•Capitolo 29•
~•Sky•~
Tre mesi prima il passato è venuto a bussare alla porta. In senso letterale e anche metaforico.
Tre mesi prima ho ceduto al volere, per pagare pegno della mia colpa.
Avevo scordato per due anni e mezzo, la mia richiesta.
E in un secondo tutto è riaffiorato prepotente, infilzandomi con mille aghi come quelle bamboline di pezza, per sentire il dolore in ogni punto possibile, specialmente al cuore.
Due anni e mezzo prima. (Kentucky -Lexington-)
Ero nella roulotte di Dean da un'ora. Ormai era il nostro appuntamento.
22:00 precise. Non un minuto di più non uno di meno.
«Birra?» Mi domandò scazzato, stappando la levetta che fece sospirare il liquido all'interno della lattina, porgendomela.
Mi stavo letteralmente graffiando la pelle delle cosce scoperte, con le unghie.
La proposta che stavo per fare era assurda, ma la volevo con tutta me stessa.
-Ti scopi quel fallito, quando puoi beneficiare del cazzo del tuo patrigno?- Il suo alito di rum scadente, era ancora pregno su i miei vestiti, e instillato nelle mie narici, che avevo dovuto incipriare per occultarlo.
«Voglio scopare, Dean.» Tagliai corto le normali formalità, alzandomi sensuale dallo sgabello traballante, per giungere di fronte a lui, chiudendo con un tonfo il piccolo frigo dove era poggiato.
«Dolcezza, quando sei così mi fai tirare il cazzo in maniera incredibile.» grugnì con voce carica di desiderio, prima di rigirarmi per i fianchi contro il frigo, e alzarmi una gamba all'altezza del suo bacino.
La mia mano scorse soddisfatta quanto il sorrisetto impertinente, verso la sua patta gonfia, dove emise un gemito.
Eravamo sempre frenetici.
Nessuna dolcezza tra noi.
I denti si scontravano feroci quanto le labbra.
Le mie dita si stringevano possessive attorno al suo membro duro, pompando senza sosta.
Le sue dita scavavano prepotenti dentro la mia carne sempre un po' troppo asciutta.
Mi ripetevo che era normale sentire quel dolore fastidioso tra le gambe, che era ben lontano dal piacere.
E di routine poi mi alzava di peso dalle natiche, mi strappava i perizoma, quando li indossavo, ma in quel caso quella sera no.
«Baby, sei una vera porca. Sei venuta senza mutandine fino a qui?» Gli leccai il labbro inferiore salendo con un sorriso verso quello superiore, annuendo.
«Sai che sei roba mia? Chiunque ti tocchi verrà ucciso da queste mani.» Sentenziò crudo, nello stesso modo che entrò irruente dentro di me.
Le sue spinte ponderose, mi convincevano quanto le sue parole, che sarebbe stato un gioco da ragazzi, fargli accettare la richiesta.
E con quel pensiero mi bagnai schifosamente, per la prima volta nella vita.
Con quel pensiero venni intorno al condom, esplodendo nel mio primo orgasmo da sadica malata.
E come previsto, due ore dopo, con una canna tra le labbra che ci passavamo, mentre pompava dietro di me, con la nube di erba che assuefaceva i nostri neuroni, decisi che era il momento giusto.
«Dean, uccideresti chiunque mi tocchi?» Mi mangiai alcune vocali, con il fumo che mi usciva dalle labbra insieme agli ansimi.
La sua presa su i miei capelli si rafforzò, tirandomi la testa all'indietro, per vedere uno scorcio del suo viso serio.
«Chiunque, dolcezza.» Replicò senza pensarci su due secondi.
«Anche se quel qualcuno fosse il mio patrigno?» Mi morsi le labbra per il dolore bruciante che provai, quando si tolse di botto da dentro di me, e mi girò il volto con prepotenza, per vedere se lo stessi prendendo per il culo.
Ma ciò che lesse era la verità nitida, del mio abuso.
Gli spiegai ogni singola cosa. Dagli albori ad oggi. Ogni ricordo che sfociava in pianto, mentre le sue labbra si serravano in una linea dura, e il suo pugno sfondò quasi il cartongesso del muro.
«Dolcezza sai che dovrai pagare il prezzo, di questa rischiesta?» Me l'ero immaginato.
Nessuno fa niente per nulla. E Dean non era l'eccezione al detto.
«Sai che non ho soldi.» Replicai di fretta e affranta, abbassando un secondo lo sguardo sulle lenzuola sgualcite, già con l'intento di ritrarre la richiesta, e lasciarlo un sogno. L'unico che avevo dentro il cassetto.
Sentii il suo medio e indice uniti, tirarmi su il mento, per riportare il mio sguardo nel suo.
«Mi verrà in mente, come potrai ripagarmi.» Mi tranquillizzò dolcemente, ma tutt'altro avvenne dentro di me. Il non sapere era più nocivo di concretizzare cosa mi spettava/aspettava.
«Forse potresti solo farlo bere, al tuo locale. Mettergli dentro qualche tipo di pasticca. O magari farlo solo finire su un letto ospedaliero. Dargli una lezione, infondo.» Cercai di essere più ragionevole con me stessa, ma non sapevo davvero cosa in effetti stavo blaterando.
Forse era l'effetto della coca mischiata all'erba, ad avermi fatto perdere il lume della ragione.
Io non ero un'assassina. Io non facevo certe proposte, come una pazza soggiogata mentale.
-Quattordici anni, due mesi, venti giorni. E indovina? Tu hai gridato, mio dolce cielo. E indovina? Ora io mi prenderò la tua purezza.-
Il suo palmo grande a coprirmi le labbra, il mio scalciare i piedi e dibattermi. Le sue mani grassocce e unte, strapparmi la vestaglia.
«Fallo.» Fu la mia risposta, con le immagini più violente che mi passassero in testa. Diapositive dell'abuso subito.
•~•~•~•~•~•~•~•~•~•~•~•~•
«Ehi, mi dici che hai? Sono quasi tre mesi che sembri assente. Il minuto prima ci sei e quelli restanti, fluttui in qualche dimensione parallela. Sono arrivati gli alieni che mi immaginavo da piccolo a creare cerchi strani nel grano?» La voce scherzosa e ilare di Adam, mi distrae dal mio flashback malinconico, per riportarmi da lui.
Cerco di sorridere come posso, ma mi esce un sibilo debole, girandomi verso di lui.
«Ci credi ancora?» Innalzo interrogativa e con beffa, un sopracciglio per corrugare le labbra in una smorfia.
Lo sento emettere uno sbuffo, come a dirmi "Che fesseria."
«Unsealed Alien files, ti fa ricredere, mia cara sorellina.» Soggiunge con aria di superiorità, e gli carico un debole pugno sulla spalla.
«Comunque non sono strana. Sono i lavori di ristrutturazione che mi stanno sfinendo...e a proposito, grazie per l'aiuto.» Mento molto bene, riferendomi però al suo vedermi strana.
Ho solo questa scusa in stiva, poiché la realtà non può essere detta. Quella resta chiusa nella cassaforte delle tenebre.
«Sono contento che alla fine hai deciso di non vendere, la casa.» Afferma dolce come miele, pescando una nuova vite dalla cassetta degli attrezzi, mentre gli rivolgo un sorriso affettuoso, che purtroppo non coinvolge gli occhi.
Se solo sapessi il motivo, non mi daresti zucchero, ma solo sale.
Mi rimetto all'opera per dare l'ultima pennellata al muro, quando sentiamo un urlo arrivare dal piano di sopra, facendoci sobbalzare.
Punto il mio sguardo spaesato verso quello interdetto di Adam, finché non sentiamo il ticchettio degli stivali di Caroline scendere di fretta le scale.
«Che schifoooooo. Un ragno. Un ragno nella vasca.» Urla come una gallina a cui è stata carpita la giugulare, agitando in una mano con i guanti in lattice gialli una pezza, e nell'altra lo spruzzino che schizza come se dovesse sparare al nemico.
«Caroline.» La richiamo ferma, mentre fa una specie di danza intorno a se stessa. Sembra un cane che rincorre la sua coda.
«Peloso, con quelle zampe pelose.» Si sgola quasi sgomenta, e di più lo sono io, che mi puntello la fronte con il legno del pennello.
«Gesù, ma come cazzo fai a vivere con questa pazza isterica.» Adam bisbiglia basito al mio orecchio, e affondo i denti nel labbro inferiore per non scoppiare a ridere, davanti al disgusto che corruga la fronte e il naso arricciato di Caroline.
La stessa che si accascia sfinita sul divano coperto dal cellofan trasparente, portandosi la pezza a coprirle la fronte, come sul punto di morte.
«Immagino che deve essere stato scioccante per te.» Vorrei dirgli ad Adam di piantarla di infierire sardonico, verso la povera Caroline, che non deve mai aver visto un ragno in vita sua.
Difatti la noto calare la pezza, con fare mogio e puntare i suoi occhioni da cerbiatta verso Adam.
«Ma perché cazzo non sei etero?» Ok!
Cosa posso dire? Niente. Preferisco tacere.
«Che cazzo di domanda è?» Ribatte invece Adam, spazientito dal modo altezzoso di Caroline.
«Non puoi dire che non ti piace una patata, se hai sempre e solo mangiato i piselli.» Oddio, ditemi che non sta avvenendo questa conversazione imbarazzante, nel salotto di casa nostra.
Vedo il volto contratto di Adam, divenire mefistofelico, avvicinandosi come una pantera verso Caroline.
Vorrei deviare lo sguardo, poiché sono sconvolta, ma è troppo appetibile lo scintillio che risplende nelle iridi della mia coinquilina. Ancor di più quando Adam si para davanti a lei. Si china con il busto, e le braccia la inchiodano ai lati della sua testa, sullo schienale del divano.
«Cosa ti fa credere che io non abbia provato una fica? O che magari mi disgusta a tal punto...di non riprovarla subito?» Accidenti fratellino, e questa voce calda ed erotica da dove cavolo l'ha pescata?
«Dobbiamo finire.» Cerco di riportarli da me, che sconsolata getto il pennello nel secchio di vernice bianco, poiché Caroline inalbera una mano come a scacciarmi. Quindi sarei io la mosca fastidiosa?!
«V...vorresti...tu...Oh cielo!» Oh cielo, si.
Qui sta avvenendo la scena più raccapricciante che io abbia mai avuto l'onore di vedere da ventiquattro anni a questa parte.
Sento Adam ghignare in modo sensuale, e si piega ancor di più verso Caroline, che sembra liquefarsi.
Vorrei dirle che ha Duncan che soddisfa le sue esigenze, ma sembra assente. So bene come ci si sente, ma devo ricacciare indietro il retrogusto amaro del suo ricordo, per non sentire il laccio che mi stringe la gola, lasciandomi morire agonizzante.
«Andiamo a vedere quanto era grande, grosso e molto spaventoso questo ragno.» E a quest'ultima affermazione rauca, non voglio sapere se stiano parlando di un'animale o di ben altro.
«Finiamo la prossima settimana, Sky. Stasera sei dei nostri.» Aggiunge asciutto come lo sguardo che non ammette repliche, Adam, girandosi appena prima di afferrare la mano di Caroline che zampetta dietro di lui per inoltrarsi al piano di sopra.
Ma non voglio curarmene di loro. Perché quel "Sei dei nostri" vuol dire che rivedrò lui.
Mi ricordo che questo è l'unico giorno libero che ho, e che comunque non sono libera neanche oggi.
No! Perché rivederlo dopo tre mesi, in cui non mi ha più scritto, se non due mesi fa con un -Ciao Sky- a cui non ho risposto per principio, mi fa crollare in un precipizio.
Sento il cuore battere impazzito, sotto lo strato di carne. Il petto si infiamma e duole di un dolore indicibile. L'aria diventa irrespirabile, e non per via dell'odore acuto e pungente della pittura fresca.
So che non ho scampo. Tremo nella paura di rivederlo, perché più spaventoso è il ricordo dei suoi denti che mi assaporano giusto un secondo, perché quello basta per morire per mano di Death Silent.
Tremo perché non ho più vie di fuga, in questa vita dove sono due persone differenti.
Non so più che è Sky. Ma so per certo che da tre mesi sono divenuta Azul, e solo un riflesso pallido di me stessa, quando mi volto verso lo specchio.
Per adesso sto solo dietro le quinte, per osservare ciò che sarò costretta a fare.
Ballerò. Mi spoglierò. E con schifo e ripudio verso me stessa, so che prima o poi dovrò offrire i servizi a qualcuno che mi richiederà.
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