Big Crunch
Per essere apprezzati come scrittori bisogna scrivere qualcosa di originale, e se non lo è che sia almeno ben scritto.
Non lo so se è possibile scrivere qualcosa di davvero originale, in un modo o nell'altro si scopre sempre che c'è stato qualcuno prima di noi che l'ha già scritto (o fatto), e anche meglio. (Di solito i greci).
Stavo proprio leggendo un romanzo di Sartre dove il protagonista dice che quando si tiene un diario bisogna stare attenti a ciò che si scrive: non esagerare. Non trasformare un oggetto che di solito nemmeno consideriamo, in chissà quale elemento fondamentale e rappresentativo del nostro inconscio. Evitare queste strane, un po' psichedeliche e fuori luogo, descrizioni di una stupida matita posata su un tavolo.
Effettivamente ha senso. Ci ho pensato, di sfuggita. Se mi soffermassi sulla descrizione accurata, minuziosa e psicologica, della matita sulla mia scrivania, vorrebbe dire che non so di che diavolo parlare, o che mi sto esercitando per un compito scolastico, o che, al contrario, sono un qualche genio pazzo che riesce a scoprire l'ignoto dietro la stupida immagine di una matita.
La verità però è che io non so più di che diamine parlare. Divoro libri per assimilare più nozioni possibili e, soprattutto, per navigare tra diversi stili di scrittura. Anche perché di solito dopo qualche mese il contenuto del libro è per me già un mistero.Quando termino la lettura mi viene un'irrefrenabile voglia di scrivere. E questo non succede solo con i libri, ma anche con il canto, il disegno e quant'altro. Tendo a imitare, a quanto pare. Sento un'esibizione canora meravigliosa e mi vien voglia di cantare, vedo un ragazzo che suona il pianoforte come se stesse danzando con le dita e mi vien voglia di suonare, vedo un disegno ben fatto e mi vien voglia di disegnare... e così via.
La mia voglia di voler esser parte di un "Anch'io" , cresce e mi porta a fare di tutto. E' così forte che quando inizio m'illudo che sarà tutto perfetto: che scriverò un ottimo romanzo, che canterò come una professionista, che farò un bellissimo disegno o che imparerò in mezz'ora un nuovo spartito al pianoforte.
Poi in realtà non è mai così: non canto come loro, né disegno, scrivo o suono come loro. Deludo sempre le mie aspettative. Ma perché è normale così, non posso aspettarmi di riuscire a far tutto di colpo solo perché l'ho visto fare a qualcun'altro.
Questa cosa mi da' sempre fastidio, e chi s'impegna tutta la vita in quel che fa avrebbe voglia di mandarmi a quel paese se leggesse ciò. Nulla viene così a caso, si può nascere con qualche predisposizione particolare (che raramente chiamo talento, mi da' fastidio anche pensare che possa esistere), ma se non si cura questa muore subito.
Probabilmente è legato alla pazienza, forse non ne ho. Quando desidero qualcosa non voglio assillarmi, mi stressa perché se desidero qualcosa non mi piace aspettare, per cui la maggior parte delle volte me ne dimentico totalmente finché non arriva il momento giusto.
Però ci son quelle volte in cui m'esplode in petto la voglia di cambiare drasticamente qualcosa nella mia vita, questo sentimento è come un tuono che si preannuncia e mi romba dentro. Contenerlo è difficile, a volte devo cambiare colore dei capelli, a volte vestirmi in un modo totalmente diverso dal solito, a volte devo farmi un buco in più all'orecchio o che altro.
Quando non posso far niente per farlo tacere lo affronto, è una strana battaglia a dirla tutta. Un po' simile a quella di Bill con IT. Uno scontro mentale, fatto di parole, di pensieri e senza spargimenti di sangue. (Ma anche qui, non mi ricordo molto bene tutta la scena del romanzo).Dura un attimo, davvero un attimo. Ma Dio solo sa quanto davvero può durare un simile attimo se parliamo di contenuti.
In quell'istante riesco quasi ad analizzare tutta la mia attuale situazione, tutte le mie possibilità, i miei futuri, come ho vissuto fino ad allora. Non so se sia davvero una battaglia quanto più una resa, una fuga. Un rimandare quella tempesta. Forse è come se automaticamente mi cancellassi la memoria, come fanno in Men in Black, e decidessi di risotterrare quei pensieri per un'altra volta. Pensieri che scalpitano e fan vibrare la terra finché, da soli, non riemergono.E io continuo a risotterrare. Ci metto poco ma non sconfiggo mai il mio IT. Non mi sembra di poterlo affrontare diversamente. Posso quietarlo per un po' ma non lo zittirò mai.
Non lo so, forse è anche giusto così, che ognuno abbia il suo IT personale. Però mi vien male a pensare di aver sempre questa vaga sensazione di rimpianto, rimorso e rancore. E non ci posso pensare che se mi fa stare così male ora che ho solo diciott'anni, chissà come mi sentirò quando ne avrò anche solo trenta. Perché un simile meccanismo di difesa non può durare per sempre. Più cresco più il tuono acquisisce potenza, più i pensieri parole, e più rumore c'è dentro meno riesco a star bene fuori. E ciò cresce, dentro di me, con me, grazie a me.
Una resa automatica, triste, senza gloria, la mia. Le cui uniche memorie vengon riportate sotto forma di frasi, di parole, di lettere le une vicino alle altre. Che dan memoria di ciò che è stato, e come fanno i cantastorie tentano di non darla vinta alle tenebre intonando versi in rima per sconfiggere il tempo.
La rima, spada tratta contro l'effetto dello spazio-tempo. Ci sono dei trucchi, come quelli che i ragazzi usano per scaricare gratuitamente e illegalmente alcune applicazioni. Non si tratta mai né di affrontare né tanto meno di sconfiggere l'ostacolo, anche perché ce ne sono alcuni che semplicemente fan parte della strada. Però si può usare l'ingegno e aggirarlo talmente bene che sembrerà quasi non sia mai stato lì.
Sicuramente non è il mio caso, il mio metodo è già fallito in partenza e va come un treno che non può più fermarsi verso la fine del binario.
L'unico metodo che continuo a riscontrare, che continuo a immaginare possa essere non del tutto un fallimento, è quello della superficialità. E ho sempre cercato un equilibrio, perché è sempre di quello che si parla: di riconciliazione tra cavallo bianco e cavallo nero. Ma più ci provo più mi sembra che tale equilibrio non possa esistere. Sarà un problema del perno, dei pesi, della lunghezza dei bracci. Fatto sta che si alternano sempre, ed è l'unico modo. A volte la superficialità prende il sopravvento e chiudi gli occhi per un po', sempre conscio, nel tuo inconscio, di quel piccolo e lontano rombo di tuono che si avvicina; e certe volte impervia la tempesta, così forte che non vedi più.
In un modo o nell'altro i tuoi occhi sono sempre chiusi, o guardi troppo in su o guardi troppo in giù. O cadi nel mare o le tue ali di cera vengono sciolte dal sole.
Alla fine l'unica scelta che abbiamo è quella di che morte morire.
E io non lo so come voglio morire, perché amo la profondità del mare tanto quella del cosmo e mi ostino a pensare che l'una si rispecchi nell'altra: così come la luna di notte nuota nell'acqua sotto forma di platessa e l'albero stende i suoi rami andando a congiungersi alle costellazioni. E vedo continui scambi di sguardi, in un labirinto di specchi dove lo spazio sembra immenso ma ovunque io guardi ritrovo sempre la mia immagine vista da angolazioni diverse. E tutto rimpicciolisce e diventa un sasso, diventa un buco nero e diventa un occhio quando mi guardo allo specchio, tutto si confonde, tutto s'unisce, si mischia e prende Vita, la vera Vita. E quando tutto ritorna in sè, con un maestoso Big Crunch, un collasso del sistema, allora comparirà il mio volto, e il tuo, e le stelle del cielo si uniranno alle foglie dell'albero, i pesci agli uccelli e i miei occhi alla Luce.
E forse quel Noumeno è uno solo, e sono Io.
Angolo Immagine (e Altro)
Non sapevo assolutamente che titolo dare a questo scritto, dato che scrivo seguendo semplicemente i miei pensieri irrazionali, mi perdo sempre in divagazioni, e non è mai facile capire di cosa io parli, alla fine, nell'insieme generale delle cose. Però quando ho riletto tutto mi è sembrato di aver davvero ripercorso una strada a ritroso, a imitazione del Big Crunch. Non sono partita con l'idea della fine e poi la fine è sembrata davvero La Fine, il ritorno alle origini per intenderci.
Insomma, spero abbiate capito il motivo del titolo.
Ho scelto l'opera di Escher "Mano con sfera riflettente" perché ci rivedo la situazione dello specchio ma anche del Big Crunch, non sono una critica d'arte ma posso vedere quello che voglio vedere. E in quest'illusione prospettica c'è un'intera stanza, un volto e un'indispensabile mano che regga il tutto.
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