Capitolo 1
Ho sempre pensato che finito il liceo avrei avuto una chiara idea di che cosa fare della mia vita, che avrei trascorso gli anni successivi tra libri, feste universitarie e tanta gente nuova.
Pensavo che avrei aperto un blog sui libri, che qualcuno avrebbe notato i miei romanzi pubblicati sui siti online, pensavo che avrei viaggiato, visto tante città, assaggiato piatti tipici, accumulato foto di squarci di mondo.
Ciò che davvero non immaginavo era che sarei finita a lavorare al McDonald, senza la più pallida idea di come rispondere al quesito "Cosa vuoi fare da grande?"
Di sicuro non voglio friggere patatine e preparare McFlurry per tutta la vita, ma per ora mi basta per pagare l'affitto e mettere da parte qualcosa (in realtà non proprio, visto faccio altri due lavori) ma tutto sommato potrebbe andarmi peggio, potrei stare ancora a casa dai miei, per esempio.
I lati positivi, però, ci sono: tipo adesso sto mangiando gratis un McFlurry gusto Smarties, perché ho sbagliato un ordine e Leon (il capo) dice che non dobbiamo sprecare il cibo, per non sprecare intende che se ci sono problemi con gli ordini, li dobbiamo risolvere mangiandoli.
Comunque il tipo del McFlurry è arrivato circa un'ora fa con il suo gruppetto di amichetti, di ritorno da una nottata in qualche locale probabilmente. Stanno al tavolo in fondo alla sala, abbastanza nascosto, stanno sghignazzando da quando si sono seduti e io mi annoio quindi ho sentito che la sua amica bionda ha rimorchiato uno, ma ora non sa se scrivergli su Instagram. Avranno massimo diciotto anni e io so che a quell'età le cinque di mattina sono le undici di sera, ma io in questo momento vorrei solo che si alzassero e se ne andassero, così posso chiudere e tornarmene a casa anche io. E poi vorrei anche dirle di scrivere al tipo, perché non siamo nel 1800 e può farla lei la prima mossa.
Ho il tempo di esaurire le vite di Candy Crush, quando finalmente decidono che è tempo di tornare a casa e io non so quali santi ringraziare quando li vedo uscire dalla porta.
Prendo il cellulare per avvertire Neva, la mia coinquilina, che sto tornando a casa, ma non faccio in tempo nemmeno a togliermi quello stupido cappellino che ci costringono a indossare che sento di nuovo la porta aprirsi.
Mi trattengo dall'insultare il nuovo cliente, dandogli le spalle per non cadere nella tentazione di sbatterlo fuori, e quando, con il sorriso più falso che sono riuscita a forzare, mi volto, me lo ritrovo davanti, dietro il bancone delle ordinazioni.
Lo guardo per un momento con un sopracciglio sollevato: ha un cappuccio tirato sulla testa e un paio di occhiali da sole, anche se siamo in piena notte, la barba poco curata, lasciata crescere da qualche giorno, e si guarda intorno come se si aspettasse qualcuno alle spalle pronto ad aggredirlo.
Che sia un ricercato?
In effetti ha un'aria stranamente familiare, ma forse perché da quando lavoro qui vedo tante di quelle persone che finiscono un po' per assomigliarsi tutti, anche se di sicuro uno che si presenta con gli occhiali da sole in piena notte probabilmente non passa inosservato.
«Mi fai un menù Crispy McBacon con patatine grandi e Coca zero? Veloce per favore» sussurra con lo sguardo basso, come se mi stesse confidando la ricetta segreta del Krabby Patty.
Io lo guardo stranita, catalogandolo già mentalmente nella mia lista di "clienti bizzarri, categoria "C": "comportamento da potenziale serial killer", e segno sul monitor l'ordinazione.
Appena mi paga, vado a preparargli l'ordine, anche se con la coda dell'occhio sbircio: sembra sulle spine, si guarda intorno continuamente, in tutte le direzioni. Potrebbe davvero essere un ricercato. Poi mi viene da ridere pensando che se fossi un ricercato probabilmente l'ultima cosa che farei sarebbe andare al McDonald per mangiare un panino.
Dovrò raccontarlo a Neva, lei adora i tipi strani e le storie di questo tipo sui clienti.
«Ci vuole tanto?» mi domanda, affondando le mani in tasca.
Io mi innervosisco, «Ho due mani. Non so, vuoi per caso venire qui e fartelo da solo?»
Lui non dice niente per un attimo, poi, in un nano secondo, scavalca il bancone e me lo ritrovo a pochi passi da me.
«Che diavolo stai facendo?» urlo, allungando le mani in avanti di istinto.
Ben fatto, Ariana, non te l'hanno insegnato che non si provocano i potenziali serial killer?
«Hai detto che potevo farlo da solo. Lo sto facendo.»
Io lo guardo allibita. «Ero ironica. Io-non puoi stare qui, senti devi-».
Lui ride.
Ride.
Perché ride?
È forse pazzo? Ubriaco?
«Senti, ho fretta, dimmi solo che devo fare. Che ci vorrà mai a fare un panino?»
Io non so che dire. Non mi era ancora mai successa una cosa del genere. E lavoro al McDonald da tre anni, di cose strane ne ho viste davvero parecchie.
«Ho un'idea migliore. Perché non ti siedi, ti scarichi un'app sul telefono e ti dedichi a superare qualche rompicapo mentre io lavoro?» sbotto.
«Te l'ho detto: ho fretta».
«Allora forse non dovevi fermarti al McDonald, ma andare nel posto in cui devi andare con urgenza, non ti pare».
«Si chiama fastfood, pensavo fosse più fast».
Io lo ignoro, mentre lascio scivolare il panino nel sacchetto per gli ordini da portar via, per poi dedicarmi alla macchina delle bevande. Lui non accenna a voler tornare dietro il bancone, dove dovrebbero stare i clienti.
«Sei un ricercato per caso?» non posso far a meno di chiedere, mentre osservo la coca cola cadere giù nel bicchiere, riempiendolo.
Lui ghigna, «Una specie.»
Io lo guardo con sguardo eloquente.
«Diciamo solo che non potrei stare qui».
Ora più incuriosita che infastidita, lo guardo meglio: ha la pelle leggermente abbronzata, la felpa non è una semplice felpa, ma di uno di quei brand che non mi potrei permettere nemmeno se lavorassi dieci vite e una miriade di tatuaggi sparsi un po' ovunque, in particolare riesco a decifrarne uno sul collo "Tudo Passa". «E perché?»
«Sei troppo curiosa.»
«Se ho a che fare con un latitante ricercato vorrei almeno saperlo.»
«Se fosse così sarei costretto a ucciderti, quindi sarebbe meglio che tu non facessi domande» dice mentre in due falcate si porta davanti alle patatine che stanno friggendo nell'olio bollente.
«Che stai facendo?» dico, mentre lo vedo armeggiare con la saliera.
«Tu pensa alla coca cola, io alle mie patatine, così io ho il mio ordine, tu puoi tornare a casa e siamo tutti felici.»
«E sai che devi fare?» dico, mentre lo vedo un po' in difficoltà.
«Che ci vorrà mai» risponde, per poi guardandosi intorno senza avere la minima idea di dove mettere le mani.
«Lascia stare, prima che ti ustioni» dico, spintonandolo per mettermi davanti a lui.
Lui alza le mani e fa un passo indietro, «Ai suoi ordini, Ariana».
Io mi irrigidisco, «Ci conosciamo?»
Lui ride, «La targhetta» tossisce, soffocato dalle risate.
Mi do da sola della stupida, la targhetta, certo. Eppure...
Perché mi sembra di conoscerlo?
«Così però non è equo. Tu sai il mio nome e dove lavoro, mentre tu sei l'uomo del mistero, apparso qui dal nulla come se stessi fuggendo da chissà chi.»
«Se vuoi sapere come mi chiamo, basta chiedere...»
Io gli do le spalle, mentre sistemo le patatine nel classico contenitore rosso, «Come ti chiami, uomo del mistero?»
«Non te lo dico.»
«Almeno puoi toglierti gli occhiali da sole? Un secondo? Voglio solo capire se ci siamo già visti.»
Lui ride, «Non credo, Ariana. Sai... non frequento il quartiere di solito.»
«Sì, lo avevo intuito» dico sarcastica, pensando alla felpa da miliardario, «Ti sei perso mentre cercavi la strada per il tuo Yacht?»
«Nah... Solo una terribile voglia di McDonald».
«Tu sai che esiste una cosa chiamata Deliveroo, vero?»
«Ero di strada».
«Di ritorno dal carcere da cui sei evaso?»
Lui afferra il sacchetto che gli passo e sorride, «Lo sai, Ariana, dovrei proprio farti una pessima recensione sull'app. Per avere questo menù ho atteso un'eternità e mi hai fatto il terzo grado.»
Io alzo le spalle, «E io potrei mettere online la foto che ti ho fatto di nascosto prima, così chi non deve sapere che sei qui, lo saprà...»
«Quando mi avresti fatto la foto?»
Io gli faccio l'occhiolino, «Non svelo i miei trucchi... Buonanotte o buongiorno. O qualsiasi cosa sia. E beh.. addio, immagino.»
Lui mi guarda, «Davvero non hai ancora capito chi sono?»
«Mi dispiace... forse non sei famoso quanto credi, superstar?»
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