Capitolo VI
Nel giro di una settimana chiunque in facoltà aveva letto - e apprezzato - il mio pezzo. Continuavano ad arrivarmi messaggi di congratulazioni e non riuscivo a mettere piede in ateneo senza che qualcuno mi fermasse per farmi i complimenti. Persino il professor Omero mi inviò una mail per esprimere il suo immenso compiacimento per aver finalmente acconsentito a far pubblicare i miei versi. Io speravo solo che tutto quell'entusiasmo scemasse presto e potessi tornare finalmente al mio essere sostanzialmente invisibile: non mi era mai piaciuto stare al centro dell'attenzione e di certo non sarebbe stata quella l'occasione che mi avrebbe fatto ricredere.
Ma non si può gettare il sasso e nascondere la mano, pertanto, non appena si pose il problema di cosa inserire nel prossimo numero del giornalino, Mecenate mi chiese se poteva pubblicare un'altra bucolica.
"No" risposi secco.
"Perché no? Dai, Virgi, la prima è stata un successo!", insistette il mio amico, "Non deve essere per forza così lunga: basta anche solo...".
"La mia risposta è comunque no".
"Virgi, fattelo dire: sei un coglione", mi rimproverò invece Beatrice, "Hai una vaga idea di quanta gente vorrebbe essere al tuo posto? Non solo sei stato pubblicato, ma la tua poesia è piaciuta così tanto che tutti ne vogliono un'altra! Se butterai al cesso un'opportunità del genere, giuro che non ti parlerò mai più!". Non ero sicuro che l'avrebbe fatto davvero, ma la serietà con cui mi fece quel discorso mi lasciò abbastanza turbato.
Poi fu il turno di Dante Alighieri di partire alla carica. Stavamo ripassando la metrica del sesto libro dell'Iliade quando, dal nulla, mi chiese se avrebbe trovato un nuovo mio pezzo nel prossimo numero del giornalino.
"No" gli dissi io.
"Oh". Sembrava davvero stupito. "Pensavo che...".
"Pensavi male". Le mie parole suonarono più brusche sulla mia bocca che nella mia testa.
"Beh, è davvero un peccato: scrivi dannatamente bene". Un leggero rossore gli tinse le guance.
Credevo che la conversazione fosse finita lì, quando aggiunse: "Ma è perché hai paura che alla gente non piaccia quello che scrivi?".
"Tutti gli scrittori hanno questa paura, no?" gli feci notare.
"Stai evitando la mia domanda" si impuntò.
"Non la sto evitando. Mi pare di averti risposto, no?".
"Quindi hai paura". E avvertii su di me il peso del suo sguardo giudice.
Stando spesso a stretto contatto con lui, avevo iniziato a capire perché Beatrice si sentisse così a disagio in sua presenza. Dante aveva un volto duro e spigoloso, che lo faceva sembrare molto più adulto di quanto non fosse. Il suo naso era decisamente insolito. Ma i suoi occhi erano così espressivi e i suoi modi così schietti, come quelli di un bambino, che si andava a creare col suo aspetto un contrasto sconcertante. E più di una volta mi passò per la testa il pensiero che, con quelle iridi scure e quelle sopracciglia aggrottate, quell'Alighieri potesse davvero scavare dentro la mia anima e questo mi metteva profondamente a disagio. Ma non ero lì per fare amicizia, bensì per fargli tutoraggio, e cercavo di ignorare il più possibile quella stessa sensazione che aveva mandato in crisi Beatrice.
"Sì, ho paura". Non so perché lo ammisi con tale candore.
Sospirò. "Sono più che sicuro che andrà tutto bene".
Posò con delicatezza una mano sulla mia e mi sentii morire. Ritrassi istintivamente la mano e tornai alla lezione come se nulla fosse, ma più parlavo e mi sforzavo di essere tranquillo e più mi risultava difficile respirare. Provai forte l'impulso di scappare da lì, da Dante, da tutto quello che mi stava accadendo in quei giorni. Desiderai ardentemente poter tornare indietro e non cede all'alcol, non far pubblicare la bucolica e non cedere alla proposta di Omero. In poche parole, stavo lentamente cedendo al panico e, non appena terminò l'ora di tutoraggio, andai a prendere un po' d'aria prima dell'inizio dell'altra lezione.
Il freddo del pomeriggio invernale mi pizzicò le guance e mi sentii subito meglio. Nella foga del momento, presi il cellulare e chiamai Mecenate. Mentre udivo gli squilli sulla linea, mi domandavo se quello che stavo facendo avesse un minimo di senso e non me ne sarei pentito subito dopo. D'altronde, non era da me prendere decisioni così, alla leggera, mosso dall'irrazionalità di un turbamento passeggero, ma in quel momento qualcosa dentro di me mi diceva che era la cosa giusta da fare.
"Ehi, Virgi". La sua voce era stranamente rauca. "Come mai...".
"Nel caso in cui volessi pubblicare un'altra bucolica, posso porre delle condizioni?". Non credevo di averlo detto davvero.
Mecenate era persino più incredulo di me. "Hai cambiato idea? Vuoi pubblicare...".
"Ho detto nel caso" precisai.
"Okay, okay". Me lo immaginai sorridere tutto soddisfatto. "Dimmi le condizioni e vedo che si può fare".
"Voglio l'anonimato". La mia voce tremava.
"Si può fare, anche se non ne vedo il senso: ormai conoscono il tuo stile, non stenteranno a riconoscerlo" commentò.
"Voglio comunque l'anonimato". Così, se fosse stato necessario, avrei potuto negare tranquillamente la paternità dell'opera.
"Okay, poi?".
"Pubblicherò quando dico io, con i tempi che dico io...".
"Questo era ovvio, Virgilio: non sei un membro ufficiale della redazione, non hai scadenze di alcun tipo". Provai un senso di sollievo nel sentirglielo dire.
"E non devi modificare quello che scrivo".
Sospirò. "Su questo dobbiamo discutere un attimino".
"Perché?" gli chiesi nervoso.
"Non è niente di personale, anzi", attaccò con un discorso che pareva preparato per queste occasioni, "Si tratta di politiche editoriali. Siamo pur sempre un giornale letto anche da accademici: dobbiamo rispettare certi standard per non perdere una buona fetta del nostro pubblico. I pezzi vanno selezionati, revisionati e discussi prima di essere inseriti ufficialmente nel giornalino".
"Ma con la prima bucolica non ti sei posto tutti questi problemi, o sbaglio?".
"No, infatti, e per questo mi hanno cazziato. Me la sono scampata perché il tuo pezzo ha permesso al numero di uscire, ma un altro tiro del genere e mi ammoniranno per favoritismi".
"Ammoniranno per favoritismi, ma dove siete, nel Medioevo?" commentai.
"No, sotto la dittatura di Ottaviano Augusto". Era il nipote del Rettore, quindi nessuno osava contrariarlo. "Però possiamo trovare un compromesso, per la tua condizione dico".
"Sarebbe?".
"Se non parli d'argomenti politici o robe del genere, posso inserirti tranquillamente nella sezione di scrittura creativa, che è quella che principalmente gestisco io".
"Non ho intenzione di parlare di politica" gli dissi.
"Allora siamo apposto! Allora ti basterà elevare un po' il linguaggio e...".
"Come scusa?". Ero piuttosto confuso.
"Sì, lo so, è una cazzata, ma funzionerà: se usi uno stile abbastanza aulico e tutto il resto, sarà più facile per me dire che l'ho revisionato e non essere accusato di favoritismi. Perché un conto è un pezzo medio-basso, che se è troppo basso può sembrare non ricontrollato. Ma se invece è un mezzo medio-alto, allora il problema non si pone perché più è alto e più sembra ricontrollato!". Era un ragionamento un po' del cazzo, ma non faceva una piega.
"Va bene, mi impegnerò per renderlo più aulico" lo rassicurai.
"Perfetto allora!", esclamò entusiasta, "Altre condizioni?".
"No, non per adesso". Stavo iniziando a pentirmi della mia scelta.
"Apposto allora! Non sai quanto questo mi renda felice, Virgi! Come mai hai cambiato idea?".
Dante. Scacciai quel pensiero dalla testa.
"Un insieme di cose, nulla in particolare" mentii. Che cosa mi sta succedendo?
"Bene, bene: sono contento! Stasera vengo a cena da voi, così festeggiamo!".
"Ti dovrai accontentare del thai d'asporto: ho tutoraggio fino alle otto". Neanche Mecenate aveva un particolare talento per la cucina e l'idea di lasciarlo da solo con le mie pentole mi faceva preoccupare non poco.
"Ah, okay". Rimase a riflettere per qualche istante. "Perché non inviti anche Beatrice a cena?".
"Esce con Simone". Per quanto le volessi bene, ero troppo scombussolato per gestire anche le sue manifestazioni di gioia, che erano sempre piuttosto esuberanti.
"Come non detto. Tanto la vediamo alla festa".
"Che festa?" domandai sospirando.
"Ma non hai letto i messaggi sul gruppo?".
"No". Avevo silenziato le notifiche nello stesso istante in cui ero stato aggiunto.
"Tu devi imparare a controllare le notifiche!" mi rimproverò.
"Stavo lavorando" gli feci notare.
"Vero, ma comunque!". Quando faceva così suonava così tenero che non potei trattenermi dal sorridere. "Domani, alle dieci, c'è una festa universitaria a viale Ippocrate e noi ci andiamo".
"E chi l'ha deciso?". Non ero un grande amante di quelle serate.
"Io e Orazio, quindi per osmosi anche tu. Vengono anche Beatrice, Augusto...". Te pareva? "Forse anche Properzio, ma senza Ovidio, che sta in vacanza non so dove sulle Alpi".
"Non penso di venire". Non mi andava proprio.
"No, niente obiezioni: il resto della redazione vuole conoscerti". Io non ci tenevo particolarmente a conoscere loro.
"Devo studiare".
"No, devi rilassarti: non fai altro che studiare e lavorare, cazzo!", esclamò sconvolto, "E non sarebbe male se ti facessi anche una scopata, sai com'è!". C'era un motivo se mi chiamavano Parthenias al liceo, ma non mi sembrava il caso di ritornare su quel discorso. "Dai, vieni che ti diverti!".
Non ne ero del tutto convinto. "Senti, posso fare un salto solo per farti contento, ma sul serio devo studiare" cedetti alla fine per farlo contento.
"Sì sì! Bravo bravo!". Non mi stava prendendo sul serio. "E inizia a pensare al nuovo pezzo, mi raccomando! Non vedo l'ora di leggerlo!". Ci stavo già lavorando mentre parlavamo.
Muse di Sicilia, cantiamo qualcosa di un po' più elevato;
non tutti gradiscono gli arbusti e le umili tamerici:
se cantiamo i boschi, che siano boschi degni di un console. *
Magari questa sarebbe stata abbastanza aulica per loro.
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* Virgilio, Bucoliche, Ecloga IV (vv. 1-3), traduzione mia.
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