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•Capitolo 44•

/Jackson\

Sono rimasto da Sky, come mi aveva chiesto.
Oltretutto eravamo tornati verso le due di notte, e non mi sembrava consono rimettermi in viaggio.
Ero troppo scosso e da una parte anche sollevato, di essermi tolto un peso, confidandole il dolore che mi rendeva prigioniero di me stesso.

Nonostante tutto, non abbiamo fuso i nostri corpi, preferendo rimanere abbracciati per l'intera notte.
Come se ciò che le avessi confidato, fosse stato un dono prezioso, di cui voleva prendersi cura.
Uno che non si sarebbe scordata, lavandolo via con una scopata.
E ancor di più, io non sentivo l'esigenza.
Io mi sentivo ancora colpevole, contro tutto.

Scendo le scale, strofinandomi le dita tra i riccioli ancora umidi di doccia, e appena arrivo in cucina, vedo una Sky frenetica, infilare del cibo rilegato nella pellicola trasparente, dentro un cesto di vimini.

Le sue iridi brillanti e contente, da prima piantate sull'ultimo tramezzino, che ripone all'interno, si sollevano docili e folgoranti verso le mie paludi.
Un sorriso genuino che irradia più del sole, che filtra dolcemente da oltre la tendina ad uncinetto della finestra, si stende su quelle labbra polpose.
Quelle che si morde il secondo dopo, facendomi azionare L'Aquila con un sobbalzo delizioso.

«È tutto pronto.» Annuncia esile, come se non avessi notato il suo da farsi, troppo concentrata ad ammirare il mio petto glabro, che vorrebbe sentire il tocco delle sue dita affusolate.

Innalzo fiero un angolo delle labbra, annuendo compiaciuto mentre mi avvicino alla mia bella Dea.
Il profumo del cibo nei contenitori, si mischia al suo di dannazione, ed è questo che mi fa formicolare le papille gustative.
La noto rimanere piantata sul posto, come una bellissima statua, che si imporpora sulle guance.

«Facciamo un picnic?» Le domando intrigante, affiancandomi maggiormente, per sentirla emettere un,
«Hmm hmm» Che mi manda nei pazzi.
Poiché quel verso rievoca i suoi ansimi perversi ma anche delicati, che mi hanno infettato il cervello.

Il bisogno primordiale di sentirmi ancora affondare in quella grotta umida.
In quel giardino mistico.
Un Adamo ed Eva, che si offrono al peccato di cibarsi.

«Mi porti nel tuo posto segreto?» Intenso le pongo, quanto il gesto di spostarle una ciocca sfuggita dalla crocchia, dietro la cartilagine del suo orecchio, che subito si ricopre di pelle d'oca.

E amo l'effetto che le faccio.
Che leí mi causa.
Il suo socchiudere le palpebre.
Il suo sospiro gonfiarle i seni stretti in un abito che potrei aprirle, tirando solo il fiocco sul fianco, e sbatterla di nuovo su ogni superficie più o meno dura, amando il modo in cui le sue labbra si spalancano e fanno sbocciare gemiti.

Si volta lenta come una pantera, verso il mio corpo eccitato da quello sguardo ammaliante, che mi divora, e mi lascio incantare.
Reprimo un grugnito, quando le sue unghie scivolano sugli avvallamenti del mio petto, che vibra per lei.
Le avverto percorrere sempre più giù, dove sono già teso e pulsante, ingordo di vederla piegarsi e inghiottire il mio cazzo.

«Sky...» Fila lento il suo nome, dalle mie labbra che non riescono a dire niente, se non ad invocare lei.
La mía divinità. Succube di quell'innocenza finta, acqua e sapone.

E lo sa bene. Poiché la sua risatina bassa e calda, mi aziona e in un secondo i miei palmi si pressano su i suoi fianchi, stringendole i lembi del vestito per sollevarli nei pugni delle mani.

«Jackson.» Si strozzati con il mio nome, mia Dea alata.

«Che cosa? Devi dire qualcosa?» La provocó con voce rauca ed esaurita dalla voglia di sentirla scoppiare sotto le mie dita, che abili e avide, scostano la stoffa già madida della brasiliana in raso, portando nebbia nel mio cervello.

«Ahhh.» Cazzo! Mi piace quando emette questi suoni. Mi fanno sentire onnipotente. Il suo Dio. E ancor di più si elevano nel momento che la penetro con due dita, muovendole dentro il suo fulcro.
Le pareti morbide che si aprono sotto i miei affondi violenti e poi più dolci.
Il mio pollice che si pressa sul clitoride che gocciola, inzuppandomi dolcemente.

«Oh cristo!» No Dea, qui non esiste nessun cristo, che ti tenga lontano dalla mia fame di te.
Sento le sue dita aggrapparsi alle mie spalle, e piantare le unghie come a volermi scorticare la pelle.
E cerco i suoi occhi. Li trovo specchiarsi nei miei, e non riesco più a capire nulla.
Vedo le sue labbra schiuse, che non emettono suoni.
Il suo fiato caldo abbattersi sul mio collo, come le sue labbra che mi sfiorano quel punto sensibile.
Le mie dita strette nella morsa che si contrae, e vengo investito dai suoi umori, come il morso prepotente dei suoi denti sul mio collo.

Durante il tragitto mi godo, quest'aria rilassata che ci avvolge, tra battute in cui ridiamo, e la musica che si diffonde dal Cd di Bon Jovi.

«Svolta in questa stradina sterrata.» Mi fa un cenno con il dito indice, di svoltare verso sinistra, e ci immettiamo in una stradina piena di sassolini che sballottolano il pick-up.
Le pozze fangose, inceppano di poco le ruote, e vorrei sapere dove cazzo mi ha condotto.

Riappunto un pensiero di quando mi portò in un giardino di notte, per guardare le stelle.
Se quella volta non mi ha ucciso, non so se oggi comunque ne uscirò vivo.
Gli alberi delimitano il sentiero verdeggiante, e sono intento a guidare mentre Sky sembra euforica.
Si stringe il paniere, come se fosse un bene prezioso, tenendo ferma tra le cosce snelle, una bottiglia di vino rosso.
E questo non mi aiuta. Affatto. Perché so bene che sono malato, e penso a versarle il vino sul suo monte di venere.
Immagino leccarlo tra il gusto afrodisiaco che porta tra le cosce spalancate.
Immagino addirittura penetrarla con il collo della bottiglia, e forse esagero con i pensieri, che mi fanno di nuovo tendere il cazzo nei jeans.

«Ok. Fermati.» Vengo riportato nel mondo reale, solo quando la sua voce melodiosa, impartisce l'ordine di accostare.
Volto un secondo lo sguardo sul suo volto luminoso, e seguo la traiettoria dei suoi occhi, poiché mi regala solo il profilo perfetto.

Mi sposto lentamente, e ciò che mi si para da davanti il vetro dell'auto, mi lascia esterrefatto.
Guardo il boschetto dove verso un piccolo dirupo, si apre un lago con una piccola cascata, e dei massi.

Scendiamo in fretta, e osservo ciò che abbiano attorno.
Siamo solo noi due. Un piccolo angolo segreto, che profuma di natura.
Il cielo azzurro come i suoi occhi, dove uno spicchio docile di sole, illumina dei secolari, mettendo in ombra il resto.
Solo l'acqua viene bagnata dai raggi che si gettano all'interno, rendendola più limpida.
E sono colpito.

Noto Sky, sistemare un lenzuolo e una tovaglia a scacchi rossi e bianchi, disponendo il cibo, mentre mi incita di sedermi accanto a lei.
«Il tuo angolo nascosto.» Non é una domanda la mia, bensì una constatazione divertita, del suo piccolo posto che ora conosco anche io.

«Quando volevo estraniarmi, venivo qui.» Confessa carezzevole, lasciandomi avvertire una nota amara, che si proietta anche nel suo sguardo che perso punta verso l'acqua.
Il dolce refolo di vento, le smuove le ciocche che le incorniciano il volto grazioso, lasciandosi andare ad un sospiro, mentre porta le ginocchia contro al petto.

«Da quanto non vieni?» Sono curioso di sapere di più. Del perché io la trovi ancora un mistero dopo quasi tre anni.
E non mi annoio mai. Di vederla, di sentirla parlare. Per me é sempre una scoperta, e non voglio davvero analizzare questo punto interrogativo, che mi tartassa.

Piega appena il collo all'indietro, voltandosi a metà verso di me.
«Da quando sono partita, per lavorare all'istituto.» Ammette argentina, ma non riesco a comprendere cosa si cela oltre.
Vorrei chiederle da cosa si estraniava.
Ma non c'è bisogno, poiché la sento emettere una specie di sbuffo dolente, riportando gli occhi verso il lago.

«Era il posto dove venivo con mio padre, da piccola. Margot non é mai stata un esempio di madre, almeno non con me. È mio padre che mi ha insegnato ad andare in bicicletta. A stare a galla. Ad apprezzare la bellezza della natura e delle piccole cose, che molto spesso ci sembrano scontate. Mi ha insegnato a cucinare i dolci. E a raccontare favole, per immaginare un mondo diverso.» Confessa con una bile che le serra la gola, e ora vedo il suo sorriso di gioia che le apre il volto.
É una gioia sofferta. Il ricordo di un'amore tra padre e figlia. Come quello tra me e Kyle.

E sto per prenderle la mano, per baciarle le nocche pallide, quando scuote la testa come a ridestarsi, e inizia ad aprire il cesto.
Tira fuori i piatti di plastica per rimpinzarmi di riso freddo.
Delle frittatine di asparagi e carciofi.
Un'insalata di patate.
Tramezzini al salmone.
E quando penso di rotolare giù per il dirupo, lei tira fuori tre cupcake con glassa alla vaniglia.

«Lo sai che siamo solo...due persone, vero?» La interrogo guardingo, mentre mi lancia un'occhiataccia di sottecchi.

«Ci sono gli scoiattoli.» Eh?!? Ammetto che io non sono normale, ma la Dea mi batte.

«I cupcake, per gli scoiattoli?» M sento anche un emerito coglione a dirlo, ma la sua risata che le vibra sulle labbra, mi fa capire che sono davvero un emerito imbecille.

La vedo afferrare una candelina e piantarla all'interno della glassa, per poi accenderla.
E vorrei non pensare a ciò che sto immaginando.
Ma la sua voce armoniosa, mi da la conferma.
«Due per noi, e una per Kyle. Non ho avuto tempo di prepararla ieri, e insomm...» Non voglio sentire altro. Non ha bisogno di aggiungere niente che in due secondi le cingo il polso tra la mano che trema, e la tiro su per far spalmare il suo corpo contro il mio.

Ho bisogno di stringerla in questo abbraccio.
Di farle capire che anche se non so cosa siamo, lei ha un posto dentro di me.
Non so da quando. Nè come. Neanche il cazzo di motivo, ma lei c'è.
É una presenza costante, anche quando non la vedo.

«Hai pensato a fare un cupcake per, mio fratello?» Domando carezzevole e grato, ma non é una domanda anche se lei annuisce solare.
Vorrei baciarla, ma non posso.
Sento il suo alito di vaniglia, e vorrei violarle a morsi.
Succhiare il suo labbro inferiore più polposo, e gustarla con la lingua, in un duello pieno di passione, come le mie mani che si aggrappano ai suoi fianchi.

«Facciamo un bagno.» Sussurra suadente sul mio lobo, e prima ancora di raccapezzarmi, la vedo slacciarsi il vestito che cade molle dietro le sue spalle, e il secondo dopo prendere la rincorsa per tuffarsi.

Il suo urlo di gioia mi fa ridere di cuore, e mi affretto a togliermi i jeans e la maglia per buttarmi in acqua.
Quella che mi investe con schizzi freddi.
E ripendo quando io e Kyle ci tuffavamo dagli scogli, facendo a gara.

"Vediamo se sai farlo, pivello." Si prendeva beffa, con amore sconfinato di me, che imitavo le sue capriole, per gettarmi nel mare.
Ed era tutto perfetto in quei momenti.

Mi perdo in quei ricordi dolorosi. Deleteri per la mia anima sofferente, che grida ancora senza alcun consenso. Mi flagella nuovamente, dando sentenze graffianti sul cuore.

E proprio quando penso di non poter più sopportare nulla. Neanche il sole che illumina le nostre figure, riscaldando l'acqua di questo lago, sento le sue braccia esili allacciarsi intorno al mio collo, e il suo corpo sinuoso plasmarsi con il mio.
Mi lascio trainare. Mi lascio travolgere. Chiudo gli occhi spaesati, per affondare il naso sull'incavo del suo collo diafano e grazioso, assorbendo il profumo del lago, dei fiori di loto, bagnandomi la punta del naso, con le punte dei suoi capelli rossi.
Rossi come il fuoco che sento accendersi dentro, e scaldarmi. Irradiarmi. Sciogliere ogni nervo teso, dentro e fuori di me.

«Lasciami essere il tuo alibi, Death Silent.» Nomina il mio nome di combattimento, con quella frase sussurrata in modo amorevole e caldo.
Più della fiamma che alimenta i nostri corpi. Quelli che sono sempre stati attratti da desiderio carnale, oggi si fondono per ben altro.

E questo mi spaventa tremendamente. Ma non mi allontano. Non lo voglio, sopratutto non posso.

«Lo sarò finché non smetterai di darti colpe, che non hai. Disintegrerò ogni tua incertezza, per farti vedere l'altro lato della medaglia. Lui lo vorrebbe, lo sai.» E non serve altro da dire. Nessuna parola, che possa spezzare questo momento, e nessun suono oltre l'acqua che sciaborda su i nostri corpi pressati, e quel trambusto che proviene dal mio cuore, e spinge le mie membra per muovere i miei arti ad arpionarsi su i suoi fianchi esili.

Sento il suo respiro farsi più irregolare, quando l'attiro maggiormente a me, come un bisogno impellente. Come un calmante. Come una bussola di un navigatore, che si perde ogni tanto.

E ci abbandoniamo totalmente al calore dei nostri corpi, mentre le sue dita mi coccolano la nuca, e sospiro per non perdere il controllo.

«Cos'hai di speciale Sky? Riesci a far sorridere tutti. Entri nel cuore di tutti.» Le pongo flebile la domanda, perché da solo la risposta non la riesco a trovare, dentro l'enigma che nasconde.

Si scosta appena da me, lasciando una mano attorno al mio collo taurino, e l'altra la porta sul mio petto. Nel punto dove il mio cuore pulsa e il sangue sfrigola.
«Non in tutti i cuori.» Ammette con un filo di voce arreso e traballante, mentre sollevo il viso, scontrandomi con quel cielo splendente, che sono le sue iridi.
Una ciocca rossa le finisce davanti alle labbra schiuse, facendo oscillare gli altri al vento, che si stanno asciugando con i raggi caldi del sole.
Ed è bella. Vera. Veramente bella.
Anche le sue efelidi aggraziate.
Anche la sua incertezza e paura.

«In quelli che non lo possiedono.» Confesso vigoroso, per rifugiarmi nel mio sipario nero.
Per non mostrarle che io uno l'ho, ma non ci entrerà mai.
E se già ci fosse? Tremo a questa consapevolezza. Vorrei sfuggire a quelle iridi splendenti che mi sanno leggere. Che mi osservano. Interrogano. E capiscano ogni singola cosa.

La vedo inabissare appena il mento, e sciabordare la punta dei piedi nell'acqua, che produce un dolce fruscio.
Il suo palmo si spinge di più sul mio petto, come a voler appurare e uccidere la mia tesi.
Come le sue parole, soffiate calde e intense, ad un millimetro dalle mie labbra. Quelle che non gli concedo. E non lo farò neanche oggi. Anche se ora sa che ne possiedo uno. Non lo farò mai.
Anche se ormai si è presa una parte del mio passato. Ho ottenuto il suo corpo. Non otterrà altro da me.

«Ma tu lo possiedi, Jackson.» M'incastra a quelle iridi, sondando le mia verdi, che per fortuna non tramutano e nulla svelano.
Perché io sono silenzioso, Sky. E fuggo nel silenzio, lasciando la morte nel cuore altrui.

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