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Libera di cadere


25.02.2023

Mi guarda con uno sguardo tristissimo.

Succede che sono lì, incastrata in un gruppo di persone nel concreto e incastrata tra i miei pensieri nell'astratto, e incrocio i suoi occhi, i nostri occhi si vedono, si guardano un attimo. C'incateniamo per un secondo, come se ancora esistesse un noi, come se alla fine esistessimo ancora l'una per l'altra. Io che pensavo di no. E mentre ci tiriamo questa corda che ci lega per un istante, vedo che ha lo sguardo tristissimo.

Mi chiedo: sono io? Sono io che rendo triste quello sguardo? Ma forse sbaglio a pensare ai suoi occhi come uno specchio umano che prova compassione nei miei confronti, sono solo occhi e sono i suoi, mi riflettono ma s'incurvano dentro di lei e io non c'entro nulla, lì dentro non ci sono.

Così poi smetto di restare appigliata, come se per un attimo si fosse incastrato un filo invisibile in un ostacolo invisibile, e torno a esistere da sola.

È così che mi sento, che mi percepisco, come se anch'io m'abbandonassi, esterna a tutto ciò che c'è di esterno a me e inoltre esterna a me stessa, io stessa. Per un attimo lascio vuoto il mio corpo, o la mia mente, o me tutta, corpo mente, quel che c'è che sono.

Peso, vorrei staccarmi un attimo. Ho questo moschettone che mi tiene, vorrei solo sganciarlo, per un attimo.

Sento il peso di me stessa gravare su me stessa, mi peso.

Provo a correre via, a fuggire, ma non riesco. Come se cercassi di scucire la mia ombra, non si può. Una lampada m'illumina, ogni giorno, ogni istante. Un faro puntato addosso che mi giudica, che mi rende impossibile nascondermi.

Un faro durante l'intera giornata, la mattina quando apro gli occhi, la notte quando anche senza aprire gli occhi sono sveglia.

Mi sento legata, mi sento ostaggio di me stessa.

Li guardo come se non esistessero davvero, anzi no, come se esistessero loro più di me, come se io fossi troppo invisibile e leggera per riuscire a esistere tanto quanto esistono loro. Loro sono qua, io dove sono?

Stanca di tentare di prender forma, occupare uno spazio, un volume. Come posso pensare di tagliare lo spazio a metà con qualcuno? Io non ci sono, non più.

Sempre più in aria.

Ma prima credevo fosse quasi sinonimo di superiorità, che egocentrica, e invece no, è sinonimo di debolezza, di inadeguatezza. Sono fatta della sostanza sbagliata, è il pianeta sbagliato: sono troppo leggera per star qua come stanno gli altri, ci metto troppo poco a perdere il contorno che mi rende, mi definisce.

Quanto bisogna premere per vedere sangue?

Quello che penso è che forse, ora, posso dedicarmi. Posso essere libera, posso sbagliare, posso lasciarmi andare. Non ho voglia di controllarmi e vediamo dove vado.

Non lo devo a nessuno, non c'è bisogno di dirlo, non faccio un torto a nessuno.

Non devo preoccuparmi perché da sola sta tutto a me. Non ho responsabilità, verso nessuno.

Non lo devo a nessuno.

Non lo devo a nessuno.

Sta a me, ha a che fare solo con me.

Sono libera.

Non m'interessa più. Giusto, nei miei confronti, no non m'interessa. Ora non m'interessa. Ho bisogno di lasciarmi andare.

Lasciatemi, lasciatemi stare, lasciatemi odiare me stessa un attimo, lasciatemi sfogare, sono stanca, sono stanca di impegnarmi, di fare le cose giuste, di pensare le cose giuste. Datemi questa libertà perché sono libera, perché sono stanca di impegnarmi per gli altri e dover curare gli altri e insieme me stessa, perché alla fine della storia sto male, sto sempre male, sto sempre peggio. Ma allora che senso ha?

Allora preferisco non prendermi cura di nessuno né di me stessa, perché non ho le forze. Perché me le han tolte tutti, perché me le tolgo io da sola.

Non venite a pesarmi, fatemi fare, ho bisogno di essere libera dalle emozioni, dalle speranze. Non voglio più speranza, voglio abbandonarmi un attimo. È faticoso, capito, è faticoso, e voglio solo un attimo per fermarmi. È che ho sempre cercato di trascinarmi in piedi, di trascinare qualcuno con me, e restare sulle due gambe, non cadere, non far cadere, è faticoso.

Lasciatemi cadere, un attimo.

Solo nel buio mi sembra di poter respirare un secondo.

Lasciate che mi odi per un attimo, perché sono stanca.

È meno doloroso, è meno doloroso di cadere, di cadere spinti dagli altri. Lasciatemi cadere per mano mia ora.

Sono stanca.

La mia testa è stanca, non si ferma un attimo. I miei pensieri non si fermano un attimo, si rincorrono e mi rincorrono, e formano un vortice dentro di me che m'inghiottisce e mi fa sparire, ecco perché a volte non mi vedete.

Non mi guardare con quegli occhi, non mi guardare, ti odio, vi odio, mi odio. Non mi guardare, cosa pensi, cosa credi? Io non ti devo più niente. Non devo più niente a nessuno.

Mi fate cadere, lasciatemi stare per terra.

Basta, basta spintoni e scuse.

Scusami, scusami.

Non volevo che cadessi, non volevo farti cadere.

Allora vattene, neanch'io volevo mi facessi cadere.

Fa più male spingere che cadere.

Non m'interessa, non ora, quindi vattene e non ti voltare.

Non guardarmi ancora dispiaciuta per avermi fatto cadere, non guardarmi dispiaciuta perché mi sto lasciando cadere.

Non guardarmi perché non devo più niente agli occhi di nessuno e sono libera.

Sono libera da te, da voi, e ora sto cercando di liberarmi anche di me.

Un motivo, un motivo ci sarà se mi buttano tutti a terra. Ma io ne trovo mille di motivi, mi avete abituata a star per terra, allora me lo merito. Forse me lo merito di star qua se mi ci ritrovo in continuazione.

Non m'interessa la logica, la logica è per chi non è stanco e io sono stanca.

Lasciatemi essere stanca.

Lasciatemi stare.

Non mi guardate.

Lasciatemi in preda alle urla dentro di me, agli acuti della mia testa, alle giravolte delle mie emozioni.

Staccatevi da me perché io mi sto staccando da me stessa.

Scollatevi.

Abbandonatemi.

Non voglio un altro peso addosso, non voglio dover stare in piedi perché qualcuno mi guarda.

Non voglio esistere quindi smettete di guardarmi così che io possa smettere di esistere per un attimo.

Basta chiedermi di resistere.

Basta.

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