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Sarei felice se...


Ormai è la terza volta che riprovo a scrivere.


Il primo testo che ho "tirato su" era una roba lunghissima, apparentemente intricata e complessa che poi aveva un risvolto banale. Rileggerlo era noiosissimo e mi faceva sentire in qualche modo male. Un testo che doveva parlare di cosa fosse la mia felicità mi faceva provar di tutto tranne che quel sentimento. C'era decisamente qualcosa che non andava.


Non ho la più pallida idea di come iniziare. Di solito parto sempre alla larga prendendo in esame i concetti da un punto di vista più globale e poi in qualche modo ci butto dentro tutti i miei sentimenti. Si tratta sempre di queste lunghe e ramificate riflessioni che poi sono un po' senza capo né coda. Sembra che questa volta il mio approccio debba essere diverso.


Mi renderebbe felice sapere che domani c'è il sole e fa caldo.


Mi sveglio presto ma non sono stanca e la notte prima non sono nemmeno andata a dormire presto, perché il buio e il silenzio di quel momento della giornata sono un dono divino che ci è stato dato per avvicinarci un po' di più alla nostra esistenza. Ecco perché non posso assolutamente sprecarlo. Quando è notte può anche permettersi di piovere. Il suono della pioggia sul tetto in legno. È come se Dio suonasse per me.

Durante la notte è buio. È per questo che siamo tutti più soli e più vicini tra di noi e in noi. Nulla ci distrae perché non c'è nulla da vedere. Tutti gli altri sensi si affinano, soprattutto il sesto. Le emozioni escono fuori di getto, insieme, incastrate come le pietre di un fiume che tentano di passare da un buco di una diga, come quando bisogna salire sull'autobus e le persone spingono e si ammassano. Per entrare sempre lì, alla fine siamo tutti seduti però vogliamo essere i primi ad entrare. È che l'uomo si sente sempre così solo e a volte ha bisogno di contatto, di scontrarsi con la spalla di qualcun'altro e di farsi pestare un piede.

Vorrei svegliarmi con il cielo azzurro e il sole che splende. Vorrei che il sole si alzasse prima di me. Come quando devo andare a scuola e c'è mia mamma che mi aspetta giù con la colazione pronta. Mi da' un senso di sicurezza e mi fa sentire meno sola. Il sole veglia su di me al mattino esattamente come lo fa mia madre.


Se fosse la mia giornata ideale allora dovrei leggere un bel libro in giardino mentre prendo il sole. Con bel libro intendo un'opera degna di essere chiamata tale. All'altezza di "Cent'anni di solitudine", di "Narciso e Boccadoro", de "L' eleganza del riccio", di "Novecento", di "Dal Big Bang ai buchi neri"...

Dovrei guardare un bel film. Con bel film intendo un'opera degna di essere chiamata tale. Non riguardo mai un film due volte, esattamente come non rileggo mai un libro due volte (è come se sapessi che non c'è tempo da perdere con tutto quello che devo recuperare), eppure son quasi certa che riguarderei "2001: Odissea nello spazio" o "La vita di Adele". Dipende dal momento. Con il primo film non perderò mai tempo, ogni volta è come vedere qualcosa di totalmente nuovo. Con il secondo film mi sembra di toccare con le dita la sfera dei sentimenti umani: è una necessità.

Se fosse la mia giornata ideale dipingerei, avrei l'ispirazione subito senza bisogno di dover copiare un altra opera e con la sicurezza di non finire con il pasticciarmi tutte le mani e la faccia. Perché di solito finisce così. Mancandomi le basi non so muovermi da sola e mi arrabbio e allora mi coloro ovunque e marco la tela con le mie impronte. Rozze e inesperte.Poi infilo tutto nel cassetto dei disegni falliti, in pratica il cassetto che racchiude tutti i disegni in cui ho provato a non copiare altri disegni partendo da mie personali iniziative.


No. Se fosse la mia giornata ideale non ci sarebbero gli altri.Ci sarei io.


È ironico perché la mia più grande fobia è l'abbandono, qualcosa che in un modo o nell'altro comporta la solitudine. Eppure sembra che a me questa solitudine piaccia in fondo.

Non ci sarebbero gli altri. Nella mia giornata ideale dovrei essere nello stato d'animo per cui quest'assenza non sia sofferta. Perché qualche volta la soffro.

La mia famiglia potrebbe esserci, in una sorta di pranzo dove si scherza e si ride, cose superficiali, cose serene. Situazione che ho sempre apprezzato quella del pranzo in famiglia. Il punto è che quell'atmosfera di perfezione e serenità è venuta a mancare.


Una volta ho pensato di essere come una persona che non subisce l'effetto della forza gravitazionale: non è saper volare ma volare letteralmente via. Non c'è scelta. Puoi solo ancorarti al terreno con qualcosa che invece subisce quell'effetto.

Allora i miei scarponi di piombo sono diventati la mia famiglia e mi sono tenuta ancorata così. Poi qualche volta ho guardato dall'alto le persone che camminavano giù e loro si sono accorte di me. Continuare a tenermi la mano tentando di farmi camminare con loro era difficile e faticoso, per entrambi. A volte è bastato il loro sguardo a farmi scendere un po' e allora mi sono avvicinata per la prima volta a un essere umano.

Non era uno scarpone né un'ancora, era uno sguardo più forte della forza gravitazionale inversa che sembrava agire su di me. Mi faceva stare giù, un po'. Mi sentivo benissimo. Per la prima volta non mi sentivo sola, ero più felice che mai. Eppure continuavo a levitare, le nuvole mi mancavano e camminare mi stancava nonostante non fossi più sola. Decisi di provare a portar su con me la persona che mi aveva tenuta giù con lei. È più difficile volare senza ali piuttosto che camminare con le ali. Ho forzato troppo la mano e ho perso il mio riferimento. Sono tornata su e il mio palloncino è tornato giù. Forse era giusto così, eravamo semplicemente fatti diversamente.

Sono rimasta con gli scarponi ai piedi e ho imparato a fare amicizia con le persone da lontano. I miei piedi sfioravano le spalle della gente e questo era il massimo contatto che c'era. Non ho riprovato a portar su qualcuno, non ne valeva la pena, né per me né per loro. Mi sono limitata a restare lì a vagare un po' tra le nuvole e un po' tra le spalle della gente che incuriosita mi guardava come se dalla mia altezza volessi impormi su tutti gli altri. Ma non è mai stato così. Non ho mai voluto esser giù con loro, non sarei stata io, ma allo stesso tempo non li ho mai derisi o sottovalutati. Sono modi di camminare diversi. Ho sempre solo cercato un minimo di contatto.

Ho iniziato a slacciarmi gli scarponi quando mi son resa conto che stringevano troppo. Tuttavia non ero io che stavo crescendo ma gli scarponi che sembravano essere meno comodi del solito.Non erano scarponi perfetti, non esistono scarponi perfetti lo so però il fatto che io avessi sempre creduto lo fossero ha avuto un forte impatto.

Sono arrivata a un limite. Il piede destro mi faceva malissimo, era insopportabile. Lo scarpone stringeva, pungeva e graffiava, e poi l'oro di cui era dipinto luccicava come se volesse distrarmi dal dolore. Non valeva più la pena tenerlo.

Prima di tutto ho iniziato a scorticare quell'inutile placca d'oro per scoprire il piombo di cui realmente era fatto lo scarpone, l'ho graffiata più e più volte facendomi male io stessa alle unghie che grattavano sopra, ma prima avevo bisogno di veder lo scarpone per quel che realmente era. Solo vederlo in quelle condizioni mi avrebbe dato il coraggio di prenderlo e cacciarlo via.


Da quando son rimasta con un unico scarpone la forza che mi tiene ancorata a questo mondo è sempre meno. Ho scoperto che nonostante abbia tirato via quell'inutile scarpone destro c'è un filo rosso legato alla caviglia che resta lì, è meno forte del piombo ma c'è. Con quello non posso farci niente, forse potrei ma credo che sia quasi una parte di me. Nel tagliarlo farei più male a me che a lui probabilmente.


Se fosse la mia giornata ideale non saprei dire se preferirei scoprire che ho un paio di scarponi realmente in oro da poter indossare o trovare qualcuno disposto a restare a mezz'aria con me. Se fosse la mia giornata ideale dovrei affrontare le mie paure per il puro piacere di sapere dopo che ce l'ho fatta e che son fiera di me. Se fosse la mia giornata ideale potrebbe essere la volta buona per volarmene via. Magari il cielo è abitato così come lo è la Terra. Solo che io stando sempre a metà ho finito col ritrovarmi sola.Forse potrei dirmi felice in ognuna di queste tre situazioni.La prima è facilmente irrealizzabile. Per il resto non saprei quale potrebbe essere la migliore tra le ultime due opzioni.

Se io fossi felice so che dovrei essere libera. Libera per quanto possibile: fili rossi a parte.

Sono felice quando trovo un contatto con gli altri. Sono infelice quando questo contatto è finto. Sono felice quando c'è il sole.


Non c'entra niente con il conoscere in modo più approfondito il mondo attraverso lo studio. Non è mai stato lo studio, è sempre stato il contatto. L'arte è l'unico mezzo che ti permette di entrare davvero in contatto con un mondo. Sapere come è fatta una molecola che compone l'acqua ti rende apparentemente più informato sull'acqua ma non ti avvicina ad essa in nessun modo. 


Non è sapere ma conoscere. Sono felice quando conosco, non quando so , qualcosa. Questo accade solo quando c'è un legame e il mio legame è dato dall'arte. Non c'è altro modo.

Non faccio i miei soliti discorsi da anarchica o da eremita, forse vado ancora oltre alla semplice volontà del voler estraniarsi dalla società. È più che altro un'immersione totale. Più mi voglio allontanare più devo buttarmici dentro a capofitto per comprenderlo meglio.


Sarei felice se nella mia vita potessi nuotarci.


Angolo Immagine

L'opera intitolata "Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?" è di Paul Gaugin. La prima volta che l'ho vista ho pensato immediatamente a "Cent'anni di solitudine" di Marquez e io credo che quel libro racchiuda anche un po' questa mia divagazione sulla felicità. Sarà la vicinanza alla natura, la storia di una famiglia che dura cent'anni, la storia di una solitudine che si ripete... vi giuro che non ne ho idea, eppure sento dentro di me quella medesima pulsione che batte guardando il dipinto, pensando al libro e leggendo questo mio testo.

Vita e Morte. E tutto ciò che ci sta in mezzo

#Lettura dell'opera di Marquez consigliatissima, libro meraviglioso, non fatevi frenare dall'apparente (e anche reale okay) complessità dell'albero genealogico]


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