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02. Bonsoir

«La professoressa di italiano ci ha già dato la lista dei libri che dovremo leggere entro la fine dell'anno. Ma quella una scopata non se l'è fatta quest'estate? Ha pensato solo a come poter torturare i suoi studenti?» sbuffò Alex.

Erano spaparanzati formando un semicerchio sul tetto di casa sua, che per occasioni come quelle era stato arredato con divanetti di fortuna e grandi cuscini con cui poter attutire la durezza del cemento. Fili e fili di lucine erano stati appesi da una parte all'altra del terrazzo, rendendo l'atmosfera di quel posto decisamente accogliente.

Seba rischiò di farsi andare la birra di traverso quando vide la sua ragazza arrossire a quella battuta.

Nonostante stessero insieme da più di due anni e avessero già avuto rapporti sessuali, non riusciva ancora ad abituarsi a quanto Chiara fosse pudica e timida quando si parlava di certi argomenti, se pur in tono scherzoso come aveva appena fatto Alex.

«Non essere volgare, è pur sempre una signora di una certa età!» lo ammonì infatti la ragazza.

«Beh, da quando per il sesso c'è una data di scadenza?»

Giada scosse la testa di fronte all'impertinenza del suo amico. Alex sapeva benissimo quanto Chiara fosse restia a parlare di certe cose, e proprio per questo si divertiva da morire a stuzzicarla.

«Comunque scommetto venti euro che anche quest'anno troverà un modo per ossessionarmi! In terza mi ha fatto la guerra perché ero rappresentante di classe e le assemblee venivano fatte durante le sue ore. L'anno scorso mi ha interrogato nonostante avessimo deciso noi il giro da seguire. Quella mi odia, ve lo dico io.»

Non aveva tutti i torti, in effetti. La professoressa Giorgi era decisamente una donna che se ti prendeva di mira, non mollava l'osso neanche sotto tortura. Purtroppo per Alex, quell'osso era proprio lui.

«Tu fai il gentile e vedrai che ti lascia stare» intervenne Giada.
Aveva una passione sfrenata per italiano e storia, e questo la portava inevitabilmente ad amare anche la sua prof.

«Io? Leccare il culo a quella? Mai!» rispose risoluto Alex facendo ondeggiare la chioma di capelli rossi avanti e indietro.

«Giusto!» gli fece eco Seba, «Lui il culo lo leccherebbe solo a Martinelli!»
Incassò la gomitata di Chiara come se niente fosse, e ripensò all'anno passato, quando il suo migliore amico si era preso una cotta per il loro professore di educazione fisica.

«Beh, devo dire che lo avrei fatto, sì... In effetti l'ho proprio fatto... E non ho leccato solo quello, bello!» rispose il rosso facendogli un occhiolino.

«Cosa, cosa, cosa? Ragazzi, ma quante cose mi sono perso? E tu perché non mi hai detto niente?» chiese rivolto a Chiara.

«Voleva raccontartelo lui di persona, mi ha fatto giurare di non parlarne. E poi sai che certe cose io non le dico!»

«Però le fai...» replicò Alex con tono allusivo.
Seba allungò la gamba per dargli un calcio, e dopo averlo centrato in pieno nascose una risatina con un colpo di tosse.

Non era propriamente vero, in effetti, che lei facesse certe cose. A malincuore Seba doveva ammettere che non aveva proprio idea di cosa si provasse con il sesso orale. Non lo aveva mai detto a nessuno, tanto meno a quel pettegolo di Alex che non sapeva tenere un segreto neanche a pagamento, ma la ragazza non era decisamente avvezza a certe pratiche.

Chissà perché, però, il suo amico se la immaginava come una specie di pornostar a letto, anche se lui non aveva mai fatto nulla per negare o confermare quell'idea.

«Ma Léon non viene stasera?» chiese Andrea, mentre con una mano cercava di liberare la fronte dai riccioli scuri.

Ah. Léon.
Che sabbia in culo quel ragazzo!

Si erano rivisti all'uscita di scuola, e nonostante Seba con lui avesse usato un tono decisamente più conciliante rispetto al mattino, quello aveva continuato a guardarlo in modo serio e austero, con quegli stupidi occhi strani che si ritrovava.

«Certo che viene, arriverà a momenti» rispose Alex.

Il viso di Giada si illuminò nel sentire quella risposta e, quasi senza accorgersene, iniziò a sistemare la frangia per lisciarla meglio che poteva.

A Seba non sfuggì quel particolare. La sua amica non era certo una di quelle ragazze che passava da una cotta all'altra con semplicità, come invece facevano la maggior parte dei loro coetanei; vederla con gli occhi illuminati per l'arrivo di quel francesino da strapazzo lo innervosì non poco.

E mentre pensava a come chiedere conferma a Chiara sulla sua supposizione, ecco che l'ultimo del gruppo fece il suo arrivo.

«Bonsoir, petits

Tsk.

Petits!

Sicuramente i suoi amici accettavano di farsi chiamare petits perché non avevano idea di cosa significasse. Léon frequentava il quinto anno, come tutti loro, come osava chiamarli "piccoli"? Certo, poteva essere anche un modo affettuoso di rivolgersi a loro, ma Seba lo trovava decisamente stupido.

«Bonsoir!» lo salutarono tutti in coro.

Ma da quando avevano imparato la lingua? Ogni volta che tornava dalle vacanze, a fine estate, aveva un paio di giorni in cui sovrappensiero diceva qualche frase in francese, data l'abitudine, e i ragazzi non si erano mai interessati di memorizzare neanche mezza parola.

Poi arrivava questo, ed ecco che tutti sembravano pronti a prendere appunti per rispondere in maniera adeguata. Dio, questo Léon iniziava a dargli proprio sui nervi.

«Ciao» lo salutò infatti.

«Ah, pardon, credevo sapessi il francese» rispose l'ultimo arrivato.

Non voleva essere una frecciatina, Seba ne era abbastanza sicuro, eppure quella frasetta lo infastidì.

«Lo so, infatti. Ma siamo in Italia, e parlo italiano» mise su un mezzo sorriso e si girò per chiedere qualcosa alla sua ragazza.

Averlo intorno lo rendeva nervoso, e mentre domandava a Chiara se il giorno dopo sarebbe stata libera, si ripromise di smetterla di farsi rovinare l'umore da lui.

In fondo tutti sembravano amare quel ragazzo, non avrebbe avuto senso cercare di fargli la guerra.

Okay, non che Seba avrebbe davvero voluto fare la guerra a qualcuno, ma di certo sarebbe stato ancora più stupido volerla fare a una persona che, per sua sfortuna, sembrava essersi inserita in pianta stabile nel suo gruppo.

Léon sorrise ai ragazzi e prese un cuscino per potersi sedere a terra, passò alle spalle di Alex e Andrea e si posizionò proprio di fronte a Seba.

Prese a parlare con Giada e lui ebbe finalmente l'occasione per poterlo guardare un attimo.

Rientrava sicuramente tra quelli che le donne avrebbero definito un bel ragazzo: aveva una mascella ben pronunciata, enfatizzata dalle guance un po' scavate che lo facevano sembrare un reduce di guerra.

Il naso, non troppo lungo e con una leggerissima gobbetta, era perfettamente in linea col centro delle labbra, appena carnose e rosee, ma il suo punto forte dovevano essere sicuramente gli occhi.

No, non gli occhi, lo sguardo!

Léon aveva quel modo di guardare che sembrava leggere dentro alle persone e, quando di tanto in tanto si voltava e incrociava gli occhi d'ambra di Seba, lui non riusciva proprio a distoglierli dalla sua figura.

Sembrava come ipnotizzato, e la cosa gli dava ancora più sui nervi.

Passava la mano in quei capelli biondi che davano l'impressione di non essere stati pettinati da almeno una settimana, ma sembravano così soffici che Seba avrebbe scommesso fosse una pettinatura studiata ad hoc per avere il classico aspetto da bad boy che tanto piaceva alle ragazze.

E il modo di vestire... Ancora non si capacitava di come si potesse andare in giro a metà settembre con maniche lunghe e jeans.

Anche quello era un look studiato appositamente per sembrare più misterioso, Seba ne era sicuro.

«D'accordo?» chiese la sua ragazza mentre lui era ancora catturato dalla figura di Léon.

«Sì, certo» rispose con un sorriso.

Che cosa aveva detto Chiara?
Seba se l'era perso... Léon aveva tirato fuori dalla tasca dei jeans un pacchetto di radici di liquerizia e aveva iniziato a succhiarne una; continuava a lanciargli occhiate strane, come se volesse provocarlo.

Seba si chiese come si potesse anche solo pensare di fare arrabbiare una persona mettendo uno stupido legnetto in bocca e giocherellandoci.

Beh, in effetti, a pensarci bene ogni azione compiuta dal francese sembrava infastidirlo, quindi non aveva sbagliato poi tanto.

Decise di smettere di fissarlo e di dedicarsi ai suoi amici: sarebbe stato meglio per tutti se fosse riuscito a convivere con quella figura ingombrante.

«Sabato pensavo di festeggiare il mio compleanno, che ne dite di una pizza tutti insieme? Una cosa tranquilla tra noi.»

L'attenzione di tutti fu riportata su Léon, che ora sorrideva a mezza bocca mentre continuava a torturare quel bastoncino.

Seba decise di tentare un tono conciliante con lui.
«Finalmente maggiorenne, eh?»

«Veramente ne faccio venti» rispose tranquillo Léon.

«Venti? E sei ancora in quinta superiore?»
Non c'era assolutamente nessuna accusa nelle parole di Seba, solo semplice curiosità.

«Già, ho perso due anni.»

«E perché?»

«Perché sì.»

Ed ecco che il sorriso strambo del più grande sembrava essersi dissolto, esattamente come il fumo della sigaretta che Alex teneva tra le dita.

«Quindi pizza, eh?» disse proprio quest'ultimo, «Dove pensavi di andare?»

Perché lo aveva fatto? Perché il suo amico sembrava così ansioso di cambiare argomento? Doveva sicuramente sapere qualcosa.

Certo, loro avevano avuto tutta l'estate per entrare in confidenza mentre, per Léon, Seba era l'ultimo arrivato.

Che ironia, sembravano rappresentare lo stesso ostacolo l'uno per l'altro: erano l'elemento di disturbo in un equilibrio già stabilito.

«Mia zia non c'è, quindi possiamo stare anche a casa mia se vi va.»

Sua zia? Léon viveva con la zia? Perché mai? Aveva solo vent'anni, a meno che non fosse successo qualcosa di grave ai suoi genitori, era strano pensare a qualcuno che faceva le valige, lasciava casa propria e andava all'estero per vivere con la zia.

Il pensiero di un ragazzo così giovane costretto ad affrontare un cambiamento simile fece stringere lo stomaco a Seba.

Non che dovessero essere affari suoi, certo.

«Se prima di uscire ci prepara la sua torta, per me va bene» disse Chiara con un sorriso che andava da un orecchio all'altro.

«Quella alle mele?» chiese Léon.

«Quella al cioccolato!»

Mele, cioccolato... quante volte era stata la sua ragazza a casa di quel tizio? Quante torte aveva mangiato? E poi lei non era neanche una grande amante dei dolci. Ma perché cavolo tutti sembravano essere così accondiscendenti con lui?

«Sébastien?» richiamò la sua attenzione Léon, non appena gli altri iniziarono a parlottare tra loro.

«Come? Ah, sì. Va bene per me.»

Il più grande sorrise nella sua direzione e fece per riprendere a chiacchierare con Giada.

«E comunque è Sebastiano, non Sébastien» disse piccato.

«Oh, lo so. Ma Sébastien suona molto meglio» schiacciò un occhiolino e tornò alle sue chiacchiere con la ragazza.

Col cazzo che suonava molto meglio!

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