Capitolo XVII
Devo parlare con Beatrice. Quel pensiero prese a martellarmi nella testa. Solo lei poteva comprendere come me quanto fosse grandiosa e al tempo stesso insidiosa quella proposta. Sì, ne avrei parlato anche con Dante e Orazio e Mecenate, ma nessuno di loro conosceva bene il professor Omero come lei. Per questo, non appena fui fuori dall'ufficio, le inviai un messaggio per avvisarla che stavo per passare da lei. Lungo la strada mi fermai a prendere una vaschetta di gelato.
Non andavo spesso a casa sua, anzi, cercavo di evitarla il più possibile. Un conto era Beatrice da sola, un conto era Beatrice con Laura e Fiammetta: puntualmente mi ricordavano perché non fossi attratto dal genere femminile. Vivevano in un quadrilocale di tutto rispetto, con due bagni e una cucina a dir poco meravigliosa, ma c'era così tanto caos che l'appartamento sembrava molto più piccolo di quanto non fosse in realtà.
Non appena arrivai al terzo piano, trovai Fiammetta ad aspettarmi sull'uscio della porta. Metà dei capelli era in posa per la tinta, questo mese rosso fragola. Sembrava che un unicorno le avesse vomitato in testa, ma non feci commenti a riguardo e mi sforzai di non ridere.
"Alla buonora, eh!". Non che fosse stata mai molto gentile, ma mi sembrò fin troppo brusca perfino per i suoi standard. "Non la ricompri con il gelato".
"Come scusa?" gli domandai confuso.
"Sì, sì, fai tu scendi dalle stelle". Mah! "Bea sta in cucina". Non mi ero mai fatto molte domande su Fiammetta e decisamente non era quella l'occasione in cui avrei iniziato a pormele.
La superai e attraversai il corridoio. Vidi con la coda nell'occhio Laura che usciva dal bagno ed entrava in camera sua, ma non feci in tempo a salutarla. Spesso mi chiedevo come fosse possibile che tre persone così diverse potessero vivere in armonia sotto lo stesso tetto. Fiammetta, il suo basso e quel carattere fumantino che spaventava anche i più coraggiosi. Laura, le sue magliette di broccato con le maniche a campana e i suoi acquerelli. Beatrice, i suoi libri annotati ed etichettati e l'ossessione per gli smalti pastello. Sinfonie diverse che riuscivano ad accordarsi perfettamente, come gli strumenti diversi di una stessa orchestra.
"Hai intenzione di restare per cena?" mi accolse Beatrice con freddezza. Mo che cazzo è successo?
"No, ho fatto solo un salto per parlarti di una cosa, poi tolgo il disturbo". Non mi aveva nemmeno degnato di uno sguardo, sembrava molto presa dal pelare le patate. "Ho portato il gelato".
"Mettilo in frigo". Ma che c'ha il ciclo? "Già so di cosa mi devi parlare e sai perfettamente come la penso".
C'è qualcosa che non va. "Bea, che ti prende?".
Finalmente posò lo sguardo su di me. Era furiosa. Anzi, no: era delusa. Delusa a tal punto che i suoi occhi sembravano volermi uccidere con il pelapatate. "Secondo te?".
Ringraziai il cielo di essere gay. "Se te lo chiedo, evidentemente non lo so, no?".
"Ah no? Non lo sai che Dante Alighieri è il tuo nuovo ragazzo?". Cazzo!
Mi ero assolutamente dimenticato di dirlo a Beatrice. Non avevo scuse da offrirle: tra il tutoraggio, gli esami, le trasferte dai miei e le nuove lezioni, non avevo minimamente pensato di doverne parlare con lei. Cazzo, come doveva sentirsi? Mi ero messo con la stessa persona che le aveva provocato un attacco di panico! Non avevo mai pensato a cosa ne avrebbe pensato Bea, ma, ora che l'avevo lì davanti a me, mi resi conto che, tra tutti i ragionamenti che mi ero fatto soppesando pro e contro di provarci con lui, avevo completamente lasciato fuori dalla discussione come l'avrebbe potuta prendere.
"Allora, non mi dovevi dire qualcosa?" mi incalzò sarcastica. Io non riuscivo ad aprire bocca. "L'ho saputo da Fiammetta, che l'ha saputo da Tito Livio. Tito Livio, cazzo! Praticamente sono stata l'ultima a saperlo!".
"Mi dispiace". Non sapevo che altro dire.
"Ah sì? Scusami se non ti credo, visto che a quanto pare ti piace davvero tanto limonare con quel maniaco!". La sua voce si stava alzando sempre di più. "Laura vi ha visti due volte".
"Non volevo ferirti".
"Per questo non me l'hai detto?".
"No". Decisi di essere sincero. "Me ne sono solo dimenticato".
Me ne pentii immediatamente. "Te ne sei dimenticato! Davvero? Non mi hai minimamente considerato!". Ora stava urlando. Era terrificante. "Cristo santo, Virgilio! Pensavo che fossimo amici!".
La situazione stava per degenerare. "Posso parlare? Posso spiegarmi?".
"Forza, fallo! Sentiamo un po'!".
Le raccontai tutta la storia dal principio. Cercai di districare a parole la matassa di se e ma che si era creata tra la mia mente e il mio cuore. La vidi tranquillizzarsi mentre le parlavo, ma la sua fronte tradiva ancora il suo risentimento. "Bea, sul serio, non era mi intenzione ferirti. Ho sbagliato a non dirti niente prima e a non aver tenuto conto dei tuoi sentimenti. Mi dispiace sul serio. Non voglio che la nostra amicizia finisca per questo. Io ti voglio bene".
Sospirò. "Ti voglio bene pure io. Per tua fortuna, altrimenti ora saresti morto. Ma la delusione resta, sappilo". Si passò una mano sul volto. "Mi sento... Non saprei. Tradita? Non pensavo che tu tra tutti potessi farmi qualcosa del genere".
"Puoi perdonarmi?".
Beatrice mi guardò dritto negli occhi. "Lo ami?". La domanda mi spiazzò. Non risposi. "Capisco. Beh, ora come ora non me la sento di perdonarti, né tantomeno mi congratulerò con te della cosa".
"Lo capisco".
"Bene". Ricominciò a pelare le patate. La tempesta era finita. "Se non è per questo, perché sei piombato qui su due piedi con una vaschetta di gelato?".
"Il professor Omero mi ha proposto di diventare il suo assistente". Spalancò gli occhi. "Non solo, vuole patrocinare la mia carriera accademica per farmi diventare il suo successore".
"Maremma ladra! Ma che cazzo mi stai dicendo!". Era sconvolta, ma non capivo se in senso buono o cattivo.
Le riassunsi gli eventi della giornata. Penso di non aver mai parlato per così tanto tempo io in una nostra conversazione, mi sembrava di star tenendo un monologo dopo l'altro e la cosa non mi piaceva. Mentre riferivo le parole del mio professore alla mia migliore amica, mi resi conto di quanto ci fosse in ballo, nel bene e nel male: Omero aveva imbastito per il mio futuro una trama che, a seconda del fuso che l'avrebbe intessuta, sarebbe potuta diventare una tela bellissima o uno straccio come tanti. Mi aspettavo che Beatrice si mostrasse almeno entusiasta per l'opportunità che mi era stata offerta, nonostante la discussione che avevamo appena avuto, ma non andò così.
Iniziò a piangere, silenziosamente. Prima una lacrima solitaria sulla guancia, poi le ciglia si imperlarono di pianto. Smisi immediatamente di parlare: quella non era gioia. Sembrava distrutta. Davvero, non mi sarei aspettato mai da lei una reazione così.
"Bea, che succede?" le domandai confuso. Allungai una mano per afferrare la sua, ma subito la ritrasse.
"Non è giusto". I singhiozzi interrompevano la sua voce.
"Che cosa?". Ero davvero confuso.
"Ci sono persone che studiano, si impegnano, danno il mille per mille, si distruggono per raggiungere i loro obiettivi. E poi ci sei tu". Tirò su col naso. "Non hai mai voluto far pubblicare le tue opere, eppure le tue Bucoliche sono lette da chiunque. Non hai mai voluto fare il professore, cazzo! Non hai nemmeno fatto il fottuto colloquio, eppure Omero ti ha offerto il posto da assistente! Non solo: si è offerto di patrocinarti! E tu ci stai pure pensando!".
A parlare non era lei, bensì il suo dolore. "Sono cinque fottuti anni che seguo tutti i cazzo di seminari di scrittura! Tutti!", continuò a parlare, "Non ho fatto altro che mandare articoli e pezzi a Mecenate, ma sai cosa? Nemmeno una pubblicazione! Nemmeno una! Nemmeno quando il giornalino rischiava di non uscire! Una studia, si impegna, dà tutta se stessa e fallisce! E sai perché? Perché nessuno mi prende sul serio!".
"Non è vero Bea...".
"Ah no?". Scoppiò a ridere, ma era una risata sbagliata, isterica. "Non ti risulta che tutti mi considerano solo perché sono bella? Che si focalizzano tutti sulle mie tette, sul mio culo e sulla mia fica?".
"No, non mi risulta", la interruppi, "Bea, tu sei una ragazza brillante! Sei tra le migliori del corso! Cazzo, Omero ti ha scelta per fare da tutor!".
"Vuoi sapere che cosa mi ha detto Omero al colloquio da assistente?". Era fuori di sé. Per la prima volta, ebbi paura di lei. "Mi ha detto che ero una candidata eccellente. Anzi, che ero perfino troppo qualificata per quel posto! Ma che lui voleva qualcuno di diverso, che voleva qualcuno di più... Aspetta, qual era il termine? Ah, sì, di più appropriato. Qualcuno che non avesse la mia nomea".
"Quale nomea?". Nessuno pensava che fosse una facile.
"Di bella che non balla".
Sospirai. "Bea...".
"No, Virgi. Bea un bel niente". Tirò su col naso e si asciugò le lacrime. "Omero è stato molto chiaro. Brutale, crudele, ma molto chiaro: c'è chi è nata per essere scrittrice e chi per essere musa. Posso studiare, posso impegnarmi, posso fare tutto quello che voglio, ma senza il talento non andrò mai da nessuna parte. E io non ho talento, non ho nulla di originale o di innovativo da proporre".
Inorridii. "Ma è stato Omero a dirti questo?". Ero senza parole.
Annuì con il capo. "Già. E meno male che lui è cieco: pensa che cosa avrebbe potuto dirmi se avesse potuto vedermi".
"Non è giusto". Maledii la mia incapacità di trovare le parole per esprimere esattamente quello che pensavo. "Tu sei intelligente! Tu sei brillante, cazzo! Sei una macchina da guerra! Riesci a mantenere una media altissima e avere una vita contemporaneamente!".
"Non ho talento".
"Cazzate!".
La vidi sorridere. "Lo sai anche tu che non è così". Sospirò. "Ma tu ne hai a bizzeffe, di talento. In più sei un uomo: la tua strada è già spianata, con o senza Omero. Io e te non siamo uguali. Non lo saremo mai".
Fui pervaso da un'immensa tristezza. Non riuscivo a non considerare Beatrice come una mia pari: se il mio destino era quello di essere ricordato in eterno, ero sicuro che il suo prevedeva altrettanto. E, se solo uno dei due alla fine ce l'avrebbe fatta, sarebbe stata lei: aveva la costanza, aveva la tenacia, aveva l'innata tendenza a socializzare. Tutti la trovavano adorabile. Tutti la amavano. Beatrice era Beatrice: sì, aveva anche lei un lato spinoso, ma era la persona più vicina ad un angelo che avessi mai conosciuto.
Mi avvicinai a lei. Mi inginocchiai e le presi le mani tra le mie. "Bea, tu ce la farai. Ne sono assolutamente sicuro. Ce la faremo entrambi". Non ero così sicuro, ma qualche piccola bugia giova sempre in questi casi. "Anzi, ti dirò di più: tra cent'anni, il mio nome e il tuo saranno ricordati insieme. Sì, si conoscevano, si aiutavano a vicenda. Chissà, magari ci shipperanno pure!".
Ridacchiò. "Ma quanto sei scemo!".
"Sempre sostenuto". La sua espressione si rilassò. "E Omero è sempre stato un po' misogino: non puoi aspettarti chissà quale progressismo da un dinosauro!".
"Il dinosauro ti ha offerto un futuro radioso". Ero sempre più incline a rifiutarlo.
Le baciai la punta delle dita. "A te non servirà nessuno che te lo offra: te lo prenderai da sola".
Tirò di nuovo su col naso. "Lo pensi sul serio?".
"Assolutamente sì". Mi rimisi in piedi. "Allora, lo vuoi o no 'sto gelato?".
Mi fece cenno di sì con la testa e la conversazione passò oltre.
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