67. Mi Siete Mancati
10 anni dopo
«Martin, la comanda del tavolo dieci a che punto è?»
«Quasi fenito, señor»
«Finito, Martin. Fi-ni-to.»
«¿Lo entiendes?»
«Sì che ti ho capito.»
«E allora porqué mi rompi las pelotas?»
Sebastiano alzò gli occhi al cielo e continuò a mantecare il risotto ai frutti di mare.
«Veloci! Paco, fai uscire quel tagliolino, altrimenti stasera non chiudiamo più. Forza ragazzi!»
Cercare di motivare i suoi dipendenti era una delle cose che più gli piaceva del suo lavoro; oltre a cucinare, ovviamente.
Léon entrò in cucina con sguardo afflitto.
«Cos'è successo?» gli chiese.
«Un tavolo da sei si è appena seduto.»
«Assolutamente no!»
«Ma-»
«Amore, sono già le-» guardò al volo l'orologio appeso alla parete, «Dieci? Cazzo! Sono le dieci di sera e dobbiamo ancora fare uscire dei piatti. Scusati e mandali via» tagliò corto, iniziando ad impiattare la sua pietanza.
Léon alzò gli occhi al cielo e incrociò le braccia al petto, iniziando a scuotere la testa.
Era decisamente pericoloso quando faceva quei tre movimenti tutti insieme.
«Che c'è?» tentò Sebastiano, sperando di non far scoppiare una guerra lì in cucina.
«C'è che mandi sempre me a fare il lavoro sporco. Vacci tu a dirgli che se ne devono andare!»
Sentì Martin sghignazzare e gli lanciò un'occhiataccia, poi si rivolse di nuovo a suo marito.
«Ci mando te perché è compito tuo accogliere i clienti. L'abbiamo deciso insieme, ricordi?»
«Non sono stupido, Sébastien, ma questi non se ne vogliono andare!»
Seba sbuffò sonoramente, poi controllò la situazione: i risotti erano stati impiattati, Paco aveva già fatto uscire i tagliolini allo scoglio e Linda si stava occupando dei contorni del tavolo otto.
«Ragazzi, siete a posto qui?»
Un coro di assenso si levò, tra i rumori delle pentole che venivano sbattute qua e là e di Martin che cantava qualcosa in spagnolo.
«Vado in sala, allora. Non combinate casini che vi licenzio tutti!» diede una controllata alla sua casacca e si avviò per la sala, salvo poi essere braccato dal più grande nel piccolo cunicolo che la precedeva, ed essere praticamente attaccato al muro.
«Lo sai che sei sexy quando dai gli ordini in cucina?» gli chiese, lo sguardo assottigliato e un sorrisetto carico di malizia.
«Ah sì?»
«Eh sì.»
Seba sorrise e lo attirò a sé per baciarlo, ridendo sulle sue labbra.
Stavano insieme da poco più di dieci anni, erano sposati da tre e lavoravano insieme da due, eppure a lui sembrava ancora di non averne mai abbastanza.
«Stasera continuiamo il discorso» sussurrò con la voce roca e carica di lussuria, facendo nascere sul volto di Léon uno di quei sorrisi che ancora gli facevano girare la testa.
Entrò in sala e si fece indicare dal francese quale fosse il tavolo a cui andare, e spalancò gli occhi quando riconobbe i suoi amici.
«Non ci posso credere!»
I ragazzi si alzarono e andarono ad abbracciarlo, tra i gridolini generali che attirarono l'attenzione di tutta la sala.
«Ma cosa ci fate qua?» domandò, trattenendo a stento l'emozione.
Dio, da quant'era che non si vedevano tutti insieme?
Dopo aver preso il diploma erano rimasti nella stessa città per almeno due anni, poi ognuno aveva preso strade diverse.
Chiara e Paolo avevano iniziato a viaggiare e fare volontariato in Africa; Alex si era laureato in scienze motorie e ora faceva l'insegnante di educazione fisica, ma il lavoro lo aveva portato un po' in tutt'Italia, seguito a ruota da Filippo, ovviamente; Andrea era andato a lavorare nell'azienda di suo padre e Giada era diventata una maestra d'asilo, ma anche loro si erano spostati parecchio: il primo per seguire i clienti delle filiali estere, la seconda per cercare di ottenere il famoso posto fisso.
Lui e Léon, invece, avevano realizzato quel piccolo sogno di cui avevano parlato quando erano a Parigi, ovvero aprire un ristorante in riva al mare in cui poter invitare i loro amici. Certo, non lo avevano fatto in Spagna alla fine, ma era pur sempre una gran bella soddisfazione.
«Fatti vedere» disse a Giada, che si mise di profilo in tutto il suo splendore, con quel pancione che arrivava almeno cinque minuti prima di lei, «sei bellissima» e si prese uno scappellotto da Andrea, a cui rifilò una gomitata.
«Quanto manca?» le chiese Léon, ora appoggiato con un gomito alla sua spalla.
«Poco più di una settimana. Dio, non vedo l'ora, sono gonfia come un pallone» sbuffò sconsolata, per poi sorridere alle carezze che Chiara le stava facendo sulla schiena.
«Ti stai prendendo cura della mia amica? La vedo stanca!» accusò Andre mettendosi addirittura le mani sui fianchi; peccato che con quegli occhioni blu e quei capelli biondi, non avrebbe intimorito neppure una mosca.
«Le massaggio i piedi tutte le sere ed esco per comprarle le peggiori schifezze! Ieri notte ha preteso, e vorrei sottolineare preteso, un panino con tonno, cipolla, capperi e mozzarella!»
Dio, che violenza per le povere orecchie di Sebastiano!
I ragazzi risero, poi tornarono ad accomodarsi al tavolo seguiti da Léon e Seba.
«Va bene se ti assenti dalla cucina? Non è che ti abbiamo disturbato?» domandò Alex, seduto vicino al suo bel Filippo.
Sebastiano ricordava ancora la prima volta che lo aveva presentato ufficialmente al gruppo: era la mattina in cui uscirono i risultati degli esami di maturità; i ragazzi stavano controllando i tabelloni e il rosso stava esultando dato che, ovviamente, era stato l'unico della scuola ad uscire col massimo dei voti.
Dietro di loro, la voce del professore di educazione fisica che diceva di non aver avuto dubbi, quel ragazzo era decisamente troppo competitivo, e lui che lo presentava come Filippo Martinelli, il suo ragazzo.
I loro amici erano rimasti letteralmente scioccati vedendoli scambiarsi un bacio lì, finalmente alla luce del sole.
«Tranquillo,» gli rispose Seba, «ho uno staff fantastico. Se la caveranno» e gli sorrise, pensando a quanto gli fosse mancato in quegli anni.
«Ma da quant'è che non ci vediamo?» domandò Paolo, diventato parte del gruppo, proprio come Filippo.
«Dal nostro matrimonio, mi sa...» e il castano sorrise a quel ricordo.
Era stata una giornata perfetta, e l'emozione di vedere Léon vestito da sposo non se la sarebbe mai dimenticata.
E le promesse... Dio, quelle promesse le aveva riscritte e messe in una cornice posta sul caminetto che avevano a casa, accanto alla foto di loro due; se le ricordava a memoria, ma aveva voluto comunque rendergli giustizia.
Perché hai baciato ogni mia cicatrice, alleviando il dolore che ognuna comportava.
Perché mi hai fatto sorridere, quando credevo che non sarei più riuscito a farlo.
Perché hai scelto noi sopra a tutti.
Perché sei tu, e non potrei sposare nessun'altro al mondo.
Perché anch'io potrei fare a meno di tutti ma non di te.
Anche quei ghiaccioli dei suoi genitori si erano emozionati, quel giorno.
Nonostante lui fosse contrario, Léon l'aveva convinto ad invitarli al matrimonio, sciorinando una serie di motivi più o meno validi e facendo leva sul fatto che lui, almeno, i genitori li avesse ancora tutti e due.
Sebastiano l'aveva accontentato, più per porre fine a quella discussione che andava avanti da mesi che per reale interesse, e con sua grande sorpresa, alla fine si erano presentati alla cerimonia.
Non erano certamente diventati una famiglia affettuosa o chissà quanto legata, ma Seba doveva ammettere che si era sentito sollevato quando li aveva visti seduti tra le prime file, vicini a suo fratello.
Giorgio... Lui sì che li aveva fatti dannare! Dopo essere andato via di casa, aveva iniziato a mandare una cartolina al mese a casa dei loro genitori dalle destinazioni più assurde. Aveva viaggiato per tutta l'Europa, poi si era spostato in Asia e in seguito in America. Ogni volta inviava selfie in cui era con una ragazza diversa, zaino in spalla e capelli dalle acconciature più bizzarre.
In una delle loro telefonate, gli aveva confessato che sua madre aveva minacciato di diseredarlo se non si fosse tagliato quei dreadlock da sfattone drogato e, per tutta risposta, Giorgio li aveva tinti di viola nel selfie successivo.
«Cazzo, due anni allora!» fece Andre, che aveva aggrottato le sopracciglia in un'espressione accigliata.
Si erano tenuti tutti in contatto, ovviamente, e a gruppi di due coppie alla volta riuscivano ancora a vedersi, ma l'ultima rimpatriata degna di essere chiamata tale era stata davvero troppo tempo prima!
«Già... Allora, come avete fatto a beccarvi tutti nello stesso momento?» domandò Léon, curioso.
«Noi siamo tornati da poco, in realtà, e vogliamo aprire un'associazione tutta nostra con altri ragazzi, quindi ci fermeremo qui per un po'» rivelò Chiara, con quel sorriso dolce che la faceva sempre sembrare un'eterna bambina.
«Io sono in maternità, finalmente! Andre viaggia troppo, ho bisogno di avere mia mamma vicino almeno per i primi mesi. Mi serve un supporto psicologico» scherzò Giada, accarezzandosi il pancione.
«Io devo sostituire la Micucci alla nostra vecchia scuola, si è presa un anno sabbatico e dice che vuole andare in giro per la Thailandia.»
«Ma chi? Quella che aveva sempre il fischietto in bocca durante la lezione di fisica?»
«Esatto.»
«Ma aveva ottant'anni dieci anni fa, dove cazzo vuole andare?»
Scoppiarono tutti a ridere alla domanda di Andre. Tutti tranne Filippo.
«La Micucci è mia madre» disse serio, facendolo sbiancare.
«Davvero? Cazzo, non lo sapevo. Scusa...»
«Nah, ti prendo per il culo!»
Andrea guardò Alex alzando un sopracciglio.
«Non è ora che cambi fidanzato? Questo ormai è troppo vecchio per te.»
«Troppo vecchio, eppure ti dà ancora del filo da torcere.»
In effetti c'era da dire che il Filippo che avevano conosciuto come fidanzato di Alex, non aveva nulla a che fare con quello che era stato il loro insegnante per gli ultimi due anni.
Aveva sempre la battuta pronta ed era difficile non divertirsi quando usciva con loro; non aveva mai dato peso al fatto che fossero più piccoli, ed era l'unico che riusciva a tenere testa ad Andrea per quanto riguardava la stupidità.
«E tua sorella, invece?» Alex si era rivolto a Léon, che ora aveva messo su quel suo sorriso che compariva sempre quando parlava di Isabelle.
«Sta bene. Quest'anno si diploma e poi inizierà a studiare per diventare psicologa.»
«Davvero? Ma è bellissimo! Come mai questa passione?»
Il sorriso del francese vacillò appena, ma fu qualcosa di impercettibile per due occhi che non fossero allenati come quelli di Seba.
Ricordava ancora quando, qualche anno prima, avevano deciso di parlare ad Isabelle della loro mamma e di quello che era successo.
Léon non era voluto scendere nel dettaglio, le aveva solo spiegato che aveva avuto un esaurimento nervoso dovuto ad una serie di cose.
Era stato in quel periodo che in lei era nato il desiderio di studiare psicologia; voleva capire meglio la mente umana e, soprattutto, diceva che avrebbe trovato un modo per aiutare la sua mamma.
Sebastiano era convinto che ce l'avrebbe fatta, prima o poi.
Quella che aveva conosciuto come una bambina bellissima e determinata, si era trasformata in una ragazza altrettanto bella e cazzuta.
«Mah, così... È curiosa di conoscere i grovigli dell'inconscio» rispose Léon.
«Quindi siamo di nuovo tutti insieme nella stessa città? La banda al completo?» domandò Seba -anche per cambiare argomento- gli occhi che luccicavano di felicità e un sorriso difficile da contenere.
I ragazzi annuirono e il francese si alzò per andare a prendere una bottiglia di spumante, più una di succo per Giada.
Riempì tutti i bicchieri e rimase in piedi per fare un brindisi.
«Agli amici, all'amore e all'alcool: che nessuno di questi tre sia mai assente nelle vite di ognuno di noi.»
Tra i sorrisi e qualche lacrimuccia di una Giada in preda agli ormoni, i ragazzi fecero tintinnare i bicchieri.
Seba li guardò tutti, uno per uno.
Giada non portava più i capelli lunghi con la frangiona, ma ora sfoggiava un caschetto poco sopra le spalle; Alex era diventato più muscoloso e definito; Andrea ora portava un leggero accenno di barba, e Chiara aveva iniziato a vestirsi da hippy.
Lui si vedeva sempre uguale, anche se il ciuffo più corto gli dava un'aria più seria, e Léon -sebbene non lo avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura- aveva cominciato a vedere i primi capelli bianchi spuntare qua e là.
Sì, fisicamente erano cambiati un po', ma erano gli stessi ragazzini di quella notte prima degli esami, ancora con la testa tra le stelle e il cuore pieno di sogni.
Ne avevano di strada da fare, ancora, ma ognuno di loro aveva trovato la propria senza mai perdere sé stesso, e questa era una delle conquiste più grandi che si potessero fare, secondo Sebastiano.
Sorrise, ricordando tutte le serate che avevano passato insieme a ridere e scherzare, proprio come stavano facendo in quel momento.
Sapere che si sarebbero riuniti di nuovo era un qualcosa di magnifico.
«Mi siete mancati, cazzo.»
Lui e Léon rientrarono a casa che era quasi l'alba.
Una chiacchiera aveva tirato l'altra, e avevano così tante cose da raccontarsi che avevano lasciato il ristorante a malincuore e solo perché stavano morendo di sonno.
«Quindi tu lo sapevi che sarebbero tornati?» gli domandò, mentre entrambi avevano iniziato a spogliarsi per mettersi a letto.
«Certo! Credi sia un caso se a un certo punto non sono più arrivate comande in cucina?»
Seba sorrise e si tuffò sul materasso, stanco morto per quella giornata infinita.
«Non so se mi piace che fai le cose alle mie spalle» scherzò, guardando Léon mettere su uno di quei ghigni che tanto amava.
«Se non ricordo male, ci sono cose che faccio alle tue spalle che non disdegni proprio per niente» e ammiccò nella sua direzione.
Il più piccolo scoppiò a ridere, e distese un braccio per fare in modo che Léon potesse accucciarsi lì con lui.
«Lo sai, non te l'ho mai detto, ma credo che una delle cose che mi hanno fatto innamorare di te sia stata proprio quel mezzo sorriso che metti su ogni tanto» confessò, mentre con la mano aveva preso ad accarezzargli i capelli.
«Non me l'avevi mai detto, in effetti, ma ogni volta che sorridevo così ti incantavi a fissarmi le labbra. Per questo lo facevo sempre più spesso» e ne fece un altro.
Sebastiano scosse la testa, incredulo, mentre si perdeva per la milionesima volta in quegli occhi che aveva abitato per così tanti giorni da perderne il conto.
Si rilassarono così, abbracciati e con le palpebre pesanti dovute alla stanchezza, in procinto di addormentarsi.
«Léon?»
«Mh?»
«Quanto fa due più due?»
«Per noi, sempre cinque.»
Spazio S.
I miei bambini sono cresciuti 😭😭😭
Ci leggiamo domani con l'epilogo, cuoricini ❤️
Buona giornata a voi,
Un bacio, S.
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