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Capitolo VIII

"Pensavo che avresti cancellato la lezione di oggi" esordì Dante togliendosi il maglione.

Per essere fine gennaio, nella nostra aula faceva fin troppo caldo ed ero stato costretto ad arrotolarmi le maniche del maglione fin sopra i gomiti. Non era raro che accendessero i riscaldamenti a palla in quel periodo dell'anno, considerando che fuori si sfioravano i sei gradi, ma la temperatura era quasi insopportabile.

"Perché avrei dovuto?" gli chiesi io.

"Non hai avuto un esame stamattina?". Avevo avuto l'esame di Etruscologia. Avevo preso 28.

"Come fai a saperlo?". Cercai di non suonare brusco per lo stupore.

Arrossì leggermente. "Un amico di un mio amico segue il corso del professor Porsenna e ha avuto anche lui l'esame stamattina". Puzzava molto di bugia.

"Chi è?".

"Non penso che tu lo conosca". Mossa astuta, ragazzino.

"Beh, siamo venti cristiani in classe, quindi ci conosciamo un po' tutti" lo incalzai.

"Si chiama Tito Livio". Quel tipo non mi stava molto simpatico, era troppo sboccato per i miei gusti.

"Come fai a conoscerlo?" domandai incuriosito.

"Beh, ecco, è un po' complicato", mi rispose, "Ho un mio amico che è fissato, ma tipo fissatissimo con la rubrica di storia che tiene sul giornalino scolastico, quindi si è impuntato che doveva farci amicizia e alla fine c'è riuscito". Generazioni che non mollano, vedo. Mi sentii molto vecchio anche solo a pensarlo.

"Buon per lui. Ma ritorniamo a noi", incominciai a parlare, "L'appello è tra due giorni e non abbiamo tempo da perdere. L'Iliade ormai la sai come l'Ave Maria, non penso che sia il caso di rivederla insieme. Mi preoccupa più che altro l'Odissea e tutta la parte del lessico omerico. C'è qualche argomento in particolare che vuoi...".

"Circe: ci sta un pezzo che sbaglio sempre a tradurre, Maremma maiala!". Ignorai la bestemmia e proseguii la lezione.

Erano ormai settimane che facevo tutoraggio a quel fiorentino, ma quel pomeriggio non era come tutti gli altri: provavo uno strano senso di mancanza, di nostalgia quasi. Non sono mai stato una persona sentimentale, ma quel giorno, forse anche per l'adrenalina e l'euforia post esame, non riuscivo a mettere da parte uno stupido pensiero: non volevo che quell'ora passasse. Volevo che Crono fermasse per me il tempo o almeno lo rallentasse, lo dilatasse, concedendomi qualche minuto in più con quel ragazzo. 

E quel pensiero idiota mi turbava perché non capivo da dove provenisse. Non lo vedevo dalla festa, da pochi giorni insomma, ma era come se fossero stati interi secoli. Cazzo, mi sono affezionato a lui, mi ritrovai a considerare in silenzio, mentre lo osservavo trascrivere per l'ennesima volta quei versi. Cazzo, com'è potuto succedere?, mi chiedevo mentre la mia voce ripeteva ancora e ancora la costruzione del participio predicativo.

E mi ritornò in mente un'immagine fugace, un istante che l'alcol aveva diluito nella mia memoria, rimescolandolo e confondendolo con gli altri ricordi sfocati della serata a viale Ippocrate: la sua lingua che faceva capolino tra i denti mentre pronunciava la ti. Datti una cazzo di calmata, cazzo!

"Secondo te è possibile che Omero mi chieda di ripetere a memoria i due proemi?" mi domandò all'improvviso Dante.

"Sai se li ha chiesti agli scorsi appelli?".

"Ad alcuni sì, da altri no", mi rispose, "Credo che dipenda molto da suo umore".

"No, il professor Omero non è quel tipo di persona", mi sentii di difenderlo, "Mi preoccuperei piuttosto di stare attento all'uso delle parole".

Mi lanciò uno dei suoi sguardi interrogativi. "Che cosa intendi?".

"Il greco antico è una lingua molto specifica dal punto di vista lessicale", gli spiegai, "I Greci usavano parole particolari per riferirsi a concetti specifici: pensa alle sfumature di amore o alle parole lunghissime per indicare attività specifiche".

"Eppure ogni parola ha mille significati" obiettò. Non potevo dargli torto.

"Perché non abbiamo in italiano una sola parola che esprima esattamente lo stesso concetto. E non è un caso se il professor Omero insiste particolarmente sull'uso di certe espressioni piuttosto che altre: lui è madrelingua e conosce il valore e il significato di ogni singola parola, d'altronde questi poemi li ha scritti lui!". Mi fermai per riprendere fiato. "Ed è per questo che l'uso delle parole è così importante: solo chi ne conosce il valore è in grado di usarle con saggezza. Quindi, se stai attento a come ti esprimi e curi le sfumature, Omero penserà che tu abbia studiato moltissimo e ti alzerà il voto".

"Ma io ho studiato tantissimo" non tardò a farmi notare.

Sospirai. "Lo so, me ne sono reso conto". Anche se aveva ancora qualche lacuna, era sostanzialmente vero. "Ma questo il professore non lo sa e lo stabilirà solo in base a quello che accadrà in sede di esame".

"Pensi che riuscirò a passarlo?".

"Ne sono certo". Non so perché mentii, ma lo feci.

Lui mi sorrise rassicurato e tornò a fissare il libro aperto sotto ai suoi occhi. "Quindi questa sarà la nostra ultima lezione".

Quindi anche Dante aveva i miei stessi pensieri. Avvertii una fitta al cuore. "Penso di sì".

Il suo viso tornò improvvisamente duro e serio, come lo era di solito. Sospirò e le palpebre mi nascosero le sue pupille. A che cosa stai pensando, Dante? Dalla sua bocca non usciva suono, ma mi sembrava di vederlo urlare in quel silenzio. Allungai una mano verso di lui, volevo toccarlo, consolarlo. Ma mi vergognai immediatamente di quel pensiero e la ritrassi, limitandomi ad attendere una sua parola.

"Posso chiederti una cosa, una cosa che non riguarda tutto questo?" esordì alla fine.

"Chiedi pure". Morivo dalla voglia di sapere.

Fece un respiro profondo, poi mi guardò dritto negli occhi. "Ti va di vederci qualche volta?".

Mi prese alla sprovvista. "Intendi fuori dall'università?". No, Virgilio, a fanculo!

"Sì, esatto. Ti va?".

Il mio primo impulso fu dirgli di sì. Anzi, di gridarlo. Mi sorpresi a pensare che avrei voluto addirittura conoscerlo, diventare suo amico. Intravidi lo stesso desiderio nel nero delle sue pupille e, per un attimo, fui tentato di dirglielo.

Ma mi sorpresi a pensare che, forse, ahimè, avrei potuto non accontentarmi solo di quello. Ritornai in me e vidi le cose per quelle che erano: non potevo farlo, non era appropriato. Ero il suo insegnante, in un certo senso, e tutti sapevano quanto io fossi vicino al professor Omero: se fosse girata qualche voce su noi due, avrebbero pensato che Dante avesse passato l'esame solo per merito mio. E poi lui era più piccolo di me, era solo una matricola: che cosa potevamo mai avere in comune? Per non considerare il semplice fatto che lui era etero e gli piaceva Beatrice. O forse no?

Devo essere ragionevole: niente di tutto questo ha senso, devo tenere buone le mie pulsioni e farmi da parte. Riconosco i segni dell'antica fiamma: non mi farò ustionare di nuovo. "No".

Strabuzzò gli occhi, stupito. "Ah, va bene". Abbassò lo sguardo con aria delusa. "Scusa per averlo chiesto".

"Non ti scusare". Ti prego non farlo.

Ma non mi stava ascoltando o, se lo stava facendo, non volle darlo a vedere. Lo vidi raccogliere le sue cose, in silenzio, e infilarsi il cappotto. Il cappello non l'aveva mai tolto. Io restai ad osservarlo, seduto al mio posto, senza sapere che cosa dire o che cosa fare. Dovrei aggiungere qualcosa? Dovrei cercare di smorzare la tensione? Non lo sapevo, quindi non feci niente.

"Ci vediamo in giro" mi salutò facendo per andarsene.

"Ci vediamo in giro", gli feci eco, "In bocca al lupo".

Successe tutto così velocemente che quasi non me ne resi conto. Il profumo speziato. La presa gentile ma salda della sua mano sulla mia nuca. Il tocco violento sulle mie labbra. Mi mancò il respiro. Poi fu tutto finito e Dante scomparve dalla mia vista.

Portai istintivamente la mano alla bocca, come a cercare un segno di quello che era successo, una prova che non me l'ero solo immaginato. Mi ritrovai a sorridere. Dante mi ha baciato. Poi arrivò il panico. E ora che cazzo faccio?

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