Capitolo XIV
Nel giro di due settimane, non ero più in grado di fare a meno di Dante Alighieri. Non riuscivo a spiegarmi come fossi riuscito a sopravvivere senza di lui fino ad allora. La mia giornata non poteva dirsi iniziata senza il suo buongiorno, che arrivava molto dopo il mio. Mi capitava di vedere qualcosa e di pensare che gli sarebbe potuta piacere. Il mio cellulare sembrava non smettere mai di illuminarsi per le sue notifiche. Ci eravamo dati la regola di non scriverci quando eravamo a lezione, ma durò tre giorni. Ogni occasione era perfetta per vederci, anche solo per cinque minuti, ed ero arrivato al punto di costringermi a non addormentarmi presto pur di stare al telefono con lui un altro po'.
Non mi vergogno a dire che mi stavo follemente innamorando di lui. Più lo conoscevo, più lo trovavo assolutamente fantastico, più mi sembrava di non conoscerlo abbastanza. Il suo colore preferito era il rosso. Portava sempre un cappello perché stava cominciando a stempiarsi e se ne vergognava. Aveva un fratello, Francesco, e una sorella, Gaetana, per gli amici Tana, e li amava e li odiava come si può solo con chi condivide il tuo sangue. Aveva paura dei cani. E dei gatti. E di qualsiasi altro animale con gli artigli. Gli piacevano De André e De Gregori, ma ogni tanto lo beccavo a canticchiare qualche canzone indie. Preferiva il tè al caffè, due cucchiaini di zucchero e un goccio di latte in entrambi i casi.
Tralasciando l'amore per i libri e i film e il desiderio di diventare dei grandi scrittori, non avevamo molto in comune. Lui sapeva essere molto estroverso e socievole, per quanto tendesse ad imbarazzarsi facilmente. Lui era cattolico, io pagano. Lui si interessava all'astrologia, all'astronomia e leggeva l'oroscopo tutte le mattine, sebbene sostenesse di non crederci affatto. Io sapevo solo di essere della Bilancia.
"E che ascendente sei?" mi domandò tremendamente serio.
"In che senso?".
"L'ascendente".
"Ah". Mo che cazzo è? "Non lo so".
"Io sono Gemelli ascendente Vergine". Lo disse come se fosse una grandissima rivelazione.
"Okay?". Mi sentii un idiota.
"Dimmi a che ora sei nato, così ti calcolo l'ascendente".
Uscì fuori che ero ascendente Capricorno. Fortunatamente eravamo compatibili.
Ma non ero preso ad un punto tale da essere cieco delle sue ombre. A volte aveva delle uscite un po' troppo arroganti. Aveva delle opinioni molto forti sulle persone, tanto da odiarne perfino alcune. Bestemmiava un sacco. E poi c'era la questione delle pillole.
Le prime volte che gliele vidi prendere, Dante fece finta di niente. "Mentine", mi aveva detto. Però era consapevole che quella messa in scena non sarebbe potuta durare a lungo, visto che passavamo sempre più tempo insieme, quindi alla fine fu lui a dirmelo.
"Sono antiepilettici" mi confessò quasi vergognandosene.
Ci misi un attimo a realizzare il significato di quelle parole. "Soffri di attacchi epilettici?".
"No... Cioè sì", incominciò a raccontarmi, "Da piccolo ne soffrivo di più, finivo spesso steso per terra". Mi sorrise. Io stavo andando un tantino nel panico. "Però da quando prendo queste non mi è più successo".
"E le devi prendere quando?".
"Ogni dodici ore, giusto per sicurezza". Mi accarezzo il volto. "Ma non ho un attacco da anni, quindi puoi stare tranquillo". Mi stampò un bacio leggero sulle labbra a mo' di rassicurazione.
Una volta a casa, feci qualche ricerca su Internet, giusto per essere informato in caso d'emergenza. Sapere come avrei dovuto agire nell'eventualità di una crisi fu l'unica cosa in grado di togliermi l'angoscia dal cuore. Cazzo, gli stavo così sotto e non era nemmeno il mio ragazzo! Almeno non ancora, ma avevo intenzione di chiederglielo.
Il mercoledì sera, avevamo inaugurato la tradizione di andare al cinema, visto che sia il giovedì sia il venerdì avevamo entrambi lezione fino alle venti. E poi il mercoledì costava meno, il che era un ottimo incentivo. Quella sera guardammo "Estranei", l'avevamo scelto insieme.
"Il regista deve pagarmi la terapia, maremma ladra!", esclamò mentre uscivamo dalla sala, "Perché deve finire così?".
Gli misi un braccio dietro le spalle. "Fossi in te, me la prederei con Andrew Scott".
Dante mi sorrise. I suoi occhi erano ancora lucidi per le lacrime. "Effettivamente hai ragione. Come sempre, del resto". Era così adorabile che non riuscii a resistere alla tentazione di baciarlo.
Per tirargli un po' su il morale, gli proposi di fermarci a mangiare una pizza da qualche parte. Mentirei se dicessi che non ricordo esattamente di che cosa parlammo - ricordo ogni sua parola - ma questo non è importante. Con lui avrei potuto discutere su quale fosse il programma più trash o su quale poesia di Saffo fosse la più bella: io mi sarei entusiasmato comunque. Certi sentimenti ti nobilitano e ti rincretiniscono allo stesso tempo.
"Ma che ore sono?" mi chiese ad un certo punto Dante. Dovevo regalargli un orologio.
"Le dieci e mezza. Perché?".
"Perché la metro chiude alle undici e mezza durante la settimana" mi rispose.
Non volevo che la serata finisse così presto. "Devi tornarci per forza a casa?".
"Beh, mica posso dormire per strada!". I suoi lineamenti duri si accartocciarono in un'espressione confusa.
Okay, Virgilio, niente panico. Inspira, espira e parla. "Infatti parlavo di restare a dormire da me". Bomba sganciata, non si torna indietro.
Io a volte non mi sopporto: per quanto io pianifichi ogni cosa con largo anticipo, al momento dell'azione mi sale il panico. Dico io, che li faccio a fare i piani se poi l'ansia mi viene comunque? Ma con Dante la mia razionalità si rivelava misteriosamente non pervenuta la maggior parte delle volte, quindi non avrei dovuto sorprendermi.
"Intendi dormire dormire, no?". Gay panic olio su tela.
"Sì, dormire dormire". Risposi, ma non mi sembrava molto convinto. "Non ho nessuna aspettativa su stasera e, comunque, non dobbiamo fare nulla che tu non voglia fare". Mi sentii tenuto a specificare.
"Allora okay". Era estremamente nervoso, i suoi muscoli erano così tesi che parevano tremare.
Gli presi entrambe le mani tra le mie. "Ehi", gli sussurrai, "Se preferisci ti accompagno alla buca della metro e...".
"No", mi interruppe, "Va bene".
"Ti vedo nervoso". Gli accarezzai col pollice il dorso di una mano. "Non sei costretto a...".
"Virgilio". Le sue pupille attrassero le mie, impedendo al mio sguardo di distogliersi dal suo. "Il fatto è che non ho mai dormito con un ragazzo prima d'ora".
Che coccolo. "Beh, tecnicamente abbiamo già dormito insieme una volta, no?" puntualizzai.
"Lo so". Fece un respiro più profondo dei precedenti. "Ma stavolta è diverso".
Lo so. "Anche io sono un po' nervoso". Mi accennò un sorriso, non so se più rassicurato o compiaciuto, e la questione finì lì.
Avevo tenuto in considerazione la possibilità che Dante si fermasse a dormire da me un mercoledì, prima o poi, quindi ero pronto alla sfida. Avevo tolto le lenzuola con le stelline quella stessa mattina, sostituendole con un corredo un po' più decoroso. Ero sicuro di avere un pigiama pulito in più, di quelli simpatici ma non imbarazzanti, nel terzo cassetto. Avevo provato a dare una parvenza d'ordine alla scrivania, ma quella era un'impresa troppo ardua perfino per la mia mania per l'ordine.
Per grazia divina, quella sera Orazio era uscito con Mecenate, quindi non ci avrebbero importunato e la cucina era esattamente come l'avevo lasciata prima di uscire. Dante non sembrò fare caso al caos lasciato dai miei amici in salone e si lasciò condurre in camera mia. Gli tenevo la mano da quando avevamo lasciato la pizzeria, senza mollare mai la presa, anche se entrambi stavamo sudando non poco.
"E questa è la mia stanza" dissi un volta dentro.
Il fiorentino sciolse le nostre dita e cominciò a gironzolare, curiosando qua e là. Si fermò a scorrere i titoli dei libri sulle mensole. Diede un'occhiata alle cornici sul comodino e alla pila di altri libri in bilico sulla sedia. Poi si voltò verso di me e pronunciò la sua sentenza: "Boia, si vede che qui ci stai solo te!". Okay, test superato. "Madonna pulita, è asettica!".
"Grazie. Faccio del mio meglio". Aprii la cassettiera. "Tieni, puoi usare questo".
Abbassai gli occhi quanto, dieci secondi? Il tempo di vedere il pigiama prescelto e prenderlo. Dieci fottuti secondi senza averlo sotto agli occhi. Quando rialzai lo sguardo era di spalle e senza felpa. OKAY, NIENTE PANICO! NON HA VISTO CHE L'ABBIAMO VISTO! Guardai immediatamente altrove, posai il pigiama sul letto e indossai il mio senza mai voltarmi. Madonna santa, come famo a dormirci e basta? Non ci potevo credere: mi stavo eccitando per una fottuta schiena! A mia discolpa, Dante mi piaceva moltissimo e non scopavo da una vita.
Mi presi un momento per ricompormi e trattenere i bollenti spiriti. Poi mi voltai e lo vidi.
"Mi sta due volte" mi precedette lui. Sì, gli stava davvero molto grande.
Mi avvicinai a lui e gli cinsi i fianchi. "Sei un sacco carino così, però".
Mi gettò le braccia dietro al collo. "Beh, basta dirmelo ed è un attimo che ti frego i vestiti".
"Ah sì? Siamo già a quel punto?". Lo dissi con fare malizioso, ma la mia domanda era sincera.
Non mi rispose: si infilò sotto alle coperte e basta. Lo seguii a letto, ma non ebbi subito il coraggio di avvicinarmi a lui. Io stavo nella mia metà e lui nella sua. Nessun contatto fisico. Un silenzio a dir poco imbarazzante. La luce accesa non aiutava, anzi, rendeva il tutto ancora più strano. Fa qualcosa! Qualsiasi cosa, cazzo!
Mi misi su un fianco per guardalo meglio e mi accorsi che il suo volto era una maschera di paura e panico. "Che ti prende?" gli domandai sinceramente preoccupato.
"Non lo so. Mi sento davvero tanto nervoso". Aveva continuato a fissare il soffitto mentre parlava.
"Vieni qui" gli feci dunque.
Dante non se lo fece dire due volte e si fiondò tra le mie braccia, affondando il volto nella mia maglietta. Era davvero rigido. Gli accarezzai la schiena, facendo scorrere le dita su e giù lungo la linea della colonna vertebrale.
"Di che cosa hai paura?" gli sussurrai mentre lo cullavo.
Lo sentii sospirare. "Di rovinare tutto. Non ho alcuna esperienza con i ragazzi e...".
"C'è una prima volta per tutti". Gli stampai un bacio tra i capelli corvini. "E ci sta avere paura, non solo la prima volta".
Allentò la presa quanto bastava per potermi vedere in volto. Stretto a me in quel modo, era ancora più bello del solito. "Anche tu hai paura?".
Sì, ho paura. Ma non lo ammisi, almeno non ad alta voce. "Dante...".
"Sì?". Le sue labbra si schiusero, il suo respiro mi accarezzò il collo. Mi sentii morire.
"Voglio essere la tua prima esperienza". Lo dissi velocemente, così da non poterci ripensare. "Con i tuoi tempi. Con i tuoi modi. Io voglio essere il tuo ragazzo. Tu vuoi essere il mio?".
Ci fu un lungo, estenuante silenzio. Di fatto non durò più di qualche secondo, ma per un'anima in pena ogni istante si prolunga in una piccola eternità. Temetti che mi rispondesse di no. Sapevo che era altamente improbabile, ma lo temetti ugualmente. I suoi occhi diventarono due fiaccole ardenti, non so se per lo stupore o per la gioia.
"E me lo chiedi pure, porca boia!" esclamò ridendo.
"Quindi è un sì?".
"Sì, cazzo!". E si tuffò sulle mia labbra con una voracità elettrizzante.
Non so dire quando ci addormentammo. Il calore del suo corpo addosso il mio, la dolce sensazione di averlo così vicino, cazzo, mi sottrasse allo scorrere del tempo. Non so chi spense la luce. Non so chi diede per ultimo la buonanotte a chi. Non lo so. Forse neanche importa saperlo. L'unica cosa importante era che Dante era avvinghiato a me, nel mio letto. Ed era ufficialmente il mio ragazzo.
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