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Capitolo IV

La prima volta che ho incontrato Mecenate ho avuto la netta sensazione di aver incontrato un fratello perduto: lunghi capelli biondi, fisico smilzo, occhi azzurri. Stesso amore per la letteratura, stessa passione per la filosofia. In più, eravamo entrambi gay e nessuno dei due aveva mai avuto un amico con gli stessi gusti in tal senso. C'eravamo conosciuti a Napoli ad una conferenza sull'epicureismo e posso dire con certezza che abbassammo l'età media: eravamo gli unici adolescenti in una platea di uomini e donne di mezz'età. L'evento durò pochi giorni e poi ognuno tornò dalle sue parti - io a Mantova e lui ad Arezzo - ma ci tenemmo in contatto e ci ribeccammo come amici e colleghi all'università.

Nel frattempo, avevo già fatto amicizia con Orazio e, più entravo in confidenza con entrambi, più mi convincevo che quei due sarebbero andati d'amore e d'accordo, perciò presentai il mio nuovo coinquilino a Mecenate. Le mie previsioni si rivelarono tutt'altro che infondate: nel giro di due settimane, Orazio fece coming out come bisessuale e si fidanzò col mio amico. Non che loro si definissero esattamente "fidanzati", in realtà: avevano una sorta di relazione aperta, per cui stavano insieme, ma si vedevano anche con altre persone. Contenti loro, contenti tutti, ma a volte avevo paura che, se le cose si fossero messe male tra di loro, avrei dovuto schierarmi o, ancora peggio, avrei perso uno di due, se non addirittura entrambi. Ma cercavo di non pensarci troppo: d'altronde, erano una coppia molto affiatata ed erano molto belli insieme.

Quella sera se ne stavano accoccolati sul divano, Orazio faceva scorrere le dita tra i capelli del suo ragazzo, che si stava lamentando da almeno mezz'ora nell'attesa che la cena fosse pronta.

"Io gli voglio bene, ad Augusto", non la smetteva di blaterare, "Non è un cattivo ragazzo. Però è un coglione: se la gente si laurea e se ne va, io come cazzo faccio a pubblicare il giornale? No, dimmelo: Catullo sta in Erasmus in Grecia, Petronio si è laureato settimana scorsa, Marziale e Giovenale stanno scrivendo la tesi, quindi sono impegnati a fare altro! Mica li posso andare a coglie' pe' campi, i pezzi da pubblicare!".

Mecenate era da poco diventato vicedirettore del giornalino universitario. In realtà lo era stato per almeno due anni, aiutando Augusto e Svetonio a scegliere cosa inserire e cosa no, correggendo le bozze e andando alla ricerca di nuovi scrittori, ma aveva assunto ufficialmente la carica a settembre, quando Svetonio si era laureato ed era partito per un dottorato chissà dove. Un po' era un peccato, visto che a Mecenate mancava davvero pochissimo per laurearsi, ma non pensavo che sarebbe stato un gran problema: con una laurea magistrale in Editoria e scrittura, nessuno si sarebbe stupito se fosse rimasto a lavorare come membro esterno in redazione. In ogni caso, ero molto fiero di lui ed ero più che sicuro che avrebbe fatto un ottimo lavoro.

"Hai chiesto a Properzio?", gli domandò Orazio, "Secondo me qualcosina riesce a tirarla fuori in una settimana".

"Lascia sta', che ora frequenta Ovidio!". Ovidio era il suo "rivale accademico", così lo chiamava lui, ed era un individuo a dir poco sgradevole.

"Ma, se sei in difficoltà, non penso che si rifiuterebbe" intervenni io.

"Ma io non glielo voglio chiedere! Per principio proprio!" esclamò. Sapeva essere davvero orgoglioso certe volte.

"Mece, il numero deve andare in stampa tra tre giorni: non credo che tu abbia molta scelta". Portai in tavola i piatti. "A meno che tu non ti metta a scrivere qualcosa da te, Properzio è la tua ultima spiaggia. Adesso non pensarci: venite a mangiare, che se si fredda è peccato".

Ma né io né Orazio riuscimmo a distrarlo: il giornalino era diventato un pensiero fisso, non riusciva proprio a toglierselo dalla testa. Per quanto ammirassi la sua dedizione e la sua passione, trovavo assurdo farsi rovinare l'umore in questo modo da una sciocchezza del genere: doveva solo mettere da parte l'orgoglio e chiedere aiuto a Properzio. In fondo, non era colpa sua se gli era capitato Ovidio come coinquilino: restava un ottimo lirico e un ragazzo d'oro, per quanto tendesse a innamorarsi con molta facilità di chiunque gli capitasse a tiro.

"Oh, andiamo: la stai facendo davvero troppo tragica, cazzo!" esclamò all'improvviso Orazio sbattendo un pugno sul tavolo. Avevamo già aperto due bottiglie di vino e lui era il più alticcio dei tre, come sempre.

"Non la sto facendo tragica, cazzo!" gli urlò di rimando il biondino.

"Abbassate i toni, rega!". Non so perché lo gridai, ma d'altronde non ero poi così sobrio. 

"Se questo numero esce male, sarò un fallito!" disse Mecenate.

"Non sarai un fallito, amore!". Orazio gli prese il volto tra le mani. "Sarai meraviglioso come sempre! Anche Svetonio ha fatto uscire qualche numero fiacco, eppure non è mai successo niente!".

Fu allora che Mecenate scoppiò a piangere. Si nascose tra le braccia del suo ragazzo alla ricerca di conforto, ma non la smetteva di tremare e io non ce la facevo a vederlo in quello stato. Sentirlo piangere mi straziava il cuore. Avvertii il panico farsi strada tra le mie viscere e corrodermi lo stomaco, mi veniva da vomitare. Non potevo sopportarlo, non potevo proprio.

Non so se avrei fatto lo stesso, se fossi stato sobrio. Probabilmente no: avrei soppesato i pro e i contro e avrei deciso che era meglio non correre così tanti rischi. Ma spesso l'alcol mette a tacere la ragione e ci porta a compiere scelte che altrimenti non ci sogneremo neppure. Quindi penso sia per questo che me ne andai in camera mia, presi i miei carteggi e li mostrai a Mecenate.

Mi guardò come se stesse osservando per la prima volta una specie aliena, con curiosità e confusione. "Che cosa sono?".

"Non lo so, non hanno ancora un nome". Lasciai che me li togliesse di mano. "La prima è l'unica davvero finita: non è lunghissima, ma dovrebbe occupare almeno due pagine".

Orazio si sporse verso di lui e cominciò a leggere sottovoce.

MELIBEO
Titiro, mentre riposi all'ombra di un ampio faggio,
componi una canzone silvestre su un esile flauto;
noi abbandoniamo il territorio della patria e i dolci campi;
noi fuggiamo la patria; tu, Titiro, ozioso all'ombra,
insegni alle selve a risuonare del nome della bella Amarilli.

TITIRO
Oh Melibeo, un dio ci ha donato questa pace:
egli certamente sarà sempre un dio per me; sempre
un tenero agnello dai nostri ovili bagnerà il suo altare .
Egli ha permesso, come vedi, che i miei buoi errassero
e che io suonassi col flauto le canzoni agresti che desidero.*

"Non sapevo che componessi", commentò Orazio stupito, "E non sapevo che fossi così bravo".

"Davvero posso pubblicarle?" mi domandò Mecenate con sguardo implorante.

"Per ora solo la prima, le altre sono a malapena abbozzate". Stentai a riconoscere la mia voce.

"Posso abbracciarti?".

"Preferirei di no". Non feci in tempo a rispondere che subito mi si gettò al collo, stritolandomi come un peluche. 

"Grazie! Grazie! Grazie!", cinguettò tutto contento, "Sei il migliore, Virgi!". Gli diedi qualche pacca sulla spalla per non essere scortese sotto agli occhi divertiti del ragazzone. Non sapevo cosa ci trovasse di così esilarante nel vedermi così a disagio, ma avevo smesso da un pezzo di farmi domande su Quinto Orazio Flacco.

"Okay, adesso faccio le foto, così ti lascio le carte e a casa trascrivo tutto al pc!". Finalmente Mecenate si scollò e tornai a respirare normalmente. "Non sai quanto io ti voglia bene in questo momento, Virgi!". Gliene volevo anche io, ma non glielo dissi.

"Però dobbiamo trovargli un nome", fece notare Orazio, "Virgi, avevi qualche idea in mente?".

"Beh, all'inizio avevo pensato di chiamarle Ecloghe, ma non mi convince".

"Ma di cosa parlano? In generale dico?" mi chiese il biondino.

"Di niente in particolare, in realtà: ci sono solo dei bovari che conducono i buoi al pascolo, cantano, dormono, vanno dietro a qualcuno e...".

"Che ne dici di Pastorali?" propose il ragazzone.

"Non mi piace".

"De vitae agrestis Musa?".

"Che mi dovrebbe significare, scusa?".

"Boh, non lo so, sparavo a caso".

"Qualcosa in greco magari?", suggerì Mecenate, "Ta bukolika?".

"Solo quelli di Lettere Classiche sanno il greco, Mece", obiettai, "Meglio Bucoliche a 'sto punto".

"Suona decisamente meglio" concordò Orazio.

"Allora vada per Bucoliche? La accendiamo?".

Non mi rendevo conto di quello che stavo facendo. Era tutto così assurdo e surreale che mi sembrava di star decidendo per il lavoro di qualcun altro. Mai mi ero immaginato di far leggere quei versi a qualcuno, figuriamoci pubblicarli sul giornalino universitario! Do la colpa all'alcol e alla mia incapacità di gestire la gente che piange.

"Sì, la accendiamo" dissi convinto.

"Facciamo un brindisi!". Orazio si riempì un bicchiere e lo alzò in mio onore. "Al nostro Virgilio, che ha salvato l'amore mio ed è entrato ufficialmente nel novero dei poeti! Carpe diem, stronzi!".

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Virgilio, Bucoliche, Ecloga I (vv. 1-10), traduzione mia.



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