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•Capitolo 42•


~•Sky•~

È stata dura tornare alla solita routine disastrata di ogni giorno.
Facile chiudersi tra quel paradiso che ho vissuto, in cui Caroline ha chiesto perché fossi rientrata all'alba, con il suo solito sguardo guardingo annesso a sopracciglio chiaro inarcato.
Sarebbe stato semplice ammettere tutto. Difficile spiegare il tutto.
Perché non posso sciogliere le parole che impastano la lingua, riguardanti ciò che siamo io e Jackson, poiché neanche io oso dare una definizione.
Siamo regole create su istinti, che ci spingono ad oltrepassare confini che ci siamo autoimposti.
Dove la ragione perde il senso.
Dove pensare non è concesso.
Dove innamorarsi non è permesso.
Dunque ho propinato una scusa, circa la voglia di farmi un bagno in piscina, perché non riuscivo a dormire.
Il suo: "farò finta di crederci." Mi ha fatto comprendere che non sono più una brava attrice, o forse non lo sono mai stata.

Purtroppo però anche stasera sono di nuovo nel locale.
Avrei avuto voglia di vedere Jackson, e la scusa tra le tante, è ricaduta sul fatto che dovessi badare ad un bambino, fino a tarda notte.

Rowanda mi saluta sventolando la mano, dove i braccialetti ai polsi, tintinnano e si siede accanto alla mia toeletta.
«Pensavo non venissi più.» Lo sguardo puntato sullo specchio, per sfumare l'ombretto dorato, ma so che parla diretta a me.

Rigiro il gloss lucido tra le dita, ed evito lo sguardo allo specchio ovale, che le lucine ove lo costellano, sprigionano una luce artificiale che non possiedo.
«E invece sono qui.» Ribatto asettica, mordendomi la lingua.
La verità è che potrei dire: Purtroppo. Sono costretta. Non vengo a divertirmi.
Invece resto zitta, e la noto chiudere il tubetto dell'eye-liner.

«Hai altra scelta?» Si volta verso di me, riponendomi la domanda che feci a Dean più di un mese fa, ormai.

Alzo lentamente gli occhi, per trovare i suoi comprensivi, e mentre vorrei dire: No.
La voce di Dean entra nel nostro udito e la sua figura nel mio campo visivo, attraverso lo specchio, dietro le mie spalle scoperte.

«Lasciaci soli, Shine. Sei la prossima ad entrare.» Secco e netto, impartisce l'ordine a Rowanda che gli rivolge un'occhiata sprezzante, e ora so che anche lei è qui per qualche pena da scontare.

Vorrei supplicarla di rimanere, invece si avvia verso il tendaggio spesso, dove solo il calpestio dei tacchi risuona, come il mio respiro teso, che diventa cemento quando i suoi palmi ruvidi, si posano sulle mie spalle esili.
Forzo la mia maschera interiore, per farla apparire anche esternamente, lasciando che i miei occhi trovino le sue iridi nere come petrolio che inquina e contamina.

«Zuccherino, passate bene le vacanze?» Mi schernisce diabolico, con il risolino che accompagna la sua domanda, ma resto muta come un pesce, a labbra sigillate.
Quasi come se il gloss abbia fatto da collante, e nello stesso istante, sento una sua mano scorrere lenta sulla nuca.

Avverto i peli rizzarsi e la pelle accapponarsi di gelo. Quello che ti punge come spilli.
Cerco di mantenermi rilassata, ma la sua mano che stringe i miei capelli e mi strattona la testa all'indietro, mi fa sgorgare un rantolo strozzato.
La trachea si stringe, non facendomi più deglutire, per la posizione del collo, rivolto e teso troppo all'indietro.
«Non credo tu abbia capito, che non puoi fare come ti pare.» Mi avverte grezzo e acuto, come se la sua fosse una sorta di minaccia, inclinandomi ancora di più la testa, dove agli occhi si formano perle salate, che non farò scendere a sporcarmi il viso.

«St...Sto facendo, tutto quello ch...che vuoi.» Riesco a gettare con disprezzo e disgusto, mangiandomi alcune parole, dove in un secondo lascia malamente la presa e mi riverso in avanti, per riprendere fiato.

«Non credo, Zuccherino.» Asserisce prepotente, e ancora una volta le sue mani mi bloccano il volto a coppa, stringendomi le guance.
«Guardati. Tu sei questa.» Mi denigra con spregio, come il fazzoletto che mi strofina con grinta sulle labbra, prima di afferrare un rossetto color carminio.
Lo ripassa più volte sulle labbra imbalsamate come il mio corpo, e so che andrà via solo sfregando a sangue.
«Un'assassina.» Termina Lucifero, gettando con sprezzo, il rossetto sulla toeletta di fianco alla mia.
Ma non è quello che cattura la mia attenzione, ma la sua parola che riecheggia in una litania nel mio cervello afflitto.

«Non è così.» Replico robusta, stringendo i pugni delle mani, quasi a conficcarmi le unghie nei palmi.

«Ah, no?» Ghermisce divertito, rimettendo in loop, sul suo cellulare, le parole che mi atterriscono.
"Fallo." "Fallo." "Fallo." "Fallo."

Si abbassa su di me, succhiando avido il mio lobo, dove ora piangere diventa una necessità. Un lusso che non posso concedermi.
«Fallo. Questo hai detto, mentre ti sbattevo e mugolavi come una porca. E ora tu farai uno spettacolo privato. Per ora solo un ballo attorno al palo che tanto ami. Deciderò io quando farti aprire la bocca e richiudertela attorno ad un uccello.» Termina il discorso. Termina il mio battito cardiaco.

Come da copione, ho lasciato sgorgare le lacrime che ha assorbito il tessuto della mascherina, mentre ruotavo attorno al palo.
L'uomo di mezza età brizzolato, che si gustava il mio balletto privato e sporco.
Le mie grazie che si è goduto di guardare, mi hanno attorcigliato le viscere, e neanche pensare a Jackson mi ha fatta rinascere.

Proprio lui, che come accosto il mio Maggiolino sullo sterrato di casa mia, è fermo in piedi sulla staccionata.
Una figura oscura, che illumina il buio terso che avvolge questa notte catastrofica.
Mi prendo un momento prima di uscire dalla vettura, per notarlo volto di spalle.
Le mani conficcate nelle tasche dei jeans slavati, che finiscono all'interno degli scarponi beige.
Il cappuccio della felpa tirato su, a celare quei riccioli morbidi e ribelli, che mostra il secondo dopo, dove si tira giù il cappuccio e si passa le dita lunghe e forti in un gesto frustrato.

E tutto scompare dalla mia visuale malinconica, perché lui è un tuono che rischiara e rimbomba fuori e dentro di me.
È un lampo che ti prende alla sprovvista.
Ti fa sobbalzare e ti accelera il cuore.
Tu sei spaventata, ma ne sei affascinata.

Giro la chiave nel nottolino, e nel momento che sbatto con un tonfo sonoro la portiera, si gira di scatto verso di me, che rimango piantata sul posto.
Indosso un abito corto sopra le ginocchia, a maniche lunghe, e un paio di ballerine nere.
Minuti interminabili passano, come passano i suoi occhi foresta, che bruciano ogni centimetro della mia pelle, illuminata dalla luna piena che mi rivela.
Si soffermano sulle cosce, e ritornano su lenti e pragmatici come sempre, sfiorando con ardore il mio seno, che si appesantisce sotto quello sguardo affilato.
Sulle mie labbra, che si seccano e formicolano per la voglia di ricevere un suo bacio.
E mi rapisce le iridi, per tingerle con il fuoco delle sue pupille.

«Ciao.» Tre giorni senza la sua voce rauca e calda, che ora mi sembra di impazzire totalmente. Mentre scende lento le scale del porticato, e si avvicina al mio corpo paralizzato dalla sua bellezza sfrontata.

Non riesco a rispondere al suo saluto, e mi concentro sulla sua mascella rasata, che lo rende più giovane, ma non meno temibile.
Impongo alle mie gambe di fare un passo incerto, in avanti.
Cosa dovrei dirgli dopo il nostro amplesso, anzi più amplessi?
Non lo so, ma non mi esprimo poiché in due falcate è davanti a me.
Deglutisco in difficoltà, sotto quello sguardo intenso, e le sue mani che si poggiano esigenti su i miei fianchi.

Chiudo le palpebre, assorta dal suo profumo selvatico, e in un secondo mi attira contro il suo corpo marmoreo, stringendomi in un abbraccio possessivo.
Uno che quasi mi eleva da terra, e dice tutto quello che certe parole e certi sguardi non possono comprendere.
Mi stringe come se ne andasse della sua vita.
Avverto urgenza. Bisogno. Affetto. E vorrei leggere di più, ma mi abbandono con le braccia che gli cingono il collo taurino.
Mi aggrappo a lui come un àncora.

Il calore che sprigiona, spazza via la frescura che sento, ma mi veste di brividi estremi.
La punta del suo naso mi sfiora il profilo del collo, e lascio volare un dolce ansimo, infiltrando i riccioli tra le incanalature delle dita.
Ogni centimetro di me, è plasmato su di lui.
Non è niente di sporco. Niente che riguarda le regole.
È semplice voglia di sentirci vicini.

Abbandona lento il mio corpo, senza lasciare sul serio la presa, che ritorna su i miei fianchi, mentre ora lo posso ammirare sul volto, con un sorriso arricciato come mi fa trepidare.
Le mie braccia ancora abbandonate dietro di lui, e la sua mano che dolce si frappone tra i nostri corpi, per giungere sulle mie labbra schiuse.
Vorrei di nuovo chiudere le palpebre, invece resto incatenata sulle sue iridi che brillano, passando un pollice sul mio labbro inferiore, ancora arrossato per il rossetto che non si è tolto bene.
Sento il suo polpastrello ruvido e calloso, sfregare dolcemente, spingendolo in giù, per toccare la morbidezza umida all'interno, dove lambisco la sua punta con la lingua smaniosa.

Un gemito graffiato, esce dalle sue labbra carnose, posando le labbra sul mio lobo.
«Mi sei mancata.» Ammette morbido e bollente, facendomi voltare di scatto per trovare i suoi occhi sinceri.

«Sei qui, per questo?» Vorrei gridare: "Anche tu." Ma mi preme sapere, se è qui perché gli sono mancata, o per qualcosa che non so, e mi preoccupa e rende felice al contempo.

Incurva di più l'angolo delle labbra, sfiorando con la punta umida, il solco sotto il mio labbro inferiore, causandomi un formicolio stupendo.
«Non mi piace dare conferme, che già sai, Sky. Ti basta sapere ciò che ti ho detto.» Rivela coibente, ma restando sul filo di un'armonia vocale dolce.

«Sono solo stranita, Jackson. Credevo fossi venuto per ben altro.» Ribatto decisa, perché vorrei sapere se per lui valgo solo per del buon sesso, o se c'è altro oltre l'armatura.

Inarca un sopracciglio scuro e folto, irrigidendo la mascella.
«Se vuoi sentirti dire che sono qui, per sbatterti, allora ok.» Replica duro e granitico, mentre volgo lo sguardo verso la luna accecante.

«Ma...» Si sospende un secondo, e le sue labbra sono di nuovo sul punto sensibile, che piego e offro alla sua mercé.

«Mi sei mancata davvero. Un'insieme di cose tue, oltre al tuo corpo di cui sento sempre l'esigenza insaziabile. Non verrei a trovarti solo per quello. Prima di tutto per te, nutro affetto, e questo dovrebbe entrarti in testa, oltre alla voglia di scoparti.» Soffia intrigante sull'incavo del collo, che mi è impossibile non emettere un verso di piacere e apprezzamento.
Perché per lui valgo qualcosa, e io ho bisogno di sentirmi viva.

Perciò non aspetto oltre, che agguanto la sua mano, fissandolo divertita mentre lui è stupito e divertito dalla mia mossa.
Ci facciamo spazio tra i campi di grano, con la luna che ci accompagna con il suo fascio, e il vento che accarezza i nostri corpi in procinto di fondersi.
«Avverto le tue intenzioni, Dea.» Mi avvolge la vita da dietro, scorrendo con i palmi aperti verso il basso ventre, che agguanto e allontano, voltandomi verso di lui.

«Ah, sì?» Pongo lussuriosa, con la voglia di lavare via il dolore, e prendermi il colore che lui dona dentro di me.
Sono predatrice. So bene che lui forse non era venuto per questo, ma per accettarsi di come stessi. Ma oggi sono io che lo pretendo, e con malizia lo osservo, mentre le mani afferrano i lembi del vestito, tirandolo su di fretta, dove lo sfilo e lo getto oltre le mie spalle.

I capelli cadono come nuvole vaporose, attorno al mio viso, e le punte coprono i capezzoli turgidi e rossi, dove si posa il suo sguardo che diventa una paluda oscura.
«Che cazzo. Se fai così mandi a fanculo i miei buoni propositi.» La voce arrochita mi fa capire quanto sia già teso, e lo constato con uno sguardo birichino.

Sono completamente nuda, sotto i raggi di luna che mi bagnano.
Mi piazzo di fronte a lui, che agguanta con i polpastrelli le mie natiche, tirandomi verso la sua patta con voglia famelica.
«Non indossi le mutandine.» Non è una domanda, ma una constatazione che cela anche il perché io non le indossi.

Ma non ho voglia di rispondere, e tiro via la sua felpa, beandomi del suo corpo caldo e tonico, che entra in collisione con il mio.
Le sue dita scavano la mia pelle, facendomi reclinare indietro la testa, e la sua lingua vezzeggiare la mia gola, il collo, i seni dove ansimo rotta di piacere sotto le sue lappate.
I morsi. Mi succhia con fame e più affamata sono io che mi abbasso per sfilargli la cintura dai passanti. Calo i jeans insieme ai boxer, che finiscono sulle sue caviglie, mostrandomi il cazzo eretto dove la punta arrossata è già bagnata.

«Dio, Sky.» Il suo sembra un ammonimento, talmente intriso di voglia, che lascio correre come il mio palmo che lo stringe alla base, e la mia lingua che segue le sue vene in rilievo.
Lo sento gemere gutturale, e mi beo del calore duro. Lo accolgo dentro la bocca, mentre si inturgidisce maggiormente, guidata dai movimenti che la sua mano detta alla mia testa.

«Si, cazzo. Così, Dea. Spingetelo dentro fino a soffocare, cazzo.» Ed è questo che mi esalta. Provocargli piacere, al punto di fargli dire tutto ciò che vuole e che mi fa colare languida tra le labbra che fremono.

Le lacrime mi pungono gli occhi, mentre lo spingo finché posso e ruoto la lingua attorno.
Ma la sua mano che mi scosta e mi tira su, mi fa capire che non è così che vuole.
Lo vedo sfilarsi i jeans, e trafficare all'interno delle tasche, per prendere il portafoglio, dove trova la bustina argento.
«Non ero qui per questo.» Sibilla assertivo, strappando con foga la bustina.

«Ma come sempre, mi provochi, Dea.» Continua vibrante, srotolando l'involucro sul cazzo magnificamente eretto.

«E sei sensuale. Dannata. Eccitante. E ora mi prenderò il mio Eden, e forse dopo ti lascerò riposare tra le mie braccia. Dipende quanta voglia avrò di sbatterti.» Conclude sadico e lussurioso, trasportandomi giù con se e sopra di lui a cavalcioni, mentre sorrido.

«Voglio sentirmi viva. E tu riesci a farlo. Nonostante tu sia la morte.» Confesso con tono gracile, mentre mi fissa nelle iridi, ammaliandomi.

«Posso essere tutto ciò che vuoi, finché lo vuoi.» Sussurra suadente, prima di stringermi i fianchi e farmi calare sulla sua erezione, spingendosi dentro con grinta fino in fondo, dove ansimiamo all'unisono.

«Stringimi le mani.» È l'ordine più dolce e carico di bisogno, che abbia mai sentito dalle sue labbra, o da quelle di chiunque.
I suoi ordini sono melodia per il mio cuore spezzato.
Scacciano il ricordo corrosivo degli altri ordini, e mi sento viva, mentre lo cavalco.
Mi alzo ad ogni sua spinta che mi viene incontro impetuosa.
Imprime le sue impronte con possesso, e mi sento sua, in ogni fibra.

«Muoviti, Dea.» Mi incita con tono rude e grossolano, di andare più forte. Di portarci all'apice, mentre mi abbasso appena su di lui, che alza il busto per mordermi e succhiarmi i capezzoli, aumentando la mia libido.
Una sua mano si stacca dalla mia presa, dove poggio il palmo sul campo, invece la sua si intrufola tra le cosce, allargandomi le labbra per farsi più spazio.

«Ahh. Oh mio Dio.» Questa volta sono io che ansimo in preda ad un piacere troppo elevato, per non cavalcarlo con furia cieca, che lo fa gemere e digrignare i denti, ruotando il pollice sul clitoride che gocciola schifosamente.

«Non fermarti, Dea. Cazzo.» E lo sa che non mi fermerei comunque, perché cavalco lui con la stessa intensità con cui cavalco l'onda, che ci sommerge nello stesso istante e ci fa risalire in superficie, accasciandomi su di lui.
Come se fossi il suo detrito e lui la mia riva.

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