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•Capitolo 15•


~•Sky•~

La sentivo viva l'agitazione per tutto il tragitto interminabile, fino a casa del demonio Thomson.
L'aria irrespirabile nel maggiolino.
E le dita tremavano e sudavano sul volante di cuoio, mostrandomi tranquilla per Adam.

Sosto la macchina vicino al marciapiede, cacciando un sospiro tratteggiato, come la macchina che invece si rilassa.
Le case del quartiere hanno già messo ogni abbellimento possibile, illuminando il vicinato, come se fosse pieno giorno anziché sera.
L'unica casa che ha solo una piccola ghirlanda natalizia, é quella dei Thomson.
Dove sulla porta bianca, spicca quel verde e rosso.
Scendo con il battito furioso e implacabile, stringendomi dentro al cappotto, mentre la sciarpa avvolge il mio collo.
Adam si stringe il doppiopetto nero, avanzando prima di me, e suonando sicuro il campanello che emette un trillo armonioso, che si propaga anche all'esterno.

Congelo, e struscio le mani inguantate da muffole tra loro, sentendo le dita atrofizzate, e il respiro fuoriuscire come una nuvola di fumo.
Quando capto un rumore delicato di scarpe avvicinarsi alla porta, so per certo che non é Jackson, e faccio un ulteriore passo, sentendo subito il cigolio tenue e la figura dolce di Gwen palesarsi davanti ai nostri occhi.

«Entrate ragazzi, si gela.» Ci invita con un timbro allegro e soffice, facendoci spazio per entrare in casa, come se ci mettessimo piede per la prima volta.

«Grazie, Gwen.» La ringrazio subito dopo Adam, mirandola fare un gesto di ammonimento con la mano spiegata in avanti.
Non faccio neanche in tempo a sfilarmi i bottoni della giacca dalle asole, che vedo Violet corrermi incontro nel suo vestitino rosso, abbinato a delle calze a cuori e le ballerine di vernice nere.
Sembra una bambolina vestita così, e mi piego  appena sulle ginocchia per avvolgerla in un caldo abbraccio che la circonda tutta.
I capelli riccioli sono tirati in alto in uno chignon da ballerina, e il mio cuore si scalda nel sentire il suo profumo di vaniglia.

«Sei bellissima.» Le sussurro su i capelli in modo carezzevole, dandole un lieve bacio, dove le sue guance lisce e paffutelle si tingono di un rosa purpureo.
Adam ci raggiunge, tenendo in mano il regalo per Violet, impacchettato con una carta raffigurante degli orsi polari.

«Questo é per la bambina, più bella.» Il tono dolce di Adam mi fa sorridere. Benché io sia la sorella maggiore e protettiva, vederlo approcciarsi con una più piccola mi fa gioire.
Difatti Violet afferra timidamente il regalo, stringendoselo al petto come un dono prezioso.

La lascio lì con Adam a scartare il regalo, mentre di Jackson non c'è traccia.
Mi mordo la lingua, perché la frase vorrebbe sfuggirmi dalle labbra, come bere un bicchier d'acqua fresco, poiché la gola la sento arsa.
Finisco di sfilarmi il giubbotto, avviandomi in cucina dove Gwen sta sfornando il tacchino e un'aroma prelibato si innalza fino al soffitto.
«Hmm che odorino. Posso darti una mano?» Mi offro gioiosa, notandola girarsi e rivolgermi un caloroso sorriso.

«Non vorrei ti rovinassi il vestito, sei uno splendore, Sky. Se vuoi puoi portare il servizio di piatti.» M'indica gentilmente il servizio in porcellana bianco con bordature dorate, riposto sull'isola, e prendo la pila dei cinque fondi.

Quando anche con gli occhi piantati su i piatti che sto distribuendo sopra i piani, sento il suo profumo speziato entrare in collisione e fondersi con quello dell'arrosto.
Un lieve brusio si smuove al mio interno, cercando di attribuire la colpa alla fame, ma so bene che sono un circo di piroette dovute alla sua presenza imponente.
Proprio così vorrei impormi di restare inchiodata sull'ultimo piatto da poggiare, che trema nella mia mano scivolosa, e sebbene tento, le mie iridi si innalzano docili e mansuete sull'esemplare più superbo che io abbia mai visto.

Uccide il fiato.
Ammazza il cuore.
Ti carpisce la ragione.
Tutto in lui grida: omicidio. E ne sono attratta in modo pericoloso, vittima di cotanta bellezza, in un'essere imperfetto dentro.
Lo ammiro agganciarsi i gemelli della camicia bianca, e storcere la linea dritta delle labbra carnose, raggiungendo subito con quelle falangi lunghe e ruvide, il nodo della cravatta blu che sembra stringerlo sul suo collo taurino, non lasciando libero il pomo d'Adamo di deglutire.
Noto i muscoli delle spalle guizzare stretti nella camicia, come i bicipiti possenti.
Come aderisce al petto e all'addome scolpito, come ricordo, come un calco perfetto di qualche deo dell'Olimpo.
Ares, il Dio della guerra, del sangue, pieno di rabbia, in cerca di violenza. Uccide così la sua visione sublime, che mi fa luccicare gli occhi di lussuria pura.

Un fremito mi colpisce al basso ventre, nel notare le sue gambe toniche, fasciate in quel pantalone sartoriale, e stringo le mie nel fabbisogno di toccarmi.
Oh Cribbio!
Le guance scottano, anche se non le tocco, le sento bruciare.
La lingua si appiattisce sul palato e prosciuga come un cane alla vista di una bistecca succulenta.
E non respiro più. Neanche mi serve cercare di riprendere una parvenza di decoro, poiché le sue iridi pluviali, si alzano lente e pragmatiche, misteriose, dal polsino della camicia sua alle mie cosce avvolte in una calza nude, dove la pelle al di sotto si accappona.
Cerco nuovamente di deglutire a vuoto, e la collana d'oro fine sembra stringere la mia giugulare, nel sentire quelle iridi bruciare l'orlo del mio vestito e ridurlo in cenere sporca.
Salgono ancor più su, soffermandosi per secondi interminabili sul mio interno coscia che pulsa e si agita, lasciandolo subito dopo per ammirare il ventre piatto, i seni gonfi e pesanti sotto il suo sguardo pieno di Eros.
Volano predatrici sulle mie labbra schiuse, e ammiro le sue innalzarsi in un sorrisetto perverso e bastardamente sexy, per inchiodarmi e mettermi in croce il secondo dopo quando il suo sguardo incontra le mie iridi liquefatte in un mare di piacere che m'inonda. Mi sommerge. Mi sconquassa.
L'alta marea mi rapisce, mi trascina a largo, e lui gode nel vedermi così arresa al mio destino, mentre getta fiamme che non si spengono con l'acqua.

Scende l'ultimo scalino, inumidendosi il labbro inferiore con la lingua, ignorandomi bellamente come se il nostro linguaggio del corpo non fosse mai esistito.
Borioso del cavolo!

«Ehi Bro'.» Sento la voce forte e frizzante di Adam, riscuotermi per la seconda volta oggi, andando incontro ad un Jackson che stringe il palmo di Adam con il suo più grande in un pugno.

«Ti sei messo in tiro.» Lo beffeggia Jackson, abbondando con il riso sulle labbra.
Cafone!

«Io? E te? Sembri uscito da una prima di Hollywood.» Oh per piacere, Adam, non farmelo notare quanto sia, schifosamente attraente. Lo sarebbe anche con un sacco di Utah questo Arrogante.
Gli porge il suo pacchetto regalo dove i suoi occhi si sgranano di stupore e un sorriso sincero, per la prima volta, affiora su quel viso sempre contratto.
Osservo affascinata, quanto siano belle le linee del suo viso quando è realmente lui, e ringrazia Adam, che si volta il secondo dopo per portare gli audiolibri di Violet nel salone adiacente.

Sono ferma come un baccalà stracotto al vapore, e ora finalmente si gira.
Il volto ancora rilassato, fresco di rasatura, e quelle lunghe ciglia che incorniciano quel verde fatiscente.
Un leggero labiale che dice «Grazie.»
Rivolto a me come un cenno tenue del capo, mi fa arrossire anche contro ogni mia previsione, e alzare il mento come a dirgli "Figurati."

Ci penso e il minuto dopo innalzo il sopracciglio per sfidarlo sarcastica e sempre silenziosa con,
"Se fosse stato per me, avresti aspettato il carbone dell'epifania."
E ora lo vedo gettare la testa all'indietro e ridere di cuore, scuotendola energicamente, dove i ciuffi indomiti si animano.

"Sei una stronzetta bugiarda." Mi rimbecca nel suo silenzio divertito, e questo scambio mi piace.
Mi attrae come una falena con la luce.
Come la luna che domina sul buio tetro.

Siamo tutti a tavola, e la cena prosegue nella maniera più leggera assoluta.
Se non quando ci siamo riuniti prima in una preghiera per ringraziare e benedire il cibo, dove Jackson davanti a me mi ha incenerito per tutto il tempo con i suoi occhi, e l'ho incrociati quando ha sussurrato "Benedici."
Le luci dell'albero dietro di lui che cambiavano colore, facendo un gioco multicolor sulla sua camicia e su parte del volto, mentre mi divorava con ardore.
Come se fosse stato un prete che voleva levare e lavare le mie sofferenze, le mie colpe, che ho e non dirò mai a nessuno.

Abbiamo girato su dove siamo natii io e Adam, tralasciando tutte le sozzerie avvolte nel cellofan del passato.
Loro sono originari del Wisconsin, e scopro che Gwen è stata tradita e lasciata da un marito violento e alcolizzato.
Sorride di un sorriso triste, ma scrolla le spalle come se volesse togliersi di dosso quel fardello stantio.
L'aria è pesa, ma viene subito alleggerita dallo sformato di verdure che ci serve, ed è delizioso come l'arrosto.
Seguite dalle patate alla duchessa, e una cheescake ai lamponi che mi farebbe mangiare anche le briciole, ma mi contengo per non sembrare una maleducata.
Insomma sono pur sempre una signorina.
Camionista ma con eleganza.

Scartiamo i regali, e Jackson si illumina subito nel vedere i guantoni nuovi da boxe, che ha comprato Adam.
Non sono d'accordo con lo sport che ama, non so perché lo voglia praticare, ma è sempre meglio che spaccare polsi o altre parti del corpo.
Vedo anche Gwen storcere i tratti del volto in modo malinconico e poco consenziente, ma se ha qualcosa da dire, preferisce tacere.
Violet mi ha fatto una collanina con le perline blu e rosa, dove il mio cuore scoppia di amore immenso per questa piccola principessa silenziosa.
Gwen poiché non mi conosce bene si é scusata, e mi ha regalato una carta prepagata di 50 dollari per fare un po' di spese folli, e ho dovuto ringraziala davvero.
So bene quanto lavora, quanto lavora Jackson, per mantenere l'affitto e il corredo annesso.

Mi offro volontaria a lavare i piatti, e aiutarla a riassettare la cucina.
Gwen si scusa un attimo andando di sopra a rimboccare le coperte a Violet, mentre Adam é andato a sistemarsi i capelli in bagno, per prepararsi "all'acchiappo."

Rimetto apposto l'ultima teglia dentro il forno, quando sento la sua fragranza inconfondibile, come i passi delle sue scarpe di vernice italiane, che mal combaciano con il suo aspetto di ogni giorno.
Mi fermo a prendere un respiro, e rilascio un sospiro, con lo sguardo piantato sulle piastrelle salmone decorate della cucina.
I polpastrelli puntellati sul top di granito, mentre il suo petto possente si accosta pericolosamente alla mia schiena.
Richiede un enorme sforzo, non chiudere le palpebre, nel momento che il suo respiro si accosta al mio orecchio, portandomi a raggelarmi quel lembo di pelle.
«Grazie per il regalo. Te ne ho fatto uno anche io, ma...» Si sospende e dolce come miele, come quello che cola contro ogni regola dalle mie cosce, mi sfiora una ciocca finita a solleticarmi lo zigomo, per appuntarmela dietro l'orecchio.
Il suo indice mi sfiora la cartilagine e sopprimo con i denti affondati nella carne morbida del labbro inferiore, un ansimo tenue ma che si percuote in tutto il mio essere.
Sono sorpresa. Eccitata. Inaspettata come lui lo è.

«Aprilo stasera, al termine della serata al locale.» Mi sussurra invitante e sensualmente sfacciato di perversione, che riesco solo ad annuire, girarmi e afferrare il pacchetto, prima di incrociare i suoi occhi.

«Non dovevi.» Mormoro debolmente, comprimendo le labbra tra loro, come se volessi spalmare un rossetto invisibile.

Mi analizza in tutta la sua stazza, chiudendo un secondo le palpebre, come se fosse combattuto da qualcosa che non comprendo.
«Sei bellissima, stasera.» Il primo complimento sincero che mi fa rabbrividire più di ogni sua parola sporca, e vorrei gettare le braccia al suo collo, plasmarmi sul suo corpo perfetto, e dichiarare battaglia persa.
Invece tutto ciò sfuma con il suo arretrare e Gwen ritornare in cucina.

«Sei stata gentilissima, Sky.» Ammira la cucina pulita, conservandomi un'occhiata piena di ringraziamento.

«Il minimo.» Sciolgo mollemente le parole, poiché sono ancora un corpo molle sotto le parole di Jackson.
L'ossessione Thomson.
Il demonio travestito da Deo dell'Olimpo.

Si avvicina e dolcemente mi prende le mani tra le sue più fredde e meno lisce, rispetto alle mie.
«Non tutte sono brave ragazze come te. Ogni tanto penso di fare troppo poco, per Violet e per Jackson...» Si ferma a fatica e sento il dolore di una madre che crede di non essere abbastanza, di non poter prendere anche la figura di un padre mancante.

«Non dirlo, Gwen.» Stringo più forte le sue mani, cercando i suoi occhi velati di dolore, che mi fa stringere il cuore come una pezza vecchia.
Ognuno di noi ha dolori che non può sopprimere, e ogni tanto resta solo da soccombere. Fa male. É intenso e duraturo. Non va via, ma c'è chi trova pace. C'è chi ancora combatte.

«Violet sta migliorando ogni giorno di più. É pronta a frequentare i bambini del nostro istituto, e far amicizia. Jackson é un ragazzo grande ormai.» La rassicuro carezzevole, vedendola asciugarsi una lacrima che percorre le sue rughe di età e di espressione.

«Prima non era cosí Violet. Era vivace, parlava anche con chi non conosceva. E anche Jackson ha un cuore buono, ma é cambiato radicalmente da quando suo...» Non riesce a terminare la frase che vorrei sentire.
Da quando suo chi? Suo padre? Vorrei dirle di finire. Di farmi capire. Di poter capire il rebus Jackson e risolvere l'equazione di Violet.
Invece il nodo non si scioglie poiché la voce glaciale di Jackson tuona come un fulmine che preannuncia burrasca.

«Adam ci sta aspettando nel pick-up.» La sua voce é fredda. Il suo corpo rigido. Non guarda sua madre e a me ora mi fissa con sdegno.
Non comprendo e capisco che quello di prima, chi era?
Chi sei, Jackson Thomson?
Chi sei davvero?
Quanti lati hai?
Quali mostri?

Do un abbraccio forte a Gwen, promettendole che in settimana verrò come sempre per Violet, e afferro il cappotto raggiungendo con un silenzio imbarazzante il pick-up, affiancata da un Jackson versione mutismo selettivo/Scontroso.

Arriviamo al locale, dove neanche il nome leggo, troppo persa nei miei pensieri.
La musica pop alta che risuona per le pareti bianche sporcate dai led blu fosforescenti.
I corpi compressi sulla pista posta su un rialzo d'argento a specchio.
I divanetti neri in pelle di lato e i tavolini a specchio dove alcune bottiglie sono già al fresco nei secchielli, per chi ha prenotato.
Come noi.

Ci accomodiamo nel silenzio più totale.
Il mio stato d'ansia riprende e mi perdo a vedere il barman che prepara i drink con maestria e precisione, occultando il suo completo nero dalle luci fucsia del neon posto sugli scaffali di vetro.
«Ho intravisto un amico, se mi capite.» Adam ci fa un occhiolino, mentre vorrei supplicarlo di restare, ma lo lascio libero di andare.
Ed é così che restiamo soli.
Mi giro i pollici. Mi guardo intorno.
Gioco con il filo d'oro della collana.
Batto le punte delle scarpe sulle mattonelle a scacchiera bianche e nere, a ritmo di musica per ammazzare il tempo e questo silenzio che causa gelo nelle ossa.

«Non ti devi intromettere nella nostra vita.» Sento uno strappo al cuore, dove alla parola Nostra ricalca tuonante come il tono.
Ecco come spezza il silenzio. Come se niente fosse.
Le sue iridi foresta stanno bruciando di rabbia, offuscati dalla nebbia. Sono assottigliati e le sopracciglia scure sembrano due linee dritte e ferme.
Piego la testa di lato, ritornando subito al luogo e a chi ho di fianco.
Odio il suo modo di fare.
Odio essere sensibile nel vedere il suo volto rigido. Quella mascella volitiva fresca di rasatura.
Odio che sia così impeccabile.
Così erotico al limite dell'immaginabile.

«Non ti capisco Jackson, e non me ne frega niente, onestamente, del tuo esser contrariato.» Sbotto ispida e aggressiva, notando un muscolo della sua guancia vibrare, e imprecare a mezza bocca.

«Ti stavi intrufolando in cose private. Cosa cerchi, Sky? Hai bisogno di cosa? Di me?» Il suo tono iracondo e di pura derisione, mi rinfocola solo.
Vorrei gettargli in faccia il disprezzo.
Forse si aspetta una risposta, mentre invece l'unica cosa che faccio é prendere un lungo respiro e alzarmi dal divanetto di pelle.
Non lo guardo neanche mentre lascio calare dalle spalle il cardigan che copre il mio vestito, seppur sento i capezzoli inturgidirsi per una folata di vento fresco, anche dentro al locale strapieno.
Così giro i tacchi, e cammino verso la folla.
Sento i suoi occhi trapassarmi la pelle, bruciarmi la spina dorsale che si arcua facendomi sporgere di più le natiche, mentre comincio a ballare sinuosa.

Guardami Jackson. Guarda quanto non ho bisogno di te.
Chiudo le palpebre, assaporando il ritmo della canzone, che mi scorre addosso come una piuma.
Le mie dita s'intrufolano sicure tra le onde rosse, portando alcune ciocche in alto, e mi sento sensuale.
Scaccio via il suo tono tagliente, anche quando sento due palmi stringermi i fianchi.
So bene che non é lui. Questo profumo di muschio non é quello speziato di Jackson.
Questa presa non é sicura e forte come la sua.
Lui che stringe come se ogni cosa che tocca, fosse di sua proprietà.
Questo corpo seppur solido e caldo, non mi fa umidificare, come mi succede in presenza di lui.
Non so se mi sta guardando. Ignorando. O sarà già a sbattersi una nei bagni logori e fetidi, mentre mi lascio andare a questo ballo con uno sconosciuto.

«Ti muovi bene.» Afferma con un tono roco, accostandosi al mio orecchio. Ha un bel timbro, peccato che non avverto nessuna fitta prepotente al basso ventre.
Non ho neanche la curiosità di girarmi e sincerarmi di come sia.
Rispondo lineare e incolore, con un semplice «grazie.» Che la musica ofusca.

«Levati dal cazzo, se non vuoi ritrovarti con due polsi slogati, e una dentiera prima del tempo.» Oh...Oh...qui qualcuno é geloso? Ferito nel suo ego da Alpha mancato? Irritato perché mi desiderano? Frustrato perché l'ho ignorato?
E gongolo e sogghigno, nel sentire il suo tono sprezzante e digrignato, mordendomi il labbro inferiore.

Il ragazzo da coniglio neanche ribatte, e continuo a ridere debolmente. Almeno finché non sento i suoi palmi inconfondibili, poggiarsi con violenza e urgenza sui miei fianchi, attirandomi in uno scatto repentino sul suo petto solido, dove la mia schiena viene percossa da brividi irrefrenabili.
Cerco di strozzare un sussulto, quando le mie natiche sbattono con forza contro la sua patta, e lo sento. Sento quanto sia duro. Posso immaginare come pulsa e smania per uscire, e intrufolarsi nella mia intimità schifosamente bagnata.
«Stai cercando di perdere la nomina di: Suor castità, Sky?» Avverto il suo profumo accarezzarmi la pelle che si accappona. Il suo tono tra il sarcastico e l'irritato che punge appena quando la lingua tocca il palato sul mio nome.
I suoi pollici sfregano sensuali con movimenti rotatori le mie anche, muovendosi al mio ritmo con destrezza.
Il suo fiato bollente sul mio collo é un deterrente per la mia anima.
Bipolare convinto, amico del mutismo selettivo, e non me ne frega un'accidente.
Stasera sono la Sky che ho lasciato nel Kentucky.
E sono anche io bipolare.
Ci disprezziamo e poi ci vogliamo.
Ci allontaniamo ma poi capiamo che stare vicini é più esaltante.
Come avvicinarsi al fuoco e sapere quanto ci si può scottare.
Bruciare.

«Forse.» Lo sfido goliardica, lasciando che la musica e i nostri corpi, si fondino.
La sua risatina debole e cocente mi colpisce la clavicola nuda, dove la spallina é scesa e bloccata sul braccio.
Sento i seni pesanti, mentre l'aria diventa densa di tensione sessuale.
Fa caldo tra la folla. Caldo dentro. Ci sono un ammasso di odori, ma l'unico che inalo é il suo, come lui che poggia in modo seducente, la punta del naso sull'incavo del mio collo.

Un sospiro arreso pregno di voglia, carezza le mie labbra schiuse, che tento di inumidire a corto di salivazione, mentre il suo naso mi assorbe come un'ape con il polline, scivolando lungo il collo in modo esasperante.
«Sky.»

Trascina avvolgente il mio nome, che non é mai risultato così erotico da alcune labbra, e a malincuore devo arrancare con un,
«Mmmh...» Come se fossi trasognante, e disgraziatamente lo sono. Sono molle tra le cosce, che si reggono per inerzia su questi tacchi fini.
Avverto un suo palmo scorrere lungo il profilo del mio fianco, aprendo tutte le dita lunghe e ruvide, massaggiando la coscia con il pollice, spingendosi più a sinistra ad ogni movimento.
E sto impazzendo.
Con il suo respiro che mi accarezza la pelle.
Il suo membro duro che resta teso tra le mie natiche che vorrebbero aprirsi e accoglierlo, senza la barriera dei vestiti.
E a questa visione proibita, un fiotto di umori cola lungo le mie labbra, come seta pregiata.

«Vuoi sapere cosa ho fatto...con il tuo misero pezzo di stoffa, completamente fradicio?» Sussurra inebriante e rovente la domanda, poggiando con ingordigia le labbra sul mio lobo che va a fuoco e trema, sotto il suo controllo.
Oh Dio. Lo sapevo che sarebbe arrivato questo momento.
Non voglio saperlo.
Non voglio.
Non glielo chiederò.

«Deliziosamente bagnato, Sky. E non per il damerino che ti toccava dieci minuti fa. Non per altri uomini. Per me.» Prende tra le labbra morbide il mio lobo, succhiandolo tentatore con quella lingua a punta, e getto la testa all'indietro sul suo petto, nel sentire il suo pollice schiacciarsi sul mio monte di venere.
Non ho fiato per replicare.
Probabile che se ne compiaccia.
Ma oggi non ho voglia di combattere, questo bisogno impellente di spogliarmi e calarmi su di lui, centimetro dopo centimetro, stritolarlo nella mia morsa.

«Non fa differenza che tu lo voglia sapere o meno, perché te lo dirò comunque.» Continua imperterrito il suo assalto con le parole, mentre il pollice si spinge più giù, e lo sento anche attraverso la ciniglia del vestito.
Sento come si aprono le mie labbra per farlo passare tra le incanalature, e il suo gemito graffiato farmi muovere le natiche contro di lui.

«L'ho portato al naso, ho inalato il tuo odore delizioso e nocivo per venti fottuti minuti, strisciandolo sulla faccia come un disperato. Ho sentito il cazzo svettare e indurirsi come se non scopassi da anni, Sky. Avevo le palle talmente gonfie che sono arrivato a stento sul letto.» Rivela arrochito, portando l'altra mano sulla mia spalla, in una carezza seducente, e ansimo vibrante a quella rivelazione, immaginandolo.
Mi sciolgo completamente. Ho un bisogno disperato di sentirlo affondare.

«Ho sentito l'esigenza di portarlo in bocca e leccarlo come se fosse stata la tua fica, divorandolo come un affamato, mentre le mie dita stringevano il cazzo, e lo sbattevo forte. Lento, veloce, lento, veloce. Un sapore dolciastro che mi ha fottuto il cervello, e fatto urlare come un ragazzino alla sua prima sega.
L'ho avvolto attorno al mio dorso, strisciandolo sull'asta di carne, e ora...» Sto ansimando senza ritegno, mentre il suo pollice sfrega in carezze che mi mandano in cortocircuito.

«Jackson.» Arranco a corto di fiato e respiro, mentre le sue dita stringono il mio collo fragile, spingendomi in alto il mento, e apro le iridi lucenti di voglia, trovando le sue che mi fissano dall'alto, con un'intensità che mi devasta.
Ha capito quanto abbia bisogno di essere posseduta dal demonio che cova in lui.

«Voglio renderti il favore.» Sussurra caldo e basso, piegandosi appena, prima di girarmi e schiacciarmi l'erezione sul basso ventre che trema come il mio cuore.

Sento le mie pupille divorarsi tutto il mio azzurro, nel voler sapere cosa intenda.
Il suo angolo delle labbra si innalza in un sorrisetto malizioso e sfacciatamente affascinante.
La mano libera accarezza la mía guancia, infiltrandosi tra i miei capelli, per piegarmi il collo, avvicinandosi con le labbra peccaminose al mio lobo, mentre l'altra ritorna sul mio fianco.
«Sono curioso di sapere cosa farai con tutta la mia densa dannazione, Sky. Ne ho tantissima, riversata sul tuo bel perizoma, da finta casta.» Mormora accattivante, guizzando la lingua sul mio collo, e devo mordermi di nuovo le labbra per non ansimare più.

«Sei un depravato, malato.» Lo accuso con voce bassa e appena percettibile, sorridendo sulla mia pelle che scotta.

«Hai ragione, se v...» Non termina la frase, che una voce civettuola e urtante come orticaria, arriva forte simile a una tromba, ai nostri uditi un attimo prima ovattati nel nostro mondo.

«Jacky caro, Che coincidenza anche tu qui?» Si accarezza con fare ammiccante il collo impreziosito da perle, in un vestitino che potrebbe sembrare un top da quanto é corto, mentre fissa solo lui come se io fossi trasparente.

Che coincidenza. Pensa un po'.

Noto Jackson scoccare le labbra, in seria difficoltà. Oh su, Jackson, rispondi.
Vedo le sue iridi fissarmi di tralice, mentre indosso la mia maschera di indifferenza glaciale.
«Sono con due mie amici.» Ahahahah. Si, sto ridendo a crepapelle. Oddio vorrei mettermi a fare una specie di danza Hindu con tanto di sonagli e veli, strangolandolo con questi ultimi.
Poiché la sua affermazione atona, mi fa annegare nella delusione che si permea fastidiosa, nel sentimento che non dovrei provare.

«Oh che bello...beh...» Si piega su di lui, o meglio dire si spalma su di lui, che non la scansa minimamente, e gli sussurra neanche a bassa voce, le sue intenzioni.
«Potremmo ripetere l'esperienza di una settimana fa, sul tuo pick-up.» Arriccio il naso disgustata da quella confessione, che mi stringe il cuore in una morsa prepotente.
Una stilettata in mezzo al petto, mentre mi convinco che lui per me non é nulla.
Nulla che conta. Nulla per cui soffrirò.
E ci sono salita su quella schifosa macchina. Su quel tessuto, dove chissà quante donne ci sono state in posizioni non propriamente consone, per una gita fuori porta.

Jackson la scosta appena, rivolgendomi un'occhiata come per dirmi "Scusa, non é come sembra."
Ma diamine se lo é. Non voglio che ci prendiamo in giro.
Questo nostro scambio di battute provocante non ha cambiato niente. Siamo ancora noi due che ci odiamo, ci stuzzichiamo, avviciniamo, e ignoriamo.
Meglio mettere fine ad un teatro dove la commedia drammatica finirà con una Sky di nuovo fragile. E non posso accettarlo.
La mía armatura é l'unica cosa che rimane della mia dignità derubata.

Il respiro mi gonfia i polmoni come un palloncino, Adam non so dove sia ma lo cercherò, e le mie iridi si impongono di diventare due cubi di ghiaccio artico.
«Si, Jackson. Riprovate l'esperienza, e magari raccontale come hai sborrato sul mio perizoma. Vi auguro una splendida e producente serata.» E detto ciò con un tono che per fortuna non ha ceduto, anche se dentro mi sono sgretolata, mi confondo tra la folla. Sguscio tra i corpi, come il verme di Jackson.
Mi convinco e ripeto che lui non é nessuno.
E vorrei crederci fermamente, perché la delusione mi investe come un treno ad alta velocità, e si schianta sul mio petto.
Le sue scuse silenziose, sono inutili.
Ho bisogno di Adam e di ricordarmi chi sono, o meglio chi sono dovuta diventare, per non ricadere in errori.

Non mi volto mai. Non mi volto neanche quando vedo Adam chiacchierare e ridere con un ragazzo.
E capisco allora che é meglio non distruggere la sua felicità, che riempie a me il cuore di gioia.
Mai piangere, mai mostrarsi debole.
Questo recita il mio mantra, questo devo ricordare alla mia anima.

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