avremmo patito la mancanza l'uno dell'altro. Quando il treno arrivò, mi sembrò quasi che non fosse passato nemmeno un istante da quando ci eravamo svegliati quella mattina, che fossimo ancora insieme, sotto alle coperte, e che quel mostro di metallo mi stesse privando di una parte di me.
Ti amo. Il suo sguardo era triste, anche se cercava di mascherarlo. Ti amo. Gli diedi un ultimo bacio. "Scrivimi quando arrivi" gli dissi.
"Sì, tranquillo" mi rassicurò prima di baciarmi di nuovo. Ti amo. Salì sul treno e lo intravidi sedersi al suo posto. Ti amo. Ti amo. Ti amo. Non riuscivo a pensare ad altro. Stavo mettendo la metà migliore del mio cuore su un treno e le stavo dicendo addio - per un settimana, ma comunque un addio. Mi sentii melodrammatico. Mi sentii sentimentale. Sorrisi a scoprire che, per la prima volta nella mia vita, non mi interessava se lo fossi sul serio perché era Dante il motivo di tutto questo. Era Dante, sarebbe stato sempre Dante, e l'unica cosa che potevo affermare con assoluta certezza era che l'amore che provavo per lui era così grande che avrebbe potuto schiacciarmi con il suo peso.
Bussai al vetro del finestrino per attirare la sua attenzione. I suoi occhi incontrarono i miei, illuminati come i suoi dalla tristezza. Mi sorrise e io mi sentii morire. Gli sorrisi pure io. Indicai me stesso. I. Feci un cuore con le mani. Love. Indicai lui. You. I love you. Io ti amo. Anche se non a voce, volevo che lo sapesse.
Il treno partì. Cazzo! Lo seguii a passo d'uomo finché mi fu possibile, ma presto persi di vista Dante. Un'immensa tristezza pervase ogni fibra del mio corpo, rendendomi l'esistenza pesante e opprimente come una coperta troppo calda. Mi ha visto? Mi ha visto, vero? Mi avrà visto, no? Non sapere aggiungeva alla mia malinconia un dubbio insostenibile.
Poi, all'improvviso, mi sentii vibrare il telefono nella tasca dei pantaloni. Lo tirai fuori e, solo vedendo l'anteprima della notifica, mi sentii morire. Era un messaggio di Dante.
Ti amo anche io <3.
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