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Creatura carissima

L'aria era ancora impregnata dell'odore pungente della pioggia e il cielo plumbeo non accennava ad aprirsi, nascondendo il sole dietro ad una soffice patina grigia. Gli zoccoli dei cavalli si sovrapponevano, di tanto in tanto, al rumore degli pneumatici sull'asfalto bagnato e al vociare indistinto delle persone in strada.

Virginia si strinse nel suo scialle bordeaux e diede un altro tiro alla sua sigaretta, la terza di quell'interminabile giorno. Lasciò che una nuvoletta bluastra le appannasse la vista, permettendole soltanto di intravedere i vasi fioriti della casa di fronte.

Se ne stava così da chissà quanto tempo, con i gomiti appoggiati al davanzale della finestra e gli occhialetti inforcati sul naso, anche se ormai non le servivano affatto. Si scostò dal viso una ciocca di capelli corvini, rinfilandola come meglio poteva nella sua crocchia spettinata.

L'ultimo capitolo di Orlando la fissava con una certa insistenza dalla sua scrivania, ricordandole assiduamente la sua presenza ingombrante. Ma lei non pareva curarsene affatto - d'altronde lo aveva già terminato da ore - e teneva gli occhi puntati lontano, verso un punto che non avrebbe raggiunto nemmeno con il cannocchiale migliore che ci fosse in circolazione.

Si sentiva svuotata, come se qualcuno le stesse facendo un salasso silenzioso, come se avesse riversato ogni goccia di vita su quei carteggi fin troppo ordinati per i suoi standard.

Le succedeva sempre quando finiva un romanzo, ma mai con quella crudele intensità, pervadendola con un mesto presagio di vuoto, di assenza. Perché quello non era un libro come tutti gli altri. Era qualcosa di viscerale, di profondamente intimo e delicato; la sua mente e la sua penna non avevano mai prodotto una cosa del genere.

Perché aveva scritto di Orlando. Perché, in realtà, aveva scritto di Vita. La sua Vita, che era innegabilmente diventata tutta la sua vita.

Cercava i suoi occhi in mezzo alle nubi. Sperava di incontrare i suoi cappellini alla moda tra la folla. Invocava sottovoce il suo nome in quella stanza che aveva tutta per sé, illudendosi che, se solo l'avesse chiamata abbastanza, sarebbe improvvisamente apparsa sulla sua porta, fiera e maestosa come sempre.

Ma lei era lontana, dall'altra parte della Manica, probabilmente a sorseggiare cocktail con suo marito a qualche cena di beneficenza. Riusciva ad immaginarsela, con quel sorriso felino e la collana di pelle girata più e più volte attorno al collo.

Poteva quasi vederla mentre si toglieva con una grazia affettata i guanti e faceva risuonare la sala del tacchettio secco delle sue scarpe. Poteva sentire il profumo dei suoi capelli e percepire il tocco della sua mano fredda che si posava vivacemente sul braccio del suo interlocutore, troppo sciocco e ingenuo per comprendere la sua fortuna.

Virginia fece un altro tiro e socchiuse gli occhi, distraendosi per qualche istante con il sapore del fumo a pizzicarle la gola. Fece cadere la cenere sul piattino di porcellana e aspirò di nuovo, contemplando silenziosamente il nulla.

Le mancava terribilmente. Le mancava così tanto da stare male. Quei mesi di lontananza erano una dolorosa e ingiusta agonia, un'atrocità che era costretta a sopportare da sola e in silenzio. E il non aver ricevuto una sua lettera negli ultimi due giorni non faceva altro che aggravare il peso che le opprimeva il petto.

Ogni parola che scriveva, la scriveva per lei. Ogni suo pensiero era indirizzato a lei. Ogni gesto, ogni respiro, ogni battito del suo cuore erano per lei. L'esistenza stessa di Virginia era ineluttabilmente legata e consacrata a quell'amore segreto, che la consumava giorno e notte senza un istante di tregua.

Una lacrima rigò la pelle diafana del suo viso, scorrendo solitaria sulla guancia spigolosa. Finì la sigaretta e la schiacciò tra la cenere, considerando tra sé e sé se non fosse il caso di accenderne un'altra.

Due rapidi colpi sulla porta la distrassero dai suoi ragionamenti, catapultandola di nuovo in quella realtà da cui voleva disperatamente evadere. Si asciugò il volto con la manica del vestito e mise via il portasigarette, infilandolo silenziosamente in un cassetto semiaperto.

"Avanti".

Sull'uscio apparve la figura smilza di una delle inservienti, con il grembiule sporco di farina e i capelli arruffati sotto alla cuffietta.

"C'è una lettera per voi, madame" le disse porgendole una busta color crema.

Le bastò uno sguardo per riconoscere quella grafia minuta e sinuosa. Prese con delicatezza la lettera e se la rigirò tra le mani con cura, trattandola al pari di una reliquia o di una creaturina indifesa.

"Grazie Charlotte, puoi andare" la congedò Virginia sedendosi alla sua scrivania.

Non appena fu sola, aprì la busta con estrema cautela, aiutandosi con un vecchio tagliacarte regalatole da suo marito, e venne investita da un inebriante profumo di violette. Spiegò il foglio e prese a leggerlo avidamente, trattenendo per qualche secondo ogni frase nel suo cuore prima di passare alla successiva, così da poter protrarre nel tempo la gioia immensa che le squassava l'anima.

E, in calce, con quel ghirigoro frivolo che amava tanto, c'erano le uniche due parole che contavano sul serio.

Tua, Vita

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