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L'Altro


Potrei dare un buon elenco di definizioni oggettive per definire l'Altro. Ma ha davvero senso?Posso dire che è qualcuno di esterno a me, con cui condivido più cose di quante ne possa immaginare, ma questo non cambierà mai il fatto che ognuno di noi si senta unico e completamente diverso dall'Altro. E già per questo motivo ha poco senso parlare di ciò che effettivamente rappresenta se poi per me la sinfonia è tutta un'altra.


L'Altro è tale perché al di fuori di me. Non posso sapere cosa fa a meno che io non lo veda e, comunque, anche in quel caso non potrei sapere la motivazione del suo comportamento.

 Posso interagire con lui perché parliamo una lingua comune: quella umana. E proprio per questo so anche che può benissimo mentirmi o celarmi un pensiero se volesse.

L'Altro è totalmente staccato da me perché lui ha la capacità di mentire e io non ho la capacità di leggergli nel pensiero. 

Basta. Questo determina un varco.

L'unico ponte possibile per poter interagire con l'Altro è quello della fiducia. Si può costruire insieme o da soli, ma questo non cambia il fatto che possa crollare da un momento all'altro. E tu crolli insieme a lui.


L'Altro è altro. Fuori. Ci sono io e poi c'è l'altro.


Non è egocentrismo, secondo me è normale che ognuno di noi si pensi al centro del proprio sistema di riferimento. Questo perchè noi, per noi stessi, siamo le costanti. Questo è il punto. Tutti gli altri ci sono, girano intorno a noi ma potrebbero benissimo cambiare sistema, sparire, star troppo vicino. 

L'Altro è una variabile. Non puoi controllarlo così come lui non può controllare te. Ed è un bene quest'ultima cosa ma allo stesso tempo non avere il controllo sugli altri dà quasi fastidio.

Non sai cosa aspettarti dall'Altro. Mai. Non potrai mai conoscerlo al cento per cento. Mai. Non ci sarà mai una fusione tra due persone, non è possibile. E quando sembra accadere non è nemmeno sano.Inevitabile è la solitudine. E tutti vivono facendo finta di niente e la differenza tra me e gli Altri è che io riesco a far finta di niente per un po' ma poi ho i miei momenti in cui mi sento sola, così come esattamente è.


Siamo tanti piccoli cosmi che gravitano uno intorno all'altro senza mai davvero sfiorarci, ci possiamo avvicinare e allontanare. Come due magneti puntati dal lato della medesima carica. Ogni cosmo ha i suoi pianeti, le sue stelle, le sue galassie, i suoi buchi neri... Puoi parlargliene all'Altro ma lui non sarà mai in grado di sentirli come li senti te. Magari li vede da lontano ma non li può sentire.Se hai poche stelle, poche galassie, pianeti... magari non te ne frega nulla di mostrarli o se lo fai non c'è nemmeno bisogno di dilungarti troppo. Ma io nemmeno so se il numero di tutti questi elementi è uguale per tutti, se gli elementi in questione sono uguali, simili, diversi. Non ho certezze. Mi esprimo sempre quando ho delle certezze, qua non ne ho e mai ne avrò. Come posso esprimermi?


Ho sempre temuto l'Altro perché non è me. Cambia tutto. Vaglielo a dire ad Einstein che la sua teoria della Relatività non è in accordo con la fisica classica.

Kant ha sempre parlato dell'impossibilità di conoscere l'essenza della realtà, il Noumeno. Più o meno quella è la mia stessa motivazione. Non potrò mai conoscere il Noumeno delle persone e questo mi frena, mi fa voltare e tornare indietro.

Non è come per gli oggetti. Tolstoj me l'ha fatto capire ancora più chiaramente. Se la mia vita è come un mulino ad acqua che macina del grano, la fonte sarà anche l'acqua ma stare ad indagare sull'essenza dell'acqua stessa non mi è funzionale, m'importa del grano che ne esce fuori.Le persone però non sono come l'acqua, non sono come l'albero, il vento, la mela... agli oggetti non interessa che tu veda la loro essenza e a te non interessa scoprirla. Non ti è funzionale, potresti farlo per semplice hobby ma non avrebbe alcuna utilità. (Almeno per quanto ne sappiamo noi).Le persone vogliono essere capite, vorrebbero che tu potessi scoprire il loro Noumeno, o forse no, sono incoerenti. Se non le comprendi a pieno si sentono incomprese e se invece ne sei capace si sentono vuote e senza alcuna utilità. Almeno per me vale così.


Siamo soli nel presente ma in realtà ognuno di noi contiene una miriade di antenati. Come tanti cosmi che s'inglobano.La figura del figlio racchiude la fusione tra due cosmi, la incarna. Ne è la prova e il risultato stesso. Forse due cosmi possono scontrarsi ma dura un attimo e da quell'attimo, da quell'urto, quell'interferenza tra elettroni, esce fuori la natura corpuscolare della luce. Un grafico che mi dice:"Per un attimo non eri solo".

Curioso.

Ecco cos'è l'Altro. Un cosmo a cui gravitare intorno, scontrandosi e allontanandosi.

Forse ho capito perché i figli sono così importanti per i genitori.

Il problema è che un figlio è destinato ad allontanarsi come gli altri cosmi. Forse l'uomo fa figli per sperare di non esser più solo e poi è quasi una delusione per lui scoprire che quella forza di repulsione rimarrà ugualmente anche per un cosmo a cui si è data la vita stessa.


Angolo Immagine

"Sera sul viale Karl Johann" di Edvard Munch. Già dall'opera de "L'urlo" era abbastanza ovvio quali fossero i sentimenti turbolenti e contrastanti del pittore, qua però è messo in evidenza il particolare della solitudine, dell'alienazione. Da chi? Dall'Altro. L'Altro è incarnato da più persone ma tutte con lo stesso volto, apatico e adatto al loro modo di vivere. Munch si sente al di fuori di tutto ciò, esterno ma soprattutto intoccato da ciò che lo circonda.

Alienazione.

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