•Capitolo 9•
~•Sky•~
Non posso negare alla mia anima, di aver provato una scarica forte, nel sentire il suo fiato, scivolare sul pendio del mio collo, infiltrandosi sotto lo strato del maglioncino.
Ho trovato disperatamente la forza di alzarmi e metterlo al tappeto, solo perché mi sono ricordata che non finirò con la stessa sindrome di mia madre.
Nonostante Jackson sia un ragazzo bellissimo, sento che c'è molto di più.
Ha qualcosa di buio che conserva dentro, e non so cosa sia.
L'ho visto nei suoi occhi foresta, che bruciavano lentamente, per rendere l'altra persona solo un cumulo di cenere sporca.
Non immaginavo che fosse il fratello della bambina che mi avevano dato in affido.
Il mio primo nuovo caso, nella nuova città, comprendeva proprio Violet Thomson, niente poco di meno che la sorellina del cafone Jackson Thomson.
Era entrato come se avesse finalmente trovato un rifugio.
Da chi?
Da cosa scappi Jackson?
Un fuggitivo di se stesso.
Il respiro pesante che aveva permeato l'aria di quel vano cucina.
E poi era ritornato lo stesso di sempre.
Volevo addirittura ringraziarlo per non aver chiesto soldi circa la riparazione.
Ma come ho citato, é tornato il solito maleducato, sciovinista, che ha tirato fuori la mia parte da frigida isterica.
Mi sono anche gustata il suo ispezionarmi lembo dopo lembo.
Ho zittito la mia voglia di aprire le cosce e sollevarmi la gonna, per mostrargli che il perizoma nero di velo, non rappresentava proprio la castità in persona.
E se forse non c'era Violet e non fossi stata nello status lavorativo, lo avrei fatto.
Ma l'ho comunque zittito.
Giurerei che sua madre al telefono era stata così carina e cordiale, che resto nel dubbio che Jackson sia stato procreato da lei.
Mi aveva spiegato che aveva trovato il numero dell'agenzia dove lavoro, e le colleghe mi hanno buttato subito nel lavoro.
Sono stata l'intero pomeriggio a studiare e conoscere ogni singola movenza di Violet.
Di come abbassava lo sguardo, contrariando i lineamenti su quel viso rotondo e giovane, appena un bambino la fissava.
Di come arricciava il nasino grazioso, se qualcuno le rivolgeva il sorriso.
Ho capito subito che il suo non era certamente un problema dalla nascita, ma scaturito da un evento traumatico, che ha fatto sì che Violet si chiudesse in un mutismo serrato per conto suo.
Molti affrontano eventi nei modi più disparati, e specialmente per i bambini é difficile accettarne la causa, divenendo una conseguenza il loro comportamento.
Ho preferito non fare domande a sua madre.
Voglio capire da sola ogni squarcio dalle basi ad oggi.
Cosa ha portato Violet ha dipingere tutto di nero, senza nessun altro colore, se non quello dei pennarelli.
La osservo con i palmi poggiati sulle guance, e i gomiti puntellati sul tavolino della gelateria, mentre scarta gli Smarties lasciando solo quelli azzurri.
Vorrei chiederle il perché, ma so che é presto, che non parlerebbe, e neanche alza lo sguardo da quanto é concentrata.
Sembra anzi infastidita, e serra la bocca in una linea dura che la fa somigliare molto a suo fratello, nel notare che il fior di latte, si é macchiato di rosso e verde dei cioccolatini.
Inizia a raschiare con furia il colorante, strizza forte le palpebre, e succede tutto così veloce che la vedo buttare a terra la coppetta di gelato, alzarsi e iniziare a correre via veloce.
In un attimo balzo in piedi, facendo stridere le gambe di metallo della sedia, sul cemento, afferrando di fretta la borsa.
Sento gli occhi dei passanti addosso.
Posso capire di cosa sparlano le loro bocche pettegole.
Ma non me ne curo minimamente. Parto a razzo verso la direzione di Violet.
Corre tra i passanti, si fa un varco tutto suo anche se piccolo per non toccare i corpi, mentre io sono costretta a scusarmi e sgusciare come un verme tra di essi.
Prego che non vada in mezzo di strada, e finché resta sulla traiettoria del marciapiede mi tranquillizzo all'esterno, perché all'interno il cuore sembra un tamburo a percussione. Una batteria che emette frastuono come quando la bacchetta si infrange sul piatto e rimbomba.
«Violet» Provo a chiamarla a corto di fiato. Non sono una fan dello sport, e difatti la milza inizia a bruciare.
Urto un passante con la borsa di cuoio, e le sue imprecazioni arrivano sorde al mio udito che non sa più percepire i suoni.
Ho solo la vista accesa come un laser che punta la felpa rosa di Violet.
La noto dirottare verso destra, infiltrandosi nel giardino. Le scarpe da ginnastica si illuminano ad ogni suo passo sotto le suole, creando un gioco di colori.
I mocassini pigiano sul dorso del piede, e so che dopo questa corsa avrò delle strisce rosse, e delle sbucciature su i talloni, ma continuo imperterrita a correre e anche se chiamo lei é nel suo mondo.
É stata una mossa sbagliata farla uscire dal suo guscio protettivo, e portarla tra la folla.
Leí non é pronta a questo mondo, io non sono ancora pronta a mostrarglielo e farle vedere che esiste uno spazio per tutti su questa terra.
Che leí é speciale nella sua complessità.
Me ne accorgo ancor di più, e mi maledico, nel momento esatto che la vedo lasciarsi andare con la schiena contro l'arbusto di un secolare, dove le foglie gialle creano un mucchietto a terra.
Struscia la schiena contro il tronco ruvido, e si rannicchia sull'erba umida, con le ginocchia contro il petto.
I piccoli palmi premuti contro le orecchie, e gli occhi serrati con la testa riversa verso lo spazio che lasciano le ginocchia contro lo sterno.
Rallento la corsa, dove i capelli alla nuca sono umidi di sudore, il fiato che preme per uscire tutto di botto nel petto, e mi avvicino a piccoli passi.
Sento il mocassino sfregare contro il tallone sbucciato, e zoppico appena, oscillando la borsa tra le dita.
Quando le arrivo davanti, decido di mettermi seduta sull'erba, con le gambe incrociate all'indiana, e aspettare una sua mossa.
Ma come mi aspetto non la fa. Resta così. Con i palmi contro le orecchie per non udire il brusio della gente.
Il cigolare delle altalene.
Il suono lieve del laghetto che scorre.
Il cinguettio vivace degli uccellini nel cielo azzurro, dove uno spicchio di sole non ci raggiunge sotto quest'ombra.
Potrei raccontarle una favola. Quella della principessa rinchiusa nel castello, che attende un valoroso guerriero che la salvi o accetti con lei di vivere nella fortezza che si é costruita.
Ma oggi non avrei favole da dispensare.
Illusioni da regalare.
Nonostante questo sia il lavoro che ho accettato.
Leí non parla. Non fiatavo neanche io.
Leí non ascolta tutto. Io ascoltavo solo i comandamenti, imparati come una filastrocca sporca, nella memoria.
Leí non guarda. Non lo volevo fare neanche io.
E tutto mi riporta lì. Al dolore che si nutre di te.
Del perché sonó arrivata a desiderare di comprendere, bambini affetti da problemi.
Io mi sono costruita un'armatura per dimostrarmi più forte.
Sotto la scorza di questa donna forte che mostro al mondo, si nasconde in realtà una ragazza fragile.
Lo so bene, ma lo ammetto solo a me stessa.
Il sole mi fa paura, accentua le debolezze.
Nel buio io mi specchio, e ci sguazzo dentro.
Lascio andare un sospiro debole, e apro la cerniera della borsa, rovistando all'interno tra i mille oggetti, un blocco.
Lei resta ancora così, nel mentre io stacco un foglio, e lo inizio a ripiegare.
Sono precisa in tutto ciò che faccio, e il piccolo aeroplano di carta mi é venuto bene.
Lo oscillo nella mano, poggiando un foglio sulle ginocchia strette tra loro di Violet.
Ora lei solleva di poco il mento, riapre lenta gli occhi per osservare cosa l'abbia disturbata, e i palmi cadono contro il foglio bianco.
Bianco come siamo noi. Tutti dobbiamo scrivere il nostro percorso, e dargli la direzione che prenderà.
Un ricciolo le scende a solleticare lo zigomo, e il verde delle sue iridi localizza il mio aeroplano che tengo in grembo.
Le sue piccole dita, si accingono a svolgere la stessa cosa, riuscendoci in due secondi a farlo meglio di me.
La noto alzarsi in piedi, e la imito. Ora sono io che prendo spunto da lei.
Mi giro a metà volto verso il suo viso rotondo, che ha ripreso una parvenza di serenità, e appena si accorge che la guardo mi incatena in quelle iridi.
Belle come quelle del fratello.
Piene di speranze infrante.
Si porta sulle labbra l'aeroplano, dandogli un bacio sulla punta, e poi con uno slancio del braccio lo fa volare verso l'alto.
Rimango a guardarlo volare, l'atterraggio non avviene, e noto di tralice Violet ammirare il cielo.
Ora so cosa contiene di oscuro Jackson.
Quale evento possa essere causa del trauma.
Ma non mi esprimo. Voglio scoprirlo, e sperare di appurare la mia tesi che mi spezza il cuore a metà, mentre con istinto affettuoso, prendo la piccola mano di Violet.
Lei punta lo sguardo verso i nostri palmi e lascia scorrere le dita tra le mie incanalature.
Ogni tanto non servono parole, i gesti dicono tutto, anche nel castello del silenzio.
Ritorno a casa stanca. Caroline non c'è e questo mi rassicura, posso finire così in pace, il resoconto del primo giorno trascorso e poi inviarlo per email.
Patricia é il mio capo, che si congratula, delle nozioni che già ho appreso solo dopo il primo giorno, e resto soddisfatta, mentre sgranocchio delle gallette di riso al cioccolato, sul divano.
É cosí bello questo silenzio, quando Caroline, non circola in giro mezza nuda, o mette la musica che trapana i timpani.
Mi sciolgo i capelli.
Mi tolgo gli occhiali, a cui ancora non riesco ad abituarmi.
Lascio andare i vestiti in lavatrice, mentre finalmente mi consento di indossare la mia sottoveste turchese.
Ho disinfettato le sbucciature ai talloni, e guardandomi allo specchio riconosco la Sky di sempre. Quella che di sera, può essere se stessa.
Guardo il panetto di erba, racchiuso nella pellicola, con indecisione.
Quando sento delle nocche decise e forti, rimbombare sull'asse di legno, della porta.
Faccio una smorfia contrariata, lasciando cadere il panetto nel cassetto che richiudo con un tonfo e mi appresto ad aprire la porta.
Potrei controllare lo spioncino.
Chiedere addirittura chi é, che fa irruzione alle dieci di sera.
E invece la mia super brillante idea, mi fa spalancare di botto la porta, e il secondo dopo rimanere ammutolita.
Il cafone misterioso e dannatamente sexy.
Non sta guardando me, bensì oltre le mie spalle, come se stesse ispezionando il territorio nemico.
La spalla poggiata allo stipite bianco, rilegato nel suo giubbotto in pelle nera.
Un jeans slavato, che gli calza divinamente su quelle cosce toniche, e la maglietta grigia con lo scollo a V che evidenzia il corpo atletico e definito.
Seguo affascinata le linee del suo volto.
Di quella mascella volitiva rasata. Le labbra carnose dove fa capolino la punta della lingua, per inumidirsi l'angolo sinistro e le sopracciglia scure e folte, arcuate.
Mi rendo conto di sembrare un Dóberman.
Peggio ancora che non ho spiccicato parola, risultando ridicola davanti alle sue iridi foresta pluviale, che ora mi fissano con un'intensità tale, da trapassare lo strato di seta della sottoveste.
E maledetto colui che viene a quest'ora, mentre sono nella mia mise più sconsiderata.
Vorrei sbattergli la porta in faccia con violenza, nel notare un angolo delle sue labbra incurvarsi verso l'alto, facendo risultare quel viso da stronzo catalogato, così malizioso da farmi avvampare come una quindicenne inesperta.
«Posso entrare o ti piace farmi rimanere sull'uscio? Hai una specie di protezione tipo quei film su i vampiri dove devo aspettare l'invito?» Mi domanda sarcastico, portando un palmo sullo stipite opposto, dove la maglietta si tende appena, lasciandomi deliziare le iridi azzurre, per quell'addome scolpito.
Sento la lingua prosciugarsi e arrovellarsi come la mia materia grigia, ricordandomi però che io non mi lascio intimidire da tipi del genere.
Faccio una smorfia con le labbra corrucciate in avanti, e alzo gli occhi al soffitto bianco.
«in effetti non sarebbe male come id...» Non mi lascia terminare la mia battuta irriverente, che allunga un passo dentro, richiudendosi la porta oltre le sue spalle larghe.
Il suo profumo speziato mi passa accanto, accarezzandomi il volto, e vedo lo spicchio di luce dei lampioni al di fuori dalla vetrata, puntare verso metà del suo volto compiaciuto.
E lui é cosi. Lascia una piccola parte in luce, e il resto resta occultato. Censurato. Nascosto da una coltre di nebbia fittizia.
«Cercavo...Caroline» Sbotta asettico dopo secondi o forse minuti interminabili, parlando più verso la casa che esamina con quelle iridi verdi, quasi a poter perforare le pareti, mentre un'ondata di fuoco rosso serpeggia nel mio stomaco.
Faccio un risolino amarognolo, come sfottò verso di lui, che torna subito a guardarmi, assottigliando quegli occhi, rendendo le sopracciglia scure più ammalianti.
«Che peccato. Mi dispiace che la tua scopata notturna non ti abbia avvertito, che sarà probabilmente a sbattersi un altro.» Cinguetto sarcastica e civettuola sbatto le ciglia, portandomi un palmo aperto sul cuore.
Maledetto che batte impetuoso.
Si inumidisce con la lingua a punta, le labbra, e maledico anche la mia intimità che si contorce nel seguire quel movimento accattivante.
Sta calpestando con le sue scarpe da ginnastica, il pavimento.
Sta infettando con la sua presenza maschia, questi pochi metri quadri.
Non mi aspettavo certamente che fosse venuto per me. Pura casualità. Coincidenza.
Forse i pianeti ce l'hanno con la sottoscritta.
«No.» Crudo e duro, lancia sprezzante quelle due sillabe, inchiodandomi in un secondo nei suoi occhi più gelidi e scuri.
«Cosa?» Replico spaesata e scossa da tanta vigorosità, che mi sopraffà.
Lo noto avvicinarsi con passo pragmatico e coinvolgente, mentre le mani restano ficcate nelle tasche del jeans, lasciando i pollici squadrati sbucare fuori.
«Sono passato a prenderla, per portarla al pub dove lavoro. É la scopamica del mio capo.» Rivela burbero, avvicinandosi ancora di qualche centimetro, e sento di essere quasi con le spalle al muro, a forza di arretrare come un granchio.
«Non ho bisogno della tua coinquilina, per soddisfare la mia voglia di...sesso.» Lascia scivolare quelle parole calde ma risolute, dove l'ultima parola soffia bollente del suo respiro sul mio arco di cupido, come cade lavico il suo sguardo lungo il mio corpo, che purtroppo entra in fibrillazione.
Smania per un tocco. E non so se lo voglio da lui, o solo perché non vengo toccata con desiderio da...mai.
E proprio per questo mai, cerco di riappropriarmi del mio self-control.
Io ho bisogno di controllo di me stessa, per non cadere come una piramide di carte.
Per non sfracellarmi al suolo, e bruciare proprio come i vampiri sotto la luce del giorno.
Stringo le labbra tra loro, prima di lasciarle schioccare in avanti, con un rumore debole, che però attira come magnete quella selva buia che brucia e sfrigola.
«Se é tutto...puoi andare.» Ribatto secca e riesco mio malgrado a risultare convinta delle mie parole.
Ma non risponde, volta solo le spalle, dandomi la visuale della sua figura vista da dietro, imponente e conturbante quanto quella davanti, raggiungendo la porta.
Il rumore del parlottio basso della tv, spegne questo silenzio carico di tensione.
Ci sguazzo dentro, e ci annego.
Le sue dita lunghe avvolgono e si stringono attorno alla maniglia d'ottone, restando fermo per alcuni minuti.
Non so se sta pensando a cosa rispondere.
Non so se aspetta me, o avverte la mia presenza dietro di lui.
Non lo so, e vorrei saperlo.
Ed é così che spazza via questo dubbio che non so per quale ragione mi assilla.
Si volta a metà volto verso di me, trovando subito i miei occhi e le mie guance arrossate.
Magari non se ne accorgerà. Magari lascerà correre il fatto che i miei capezzoli siano così turgidi da tendere il tessuto della sottoveste.
Sono lì che le sue iridi bruciano e divorano la stoffa per scoprire come li ho. Se piccoli o dall'areola grande.
Un sospiro pesante sfugge dalle sue labbra appena schiuse, mentre il mio lo risucchia lui.
«Non tentare di capire cosa nascondiamo. Attieniti al tuo lavoro, che hai grazie a mia madre.» Una stilettata in mezzo al petto. Una lancia che perfora lo sterno, sarebbe stata più gentile di queste sue parole dure.
«É il mio lavoro, scoprire la causa delle reazioni.» Ribatto prontamente con il suo stesso tono sgarbato, per fargli capire quanto sia convinto. Quanto possa essere maleducato e sfrontato.
E ora la sua mano ha abbandonato la maniglia, é appena uscito sulla soglia, posando i piedi sul tappetino con i gatti.
Lo vedo voltarsi lentamente. Il volto adombrato, mentre in me trova solo una lama tagliente.
«Buona serata Thomson.» Mastico a fatica e con disgusto il suo cognome, e non aspetto la sua ennesima fiamma che vorrebbe ridurmi in cenere.
Stringo la maniglia tanto da poterla staccare dall'asse, e con uno slancio del braccio, la sbatto con un tonfo riecheggiante contro il suo viso che resta a guardarmi fino all'ultimo istante.
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