21. Il Giorno Di Natale
Tutto quello che aveva in mente Seba per il giorno di Natale, era l'ozio assoluto.
Come da tradizione, Chiara era passata nella prima mattinata a fargli gli auguri, poi era partita per Bologna insieme ai suoi genitori per andare a trovare i nonni.
Si erano scambiati i regali, avevano fatto colazione insieme e Seba era rimasto solo soletto.
Si era ributtato a letto in fretta e furia, attratto dal confortevole calore delle coperte, e aveva deciso che avrebbe dormito finché ne avrebbe avuto voglia.
Invece ora il campanello stava suonando insistentemente da almeno un minuto, lui si era svegliato e non riusciva più a prendere sonno e ignorare quel fastidiosissimo suono.
Si alzò stizzito, scostando le coperte con un gesto brusco, e si diresse verso la dannata porta d'ingresso.
L'aprì senza nessuna grazia, e rimase sorpreso dalle persone che se ne stavano in piedi davanti a lui, con un bel sorriso in volto, mentre intonavano le prime note di una delle più famose canzoni di Natale.
«Jingle bells, jingle bells, jingle all the way
Oh, what fun it is to ride
In a one horse open sleigh, HEY!»
Portavano entrambi un buffo cappellino rosso e avevano addirittura due campanelle in mano.
Seba non poté fare a meno di scoppiare a ridere mentre Isabelle metteva le manine ai lati del volto e faceva comparire quel suo sorrisino angelico.
«Che ci fate qua?» riuscì a malapena a chiedere, subito prima di essere investito dall'abbraccio della bambina.
«Léon ha detto che oggi eri solo, e il giorno di Natale non si sta mai da soli. Mai, mai, mai.»
Come faceva Léon a saperlo? Lui non gliel'aveva di certo detto... Ne aveva parlato solo con Alex, e dubitava che glielo avesse riferito.
Seba, comunque, sorrise e tuffò il naso in quei capelli da principessa, poi posò gli occhi sul francese.
Se ne stava con una spalla appoggiata allo stipite e guardava la scena con occhi inteneriti.
«Vi ringrazio, ma non dovete preoccuparvi, davvero!» disse nel tentativo di rassicurare Isabelle.
«Mia zia mi uccide se torniamo senza di te. Vatti a cambiare, ti aspettiamo in macchina.»
Non era stata la bambina a replicare, ma il fratello. Seba lo guardò mentre metteva una mano sulla spalla della sua sorellina e insieme si avviavano alla macchina, posteggiata a pochi passi dall'ingresso.
Era rimasto spiazzato, a dire il vero.
Cosa doveva fare, quindi? Vestirsi e andare a casa di Léon?
Ma il Natale restava comunque una cosa intima, da fare in famiglia, non certo con gli amici. O almeno era così che la vedeva lui. Ora che ci pensava, suo fratello doveva essere dell'idea opposta dato che aveva scelto di passare la giornata con Luca e Alessio, i suoi stupidi amici.
Alessio... solo a pensarci a Sebastiano ancora tornavano i nervi a fior di pelle.
Decise di smettere di tormentarsi col pensiero di quell'inutile testa di cazzo e rientrò in casa, pronto a darsi una sistemata; insomma, in fondo erano andati lì solo per lui, sarebbe stato scortese non accettare l'invito, no?
Scelse una maglietta bianca, semplice, a maniche corte, a cui sopra abbinò una giacca perché, beh, era pur sempre il giorno di Natale! Infilò un paio di jeans e diede una sistemata veloce ai capelli.
Prese dall'armadio il videogioco, quello che era tornato a prendere per Isabelle, e in poco più di dieci minuti fu pronto ad uscire.
Infilò il cappotto al volo e raggiunse i due ragazzi, già seduti in quel vecchio trabiccolo.
Seba doveva ammettere che stava iniziando ad abituarsi a quel macinino rosso, aveva un non so ché di confortante.
L'aria all'interno dell'abitacolo era già stata impregnata dal profumo di Léon, quello dolciastro alla vaniglia e quello più forte alla liquerizia.
Stava tenendo un bastoncino in bocca anche in quel momento e Seba si domandò perché mai non ne avesse assaggiato uno.
Diede un'occhiata al vano vicino al cambio e notò una scatoletta piena di legnetti proprio lì, sotto i suoi occhi.
Con un mezzo sorriso l'aprì, ne prese uno e guardò Léon.
«Possiamo andare.»
La casa in cui era stato invitato a trascorrere la giornata era stata addobbata a dovere.
Nell'angolo del salotto, tra l'enorme libreria e il divano, era stato posizionato un bellissimo albero di Natale, pieno zeppo di palline bianche e rosse, fiocchetti di ogni dimensione e calde luci intermittenti.
Seba non ricordava se a casa sua fosse mai stato presente un albero del genere.
In albergo i suoi genitori lo facevano ogni anno, certo, ma la loro abitazione non era altrettanto importante.
Quando lui e suo fratello erano più piccoli -e Sebastiano credeva ancora a Babbo Natale- ricordava che sua madre posizionava vicino alla tv un piccolissimo alberello di quelli già pronti, a fibre ottiche.
Erano quelli che non portavano via troppo tempo, bastava tirarli fuori dalla scatola et voilà, ecco tutta l'atmosfera natalizia che serviva. Con il passare degli anni, sua madre aveva smesso di tirare fuori anche quello...
"Siete grandi, ormai, non avete bisogno degli addobbi".
Lui non la pensava proprio così, a dire il vero, ed ecco perché continuava a guardarsi attorno con tanta meraviglia.
La ringhiera della scala che portava al piano di sopra era stata addobbata con una lunga ghirlanda verde, sulla quale facevano spicco decine di piccole stelline di natale rosse e palline dorate.
Anche il camino era stato abbellito: una fila di lucine lo adornava, ed erano state appese tre calze rosse con i nomi di Léon, Isabelle e Lisa.
Sì, quella casa era decisamente pregna dell'aria natalizia che mancava da Sebastiano.
Diede uno sguardo sotto l'albero e vide che erano stati posizionati lì tutti i regali. Tirò fuori dalla tasca interna del giacchetto il videogioco per Isabelle e, senza farsi vedere da lei, andò ad appoggiarlo vicino agli altri pacchetti.
«Sébastien! Vieni a vedere cosa fa Léon!» sentì Isabelle che lo chiamava a gran voce e, dopo aver tolto e appeso il giaccone, la raggiunse in cucina.
Lei e la zia erano impegnate a finire gli ultimi preparativi per il pranzo.
La più piccola stava mettendo dei tocchetti di formaggio a raggiera su un piatto; Lisa stava ultimando la preparazione della sua squisita torta di mele; Léon, invece, se ne stava in un angolo, seduto su uno sgabello a braccia conserte.
Seba era quasi sicuro di aver visto un mezzo broncio sul suo viso, mentre dal suo angolino osservava le due ragazze destreggiarsi tra fornelli e piatti.
«Ciao, Sebastiano. Buon Natale!» gli sorrise solare Lisa.
«Buon Natale a te. Come mai avete messo Léon in un angolo?» chiese divertito.
«Oh, putain! Je suis pas à la hauteur!»
Seba scoppiò in una risata che gli fece guadagnare un'occhiataccia da parte del francese.
«Come sarebbe a dire che non è all'altezza?»
Lisa scosse il capo in senso di diniego.
«Sarebbe a dire che prima gli ho chiesto di mettere sul gas la pentola per poter cuocere la pasta. Non ho specificato che servisse l'acqua al suo interno, e lui l'ha messa vuota! Ha rischiato di bruciare una pentola nuova di zecca!»
Seba tornò con gli occhi sul biondo, che ora aveva messo su un'espressione offesa.
«Potevi specificare.»
«No, nipotino del mio cuore, non era necessario. Ora stai lì fermo e buono, e alle ultime cose ci pensiamo io e tua sorella.»
Non riuscì a trattenere un'altra risata, Sebastiano, quando vide il ragazzo fare le boccacce a sua zia.
Le boccacce, sì! Neanche avesse cinque anni!
«Povero, piccolo Léon. Adesso ci mettiamo vicini a loro e le aiutiamo, e io starò attento che tu non combini disastri, okay?»
«Non ho bisogno di un baby sitter, grazie» sputò fuori in modo acido il più grande, mentre si apprestava a prendere un paio di forbici da uno dei cassetti della cucina.
«Che fai con quelle?»
«Ci taglio il pane, perché?»
Seba spalancò gli occhi e, con molta cautela, si avvicinò all'amico. Gli sembrava di essere un cacciatore che non deve spaventare la sua preda per riuscire a catturarla.
«D'accordo. Ora metti giù quelle forbici...» disse, mentre Léon iniziava a portare la mano che le reggevano verso uno dei ripiani, «Piano, così, bravo. Lasciale lì e non toccarle più, okay?»
Léon lo guardò torvo di nuovo, poi, sconsolato, si rimise a sedere.
«È incredibile! Ci siamo fatti fuori una torta intera! E io che immaginavo di farci colazione anche domani, prima di andare a lavoro...» Lisa sembrava veramente affranta ma, a sua discolpa, Sebastiano doveva ammettere che la faceva davvero troppo buona per riuscire a resistere al bis. E anche al tris.
«La facciamo noi! Seba ha promesso che mi avrebbe insegnato.»
Non aveva tutti i torti, Léon; effettivamente era riuscito a strappargli quella promessa, ma in quel momento Sebastiano non riusciva a pensare ad altro che non fosse stendersi sul morbido divano che il francese aveva in salotto. Aveva mangiato decisamente troppo e nemmeno il caffè era riuscito a dargli un po' di energia.
«Prima apriamo i regali!» disse Isabelle con il naturale entusiasmo che la caratterizzava.
Lisa sorrise, e tutti insieme iniziarono a sparecchiare.
Seduti davanti all'albero, gli occhi della bambina brillavano di pura felicità mentre guardava i pacchetti ancora incartati.
Sua zia iniziò a distribuirli e, con grande sorpresa, ne porse uno anche a Sebastiano.
«Oh... Non dovevate, davvero! Mi avete già invitato a pranzo e...»
«Quello te l'ho preso io! Léon mi ha spiegato che ai grandi Babbo Natale non porta nulla.»
Seba sorrise, poi si allungò a prendere il regalo per Isabelle.
«Beh, anch'io te ne ho preso uno» le sorrise strizzandole un occhio.
Strapparono la carta tutti insieme e sul volto di ognuno comparvero espressioni di gioia.
Isabelle aveva ricevuto una bellissima bambola da aggiungere alla sua già numerosa collezione.
Léon aveva tra le mani un paio di cd.
Lisa stava ammirando la sua nuova borsa color cuoio.
Sebastiano era con gli occhi incollati su un bellissimo cappello da chef, con il suo nome ricamato sopra in blu elettrico.
«Isabelle, è meraviglioso! Grazie mille, lo userò sicuramente!»
La bambina sorrise soddisfatta e annuì, fiera della sua scelta.
«Léon ha detto che cucini molto bene e che devi diventare uno chef. Nelle scuole degli chef hanno tutti i cappelli così, l'ho visto in tv.»
Seba non poté fare a meno di scuotere la testa davanti all'espressione compiaciuta della piccola, che aveva già preso in mano il suo regalo.
«Wow! Io questo lo volevo da un sacchissimo di tempo! Grazie!» esclamò prima di fiondarsi tra le sue braccia e stritolarlo con quell'energia travolgente.
«Allora intanto che io imparo, tu e mio fratello fate la torta, e dopo vi sfido. A tutti e due» disse portando medio e indice agli occhi, per poi rivolgerli verso di loro.
«È una minaccia?» chiese sottovoce al biondo.
«Penso di sì. Scappiamo in cucina?»
«Corri!»
«Perché abbiamo setacciato la farina?»
«Per evitare che si creino grumi all'interno dell'impasto.»
«E perché abbiamo messo metà uova?»
«Non ne abbiamo messe metà, i bianchi vanno aggiunti dopo.»
«E perché?»
«Cristo santo, Léon! Sembri un bambino di cinque anni! Continua a mischiare con la frusta e tappati quella boccaccia.»
Andavano avanti così da almeno dieci minuti. Il biondo gli aveva addirittura chiesto perché dovevano sbucciare le mele, prima di metterle nell'impasto.
A testa bassa, ma con un ghigno sulle labbra, il francese ricominciò a girare l'impasto.
Di tanto in tanto si fermava, e Seba lo vedeva scuotere il polso, come per cercare di lenire chissà quale dolore. Neanche stesse mischiando il cemento a presa rapida!
Continuarono così, Léon con la frusta e Sebastiano con lo sbattitore elettrico per montare gli albumi.
Aveva voluto provare anche il più grande ma, appena aveva acceso l'elettrodomestico, gli schizzi d'uovo erano saltati ovunque.
«Okay, ora incorporiamo questi nel tuo impasto.»
Andò vicino a Léon con la terrina in mano e i bianchi montati ad arte, mentre cercava un cucchiaio per poter amalgamare il tutto.
«Non sapevo che ci andasse la panna nella torta di mele.»
Seba si voltò verso di lui, gli occhi spalancati e un'espressione incredula sul viso.
«Sono albumi, li ho solo montati a neve» disse alzando gli occhi al cielo. Dimenticava sempre quanto l'altro fosse negato in cucina.
«Ora, una cucchiaiata alla volta, li devi amalgamare insieme al tuo impasto, chiaro?»
«Chiaro!»
Il francese prese il cucchiaio di legno che gli stava porgendo Sebastiano e, proprio come aveva detto lui, iniziò a mischiare i due impasti.
Era buffo, pensò Seba guardandolo.
Se ne stava ricurvo su quelle ciotole, la lingua tra le labbra e un'espressione davvero concentrata.
Stava facendo tutto così meticolosamente, che il più piccolo era convinto ci avrebbe messo una vita a finire.
«Sì, beh, puoi metterne anche due cucchiai alla volta...»
«Shh! Taci, mi deconcentri.»
Seba sbuffò una risata e attese buono buono che il più grande finisse quell'eroica impresa.
«Hai visto che ho acceso il forno prima di iniziare a preparare la torta?»
«Zitto, ho detto.»
«Serve per far sì che quando inforni la torta, sia arrivato già a temperatura.»
«Sébastien...»
«Altrimenti ti viene cruda dentro, come l'altra volta...»
Dio, si stava divertendo un mondo a stuzzicarlo così. Vedere Léon irritato era qualcosa di raro tanto quanto vederlo ridere. Era quasi... affascinante!
«Per avere la certezza che sia arrivato a temperatura, devi controllare che la lucetta si sia spenta.»
«Seba...»
«Ma di solito ci mette poco, un quarto d'ora al massimo.»
«Stai rischiando!»
«Soprattutto quelli nuovi. Quelli ci mettono davvero poco tempo.»
«Okay, basta!»
Léon, che fino a quel momento era rimasto concentratissimo sul suo lavoro, alzò finalmente gli occhi su Sebastiano, che se la stava bellamente ridendo sotto i baffi.
Fu un attimo, e il più piccolo si ritrovò immerso in una nuvola bianca.
Come aveva osato quel maledetto mangia baguette? Gli aveva tirato una manciata di farina addosso!
Spalancò la bocca, incredulo, e gli tirò indietro la prima cosa a portata di mano.
Una mela colpì la spalla di Léon proprio mentre cercava di girarsi per sfuggire a quell'attacco.
«Non l'hai tirata davvero!» disse massaggiandosi la parte lesa.
«Mi hai lanciato la farina in faccia! Potevo morire soffocato!»
Avevano iniziato a girare attorno al tavolo, Léon camminando in avanti e Sebastiano all'indietro.
Il francese alzò una mano, mostrando al più piccolo un pezzetto di burro avanzato.
Lo brandiva, fiero di sé, mentre allungava i passi verso di lui, e Seba si ritrovò a scuotere la testa.
«NON-OSARE» scandì bene, sperando che il più grande capisse.
Ma Léon scattò in avanti, e Sebastiano non fece in tempo a girarsi per iniziare a correre.
L'altro gli era già addosso, lo aveva spinto sul tavolo e lo stava decisamente sovrastando.
«Léon, levati!» urlò, mentre scattava con la testa a destra e a sinistra per non farsi imbrattare.
«Parlerai ancora mentre cerco di concentrarmi?» chiese con aria di sfida, mentre con il tocchetto di burro sfiorava "accidentalmente" il viso di Sebastiano.
Gli aveva già sporcato la punta del naso, poi era passato alla fronte, e ora lo stava avvicinando pericolosamente ai suoi capelli.
«No. Giuro che starò zitto. Muto come un pesce!» aveva un tono implorante, e questo fece nascere un altro ghigno sul volto del più grande.
«Ne sei sicuro, Sébastien? Terrai chiusa quella boccaccia?» e spalmò altro burro sulle sue labbra.
La faccia schifata di Seba, ancora steso sotto di lui, fece allargare quello stupido sorrisetto ancora di più.
«Dio, che schifo. Sì, terrò chiusa la mia boccaccia» disse mentre tentava di sfuggire a quella presa.
«Très bien» concluse soddisfatto il francese.
Fece per alzarsi, aveva già tirato su il busto, quando Seba lo afferrò per la nuca e lo riportò vicino a lui.
Molto vicino.
Decisamente troppo.
Cosa voleva fare, Sebastiano? Se l'era dimenticato.
Era lì, pronto a vendicarsi per quel burro sparpagliato su tutta la sua faccia, e ora si ritrovava con volto di Léon a un respiro dal suo.
Gli occhi grigi incastrati nei suoi, quel profumo che sembrava entrargli anche nelle vene e la mano incastrata tra i suoi capelli.
Erano morbidi, come aveva immaginato tanto tempo prima, quando si erano appena conosciuti. Erano morbidi e lui stava cercando di frenare l'impulso di stringerli ancora di più, ancora più forte.
E non si ricordava perché l'aveva tirato così vicino a sé.
Le pupille vagavano impazzite in quelle del francese, su ogni centimetro di pelle che riuscisse a mettere a fuoco.
E il cuore... Quel cuore che sembrava impazzito nella sua gabbia toracica, che scalpitava, quasi volesse uscire da lì e fare chissà cosa.
I respiri affannati per la lotta si stavano mischiando, creando una nuova miscela che stava facendo girare la testa a Sebastiano.
Chissà se era così anche per Léon.
Chissà se anche lui si era trovato spiazzato da quella vicinanza improvvisa.
«Che state facendo sul tavolo?»
Puff.
Era scoppiata così la bolla in cui erano stati rinchiusi per quei secondi che a Sebastiano erano sembrati interminabili.
Si erano rialzati in fretta e furia e lui aveva iniziato a pulirsi il volto da quell'appiccicume, mentre Léon sorrideva in direzione di sua sorella, ora ferma sulla soglia della cucina.
«Niente, io e Sébastien stavamo solo giocando, e lui ha perso» disse con tono tronfio.
Non sapeva perché, ma aveva la sensazione che il francese avesse proprio ragione.
Sebastiano stava perdendo la sua lotta contro Léon.
Spazio S.
Anziché pubblicare due capitoli domani, li farò uscire separatamente...
Sono particolarmente affezionata a tutti e due, quindi meritavano una giornata tutta per loro ❤️
Ci rileggiamo tra più o meno ventiquattr'ore col numero 22, di cui vi spoilero il titolo: "Tra I Pensieri Di Léon".
Non vedo l'ora di farvi entrare un pochino nella sua testolina 😍
Un abbraccio, S.
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