Promesso
Sebastian mi ignora per quasi tutte e otto le ore. Mancano solo venti minuti alla fine della lezione: 'Fantastico!'. Sospiro frustrata, maledicendomi. 'Perché sono così sbagliata? E perché mi sto così tanto dannando l'anima per uno sconosciuto?' - 'Perché è l'unico che si è accorto di te' mi bastona la coscienza. Mi fa sentire così piccola e insignificante, così priva di senso. Mi annichilisco, perdendo la concentrazione sulla lezione di filosofia, la mia materia preferita. Tormento le pellicine agli angoli delle unghie poco curate e le strappo via, facendo uscire del sangue da esse.
-Smettila- sento dire dal mio fianco. Mi volto e Sebastian guarda fisso davanti a sé: non c'è il minimo cenno di espressione che possa farmi capire qualcosa, questo ragazzo sembra una statua, una bellissima statua. Quella che uno scultore realizza quando si mette in testa di dover fare la sua miglior opera, quella della vita. Strappo un'altra pellicina e in un istante, la sua mano è sulla mia, pronta a fermare i miei gesti. Respiro profondamente e l'aria si blocca nel petto: odio avere questa reazione al suo tocco, mi fa sentire così stupida. La sua presa stringe e stacca la mia mano dall'altra, portandola sul banco e tenendola ben salda nella sua. Guardo quella presa e il fiato diventa corto: la sua mano ricopre interamente la mia, facendola sparire. Sparire come me.
-Scusami- dico, abbassando lo sguardo. Chiudo gli occhi e inspiro profondamente, cercando di regolarizzare nuovamente il respiro. Ammorbidisco il braccio bloccato e lui deve accorgersene: allenta la presa e, pian piano, libera la mia mano, ma decido di non spostarla da lì. Voglio che capisca che non è un fastidio dovuto al suo contatto il mio, ma è un problema che sorge dalla mia mente e che divora ogni giorno di più la mia vita. Se ne rende conto e un piccolo cipiglio appare sul suo volto, in segno di soddisfazione.
-Sai dire altro oltre a scusami e grazie?- mi sbeffeggia. Alzo un sopracciglio e lo guardo male: 'Ma che stronzo! E io che mi stavo anche dispiacendo per quello che è successo sulla moto'. Afferro la penna e torno a prendere appunti sul quaderno, ignorando il bastardo di fianco a me. Gonfio le guance prima di tirare fuori l'aria, facendo partire un fischiettio per sbaglio. Mi pietrifico quando sento una risatina da parte di Sebastian.
-Sei così buffa- dice. E questo sembra tutto meno che un insulto, così finisco per ridere anch'io. Rido. Per la prima volta negli ultimi sei anni, rido con qualcuno che non sia Gino, e cazzo, questo è un grandissimo problema. Ed è ancora più un problema che quel ragazzo, segnato di chissà quale dolore, sorrida insieme a me e per me. 'Cosa può uscire da due anime vuote, avvolte dalle tenebre?'. Niente di buono.
Finalmente suona la campanella, raccolgo le mie cose e mi alzo.
-Ti aspetto giù- dice Sebastian, senza guardarmi. Mi sento confusa.
-Torni a casa con me. Ti vengo a prendere dove ti ho lasciata stamattina- e prima che possa rispondere, ha già lasciato l'aula. Resto in piedi come una scema; porto una manica vicino alla bocca e sorrido, per la seconda volta in poco tempo. Mi dirigo fuori quasi saltellando: sono così felice in questo momento che non riesco a contenere la gioia. Scendo le scale velocemente e, appena giro l'angolo dell'ultima rampa, mi scontro proprio con lei: Eris. 'Oh cielo!'
-Oh, guarda un po' chi c'è, il maiale- mi canzona lei con sguardo divertito. Vicino all'arpia c'è Carla, la sua migliore amica, intenta a sistemarsi il trucco.
-Questa è Iris?- domanda l'amica mora. Eris annuisce poi si avvicina e mi spinge verso le scale, facendomi perdere l'equilibrio e cadere sul terzo scalino in pietra grigia.
-Dove vai così velocemente?- domanda la stronza, guardandomi dall'alto. Non posso di certo dirle che sto andando da Sebastian o la mia vita finirebbe in questo preciso istante. Mi alzo, facendo indietreggiare la bionda.
-A casa- mi limito a dire prima di superarla. Fortunatamente non infierisce oltre: una volta varcato il cancello, prendo una sigaretta dallo zaino e l'accendo, inspirando profondamente a pieni polmoni. Mi fermo per un istante, chiudo gli occhi e assaporo quel gusto di tabacco bruciato che mi pizzica la gola e mi da alla testa. Riapro gli occhi e torno a camminare, dirigendomi verso il punto in cui Sebastian mi ha lasciata al mattino. Più mi avvicino e più lo stomaco si contorce: questa situazione mi crea un po' di disagio perché non ho la minima idea di cosa dire, di cosa fare, di cosa è giusto provare e cosa no.
Svolto l'angolo e lo vedo lì, appoggiato alla sua moto; mi fermo sul posto e l'osservo: è intento a guardare qualcosa sul telefono. Il suo volto è cupo, come se ciò che sta guardando non sia affatto di suo gradimento. La mascella è serrata, il braccio contratto per la presa dura sul cellulare. Ho quasi paura ad avvicinarmi a lui. Sento un telefono squillare, il mio: 'Cazzo!' impreco. Rispondo velocemente:
-Signorina Iris, dov'è? Va tutto bene?- domanda Gino, preoccupato. Sebastian si accorge della mia presenza e alza la testa nella mia direzione. Mi guarda e posa il telefono nella tasca sinistra del jeans stretto, mette le braccia conserte e aspetta che lo raggiunga. I miei occhi sono fissi nei suoi, il mio cuore sorride e le mie gambe diventano molli. 'Che cretina'.
-Sì Gino, tutto bene. Ma oggi non ho bisogno che tu mi venga a prendere, tornerò a casa da sola- dico e riaggancio, senza aspettare una sua risposta. Inalo un altro tiro di sigaretta e raggiungo Sebastian. Mi fermo davanti a lui, senza staccare lo sguardo; inspiro nuovamente del fumo prima che lui possa prendermi la sigaretta dalle mani.
-Da quando fumi?- mi domanda, facendo un tiro. Cala la testa, buttando fuori il fumo, facendo in modo che lo stesso non mi arrivi dritto in faccia. Poi alza gli occhi verso di me, in attesa di una risposta.
-Da un anno circa- mento. Ho provato la mia prima sigaretta solo due mesi fa, ma non voglio sembrare più sfigata di quello che già sono. Lui mi guarda divertito e poi scuote la testa, come se sapesse che sto mentendo. Lo guardo confusa ma non domando. Sebastian fa l'ultimo tiro e getta la cicca a terra, poi mi fa cenno con la testa di salire e si mette il casco. Annuisco e lo seguo, salendo proprio come ho fatto quella stessa mattina: piede sul pedale e mano sulla sporgenza dietro il sellino.
Stavolta però mi metto più vicina; non mi farò toccare di nuovo scatenando in me la stessa reazione. Sebastian parte e con il braccio gli indico la strada per casa. L'aria fresca di Roma mi accarezza la pelle, togliendomi il fiato quando lui accelera. Devo ammettere che è così bello andare in moto che quasi vorrei sbagliare strada per godermi questa sensazione di libertà che provo in questo momento. Ma non è giusto, non posso approfittarne, perciò lo guido verso casa e, in poco tempo, ahimè, arriviamo davanti il grande cancello di ferro decorato con ornamenti che ricordano delle bellissime piante. Sebastian accosta e si sfila il casco, guardando l'entrata di casa mia:
-Ah però, non te la passi per niente male- sogghigna.
-Avere i soldi non vuol dire essere felici- dico stizzita, mentre scendo dalla moto. Sicuramente aiutano ma non le persone come me. I soldi, alle persone come me, le uccidono.
-Iris, cos'è che ti divora dentro? Come si chiama il tuo demone?- domanda, cogliendomi di sorpresa. Eccolo lì: colui che provava il mio stesso dolore, aveva capito che qualcosa mi stava mangiando da dentro. 'Ma come lo spiego a una persona che nemmeno mi conosce, quando non sono stata in grado di dirlo neanche allo psicologo o ai miei genitori?' Abbasso lo sguardo e serro i pugni, fino a trafiggermi la pelle con le unghie: sento la carne scalfirsi e qualcosa colare da esse. Sebastian se ne accorge; scende immediatamente dalla moto e mi afferra i polsi:
-Aprile! Aprile!- grida, ordinandomelo. Sussulto e con gli occhi che minacciano lacrime, lo guardo sbalordita. Eseguo il suo ordine e mollo la presa. Sebastian tira su le mani girandole dalla parte dei palmi e controlla le piccole ferite.
-Perché ti fai questo?- domanda, quasi dispiaciuto. -Io... non lo so- sibilo. Lo so fin troppo bene il perché, so fin troppo bene il perché di queste mie reazioni. Lui si acciglia e aggiunge:
-Capisco che non ne vuoi parlare, ma ti chiedo di non mentirmi. Odio chi mente-. Posso giurare che il respiro si è fermato, che il mio corpo trema come trema il suolo sotto una scossa di Magnitudo dieci. Che le mie gambe si sono trasformate in gelatina e che il mio cuore... Lui è diventato così tante cose tutte insieme. E l'unica cosa giusta da fare, o che almeno sembra giusta, è quella di annuire.
-Non mentirò più, promesso- dico, porgendogli un mignolo. Acquisisco da parte sua un sorriso sbilenco ma sincero. Spesso mi è capitato di vedere Sebastian in giro per la scuola e l'unica espressione al di fuori di quella dura e fredda che avessi mai visto, era quella di un sorriso soddisfatto, un sorriso di vittoria. Ma stavolta non era così: il suo era un sorriso di consapevolezza. Afferra il mio mignolo intrecciandolo al suo: sento una scossa partire da dietro il collo e terminare alla fine della schiena, passando per tutta la colonna vertebrale.
-Quando sarai pronta, mi farebbe piacere ascoltarti- dice con tono gentile; è la prima volta che glielo sento usare e devo dire che non mi dispiace. Annuisco e lo guardo dolcemente: l'aria è carica di elettricità, il mio stomaco va in subbuglio, come se qualcosa circolasse al suo interno. La testa è leggera, ma il cuore è pesante, come se fosse pieno di qualcosa a cui non so dare un nome.
-Ci vediamo domani, Iris Sabelli- dice lui, interrompendo quel contatto. Lo guardo salire sulla moto e infilare il casco.
-Solito posto?- domando speranzosa. Annuisce e se ne va. Solo ora mi accorgo di aver smesso di respirare: 'Sebastian, cosa mi stai facendo?'
Angolo autrice
Eccomiiiiiii! Allora... posso dire che sto sclerando da sola? L'ho detto. Amo troppo loro due. E voi? Cosa ne pensate di Iris? E di Sebastian? Fatemelo sapere :D Ci vediamo nel prossimo capitolo!
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