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33. Sensi Di Colpa

Le due classi arrivarono in stazione stremate; tra chi aveva fatto baldoria, chi aveva giocato e bevuto e chi aveva chiacchierato, sembrava più una comitiva di zombie piuttosto che di studenti.

Seba scese dal treno e aspettò i suoi amici, salutarono i compagni di classe, i professori e si avviarono all'uscita trascinandosi dietro quei bagagli che sembravano pesare quintali.

Chiara era appoggiata alla macchina, nel parcheggio, e appena li vide gli corse incontro.
Allacciò le braccia al collo di Sebastiano e con le guance rosse dall'imbarazzo gli posò un delicato bacio sulle labbra.

Non era da loro fare gesti troppo affettuosi in pubblico, ma probabilmente la sua ragazza aveva sentito la sua mancanza e aveva deciso di lasciarsi un po' più andare.

Seba sorrise e lasciò che andasse a salutare anche gli altri, mentre cercava con lo sguardo quello di Léon.
Gli sembrava che si fosse irrigidito, proprio come aveva fatto lui non appena l'aveva vista con quel sorriso smagliante corrergli incontro.

Non poteva aspettarsi altro, d'altronde... Sapeva bene che il rientro a casa avrebbe recato una sorta di crepa in quel fragile equilibrio che avevano creato negli ultimi giorni.
Cosa avrebbero fatto adesso?
Si sarebbero visti di nascosto?
Avrebbero troncato quella specie di relazione clandestina che li aveva accomunati nelle ultime ore?
Sembrava se lo stessero chiedendo col pensiero, mentre vagavano uno negli occhi dell'altro.

Era come se la realtà gli fosse piombata addosso tutta in una volta, schiantandosi sulle poche certezze che avevano e lasciando una scia di dubbi e timori dietro di sé.

«Per fortuna siete tornati oggi! T'immagini che tristezza se il viaggio avesse compreso anche domani?» chiese Chiara allegra, rivolgendosi al suo fidanzato.

Seba aggrottò le sopracciglia, perplesso.
«Perché?» domandò, e Chiara fece una risatina sommessa lanciando un'occhiata alla sua amica, che annuì.

«Lo fai ad ogni ricorrenza speciale, ormai, non ti crediamo più quando fai finta di non ricordartene. Cos'hai escogitato per questo San Valentino?» domandò Giada, con l'espressione di chi la sapeva lunga.

Cazzo, San Valentino!

Seba l'aveva completamente dimenticato. E pensare che di solito si organizzava almeno un mese prima per rendere quella giornata unica e speciale.

Si trattenne dal guardare di nuovo Léon, nonostante avesse visto con la coda dell'occhio che stava spostando il peso da una gamba all'altra in una muta irritazione.
Come accidenti poteva uscire da quel casino?

«Avete rotto il cazzo, voi e i vostri festeggiamenti da innamoratini cuoriciosi! Domani esce il film al cinema e avevate promesso che sareste venuti a vederlo con me. Fine della storia» decretò Andrea, che puntò il dito verso Giada non appena tentò di ribattere a quell'affermazione.

«Siete in debito con me dall'anno scorso, quando mi avevate promesso che saremmo andati al concerto di Gazzelle e poi mi avete bidonato perché era il cazzo di week end di San Valentino! Avete giurato tutti quanti che quest'anno avrei deciso io cosa fare, e io ho deciso che andremo al cinema.»

Alex e Seba scoppiarono a ridere notando le espressioni sconcertate sui volti delle ragazze, e Andrea andò ad aprire il bagagliaio della macchina di Chiara, dove posizionò la sua valigia.
«Ora portatemi a casa, questo viaggio mi ha distrutto» disse infine, stravaccandosi sul sedile posteriore.

Chiara guardò Seba con gli occhioni quasi lucidi e lui le diede un bacio veloce per consolarla.
«Organizzeremo qualcosa per un altro week end, d'accordo?» le chiese a bassa voce. Lei annuì appena, un piccolo sorriso le spuntò di nuovo sul viso e andò a sedersi al posto di guida con il suo ragazzo di fianco.

Alex e Léon presero posto accanto ad Andrea, e Giada si posizionò sulle gambe del francese.
E figuriamoci, dove altro si sarebbe mai potuta sedere?
Se li avessero fermati avrebbero pure preso una bella multa.

Anzi, dato che era Chiara a guidare, probabilmente l'avrebbero fatta solamente a lei!
Ma Giada non aveva un minimo di rispetto nei confronti della sua amica?
Per fortuna il viaggio dalla stazione alla casa di Andrea era abbastanza breve, e in poco tempo si liberò un posto in macchina.

Tra una chiacchiera e l'altra accompagnarono a casa anche Giada, e una morsa strinse lo stomaco di Sebastiano quando si rese conto che i prossimi a scendere sarebbero stati Alex e Léon.

Fermi davanti alle loro case, Seba guardava dagli specchietti ogni più piccolo movimento del francese.
Lo vide tirare fuori la valigia e alzare una mano per chiudere il bagagliaio, poi dirigersi verso il suo finestrino, probabilmente per salutarli o ringraziare Chiara del passaggio.

Seba abbassò il vetro e vide il francese inclinare la schiena per arrivare alla loro altezza.
Appoggiò le braccia sullo sportello e scambiò due parole al volo con la ragazza, il tutto mentre col pollice accarezzava lentamente la sua spalla.

Era il suo saluto, un altro segreto che Sebastiano avrebbe gelosamente custodito dentro di sé.

Si guardarono negli occhi per un attimo che al più piccolo parve troppo breve, poi la macchina ripartì e lui rimase solo con la sua fidanzata.

Mentre lui tirava fuori dalla valigia tutti gli indumenti che avrebbe messo a lavare, Chiara si era posizionata davanti al suo pc.

Stava cercando voli e orari da almeno un quarto d'ora con la gioia che le imbrattava lo sguardo.
Sebastiano sentiva un conato di vomito ogni volta che lei gli proponeva una data per quel fatidico viaggio che avrebbero dovuto fare da lì a poco.

Erano i sensi di colpa, lo sapeva bene, facevano su e giù dalla testa allo stomaco da almeno due giorni.

Seba faticava quasi a guardarla negli occhi e, quando erano rimasti soli in macchina, aveva sentito lo spazio stringersi tutto intorno a lui.
Gli era diventato difficile anche respirare, e gli andava bene così.

Quella era la giusta punizione per chi aveva seguito l'istinto e non la ragione; il corpo e non la testa.

Non ci era abituato, lui, era sempre riuscito a ponderare lucidamente tutto nella sua vita.

Quando i suoi genitori gli avevano imposto di seguire una strada che mai avrebbe scelto di sua spontanea volontà, aveva passato settimane a trovare valide motivazioni per cui fosse meglio ascoltare il loro volere piuttosto che il proprio, e alla fine era arrivato alla conclusione che avessero ragione.

Avevano creato un'attività nuova dal nulla, con tanti sacrifici, e non sarebbe stato giusto buttare la loro fatica al vento pur di assecondare una sua passione.
Non ne era entusiasta, certo, ma almeno aveva imparato a convivere con quell'imposizione.

Quando li aveva pregati di non andare dai nonni durante l'estate di tre anni prima, perché voleva passare più tempo possibile con i suoi amici, aveva accettato il loro essere irremovibili; in fondo un'estate non avrebbe cambiato la sua vita, i ragazzi sarebbero stati lì al suo ritorno e lui avrebbe goduto della compagnia dei suoi nonni.

Questi erano solo due dei mille esempi che si potevano fare per comprendere quanto Sebastiano fosse incline ad assecondare i desideri degli altri, prima dei suoi.

Poi era arrivato Léon, e tutto aveva iniziato a cambiare.

In quei pochi giorni che avevano trascorso a Berlino si era ritrovato nell'impossibilità di negarsi quello che voleva per quello che era giusto, ed era stato così bene che ora accettava quasi di buon grado quel bruciore allo stomaco che non gli dava tregua.

«Amore, la settimana prima delle simulazioni d'esame? Potrebbe andare come data?»
Chiara interruppe il flusso dei suoi pensieri così, proponendo ancora una volta una data che lui si rifiutava persino di contemplare.

Si strofinò gli occhi, stremato dai suoi pensieri e dalle ore di treno, e si buttò a peso morto sul letto.
«Io lascerei stare fino a che non abbiamo finito con gli esami... Quando avremo la testa più libera potremo decidere una data in santa pace, che ne dici?» propose.

Vide passare sul volto della ragazza un lampo di delusione, che fu velocemente coperto con un sorriso tiepido.

Sentì il materasso cedere appena sotto il suo peso leggero, e se la ritrovò accoccolata di fianco.
«Sei stanco?»

«Da morire, non ho dormito bene nemmeno una notte... Ti dispiace se faccio una pennichella?»

Chiara posò un bacio sulla sua guancia e si alzò dal letto, diretta alla scrivania doveva aveva appoggiato borsa e giaccone.
«No, amore, ora vado a casa così tu stai tranquillo. Ci sentiamo domani, d'accordo?»

Seba le sorrise e la guardò uscire dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle.

Prese il telefono e inviò un messaggio a sua madre per avvertirla che era tornato a casa.
Non che avrebbe cambiato chissà cosa, in fondo non si erano sentiti nemmeno una volta in quei cinque giorni passati all'estero. O meglio, lui le aveva inviato dei messaggi per raccontarle qualcosa qua e là, e lei si era limitata a rispondere con l'emoticon di un pollice alzato.

Poi aprì la chat con Léon.
Voleva scrivergli, ma forse non era il caso...
Magari stava riposando.
Oppure aveva da fare.

E poi si erano salutati un'ora prima, non avrebbe avuto senso.
La scritta "sta scrivendo" gli fece schizzare il cuore in gola e si affrettò a chiudere WhatsApp prima che l'altro potesse pensare che passasse il tempo ad aspettare un suo messaggio.

Ovviamente la riaprì tre secondi dopo, quando arrivò la notifica.
L'icona mostrava il contenuto di una foto e quando la visualizzò scoppiò a ridere.

Léon gli aveva inviato l'immagine di una pentola con all'interno acqua e qualche verdura.
La didascalia lo informava che stava facendo passi da gigante in cucina, preparando un delizioso brodo vegetale.

A Léon:
Sei quasi uno chef. Hai sbucciato da solo le patate?

Lo prese in giro, e attese col telefono in mano una risposta che arrivò nel giro di pochi secondi.

Da Léon:
No, mia zia mi ha fatto trovare tutto pronto sul fornello e mi ha detto di accendere il gas.
Aveva paura che sbagliassi a mettere giù le zucchine, che malfidata.

Una nuova risata squarciò l'aria e Seba si ritrovò a scuotere la testa con un sorriso impigliato nelle labbra.

A Léon:
Prima o poi capirà che sei imbattibile in cucina, abbi fede!

Da Léon:
Simpatico! Cosa ci faccio con questo?

A Léon:
Ci si fanno tantissime ricette col brodo di verdure, tua zia non ti ha dato altre indicazioni?

Da Léon:
No, doveva tornare lei a cucinare, stasera, ma alla fine l'hanno invitata fuori le sue amiche e mi ha lasciato qui con questo coso. Vieni ad aiutarmi?

Il sorriso sul volto di Sebastiano si allargò ancora di più, avrebbe rischiato una paresi facciale se avesse continuato così. Diede un'occhiata all'orario, non era ancora mezzogiorno e lui aveva un disperato bisogno di dormire.

A Léon:
Rischio di addormentarmi per strada. Va bene se passo nel tardo pomeriggio, verso le 18?

Da Léon:
Certo, io e il mio brodino ti aspettiamo. A dopo.

Seba appoggiò il telefono sul comodino, si sistemò sotto le coperte e finalmente chiuse gli occhi.

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