•Capitolo 43•
/Jackson\
L'avvolgo di nuovo in un abbraccio che profuma di noi.
La sollevo per farle avvinghiare le gambe snelle attorno al mio bacino, e siamo nudi come vermi. Liberi di mostrarci alla luna.
Le sue mani dietro le mie spalle, stringono gli indumenti che mi carezzano la schiena, e continuo a camminare verso casa sua.
Sobbalza ad ogni sfioramento, ad ogni passo.
Poggio dolcemente la sua schiena, contro l'asse del porticato, scendendo a darle un bacio sul capezzolo rosso come una ciliegia matura. lascia andare un ansimo che mi vibra dentro e reagisce contro il mio cazzo ancora duro per lei, vedendola reclinare la testa sull'asse di legno.
Salgo gli scalini, stringendola più forte contro il mio petto glabro, facendola scontrare sul muro vicino alla porta, per costellare il suo collo che si offre generoso, di umidi baci famelici, dove lecco il suo sapore di dannazione.
Ed é la notte più triste e più bella al contempo, perché non sa che oggi per me, qualcuno sta piangendo e sorridendo.
Ma lei non può comprendere che mi ha teso una fune, mentre io volevo rimanere nella mia eterna combutta, maledicendomi fino alla fine.
Non sa che mentre l'adagio sul letto, e mi offre la visuale del suo Eden che violerò fino allo stremo, mi sta salvando.
E questo mi fa paura ma mi attrae, perché ad ogni affondo dentro la sua fica umida, lei affonda dentro di me, raggiungendo l'organo intoccabile.
«Sarò mai il tuo cielo?» Non capisco la sua domanda flebile, che sprimaccia tra ansiti che mi mandano a puttane il cervello.
E no! Nonostante i suoi occhi siano di quel colore cristallino, lei non é il mio cielo. É ben altro. E glielo rivelo in un sussurro intenso e rovente, come il calore che sprigiona tra le cosce.
«No. Tu sei molto di più. Sei la mia dannazione, e ora lasciami essere dannato.» Termino con un ringhio pregno di voglia, spingendomi ancora in profondità, per non riemergere più.
Sfogo il dolore come un dannato dentro di lei.
Leí che lo assorbe come una spugna. Come se fosse il mio sacco da boxe, prende come un dono ogni mia stoccata possente, che ci fa gemere di un piacere folle, che porta alla pazzia.
E anche allo stremo di un altro orgasmo che ci infiamma, io rimango dentro di lei.
Immobile, a goderci questo silenzio.
Perché la notte dura poco, e domani forse rimanderò ciò che voglio svelarle, o forse rimarrò sveglio proprio per non rinnegare ciò che ho pensato appositamente, fissandola dormire come una Dea.
Come da previsione, non ho dormito neanche una fottuta ora.
Non ho avuto ripensamenti, e come sospettavo ho analizzato le sue efelidi, fino a contarle.
Mi rendo conto di essere pronto per una clinica psichiatrica, specialmente ora che sto preparando dei fottuti pancake.
Butto con il mestolo un po' d'impasto nella padella calda, e lo spando per dargli la solita forma rotonda, tenendo la padella per il manico nero, finché non sento il suo sbadiglio giungere poco distante dalle mie spalle.
Faccio una mezza torsione con il busto e il volto, per notare il mollettone che le tiene su i capelli, e un sorriso divertito mi sfiora le labbra.
Lo stesso che muore quando i miei occhi scivolano lungo quel ben di Dio.
Perché poteva mettersi qualsiasi cosa, e sarebbe stata bene comunque, ma questo é troppo per la mia libido, e sono un uomo.
Sono assetato di lei. Affamato di lei.
Voglioso solo di lei, da quando é entrata nella mia vita come un tornado.
Ha indosso una specie di sottoveste, che le arriva a coprire per grazia divina le natiche, ma ancora questo non é un cazzo di dettaglio rilevante.
Perché la scossa che mi fa vibrare l'uccello nei boxer neri, deriva dal fatto che é una sottoveste trasparente, bianca immacolata.
Sembra un tutt'uno con quella pelle di porcellana, e porca puttana, i suoi capezzoli svettano gloriosi, facendomi azionare le papille gustative al ricordo di come sia buona sotto i colpi della mia lingua insaziabile.
Ancor più buona, lì, dove le mie iridi si scuriscono e si adombrano di perversione.
Quella vera e che ti fotte la ragione, come tra poco farò in mezzo alle sue cosce.
Perché Sky, é una Dea maledetta, e poteva coprirsi il frutto che amo divorare.
Ma come sempre ama prendere iniziative che mi portano a scordarmi anche del pancake. Del mio nome, e del perché stia ancora lì impalata con le guance porpora, invece che a cosce aperte sull'isola in legno della cucina.
«B...buongiorno.» Vorrei sapere da cosa deriva il suo lieve balbettio, ma lo capisco mentre punta lo sguardo verso il pantalone della tuta, che avevo scordato da lei.
Le labbra si incurvano lateralmente in un sorriso da bastardo cronico, e non c'è bisogno che le spieghi perché la mia aquila sia fottutamente in piena erezione.
«Buongiorno.» Le riporto il saluto, mascherando bene il sorriso, che ricompare quando mi giro di schiena per far scivolare il pancake sulla pila.
«Hai preparato la colazione?»
Sì, ma tra poco mentre te mangerai ciò che ho preparato, io mi ciberò di altro.
Invece replico cristallino alla sua domanda esterrefatta con un,
«Sorpresa?» Mi volto del tutto, per andare verso di lei che ora si é poggiata con il fondoschiena all'isola.
Lì ti volevo, Dea.
Esattamente qui, dove la intrappolo con le braccia flesse ai lati dei suoi fianchi, e il mio petto marmoreo che sfiora leggermente le sue punte turgide.
«Molto.» Rivela sfoderando il suo tono sensuale, e mi chino di più verso il suo volto ancora arrossato.
Osservo affascinato le sue iridi che splendono, cadendo il secondo dopo verso le sue labbra polpose e dischiuse.
«Potrei sorprenderti ancora...» Rincaro la dose, tra tensione sessuale e corpi febbricitanti, avvicinandomi sempre di più verso le sue labbra che tremano di aspettative.
«Ancora...» Continuo intrigante, alzando il pollice verso il suo labbro inferiore, ma lo lascio all'angolo per abbassarmi ancora di più e poggiare su quell'angolo le mie labbra.
«E ancora.» Termino rauco e bollente, trascinando appena le labbra verso le sue.
Non smetto di fissare quelle pupille catrame dilatate, e poi staccarmi tenendomi sempre vicino per passare il pollice anziché le mie labbra, che sorridono sfacciate.
Il suo sospiro esce di botto, come le palpebre che chiude, e quando le riapre mi inceneriscono.
«Non ti avrei baciato comunque.» Ribatte stizzita, di nuovo sul piede di guerra.
Ma non le do il tempo di attaccarmi ancora, che le mie mani stringono i lembi superiori della sottoveste, e con uno strattone la divido a metà, strappandogliela del tutto per rivelarmi la sua pelle fresca contro la mia ardente.
Il mio grugnito sovrasta il suo sussulto di stupore.
Scavo con i polpastrelli sulla carne tenera dei suoi fianchi, per girarla di schiena, sbattendole il ventre sull'isola, ascoltando il suo ansimo rotto.
«Hai strappato la mia sottoveste preferita.» Mi accusa con una risatina, come quella che le abbellisce le labbra quando si volta puntellando il mento sulla clavicola sporgente.
Mi incanta con quelle iridi corallo azzurro, e mi abbasso di poco i pantaloni, prendendo la bustina dalla tasca.
«Te ne comprerò delle altre, per strappartele tutte, spingendomi dentro la tua deliziosa fica.» Ammetto suadente sul suo lobo, un attimo prima di stringere i suoi fianchi.
La piego un po' di più con la schiena, facendomi morire con le sue natiche sollevate, che mi sfiorano il bacino, e le allargo le gambe con un colpetto di ginocchio, per farmi ammirare il mio Eden che é già imperlato di voglia.
Risalgo verso i suoi occhi che mi invitano ad invaderla, e ora sa che é il momento di spegnere le provocazioni per fare sul serio.
E difatti con un colpo di anca mi spingo animalesco dentro di lei, come il gemito che mi esce e il suo ansimo che mi investe.
Spingo furioso, martellandola senza sosta, mentre mi viene incontro alle spinte, ed é perfetto.
Lei lo é.
«Sei la mia Dea.» Tesso le lodi per la mia divinità stupenda, e le bacio le spalle, più e più volte.
Perché lei non é solo un buco come tante.
Lei vale anche se forse non dovrebbe.
Forse non dovrei mostrarle qualcosa di mio, ma lei la sento ogni giorno più mia.
«Sì, non rallentare Jackson.» Grida in piena estasi, afferrandomi con la mano la nuca, per farmi restare schiacciato sulla sua schiena elegante.
«Oh Dio, sì, così.» Eccitante. Solo questa parola mi riecheggia per definire la sua voce, prossima all'orgasmo.
E io reprimo il volume dei miei gemiti, per infettarmi l'udito con i suoi.
E crolla tutto, crollano le barriere, resistono solo le regole, di cui ho bisogno anche io, e scoppia l'orgasmo che ci devasta in simbiosi.
«Direi che ora possiamo fare colazione, la doccia e poi vestiti. Voglio portarti in un posto.» Le confido dolcemente, mentre é già in procinto di addentare il pancake con il cioccolato fuso sopra.
«In un posto?» Innalza un sopracciglio basita, e io addento il mio pezzo mugugnando un «Hmm hmm.» Che le fa risplendere maggiormente le iridi e il volto.
«Ok. Oggi mi vuoi sorprendere. Si ancora, ancora e ancora.» Si arrende argentina come le nostre risate, mentre ripulisce il piatto approvando, per salire a lavarci e prepararci.
Siamo già in macchina, e seppur ci vogliano otto ore, sono ancora le otto di mattina.
Conto di arrivare per le quattro, con il sole che ci scalda con i suoi raggi attraverso i finestrini metà abbassati, per far arrivare un refolo di vento leggiadro.
Teniamo la musica bassa come sottofondo, e dopo quattro ore, iniziano ad arrivare come pioggia le sue domande.
Circa "dove siamo diretti?"
"Quanto manca?"
"Cavolo! Vuoi proprio stupirmi."
E io ad ogni sua frase, scrollo le spalle senza darle risposta.
Solo ora che mancano pochi chilometri, mi permetto di voltarmi a guardarla.
Sento l'ansia accrescere e tagliarmi il respiro, e non so più se la mia é stata una buona o una cazzo di idea.
Ma quando appare il cartello che ci da il benvenuto nel Wisconsin, ormai é fatta.
La giugulare mi vibra. Le labbra strette tra loro. Le iridi che si velano il corpo che si gela.
Ma non posso mostrarmi debole.
Lo stesso incrocio. La stessa rotonda. Il solito sacco da boxe che oscilla ai dossi, e poi il cimitero che si staglia davanti ai nostri occhi.
I miei che vorrebbero lacrimare. I suoi che si sgranano esterrefatti, e sento le rotelle del suo cervello, girare e comprendere.
«Il...» Non riesce a dire quella parola, da quanto sembra inebetita, e lo faccio io per lei.
«Sì. É Il cimitero dove risiede il mio cuore. So che lo sapevi.» Le faccio presente che non sono stupido, e difatti lei emette un colpo di tosse, come se la saliva le fosse andata di traverso.
«Come sai, che lo sapevo?» Mi domanda fievole, mentre sosto davanti al grande cancello.
«La foto in camera mía. Era spostata, e sono un tipo preciso.» Rivelo sincero, con il tumulto nel cuore. Avverto i suoi occhi pentiti su di me, ma non voglio che lo sia.
Io ho deciso di portarla qui, e ogni mia decisione non é mai presa alla leggera.
Non se riguarda Kyle.
Scendiamo placidi dalla macchina e ci avviamo a piccoli passi, verso il prato verde brillante.
Mi fermo un secondo dal chiosco dei fiori, per comprare dei gigli bianchi, e cerco la sua mano mentre mi cammina affiancandomi senza dire nulla.
Il suo palmo fresco, si plasma contro il mio che trema, e le sue dita esili mi stringono come a dirmi che lei é qui.
Non riesco ad impedirmi il pizzicore che mi assale le narici, e la saliva che inghiotto a fiotti per non lasciar scivolare le lacrime, che rivestono come una patina le mie iridi.
Solo quando arrivo difronte alla tomba, stacco le nostre dita intrecciate, e ci accovacciamo per rimuovere i fiori secchi e sostituirle con questi nuovi.
Il silenzio é spezzato dal cinguettio di uccellini.
Altri ospiti che vanno a trovare i parenti nella loro nuova dimora, e la gamba di Sky che sfiora la mia.
«Kyle Thomson.» Legge come una melodia bassa e tenera, il nome di mio fratello che mi gela e al contempo scalda il sangue nelle vene.
Non dico niente, poiché la vedo allungare le dita verso la foto sorridente del mio eroe, e ne disegna i contorni, come a studiarlo.
«É bellissimo. Vi somigliate tanto.» É questo che mi fa esplodere il cuore e desiderare per una volta di poterlo donare a qualcuno.
Perché la sua voce soffice, parla di Kyle come se fosse ancora vivo.
É non Era. E ha compreso che per me lui é qui anche oggi come una vera figura, seduta insieme a noi.
«Fisicamente. Di carattere siamo gli esatti opposti. Vero Bro'?» Sorrido di puro amore fraterno, accarezzando la lapide fredda, e ora tra le risate, mi lascio uscire tutte le lacrime che non riescono più a restare sospese, mentre la mano di Sky, si poggia con reverenza sul mio ginocchio.
«Sono onorata di conoscere tuo fratello.» Ammette limpida, voltandomi lento verso il suo viso aperto in un sorriso di gratitudine.
«É morto quasi tre anni fa. Oggi é il suo compleanno. Avrebbe fatto ventisette anni.» Mi riesce così facile aprirmi, mentre osservo la foto di Kyle. Mentre Sky mi rassicura con la sua presenza magica, che do sfogo ad altre confessioni.
«Un'incidente d'auto. Siamo rimasti tra due macchine, sul ponte di Green Bay. Ogni tanto penso sia colpa mia, se lui é morto e io no. Se forse non lo avessi assillato con il desiderio di guidare, ora probabilmente sarebbe in procinto di festeggiare in qualche locale.» Continuo a piangere, ridere, maledirmi, perché non me ne farò mai una ragione.
É sempre colpa mia. Io sono la causa, e lo sarò sempre.
«Non é cosí Jackson. E lo sai anche tu. É il destino, la vita già scritta.» Si fa più vicina, per convincermi che io non ho colpe da espiare, ma allora perché sento un macigno schiacciarmi lo sterno?
Scuoto la testa come diniego, e ora capto il tocco dei suoi palmi, portarmi il viso verso il suo pieno di affetto.
«Tu non hai colpe.» Ripete amorevole, scandendo le parole che scivolano dalle sue labbra come polvere magica, in grado di placare il dolore che mi strazia.
Osservo le sue iridi tuffate nelle mie, e la mia fronte cozza contro la sua, come a lasciarmi cullare.
«Kyle non ti giudica.» Lo dice come se tali parole gliele avesse dette mio fratello, per fare da tramite.
La verità é che per quanto io mi sforzi, non posso ancora perdonarmi.
Finché non ci abbracciamo stretti e le sue labbra danno gli auguri a mio fratello.
Kyle approverebbe lei.
«Voglio portarti io in un posto. Resta fino a domani.» La sua supplica mi illumina, e non posso più nascondere la voglia di stare in sua compagnia.
Ma le nostre regole non sono fatte per infrangerle, ma per proteggerci.
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