11. Inviti
Ciò che svegliò Seba, quella mattina, non fu un rumore improvviso, né l'aver riposato abbastanza.
Non aveva fatto nessun incubo, finalmente la temperatura gli sembrava accettabile e non aveva sete.
Si ritrovò ad aprire gli occhi semplicemente quando un delizioso odore di dolce avvolse la stanza.
Com'era possibile?
La cucina era al piano inferiore, come poteva essere arrivato fin lassù? Seba ricordò quanto era buona la torta che aveva mangiato la notte stessa in compagnia di Léon, e si disse che con una donna capace di fare dei dolci così, era possibile eccome!
Aprì gli occhi con calma e scoprì di essere su un fianco, rivolto verso Alex che ancora ronfava beatamente. Inspirò ancora quell'aroma che si era espanso per tutta la camera e sentì lo stomaco brontolare appena.
Non era pronto a lasciare il letto, era riuscito ad addormentarsi molto tempo dopo la conversazione fatta con Léon. Si era domandato più e più volte cosa volessero dire quelle parole; le aveva pronunciate con un tono così solenne, così convinto, che Seba non aveva osato ribattere, né chiedere scusa per essersi addentrato in una questione tanto intima e delicata.
Non aveva più proferito parola, è vero, ma è altrettanto vero che nella sua mente le supposizioni e le domande avevano iniziato ad accavallarsi, formando un gomitolo di pensieri troppo difficile da sgrovigliare.
Anche ora che era sveglio, Seba si domandava come avrebbe dovuto comportarsi col francese. Doveva fare finta di nulla? Doveva tentare di riprendere il discorso per provare almeno a chiedergli scusa? E, soprattutto, cos'era quel fastidio che sentiva alla guancia?
Seba posò gli occhi appena più in basso e capì di essere appoggiato con tutto il viso al braccio di Léon. Sicuramente non era abituato ad avere ben due persone nel letto, e si era mosso -come magari faceva di solito- allungandosi a destra e sinistra; un po' come faceva lui, in fondo.
Alzò appena il volto, immaginando che il braccio di quel povero ragazzo dovesse essere ormai formicolante sotto il peso della sua testa, e si girò per vedere se anche lui dormisse ancora.
Decisamente, non stava dormendo.
Seba ritrovò gli occhi tempesta di Léon dritti nei suoi, che si sgranarono appena nello scoprire che era già sveglio e che lo stava fissando.
Non riuscì a capire cosa potesse pensare il più grande in quel momento, sapeva solo che dalla sua espressione, apparentemente tranquilla, sembrava trapelare qualcosa di simile a un grido d'aiuto.
Le iridi ambrate di Sebastiano vagarono in quelle grigie di Léon per minuti e minuti in cerca di un segnale, un indizio, qualunque cosa potesse aiutarlo a capire meglio; a capire un po'.
Continuarono a scrutarsi così, come se non si fossero mai visti prima, e invece Sebastiano sentiva che quegli occhi erano ciò che più conosceva al mondo. Gli sembrava che non avessero segreti, gli pareva quasi di conoscerne ogni più piccola sfumatura.
E proprio mentre pensava questo, si rendeva conto di essere lontano anni luce dalla realtà: lui, di quel ragazzo e dei suoi occhi, non conosceva praticamente nulla.
Fermi, ognuno su un fianco, non avevano emesso alcun suono, alcuna parola. Sembrava quasi che nessuno dei due osasse spezzare quel legame che si era creato così, dal nulla.
La morsa allo stomaco afferrò il più piccolo non appena sentì il rosso destarsi dal suo sonno e mugugnare qualcosa.
«Fame. Caffè.»
Furono quelle le parole che sancirono la fine di quel contatto d'occhi così potente, che aveva lasciato Sebastiano quasi devastato, tanta era stata la sua profondità.
Fu proprio lui a distogliere lo sguardo per primo, e si girò verso il suo amico.
«Siamo tutti svegli, possiamo alzarci.»
«Mmh. Caffè. Cibo.»
Alzò gli occhi al cielo, ricordandosi di quanto fosse poco mattiniero Alex, poi gli venne in mente un modo per farlo scattare in un secondo:
«Vediamo chi arriva prima in cucina?» propose.
Gli occhi del rosso si spalancarono di botto e, nemmeno il tempo di aggiungere un'altra parola, era già corso fuori dalla porta.
Seba scoppiò in una risata, poi si tirò a sedere e guardò il biondo, ancora steso sul letto.
«Caffè?»
Il solito mezzo sorriso fece capolino sul viso del francese, che annuì e si alzò.
«Tu devi essere Sébastien!»
La voce della zia di Léon lo colse così, d'improvviso, mentre era intento a masticare un altro boccone di quella torta deliziosa.
Seba si stupì appena, poi rivolse un'occhiataccia a Léon che, dal canto suo, non sembrava battere ciglio.
«Sebastiano», la corresse «Solo Léon si diverte a storpiarmi il nome. Lei invece deve essere la fantastica pasticcièra che ha creato questa delizia!»
Non era certo un ragazzo timido, Seba, in più la donna era molto più giovane di quanto si aspettasse. Aveva sicuramente meno di quarant'anni, una cascata di riccioli biondi e gli occhi di un nocciola intenso. Era davvero una bella donna, constatò.
«Sono Lisa, e dammi pure del tu. Basta già mio nipote a farmi sentire vecchia.»
«Ma tu sei vecchia! Hai il doppio dei miei anni» disse mentre scrollava le spalle.
Per tutta risposta sua zia si avvicinò e gli tirò via il piattino con la torta da sotto il naso.
«Ehi!»
«Che c'è? Mica vorrai mangiare roba cucinata da un'anziana?»
Léon alzò le mani in segno di resa, poi mise su uno sguardo ruffiano e iniziò a sbattere le ciglia verso di lei.
«Sei la zia più bella e giovane di tutto il mondo. Ora posso riavere la mia colazione?»
«E tu il nipote più leccaculo! Tieni» disse passandogli nuovamente il piatto -che lui coprì con un braccio nel tentativo di non farselo sgraffignare di nuovo- poi si rivolse ad Alex: «Ciao, tesoro» lo salutò mentre con una mano gli arruffava appena i capelli.
«Ciao, Lisa. Com'è andata la nottata?»
«Oh, un delirio. Voi giovani bevete decisamente troppo. È stato un continuo di lavande gastriche e medicazioni post rissa.»
«Lavora in ospedale?» si informò Seba.
«Sì, esatto. Quindi badate bene a ciò che fate, verrà sempre qualcuno a riferirmi se c'è mio nipote o qualcuno dei suoi amici in sala d'attesa» rispose facendo un occhiolino.
Gli piaceva quella donna, era solare ma sapeva essere anche autoritaria. Decisamente una donna carismatica.
Seba sorrise nella sua direzione, così come Alex, ma la voce di Léon gli fece cambiare espressione in fretta.
«Zia, oggi Sébastien preparerà il pranzo per sdebitarsi di essere rimasto a dormire qui.»
Cosa? Ma quando era stato deciso? Lui non aveva nemmeno accennato al fatto di rimanere a pranzo lì. Lui voleva tornare a casa!
A Lisa si illuminarono gli occhi.
«Davvero? Ti direi che non ce n'è assolutamente bisogno, ma sono così stanca che non dover cucinare è una gran pacchia. Léon non sa nemmeno friggere un uovo.»
Bene.
Perfetto!
E ora come poteva uscire da quella situazione?
Seba si voltò verso il francese assottigliando lo sguardo più che poteva nel tentativo di metterlo in soggezione.
Dovette constatare in fretta che non poteva essere più lontano dal farlo, dal momento che se ne stava spaparanzato sulla sedia col suo solito non sorriso in volto.
«Ho notato. L'ultima volta ha cercato cosa volesse dire tagliare a listarelle su Google» disse arcuando un sopracciglio in un'espressione di sfida, mentre continuava a guardare il biondo.
Lisa scoppiò a ridere, poi andò a cercare qualcosa nella borsa che aveva appoggiato su uno dei ripiani della cucina, ne estrasse il portafoglio, e allungò il bancomat a Léon.
«Tesoro, vai anche a fare la spesa, d'accordo?»
Il ragazzo sbuffò appena, poi lo prese e guardò i suoi amici.
«Forza, andiamo» decretò.
Alex scosse la testa in segno di diniego.
«Spiacente, belli, ma io devo andare a casa. C'è mio zio e bla bla bla.»
«Cazzo, me n'ero dimenticato. D'accordo, ci si vede domani a scuola, allora. Dai Sébastien, andiamo.»
Ma come cazzo era possibile che si facesse fregare sempre da quel mangia baguette?
Seba si alzò sconsolato dalla sedia e salutò con un cenno Lisa.
Una volta fuori, dopo essersi rimesso i suoi vestiti, poté finalmente godere di nuovo dell'aria fresca che gli carezzava il viso. Aveva seriamente pensato di soffocare in quella casa, la sera prima.
Entrambi salutarono Alex e si diressero al supermercato.
Il viaggio in macchina fu silenzioso, senza però essere imbarazzante, e una volta dentro al negozio Seba iniziò a guardarsi in giro. Cosa avrebbe potuto preparare, quella volta?
«Allora? Cos'hai in mente di cucinare?» Léon sembrava avergli letto nel pensiero.
«Un cazzo, visto che mi hai teso un'imboscata.»
Okay, in realtà non era davvero così arrabbiato, ma era una questione di principio!
Il biondo mise su un mezzo sorriso, poi gli rispose con un tono canzonatorio.
«Oh, scusa tanto. Potevi declinare l'invito se non volevi restare.»
Seba si ritrovò per la seconda volta in quella giornata a guardarlo con gli occhi assottigliati, nel tentativo di capire se lo stesse prendendo in giro o meno.
Sicuramente era la prima opzione.
«Quello non era un invito. Un invito è: "Seba, vuoi rimanere a pranzo con noi?" Non "Seba rimane perché si deve sdebitare"! Ma magari in Francia siete abituati così.»
Léon si grattò appena il mento mentre guardava all'insù, come per cercare una risposta degna.
«In effetti, sì» disse.
«Un cazzo! Ci passo le mie estati da quando ero bambino, in Francia, e non funziona così proprio per niente.»
«E allora perché lo chiedi?»
«NON L'HO CHIESTO!» Sebastiano si ritrovò ad urlare in mezzo alla corsia, mentre il più grande se la rideva sotto i baffi.
Dio, era partita come una questione di principio ed era finita per farlo arrabbiare davvero. Era insopportabile quando faceva così, Léon.
«Non ti arrabbiare, dai... prometto che ti listarello tutte le verdure anche oggi. Sarò un ottimo sub chef» disse con un'espressione angelica ad invadergli il volto.
Seba si ritrovò a dover trattenere un sorriso; non gliel'avrebbe certamente data vinta così facilmente e, infatti, si ritrovò con una mezza smorfia sadica in viso.
«Sì? Cominciamo da ora, allora: vai a prendere due melanzane -quelle lunghe, non quelle tonde- due etti di ricotta secca, e le penne. Ci vediamo all'ultima corsia tra dieci minuti.»
Prima di girare i tacchi e andarsene, riuscì a vedere un lampo di terrore attraversare gli occhi di Léon.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro