27. Preparativi
Frustrazione.
Se Sebastiano avesse dovuto scegliere un termine con il quale descrivere il suo stato d'animo di quel periodo, quel termine sarebbe stato proprio: frustrazione.
Non ne poteva più.
Léon -quel grandissimo testa di cazzo di Léon- aveva continuato a dargli filo da torcere.
A un certo punto Seba aveva avuto l'impressione che si fosse calmato, aveva pensato che il periodo in cui avrebbe dovuto fargli da schiavetto personale fosse finito.
Poi una sera erano rimasti a casa di Alex, da soli, mentre il rosso era andato a prendere le pizze che avrebbero mangiato insieme agli altri non appena fossero arrivati.
Erano arrivati in anticipo, sia lui che il francese, e non si erano calcolati più di tanto, ma almeno Léon non gli aveva dato qualche assurdo ordine da eseguire.
Era calato il silenzio, dopo che il rosso era uscito, e Seba aveva sentito quegli occhi grigi su di sé.
Aveva guardato quello che fino a poche settimane prima considerava un amico e lo aveva visto stringere le mani tra loro, quasi a torturarle pur di non aprire bocca.
Invece non ce l'aveva fatta e aveva parlato.
«L'ascolti mai quella chiavetta usb?» gli aveva chiesto, con quell'espressione che sembrava sperare in una risposta affermativa.
Cosa poteva rispondere, Sebastiano?
Doveva mentire? Doveva dire che no, non l'ascoltava mai perché non gliene fregava niente della sua stupida musica?
Non era quella la verità.
La verità era che si addormentava tutte le notti con le cuffie nelle orecchie, mentre pensava e ripensava a cosa potesse aver fatto incrinare così il loro rapporto.
Mentre pensava a tutte le volte che era stato con Léon ed era stato bene.
«Sì» aveva risposto soltanto, e gli era sembrato che gli occhi del più grande si fossero fatti un po' più lucidi, proprio come i suoi.
E poi Alex era tornato, gli altri erano arrivati, avevano mangiato insieme e si erano guardati.
Tanto.
Per tutta la sera aveva sentito gli occhi del francese fermi su di lui.
Ed era uno sguardo pesante, carico di qualcosa che Seba non avrebbe saputo identificare.
Poi, quando era rientrato dal balcone dopo aver fumato una sigaretta, Léon gli aveva chiesto davanti a tutti di uscire, andare a casa sua e prendergli un pacchetto di quegli stupidi legnetti di liquerizia.
Seba aveva stretto i pungi così forte, che i segni delle unghie sui palmi gli erano rimasti per minuti interi.
Si erano fissati per un po', Seba in piedi e Léon stravaccato sul divano, con quell'aria strafottente in volto, ma gli occhi che sembravano chiedergli scusa.
Era uscito, era andato a casa dello stupido francese ed era salito in camera sua, dove gli aveva detto che si trovavano i bastoncini.
E proprio di fianco a quelli, sulla scrivania, aveva trovato l'archetto che aveva scelto personalmente per lui.
Non c'erano più tutti i fogli e le penne sparsi qua e là, solo liquerizie e quello stupido archetto con la sua stupida scritta.
Sembrava leggermente sbiadita, come se qualcuno ci avesse passato più volte un panno sopra.
Forse si era rovinata quando Léon lo puliva, chissà.
Aveva preso quello che gli serviva ed era tornato a casa di Alex, aveva buttato la scatolina addosso al biondo e aveva finto un improvviso mal di testa, una scusa come un'altra per poter tornare a casa.
Era passata una settimana e il malumore gli era restato addosso come una resina appiccicosa, di quelle che fatichi a togliere del tutto.
Da quella volta erano ricominciate le stupide richieste del francese, che non perdeva occasione di mostrargli il cellulare se Seba osava guardarlo di traverso o rifiutare di fare qualsiasi cosa.
Lo tirava appena fuori dalla tasca e sembrava che sulla sua testa lampeggiasse la scritta: "Ricordati della foto che ti ho scattato e che mostrerò a tutti, se oserai disobbedire".
E Sebastiano non ne poteva più.
In quel momento stava preparando la valigia per la gita e, nonostante quello, non riusciva a godersi il momento.
Aveva troppi pensieri in testa.
Chiara non sarebbe stata con lui, quella era l'ultima gita di classe che avrebbe fatto e lui era al limite della sopportazione con Léon.
Niente stava andando come aveva pianificato.
Sarebbe dovuto partire il giorno successivo per Berlino e si sentiva angosciato, insoddisfatto.
Senza contare che, in salotto, suo fratello era in compagnia di quel cretino di Alessio.
Seba aveva ripensato tanto a quell'incontro avuto con lui poco prima di Natale e, ogni volta che l'aveva rivisto gironzolare in casa sua, si era chiesto come fosse possibile che suo fratello non si accorgesse di che razza di idiota aveva come amico.
Con fare scazzato buttò in valigia qualche altro maglione e qualche jeans, l'intimo e le scarpe erano già stati sistemati a dovere e all'appello mancavano solo phon e spazzola.
Le ultime cose, come il carica batterie e il necessario per l'igiene personale, sarebbero state preparate la mattina successiva.
Seba andò in cucina per prendere qualcosa da mangiare; anche quella sera, come accadeva spesso nell'ultimo periodo, aveva saltato la cena.
«Ci porti un pacco di patatine?» si era sentì chiedere da Alessio, che non si era nemmeno degnato di guardarlo; aveva fatto la richiesta così, con gli occhi ancora puntati sulla tv, mentre con una mano si grattava lo stomaco.
Dio, che squallore.
«Alza il culo e vattele a prendere» era stata la sua risposta, mentre tornava in camera sua.
Non aveva fatto nemmeno in tempo a chiudere la porta, che Giorgio era già entrato.
«Si può sapere che cazzo hai in 'sti giorni? Sei intrattabile.»
Seba alzò gli occhi al cielo e sbuffò una mezza risata.
«Sono intrattabile solo perché ho detto al tuo amico che può prendersi da solo quello che vuole?»
«No, sei intrattabile perché ti chiudi per ore in camera e non parli con nessuno! Mamma è preoccupata.»
Stavolta la risata del più piccolo uscì forte e chiara.
Assurdo, sua mamma non si era mai interessata della vita di Sebastiano e faticava a credere che avesse iniziato a farlo proprio in quel periodo.
Era più probabile che suo fratello avesse inventato quella piccola bugia per spingerlo a cambiare atteggiamento, o a confidarsi.
«Che strano, da me non è venuta!»
«Non è venuta perché sei intrattabile, cazzo.»
Seba scosse la testa mentre guardava in giro per la sua stanza.
«Ho solo molto da studiare. Questa settimana sarò in gita e mi riposerò, tranquillo.»
Giorgio annuì appena, poi uscì dalla stanza e lo lasciò di nuovo solo.
Seba posò la valigia a terra, prese le sue cuffiette e si stese sul letto.
Aveva di nuovo la melodia di Léon in testa, nelle vene, in ogni parte del corpo.
Era bellissimo poterla ascoltare, potersi sentire parte di quella composizione.
Si addormentò così, quella notte, mentre ancora una volta cercava risposte ai suoi perché.
Fuori si congelava.
Erano le 4:00 di un sabato mattina di febbraio, c'erano due gradi sotto lo zero e Seba tremava come una foglia.
Aspettava fuori dalla stazione Giada, che aveva promesso di arrivare con caffè caldo per tutti.
In lontananza vide la chioma rossa del suo migliore amico che avanzava come uno zombie in stato catatonico.
Seba mise le mani a coppa davanti alla bocca e ci alitò sopra, con l'intento di scaldarle un po'.
«Perché cazzo sei qui fuori e non dentro?» gli chiese Alex.
«Buongiorno anche a te, fiorellino!»
«Buongiorno un cazzo, io entro.»
Seba lo guardò divertito mentre raggiungeva i loro compagni di classe all'interno.
Scosse la testa e tornò ad aspettare che arrivasse la sua amica, sognando di poter ingerire finalmente qualcosa che lo scaldasse un minimo.
Una gomitata leggera lo fece voltare e trovò davanti a sé il viso di Léon.
Gli stava porgendo un bicchiere da asporto pieno di chissà cosa, con un mezzo sorriso sulle labbra e i capelli più spettinati del solito.
«Ci hai sputato dentro?» chiese guardando il contenitore.
E Léon fece la magia.
Scoppiò a ridere.
«No, giuro» rispose, non appena riprese fiato.
Seba lo guardò storto, poi prese il bicchiere dalle sue mani e aprì il coperchio.
L'odore della cioccolata calda gli invase le narici e ne bevve un lungo sorso prima di riaprire gli occhi.
Trovò quelli di Léon su di lui, mentre gustava quella delizia bollente.
Finì in poco tempo, andò a buttare il tutto e tornò vicino al francese.
«Grazie» borbottò a mezza voce.
Il più grande sorrise e si mise davanti a lui, poi allungò una mano col palmo all'insù nella sua direzione.
Seba arcuò un sopracciglio e attese che parlasse.
«Ti ho portato la cioccolata calda, mi devi almeno una sigaretta.»
Il più piccolo infilò la mano in tasca e afferrò il pacchetto con stizza, poi l'aprì e gliene porse una.
Certo, non era possibile che Léon avesse fatto un gesto carino nei suoi confronti senza volere nulla in cambio. Non in quel periodo, almeno.
Il francese prese la sigaretta con uno dei suoi soliti ghigni in volto, la portò tra le labbra e la lasciò penzolare lì, prima di afferrare di nuovo la mano di Sebastiano.
«Dio, è freddissima. Da' qua.»
C'era da stupirsi? Si stava congelando lì fuori. Lui, piuttosto, come faceva ad averle così calde? Non era normale con quelle temperature.
Pensava a questo, Seba, mentre Léon teneva una mano tra le sue per scaldarla.
Prese anche l'altra, quella che il castano aveva nascosto nella tasca del giaccone per ripararla un po', e iniziò a massaggiarle appena.
Fu in quel momento che Sebastiano scoprì che le mani del francese avevano un potere che sembrava quasi magico: scaldavano anche parti del corpo che non stava toccando.
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