Capitolo II
Con mia grande sorpresa, fare da tutor alle matricole mi piacque sin dalla prima lezione: il più delle volte dovevo solo controllare che non sbagliassero a tradurre, rispiegare loro qualche costruzione, al massimo rispondere a qualche domanda. Alcuni ragazzi erano meno svegli di altri, certi non si impegnavano più di tanto, ma era stranamente soddisfacente quando mi guardavano e mi dicevano che avevano capito. Poi che spesso le loro versioni fossero imprecise è un altro discorso.
Ero riuscito a risistemare il mio piano d'attacco per la sessione invernale, anche se a costo di non avere più giornate di relax fino a marzo, ma non me la sentivo di lamentarmi: quei pomeriggi senza studio mi permettevano di staccare la testa per un po' e mi motivavano di più a mettermi sotto quando mi sedevo finalmente alla scrivania. In più, il fatto che tornassi a casa tardi e stanco due volte a settimana era la scusa perfetta per ordinare da asporto, visto che Orazio non cucinava.
A sua difesa, ci aveva provato qualche volta, ma era sempre andata a finire male: aveva fatto fuori due padelle, uno canovaccio e mezzo chilo di pasta. Quindi cucinavo sempre io per entrambi e lui, in cambio, lavava i piatti. Eravamo un duo ben bilanciato sotto molti punti di vista e avevamo silenziosamente trovato dei compromessi nella nostra convivenza: nessuno bussava alla porta dell'altro se non in casi urgenti, pulivamo le zone comuni a settimane alterne e concordavamo sempre insieme che cosa mangiare durante la settimana. Immagino che sia il bello di vivere con il proprio migliore amico. In ogni caso, le cose non andavano poi così male per me.
Beatrice, invece, la stava vivendo decisamente peggio: le era davvero toccato far lezione a Dante Alighieri. Il professor Omero aveva avuto la saggia idea di dividere i ragazzi in due gruppi: il primo, quello delle matricole che non avevano mai visto il greco in vita loro, era stato affidato a Bea, che aveva molta più pazienza e dimestichezza di me nel parlare; il secondo, quello di chi aveva fatto il classico, era responsabilità mia. Dante a quanto pare aveva fatto il classico, ma le sue conoscenze di greco erano talmente scrause che Omero aveva deciso di rifilarlo a Beatrice e la cosa non le andava giù.
"Ti prego, salvami!" mi aveva urlato al telefono non appena l'aveva scoperto. Avevo provato a calmarla, a farla ragionare, a rassicurarla, ma niente: l'idea di dover stare un'ora da sola con Dante la infastidiva. O almeno così pensavo.
La verità è che non ho mai capito con esattezza che cosa di Dante le desse così fastidio: più di una volta gliel'ho chiesto e puntualmente attaccava a parlare del suo sorriso inquietante, dei suoi occhietti viscidi e del modo in cui la stalkerava senza alcun ritegno. L'unica cosa su cui riuscivo a comprenderla era la questione dello stalking, ma non l'aveva ancora bloccato, per chissà quale motivo. Fatto sta, comunque, che fare da tutor a quel ragazzo la metteva profondamente a disagio e ogni volta arrivava appositamente in ritardo pur di passare meno tempo con lui.
Poi, un giorno, non si presentò proprio. Io ero nella stanza accanto a fare lezione in tutta tranquillità, convinto che Beatrice stesse facendo lo stesso, quando all'improvviso sentii bussare alla porta.
"Avanti" dissi io. E mi ritrovai davanti agli occhi Dante Alighieri, ancora con il cappello in testa, che mi osservava come un cucciolo abbandonato.
"Scusatemi, sapete dirmi dov'è la Portinari?" chiese con un vocetta imbarazzata.
"Non è di là?" gli domandai a mia volta.
"No". Si fece tutto rosso in volto. "Sono venti minuti che la aspetto e ancora non si vede".
Guardai lui, poi la ragazza a cui stavo facendo tutoraggio, poi di nuovo lui. Non avevo idea di che cosa fare.
"Tu continua pure la traduzione, tu invece aspetta qui", dissi più a me stesso che a loro due, "Io vado un attimo a cercarla".
Provai a chiamarla non appena misi piede fuori dall'aula, ma niente da fare: non rispondeva.
Niente panico, Virgilio. Niente panico.
Controllai il corridoio: niente. Scale d'emergenza: niente. Macchinette: niente. Niente di niente. Provai a richiamarla e di nuovo non mi rispose. Iniziai a preoccuparmi sul serio: per quanto a volte Beatrice si facesse prendere un po' troppo dalle sue paure, non era tipa da scomparire così. Mi sentii uno scemo a pensarla come una persona "scomparsa", ma ero troppo agitato, soprattutto per i miei standard, per badare al lessico. Poi ebbi un'illuminazione: forse era al bagno.
Per quanto non sia quel genere di ragazzo che entrerebbe di proposito nel bagno delle ragazze, soprattutto considerando il fatto che a me le ragazze non sono mai interessate in quel senso, lì per lì non mi posi il problema ed entrai nel bagno delle donne. "Ehi, hai sbagliato porta!" mi gridò qualcuno con aria indignata, ma non ci feci caso e cominciai a chiamare Beatrice.
"Bea! Bea!".
"Ti ho detto che hai sbagliato porta!" continuava a dirmi la ragazza.
"Beatrice! Sono Virgilio!".
"Esci subito!". Provò a trascinarmi via tirandomi per un braccio.
"Ao, nun me caga' er cazzo, che sto a cerca' 'n'amica mia! Eh che cazzo!" sbottai per il nervoso.
Lei ammutolì e mi guardò con aria perplessa, soprattutto quando vide Beatrice uscire da uno dei cessi.
"Stai bene?" le domandai sforzandomi di ritornare calmo.
Fece cenno di no con la testa.
"Ti senti male?".
Di nuovo "no". Solo allora mi resi conto che stava piangendo.
A me non sono mai piaciute le persone che piangono. So che piangere fa bene perché ti aiuta a sfogare le emozioni, ma ogni volta che vedo una persona che piange non so esattamente che cosa dovrei dire o che cosa dovrei fare e mi sento profondamente a disagio, soprattutto se è una persona che conosco e a cui voglio bene. E Beatrice era una di quelle. Mi sentivo ancora gli occhi della tipa puntati addosso, insieme a quelli di altre ragazze che sembravano apparse così dal nulla, e mi sentii all'improvviso come una sorta di esperimento riuscito male.
"Ti va di parlarne fuori?" chiesi a Beatrice porgendole la mano. Lei la afferrò e uscimmo insieme sul corridoio.
"No, non voglio andare là" sussurrò lamentandosi.
"E noi non ci andiamo là: qual è il problema?". Le porsi un fazzoletto. "Restiamo qui per tutto il tempo che vuoi, okay?". Non era okay per niente, ma la mia priorità era che si tranquillizzasse almeno un po'.
"Okay". Si soffiò rumorosamente il naso. "Grazie".
"Figurati". Aspettai con pazienza che si ricomponesse. "Che cos'è successo?".
"Dante... Non lo so... Io...". Tirava su col naso come se stesse sul punto di scoppiare a piangere di nuovo. "Mi sento così a disagio quando sto con lui, capisci?".
"No, Bea, non capisco", non le mentii, "Ma probabilmente è perché sono un maschio e quindi un coglione".
Accennò un sorriso. "C'è qualcosa nel modo in cui mi guarda che mi fa sentire così... troia. E non in senso positivo". Neanche sapevo che ce ne fosse uno.
"Allora proviamo a fare così: tu per questa mezz'ora fai tutoraggio alla ragazza che ho io. Ti posso assicurare che è etero e molto schiva, quindi non ti darà fastidio. A Dante ci penso io", cominciai a parlare senza nemmeno riflettere, "Non penso che il professor Omero ci farà storie se ci scambiamo due studenti, no? E lo stesso le prossime volte: Dante lo prendo io e tu...".
Non feci nemmeno in tempo a finire la frase che Beatrice mi era già saltata addosso e mi stava abbracciando. La lasciai fare, mi limitai a darle qualche pacca sulla schiena.
"Grazie, sei davvero un tesoro" sussurrò.
"Ma di nulla. Anzi, non so nemmeno perché non ci abbiamo pensato prima!". Mi sentii davvero uno scemo.
Finalmente mi si scollò di dosso e si passò di nuovo una mano sulle guance per asciugare le lacrime.
"Vuoi un altro fazzoletto?".
Mi fece di nuovo cenno di no con la testa.
"Okay, possiamo andare" mi disse quasi sospirando.
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