Capitolo XV
La mattina dopo mi svegliai con un'erezione. Era mattino presto, la sveglia sul comodino non segnava nemmeno le nove. Dante dormiva beato tra le mie braccia, con la schiena addossata al mio petto e il sedere che premeva sul mio pube. Okay, non posso farmi vedere così, che poi sembro un maniaco. Scivolai delicatamente fuori dalle coperte, stando ben attento a non fare rumori per non svegliarlo. Feci per uscire dalla stanza, ma mi fermai sulla soglia.
Era così bello mentre dormiva. I primi raggi della giornata filtravano attraverso le serrande accostate, dipingendo sui suoi capelli dei riflessi color cioccolato. Il suo respiro era pesante e regolare, come è solo quello di chi è avvolto dal mantello di un sonno beato. Avrei voluto osservare il suo viso e scoprire se i suoi lineamenti si fossero ammorbiditi, ma non volevo correre il rischio che il mio ragazzo mi vedesse in quelle condizioni.
Il mio ragazzo. Mi sorpresi a sorridere a pensare a lui con quel termine. Non avrei mai creduto che poterlo dire mio sarebbe stata una sensazione così dolce.
Alla fine fui costretto ad uscire dalla camera. Socchiusi la porta lentamente, pregando che il suo cigolio non lo svegliasse. Non feci in tempo a tirare un sospiro di sollievo che mi accorsi di una presenza in corridoio.
"Ma buongiorno". Orazio mi guardava con un ghigno estremamente divertito. "Siamo già alzati di prima mattina?".
Decisi di ignorare il doppio senso. "Cazzo ci fai già in piedi?" gli domandai sussurrando.
"Ispirazione poetica per la tesi", mi rispose, "Non serve che parli a bassa voce, Mece ha dormito da lui ieri sera".
"Dante sta dormendo". Il mio migliore amico fischiò. "No, non abbiamo scopato".
Sbuffò. "Quante volte te lo devo dire, Virgilio! Carpe diem, cazzo!", gridò sottovoce, "Guarda che non vincerai un premio Nobel per l'astinenza sessuale, eh!".
"Stiamo andando con calma, okay?".
"Cazzi tuoi, in tutti i sensi". Orazio sospirò. "Vabbè, torno a scrivere. Farò finta di non esserci".
Lo ringraziai e mi infilai in bagno. Mi feci una doccia fredda per risolvere il mio problema, poi tornai in camera e mi rimisi a letto, come se non fosse successo nulla. Cinsi Dante con un braccio, sistemandomi a cucchiaio come prima, e chiusi gli occhi. Il suo corpo emanava un tepore incredibilmente piacevole. Aveva un odore forte e speziato. Si girò sull'altro fianco e posò la testa sul mio petto. Averlo così vicino pareva cancellare il mondo intorno a noi.
"Dove sei stato?" mi chiese all'improvviso con una voce teneramente assonnata. E che cazzo!
"Al bagno". Non specificai per fare cosa. "Ho fatto rumore? Ti ho svegliato?".
"No, non hai fatto rumore. Però ho sentito comunque che non eri più a letto". Che tenero, cazzo!
"Mi dispiace".
"Non ti preoccupare". Mi baciò. "L'importante è che sei tornato".
Restammo a letto fino a tardi, amoreggiando e facendoci le coccole. I nostri piedi si sfioravano sotto le lenzuola. Resistetti alla tentazione infilare le dita sotto al tessuto del pigiama per accarezzare la sua pelle. Non volevo invadere i suoi spazi. Non volevo sembrare molesto. Più lo baciavo e più non potevo fare a meno delle sue labbra. La sua lingua rischiava di farmi perdere il controllo. Desiderai non alzarmi più da quel letto.
Ma alla fine dovemmo farlo, purtroppo. Era quasi l'una e avevamo fame.
"Di che hai voglia?" gli domandai mettendomi ai fornelli. Un parte di me sperava ardentemente che facesse una battuta oscena e finissimo per scopare. Ovviamente non andò così.
Si appoggiò al muro e incrociò le braccia. "A me va bene pure la pasta in bianco".
"La pasta in bianco?". Mi accorsi solo in un secondo momento di aver praticamente urlato. "Che c'hai mal di stomaco?".
"Era per dire". Era in imbarazzo. "Non voglio farti cucinare".
"Ma io voglio cucinare per te, quindi". Tirai fuori la padella dalla credenza. "Ti piacciono i pancake?".
Mi fissò con gli occhi fuori dalle orbite. "Tu sai fare i pancake?".
"Beh, sì". Non capivo che cosa ci trovasse di tanto sconvolgente.
"Maremma ladra!". Si avvicinò a me e mi prese il volto tra le mani. "Puoi essere un po' meno perfetto, per favore? Sta iniziando a diventare snervante!". Poi si fiondò sulle mie labbra. Cazzo, quanto gli sto sotto!
"Vuoi darmi una mano?" gli proposi. Non trovavo un motivo valido per mollare la presa.
"Ah, no, fidati: io sicuro fo un troiaio!", esclamò, "Meglio se mi limito a dare supporto psicologico".
Gli stampai un ultimo bacio e mi misi al lavoro. Le dosi le sapevo ormai a memoria, facevo i pancake ogni volta che Orazio doveva schimicare, quindi molto spesso. Avere Dante che mi ronzava attorno era una piacevolissima distrazione, ma non potevo permettermi di sbagliare: volevo fare colpo su di lui. Non che servisse, in realtà, era già il mio ragazzo. Cazzo, è il mio ragazzo! Ma era meglio non fare brutta fuga. Versai la prima colata di impasto e aspettai che cuocesse.
"Che cosa c'è di là?" mi chiese su due piedi, indicando la portafinestra.
"Il terrazzino. Aprila, se vuoi". Io lo seguii.
Definirlo terrazzino, in realtà, era un gran complimento: erano cinque metri quadri, sei al massimo, occupati per lo più dalla caldaia e dallo stendino per i panni. Per il resto, c'erano solo le mie amatissime piante.
"Wow, sono così belle". Dante si avvicinò e accarezzò con le dita i petali di una petunia. "Le curi tu?".
"Sì". Andavo abbastanza fiero del mio pollice verde. "I genitori di mio padre hanno dei terreni: le estati della mia infanzia le ho passate lì, a giocare e dare una mano. I miei nonni mi hanno insegnato praticamente ogni cosa, mi hanno trasmesso l'amore per le piante". Era così bello mentre osservava il frutto del mio lavoro. "Ma è stato mio padre a insegnarmi a gestire le piante in città, dove c'è poco sole e poca terra".
Indicò il coriandolo. "Perché quella ha un sacchetto del surgelati in testa?".
"Funge da serra. Sta avendo problemi a germogliare, probabilmente perché ha bisogno di più sole di quanto ne arrivi qui".
"E perché quella ha un tovagliolo nel sottovaso?".
"La menta cresce bene in un posto ombreggiato, non come questo".
"E quindi?". Il fatto che si stesse interessando mi faceva urlare il cuore di gioia.
"Le serve molta più acqua delle altre per sopravvivere. Il tovagliolo la assorbe e la rilascia gradualmente, così non evapora subito dal sottovaso e non devo annaffiarla in continuazione. L'ha brevettato mio padre questo metodo e devo dire che funziona abbastanza".
Dante mi guardò e mi sorrise. "Si vede che ti piace il giardinaggio" disse.
"Davvero?" chiesi sorpreso.
"Mhmh. Ti brillano gli occhi quando ne parli".
"Mi brillano gli occhi perché vedo te". Sulla mia bocca suonò molto più melensa che nella mia testa. Ma lui rise. Rise, cazzo. Era così fottutamente meraviglioso.
"Vai a girare i pancake, vah! Lecchino!". Faceva tutto il sostenuto, ma il rossore sulle gote lo tradiva.
Alzai le mani. "Okay, vado. Non vorrei che il nostro pranzo andasse in fumo". Scherzavo mentre lo dicevo, ma per poco non bruciai il primo pancake. Non che importasse in realtà: Dante era il mio ragazzo, cazzo! Avevamo dormito insieme. Ora ciondolava tra la portafinestra e la mia cucina, indossando uno dei miei pigiami. Che cosa avrei potuto volere di più dalla vita?
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