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27/02/24 17:05


Mi sono scritta "Scrivi diario" ma ho un po' paura. Ho un po' paura di affrontare il motivo per cui vorrei scrivere. 

Ho passato la notte a casa di Cami e Chri a pensare e sognare. Mi sono svegliata e risvegliata e ho pensato, tanto.

Ho cercato di ricordare ogni parola che è stata detta ma in realtà non ne ricordo più di tre:"È meglio così". 

Ha detto anche di volermi ancora bene, non l'ho certo dimenticato o messo da parte... però io di certi tipi di "bene" non so che farmene. Come quello di Gloria o di Ilasia in passato. "Ci tengo ancora a te". Io non so che farmene.

Dovrei scaldarmi il cuore con delle parole conservate nei miei ricordi? O dovrei forse scaldarlo con uno sguardo che mi viene rivolto in un certo momento per un secondo? (Sempre che ci sia).

No, veramente: io cosa me ne faccio del tuo bene? Se non parliamo più, se non ci guardiamo nemmeno più...

Forse i nostri pensieri ci sfiorano, a vicenda, sicuramente i miei  prendono per mano e ti accarezzano, i tuoi nemmeno lo so... Ma anche se avessi questa certezza, e non ce l'ho, io cosa me ne farei? In un certo momento di sconforto o di gioia mi metterei lì a pensare al bene che mi vuoi da lontano? Dovrebbe scaldarmi il cuore? È così che funziona?

Penserei più al tuo volto impassibile, alla tua mano sulla maniglia della porta, a quelle tre parole. È stato meglio così.

Non un "Forse andrà meglio", non un "Mi sei mancata anche te", non un "Ricominciamo da capo", non la volontà, da parte tua, di mettere un punto insieme a me, anzi, di far in qualche modo finta di niente. Scappare da un confronto, decidere per entrambe senza comunicarlo.

Ho fatto tutto da sola: ho rovinato quest'amicizia e poi ho cercato di salvarla. Ma quando dico tutto da sola intendo che non mi hai impedito di rovinarla parlandomi di come stavi tu e non mi hai aiutato a salvarla venendomi incontro. Quindi, in quel senso, l'abbiamo fatto insieme. 50 e 50.

Due 50 sbagliati insieme, certo.

Mi sento un 50 che pesa 1000, mi sento un 50 di quelli che hanno la fregatura.

So che dovrei pensare che siamo tutti come dei pezzi di un puzzle e alcuni, semplicemente, non s'incastrano tra di loro. So che dovrei pensare "È l'incastro che non va, non io". Io lo so.

So cosa dovrei pensare, ma forse non è vero, queste regole/leggi naturali non funzionano per tuttə allo stesso modo. Non sarò un pezzo sbagliato, ma sono un pezzo senza bordo, del centro... questo sembra suggerire comune, ma comune vorrebbe dire più semplice da incastrare nella vita. Non so, questo stupido paragone del puzzle non regge più.

Comunque, è andata e tra un po' nemmeno mi davi l'opportunità di dirti "Ciao". Non lo so io questo bene che mi si vuole come si debba leggere, interpretare o, semplicemente, trovare.

Mi sembra solo fumo negli occhi per far finta di niente e uscire fuori dalla stanza senza far troppo rumore. 

In punta di piedi, socchiudi la porta,

cerchi di non toccar nulla

per paura di essere richiamata, sanzionata di qualcosa, di qualsiasi cosa.

E allora dici:"Comunque ti voglio bene"

come se non fosse cambiato nulla, come se potesse rimettere a posto tutto.

Tu, l'inquilino

che se ne va.

E rimbomba l'eco, da una parte all'altra di queste quattro pareti di una stanza vuota.


La verità è che scrivo perché mi da' l'illusione di avere qualcuno a cui comunicare, con cui confidarmi, forse solo di sfogarmi. Ma Dio, le parole nel vuoto non si propagano. Nulla in questo vuoto si propaga.

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