CAPITOLO 12-Errore interno
(Stefano)
C'è un silenzio tombale.
D'altra parte, a quest'ora sono tutti in pausa pranzo. Solo io e Magalie siamo abbastanza pazzi da avere l'idea di restare nel reparto, cercando di capire perché i computer si fossero improvvisamente svuotati.
Sospiro frustrato, dopo aver controllato l'ennesimo log. Niente, prima di un'oretta fa non c'è nessuna attività. È come se fino ad oggi questo computer non fosse mai esistito.
-Qui niente, Magalie - grido verso l'altro cubicolo. -Tu?
-Idem - risponde rassegnata. -È tutto scomparso.
Affondo la testa nelle mani, disperato. Capisco dal rumore di passi che Magalie si è alzata, mentre rifletto. Tutti i computer sono diventati pagine bianche, senza più niente.
Un lieve tocco sulla spalla mi fa sollevare lo sguardo, appena chiedo: -Cosa potrebbe risucchiare i dati da un computer...?
Il suo sguardo si perde nel vuoto, segno che sta pensando. Gli occhiali si inclinano leggermente.
-C'è una rete wireless che collega tutti i computer della base - constata. -Quindi, se un virus esterno li ha colpiti in blocco, deve venire da lì. - Ragiona.
-E da lì avrebbe semplicemente distrutto tutti i dati, senza neppure lasciare una traccia. - Continuo io. -Così noi non saremmo mai risaliti al colpevole, le nostre apparecchiature si sarebbero bloccate e fine della storia per noi. Astuto come trucco per indebolirci.
-E così hanno preso la nostra Claudia - mi ricorda Magalie.
-Già - dico io, seccato. Mi alzo intanto dalla sedia, liberandomi della sua mano sulla spalla. -Va be', qua non si può fare niente. Io vado a parlare con Carlo. Dobbiamo fare qualcosa per lei.
-Vai pure - dice Magalie. -Io però avverto il capo. Il sistema di comunicazione va cambiato.
La guardo male, per quanto poco le interessa di Claudia. Ma poi replico: -Come ti pare - ed esco dal reparto. Non mi giro a guardare l'espressione, ma mentre chiudo la porta sento in lontananza qualche passo andare nella direzione opposta.
Per fortuna, in questo piano non c'è troppo casino.
In questo momento, essendo per di più pausa pranzo, non c'è praticamente nessuno in giro. Posso raggiungere tranquillamente l'ascensore, ed andare al piano più basso.
Quando le porte si spalancano, vengo come sempre accolto dalla luce blu e dal silenzio.
Passando tra i corridoi, ascolto il suono dei miei piedi. Secco e breve, come di bastoni.
Dura solo un minuto, fino alla porta della "segreteria". Allungo la mano per abbassare la maniglia.
Ma le dita non trovano niente.
Prima che me ne renda conto, Carlo ha già spalancato la porta dall'altra parte.
Resto per un secondo a guardarlo, lì impalato come uno stoccafisso, mentre mi scruta come per chiedermi "cosa vuoi?"
-Notizie di... - comincio senza cerimonie, ma Carlo taglia corto. -No.
Lo fisso. No. È ancora nelle loro mani. Nelle loro sporche mani.
-E non possiamo avere dati finché non vi sarete reinseriti nei database. - Non è un rimprovero, il suo. Ma mi fa sentire sotto stress, nonostante io oggi sia stato assegnato al controllo dei log e non all'hackeraggio (intendiamoci, l'avrei voluto).
-Per favore - chiedo supplichevole - aprite una missione. Non possiamo lasciarla nelle loro mani.
Prima di rispondere dà un'occhiata alle cifre azzurre dell'orologio alla parete, che ormai segna le due. -Lo farei adesso. Ma il database della polizia non diceva il luogo, mostrava solo che era avvenuto un arresto con un suo identikit, visto che probabilmente da sei anni la sua identità è stata cancellata. E andare a dire di controllare gli archivi della Datospiana sarebbe stata una mossa da veri cretini, detto tra noi.
-E nessuno ha trovato niente? - ribatto, freddo.
-Mi è stato riferito che ad alcuni colleghi era stato incaricato di trovarla, ma niente - si lamenta, facendo spallucce. -Ed ora quei super-sgobboni sono in pausa pranzo.
Il pensiero non fa che irritarmi di più. Stringo i pugni, ricordando che se il mio reparto avesse lavorato sul serio forse Claudia sarebbe già al mio fianco, di nuovo.
Quasi mi sfugge una lacrima, ma non riesco a trattenere il singhiozzo nella voce. -Come farò senza di lei. - Non me lo sto chiedendo. So di non poter andare da nessuna parte, da solo.
-Non ce la faresti, caro - dice la sua voce dietro di me. Quasi mi pare un'allucinazione, ma quando un paio di mi si stringono sulle clavicole e due labbra mi premono sulla guancia destra, non mi pare vero.
Alla mia destra, c'è la sua testa.
-Cla... - non pronuncio neanche il nome. Le lacrime soffocano in gola qualsiasi suono. Mi limito ad alzarmi e rinchiuderla nella mia stretta, con una forza inaudita. Mi appoggio sulla sua spalla, mentre continuo a versare qualche lacrima guardando il pavimento. Lei non dice più niente.
Finalmente riesco ad articolare qualcosa. -Come hai fatto?
-Alza la testa e capirai - risponde. Anche se non le vedo la bocca, so che sta sorridendo.
Anche se non ho idea di perché, sposto lo sguardo davanti a me.
-Il tizio che è scappato con te? - dice una donna davanti a me, passandosi una mano tra i capelli scuri e sfregandosi il naso rosato.
Claudia si stacca da me, rispondendo: -Sì, Cassandra. - Sciolto dalla sua stretta, vedo che accanto a questa Cassandra c'è anche un uomo, esile e riccio, ma piuttosto alto.
Li squadro. A lungo. Prima lei, poi lui. Prima lui, poi Claudia. Prima Claudia, poi lei. Tutti e tre.
Poi mi decido a chiederlo. -Chi - mi blocco un momento. La sorpresa mi ingarbuglia la lingua. -Sono?
Claudia risponde con uno smagliante sorriso. -Cassandra e Marco. Miei salvatori, nonché possibili alleati.
Guardandoli, sembrano persone comuni.
-Abbiamo qualcosa che magari vi servirà - dice quello che dovrebbe essere Marco. -Ma prima vorrei una prova definitiva che siete davvero dalla nostra parte.
Estrae qualcosa dalla tasca, una sferetta nera. -E se non l'avrete, forse ci converrà far saltare questa base.
Esanino la sferetta. È totalmente anonima, solo una sfera. Non ci sono scritte o congegni; per quanto ne so, potrebbe essere un buco nero solido e in miniatura. -Sì - interviene Marco a risolvere i miei dubbi. -È una bomba a mano.
Gli occhi mi si sgranano dal terrore.
-Claudia - dico, scandendo con molta lentezza. -Hai davvero portato uno con una bomba qui? - La mia voce si è alzata in un urlo. -Ma tu sei una...
-Stefano! - mi interrompe. I suoi occhi sono pieni di colpa, sconvolti. -Puoi fidarti di loro.
-Ascoltate - s'intromette a mediare Carlo, mettendosi alla mia destra. -Siamo disposti ad accogliervi. Ma prima dimostrateci che siete con noi. Capirete che con una bomba non possiamo fidarci ciecamente.
Sia Cassandra che Marco lo squadrano con occhi analitici.
-Abbiamo vari reati sulla fedina penale - ribatte Cassandra con prontezza. -Spero vi bastino.
-Se sono degli ultimi anni sicuramente - asserisce Carlo.
-E se le informazioni fossero architettate ad arte? - mi inserisco, fiutando l'inganno. -Potreste aver costruito fedine penali false per imbrogliarci.
-Cocco, bada a come parli - risponde Cassandra. La veemenza della sua voce è tangibile. -Fino a qualche ora fa eravamo in prigione. Claudia non ha detto a nessuno chi è se non a noi, e siamo rimasti a casa due minuti, il tempo per sdraiarsi sul divano, chiacchierare e poi fuggire. E secondo te in questo tempo abbiamo architettato tutta questa roba, così, su due piedi.
-È vero, Stefano - conferma Claudia. Ha un'espressione neutra ma tesa, come se temesse che contraddicendomi mi farà arrabbiare.
Torno a guardare Cassandra. Ma non proferisco parola.
-Controllerò io gli archivi, ora che dovrei aver recuperato l'accesso - esordisce Carlo. Quando mi volto verso di lui, ha già acceso il suo computer sferetta.
Apre un collegamento direttamente dal desktop. Viene indirizzato ad una finestra web in una pagina completamente vuota, eccetto per una barra bianca in cui lampeggia un cursore.
-Nomi, cognomi e date di nascita, prego - chiede Carlo.
-Cassandra Greco. 24 febbraio 2035.
-Marco Vallanti. 7 novembre 2034.
-Abbondantemente ventenni - commenta Carlo, lasciando però cadere l'affermazione nel silenzio. Apre un'altra scheda e digita qualcosa nella barra.
Compaiono varie scritte che non riesco a vedere da quest'angolazione. Però, per non rovinare la staticità del momento, non mi muovo.
-Mmh... - borbotta mentre legge. -Tu, Cassandra, cinque furti solo nell'ultimo mese. - Solleva gli occhi, in cui si legge un chiaro stupore.
-Noi siamo criminali seri - risponde, con un vistoso cipiglio. -Non quelle mezzecalzette che tentano di craccare le banche e vengono pizzicati comunque perché non cancellano gli IP.
Mi viene quasi da ridere all'idea di un errore tanto stupido, infatti un risolino affiora sulla mia bocca. Tento di soffocarlo in tempo, ma Claudia mi ha già scoccato un'occhiata sgomenta.
Gli altri mi ignorano. Intanto, Carlo continua. -Tu, Marco... tu hai craccato per davvero un sistema. Una fabbrica.
-Sì, so anche essere un buon hacker - ammette Marco. -Comunque, ora vi fidate?
-Io sì - ribatte prontamente Carlo. -Voi?
Claudia, ovviamente, annuisce. Tutti guardano me.
Che tutti aspettino che dica sì mi mette incredibilmente a disagio. Mi guardo intorno, come in cerca di una via di fuga, che chiaramente non c'è.
Fisso ancora la mano di Marco, con cui ha tenuto la bomba a mano. Faccio davvero fatica a fidarmi di qualcuno così.
Ma i fatti provano che sono con noi. -Mi fido.
-Bravo, Stefanuccio - risponde, con un sorriso che mi fa intuire che se fosse un pochino più vicina mi accarezzerebbe la guancia come ad un gattino.
Osservandola, anche gli altri sembrano intuirlo, tanto che ci scoccano parecchi sorrisetti pieni di insinuazioni.
-Siamo solo amici - ovviamente, messo così sotto pressione, dico la frase più cretina del mondo.
-Sì, certo - commenta Cassandra mantenendo il sorrisetto. -Dicono tutti così.
Anche Claudia esibisce una smorfia di vergogna.
Per fortuna interviene Carlo a cambiare discorso, visto che noi due non ci saremmo riusciti. -Tornando a noi - striscia un dito sulla sferetta, spegnendo il computer - cosa volevate presentarci?
Risponde Marco. -Un modo per raggiungere la Datospiana dall'esterno.
Silenzio.
-Abbiamo un programma per infiltrarci nei suoi server - continua a spiegare. -Non è neanche troppo difficile, e torna utile quando devi convincere qualche computer a chiudere un occhio sui tuoi fascicoli dopo un'ondata di furti. D'altra parte, tutti i computer centrali che gestiscono tutta la provincia romana sono lì.
-Certo - commenta Cassandra - stavolta non siamo stati abbastanza rapidi, per questo ci hanno acchiappati.
Marco conferma annuendo con un "mh-mh", poi riprende il discorso. -Quel che voglio dirvi - dice - è che conosciamo la macchina dietro tutto questo. E visto che voi sembrate avere dei buoni mezzi, potrebbe essere il caso di darci un taglio.
Come ragionamento pare filare. Ma a me manca solo un tassello. -Scusate, se siete ladri - incomincio - non vi conviene lasciare tutto così e farla sempre franca?
Mi guardano male, molto male. Non intendo averli per forza come nemici, semplicemente era un mio dubbio. Eppure, ho proprio paura che le nostre relazioni non saranno delle migliori.
-Cocco - mi chiama ancora Cassandra - saremo ladri ma un po' di buonsenso ce l'abbiamo anche noi.
-E comunque, con tutte quelle camere delinquere è ancora più difficile, capirai cosa intendo - aggiunge Marco.
Guardo brevemente prima lui, poi lei. E devo arrendermi. -Okay. - Penso per un momento di dire "siete i benvenuti", ma mi farebbe solo fare la figura dello sbruffone.
Fortunatamente, c'è sempre Carlo per i convenevoli sociali. -Allora, mostrateci il vostro trucco.
Marco sorride, mentre mette una mano in tasca. L'altra tasca.
Ne estrae una sferetta, che è evidentemente un computer. -Sapete, quando prendete un dispositivo per collegamento cerebrale e sperimentate questo trucco capite che i computer hanno lo stesso problema della polizia. - Scorre il dito, ed appare uno schermo. Ma non è blu come tutti gli altri. È verde, e col desktop pieno di cartelle. -Si fidano sempre e solo di ciò che leggono scritto.
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