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•Capitolo 20•


/Jackson\

É una settimana che non mi presento in palestra. Per quanto abbia coperto il livido con del correttore, l'occhio aveva ancora un leggero gonfiore, ma sopratutto i muscoli erano piuttosto dolenti.
Ma so che oggi non posso scampare.

Sono anche due giorni che non vedo Sky e mi manca.
Si, lo sto ammettendo.
Mi manca il nostro ridere. Scherzare. Pungolarci con battute più o meno a sfondo sessuale, ma anche solo di beffe.
Logico che non le parlo del mio passato.
Per quello non sono pronto. Forse non lo sarò mai con lei. Perché odierei la sua compassione, la pietà con cui potrebbe guardarmi, e dopo non avremmo più quest'aria spensierata di amicizia.
Perché quello che abbiamo é questo, e non può, anzi, non deve, trasformarsi in nient'altro, per il bene di Adam.

Mi conosco. So come sono fatto. E anche se a lei non la tratterei come la cagnetta di turno, avrei paura di scoprirmi poi annoiato.
Costretto in una monogamia, che per adesso non voglio.
É anche maledettamente difficile controllarmi.
Ogni volta che sfodera i suoi denti bianchi, e quelle efelidi si congiungano, nella sua risata briosa e birichina, é sempre un pugno ben assestato alla bocca dello stomaco.
Quando innalza le sue iridi cielo su di me.
Per sfida. Per desiderio. Per deridermi. Per guardarmi con dolcezza.
Lei riesce a capire i miei silenzi, e in quelli leggiamo e ci diciamo tutto quello che le parole porterebbe via al primo refolo di vento.

Ho preferito aspettare la sera, poiché Bern aveva bisogno di una mano per finire l'Aston Martin.
L'ho trattata con reverenza, quasi fosse la mia, e forse un giorno potrò permettermela.
Odio sognare troppo a lungo.
I sogni sono sostanze in polvere, che si disperdono lungo il cammino della vita.

Scendo dal Pick-Up e infatti è l'unica macchina parcheggiata nel piccolo spiazzato.
Mi isso il borsone sulla spalla, e varco l'interno silenzioso, dove solo due luci sono ancora accese.
Sguscio in camerino, per cambiarmi con un pantaloncino largo, una canotta nera e sistemo le fasce passandole più volte attorno ai palmi, dorso, e infilo i guanti nuovi.
Quelli di Kyle voglio tenerli per quando risplenderò sul vero Ring.

Sbatto con un tonfo veemente l'armadietto in metallo, e mi avvio verso il colpitore in pvc affisso al muro, apposta per allenare i ganci e i montanti.
Sferzo un primo gancio basso, flettendo le gambe sul posto, per tirarne uno destro il secondo dopo.
L'adrenalina pompa forte insieme al sangue nelle vene, e tutto si riduce a me e il colpitore.
Le solite immagini, bussano e si affacciano dalle porte del passato, a cui non posso e non voglio mettere un lucchetto resistente.
La tristezza fa si che il montante alto che vado a sferrare, sia più energico di ciò che mi aspetto.
Colpisco con precisione. Inspiro. Espiro. Agisco.
Abile. Mi prendo il tempo per respirare, e attacco.

«Ma guarda chi è tornato, dopo una settimana di vacanze.» La voce tagliente che sferza l'aria, del coach Tyler, mi fa tirare un sospiro affannoso che si permea sul colpitore.

«Sei stato alle Canarie, Jackson? O dovrei dire...Death Silent.» E a sentire uscir fuori il mio nome da combattimento, come un dispregiativo, mi fa paralizzare del tutto e irrigidire i muscoli delle gambe divaricate.
Serro un secondo le palpebre, per imprecare malamente, e faccio mente locale che lui lo sa.
Non so come ma lo sa.

Non parlo ma non c'è bisogno, vede il mio corpo schiacciato dal peso delle colpe, che mi sta infliggendo e quindi continua, come se i suoi fossero tutti i pugni che ho dato.
«Vedi Jackson, le bugie hanno le gambe corte. Un mio vecchio frequentatore era lì, e ha riconosciuto Samuel. Samuel che chiamava il tuo nome, e che parlavate di me. Che comunque non sarei venuto a saperlo. Ma come sempre non siete furbi.» Mi canzona duro e freddo, ma ha una compostezza e calma nella postura, che mi terrorizza.

«Sai perché non ti ho mandato via a calci in culo? Lo sai? Rispondi. Ora.» Mi ordina gelido, superando di una gradazione il tono della sua voce, e mi giro verso di lui, che mi trafigge sul posto con lo sguardo.

«No.» Caccio fuori colpevole ed espirato, quell'unica parola. Lo sguardo basso, che si concentra tra le venature del linoleum.

«Ripongo fiducia in te. Confido in una carriera producente. Ma stai rendendo tutto, maledettamente difficile. Che volevi dimostrare? A chi? Hai vinto per...come si chiama? -Fa la finta di pensarci su, tenendo le braccia dietro la schiena.- Botta di culo. Potevi finire male.» Mi riprende severo, ma scorgo la preoccupazione nell'eventualità che mi fosse successo qualcosa.

«Ho vinto. Questo conta, no?» La mia non è una domanda, bensì una constatazione, che gli fa scuotere il capo e ghignare sarcastico, tornando il minuto dopo di granito.

«No. Vincerai solo quando supererai i tuoi demoni. Lì, sarai il vero vincitore. Non sei pronto, e se vuoi andare alle nazionali, queste bravate non voglio che ricapitino. Sono stato chiaro?» asserisce netto e irruente.
Annuisco diligentemente, ma ripete con più impeto.
«Ho detto, sono stato chiaro?» Vuol sentirmi dire la parolina magica, che segna la mia sottomissione a questo sport che amo.

«Si, Coach.» Affermo sicuro, rialzando lo sguardo verso il suo compiaciuto.

«Posa i guantoni. Fai duecento giri intorno al Ring, e ricordati perché sei qui. Magari quella testa piena di merda, tirerà lo scarico a fine giri.» È impazzito completamente, ma il suo dito che ruota in cerchio, mi fa intendere che é mortalmente serio.
Cazzo!

Esco dalla palestra sfinito, e appena punto lo sguardo sul mio pick-up mi immobilizzo per un'istante.
La sua figura elegante e a tratti sbarazzina, é poggiata con il fondoschiena sul portabagagli.
Un jeans aderente le fascia le gambe snelle, mentre il cappotto copre le sue forme che ho avuto l'onore di vedere attraverso la canotta.
Mi rivolge un sorriso e innalza le mani con due buste come se stesse facendo pesi.

Abbasso appena il mento, incurvando le labbra in un sorriso da mascalzone, per avvicinarmi a lunghe falcate, verso questa Dea.
«Sentivi la mia mancanza?» Mi faccio sarcasticamente beffa di lei, mentre arriccia il naso in una smorfia deliziosa.

«Frena il tuo entusiasmo Thomson. Passavo casualmente di qua, e sempre casualmente c'è un fast-food eccezionale. Quindi...Cheesburger o Piadina arrotolata con il pollo?» Mi canzona con il mio stesso tono, scuotendo nuovamente le buste bianche, da cui proviene l'aroma delizioso, che fa brontolare e accendere le mie papille gustative.

«Cheesburger che domande. E comunque mi vuoi viziare?» Il nostro scambio di battute procede nello stesso tono di sarcasmo che amo. Adoro stuzzicarla e di più vederla roteare gli occhi al cielo, come a farmi capire che sono montato.

«Saliamo in macchina, Rocky, ti voglio portare in un posto.» Afferma cristallina e briosa, sbattendo lo sportello del mio pick-up, come se già sapesse che ogni suo desiderio é un'ordine.
Non é così, ma vederla felice mi da un senso di pace, che si propaga dentro e di lì non si schioda.

Il bagliore notturno, fa da sfondo al nostro silenzio in macchina, e vedo che il suo viso é rivolto verso il finestrino.
Osservo di tralice il suo riflesso che si sovrappone con la strada e gli alberi.
Non so cosa stia pensando, ma qualunque cosa sia, non voglio distrarla.
«accosta e parcheggia.» Si, Signora! Lo penso ma non lo dico. Dopo sarebbe lei quella a montarsi.

Ci chiudiamo gli sportelli con un tonfo in simbiosi e la vedo calpestare con gli stivali l'erba del prato.
Non so per quale motivo mi abbia spinto qui.
Da una come Sky mi aspetto di tutto.
Anche uccidermi, e occultare il mio cadavere, seppellendomi in questo terreno.
Forse ha già scavato la fossa, però prima gradirei il mio fottuto Cheesburger.

Mi mantengo a debita distanza, finché non la vedo acquattarsi sulle ginocchia per poggiare i sacchetti sull'erba appena umida, e subito dopo mettersi a sedere, radunando le ginocchia al petto.
La imito nel più totale silenzio, e osservo affascinato e curioso, il suo volto innalzato al cielo, con le palpebre chiuse e quella bocca polposa che forma un grazioso cuore dischiusa, mentre i capelli svolazzano attorno al suo ovale.
«Quando ero piccola...» Comincia fievole e armoniosa, e mi metto in ascolto,
«Amavo sedermi in un campo di grano. Abitavo in una fattoria a Lexington. Mi sdraiavo e ammiravo le costellazioni.» Riapre le palpebre e lentamente volta quelle iridi velate verso le mie che rimangono ipnotizzate.
Sei stupenda, Sky.

Scivola sull'erba e mi invita a stendermi sul prato come lei, per fissare i piccoli puntini luminosi, che tengono compagnia ad una luna quasi piena che ci sorride e ci illumina la pelle.
«Vedi tutti questi puntini luminosi? Io mi divertivo ad unirli e ogni volta veniva fuori una figura diversa.» Continua leggiadra il suo racconto da cui sono sinceramente rapito, fissando il suo indice che sembra disegnare linee invisibili tra i puntini luminescenti.
Non mi sono mai preso la briga di ascoltare le altre ragazze.
Erano frivole. Vuote. Ma lei no.
Se le altre pensano ad essere sexy, lei pensa all'astronomia.
Non si nasconde con il trucco, ed é questo il suo vero trucco. Apparire misteriosa e veramente bella, nella sua semplicità, che profuma di acqua e sapone.
Profuma di ciliegia e gelsomino.
E sono un cazzo di romantico in sua presenza.
Perché la sua pelle viene baciata dai raggi della luna, e io vorrei solo rotolare sul suo corpo sinuoso, e costellarla di baci pieni di passione.

«A cosa stai pensando?» Mi riscuote dai miei pensieri, con la sua voce melodiosa, e mi volto di fianco, portando un gomito puntellato sull'erba fresca, poggiando la mano racchiusa in un pugno sulla guancia.

"Penso che mi stai inquinando il cuore."

«Pensavo a che fine ha fatto quella bambina.» Lascio andare un sospiro nella frescura della tarda sera, e il mio tono si fa più denso di desiderio.
Di lei.
Di scoprire cosa celano quelle iridi cielo.
E la fisso pensosa mentre i suoi capelli sembrano una distesa di fuoco sull'erba.

Si morde il labbro inferiore polposo, innalzando appena le spalle.
«Si è svegliata ed era già grande.» Ammette con un respiro tratteggiato e sento quanto sia afflitta la sua voce, che si perde tra il fruscio del vento e sotto questo cielo stellato, che tutto cela e nulla rivela.

Stacco un dente di leone, e mi faccio più vicino a questa Dea alata.
Stringo lo stelo fine tra le dita lunghe, e lo lascio scivolare sul profilo del suo viso, dove socchiude le palpebre.
«Jackson.» Il mio nome che esce come una preghiera dalle sue labbra, mi colpisce il basso ventre, e devo imprecare ogni santo se sono un peccatore.
Non dovrei pensarla nuda e ansimante, mentre mi supplica e viene con il mio nome sulle sue labbra rosee.
Non dovrei pensarla in nessun termine se non come sorella di Adam, ma non riesco a farne a meno.
Il mio corpo si tende, e avverto il membro pigiare sulla patta del jeans grezzo, tanto da far male.

«Shh...» Soffio dolcemente quelle sillabe, innalzando di poco il busto, per disegnare con il dente di leone, il profilo del suo naso aggraziato, il dolce arco di cupido. Contorno le sue labbra che si schiudono con un sospiro ansimante, e lo trascino sul suo mento ovale.
«Esprimi un desiderio, Dea, e poi soffia.» sussurro caldo e inebriante, ad un millimetro dal suo viso, dove leggo stupore e divertimento.

La noto concentrarsi e strizzare le palpebre, prima di riaprirle e soffiare con forza.
I semi del fiore svolazzano nel vento, elevandosi, e si porta i palmi aperti sul viso per evitare che le finiscano negli occhi.
La sento ridere di cuore, e getto via lo stelo, portando il mio palmo a stringere il suo dorso, per scoprire il suo viso aperto in un sorriso che illumina più della luna che si specchia su di noi.
Come meccanizzata dal mio gesto, stringe tra le sue dita esili, le mia, e l'altra mano si va a poggiare sulla barba ispida che contorna la mia mascella.

Trattengo un sospiro dolente, nel sentire la sua dolcezza, e quei polpastrelli delicati, accarezzarmi.
Non posso, Sky.
Non posso.
Non farmi questo. Non superare quel confine, che porta al peccato certo.
Sarebbe così giusto per i nostri corpi.
Così sbagliato per la promessa fatta ad Adam.
Il sospiro sfugge al mio controllo, e crollo con la fronte calda contro la sua più fresca.
I miei occhi sono serrati, ma appena li riapro commetto lo sbaglio più grave, poiché le sue pupille color catrame sono dilatate, e l'iridi azzurre sono pregne di voglia famelica e ardente.

Ci scambiamo i fiati che escono corti e affannati, toccandoci le labbra senza toccarle sul serio.
I suoi denti afferrano il suo inferiore, e sono a un grammo dal perdere il fottuto controllo di me stesso.
Vacillo. Tremo dentro. Il fuoco riempie le mie iridi palude, incendiando questa distesa d'erba e il suo corpo.

«Ho espresso il mio desiderio.» Mormora sensuale e invitante, accarezzandomi il lobo dell'orecchio, facendomi uscire un gemito graffiato e il membro premere ancor di più sul tessuto.
Scoppierò. Cazzo se scoppierò.
E fanculo a me. Se non avessi fatto quella promessa ad Adam, mia cara, piccola, Dea alata, in questo momento saresti nuda, coperta solo dal mio corpo, e piena di me, ovunque.
Perché non mi basterebbe avere un assaggio.
No!
Mi prenderei tutto e non ti restituirei niente.
Sono ingordo.
Avido.
Quando si tratta di te, Sky.

«Dimmelo.» La mia è un'imposizione roca e traballante come il mio self control, e la sento sorridere dolcemente ma con una punta di malizia, sfiorando il mio naso con il suo.

«Vorresti saperlo, Thomson?» Mi istiga persuasiva a cedere ai mille e più piaceri dell'appetito sessuale.
E odio chi mi chiama per cognome.
Ma la sua voce rovente e ammaliatrice come il canto di una sirena, lo fa sembrare oscuro e assolutamente proibito.

«Dimmelo.» Ringhio bollente, portando una gamba tra le sue cosce snelle e leggermente divaricate, e la sento sussultare e reprimere un ansimo lussurioso.
Sento il calore che sprigiona in quel centro dove vorrei affondare con la lingua, per sentire il sapore della dannazione, che ho assaggiato solo dalla stoffa del suo perizoma striminzito.
E non mi basta.
Non mi basta per niente, cazzo!

«Se te lo dico poi...» Sposta le labbra sul mio lobo, e gemo frustrato nel sentire i suoi denti tirarlo e la lingua lambirlo, immaginando quest'ultima posarsi sul mio cazzo turgido e schifosamente bagnato sul glande teso.
«Non si avvera.» Sussurra come un segreto, e sto sul serio per cedere, per strofinare anche solo il ginocchio sulla sua intimità che immagino calda. Bagnata. Pronta ad accogliermi. A stringermi. Stritolarmi così bene da risucchiarmi il cazzo e anche la ragione.

Finché non sento qualcosa frusciare, e il secondo dopo il Cheesburger entrare nel mio campo visivo.
«Credo che il mio desiderio di mangiare, si stia per avverare.» Mi stende con voce e aria furbetta, mentre scoppiamo a ridere, e addento dalla sua mano un pezzo di panino, facendole colare sul labbro inferiore della salsa barbecue.
Il sangue sfrigola nelle vene, a quella visione.

Non lo fare, Sky.
Non lo fare, Dea.
E cazzo, lo fa.
Vedo la sua lingua fare capolino, e ripulire il suo labbro, mugugnando di piacere.
Ah...che mossa scorretta, Dea Alata.
«Decisamente delizioso.» Afferma soddisfatta.

"Delizioso come te." Lo penso, ma non lo dico, poiché forse stasera é tornata un po' quella bambina.
E forse il suo desiderio, combacia con il mio.
E sicuramente non si avvererà mai.

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