CAPITOLO 10-Passo dopo passo
(Stefano)
Fisso per qualche secondo Magalie negli occhi. -Com'è possibile? - chiedo.
-Non lo so - risponde. Chiara preoccupazione le riempie gli occhi. Di sicuro nessuno era preparato ad affrontare un imprevisto del genere.
Nel frattempo percepisco il completo delirio alle mie spalle. Tutti, negli altri cubicoli, gridano domande e trafficano con oggetti, confusi.
Guardo un attimo il monitor. Lo schermo bianco è di un tale vuoto che la mia mente cessa di lavorare, rapita dal cuore. Che sta accelerando i battiti. Sono stordito: stiamo perdendo il controllo sui computer, le nostre armi più potenti, e questo è probabilmente solo il preludio di qualcosa di più terribile.
Magalie sta rovistando tra le carte, ansimando. In cerca di un aiuto, chiedo: -Cosa dobbiamo fare?
Balbetta per qualche secondo, sollevando le mani. Poi emette una risposta secca, rapida, dura, irritata. -Lasciami guardare!
Sorpreso dal suo scatto, mi ritiro istintivamente nella sedia.
Poi, mentre lei torna a ispezionare la massa di fogli che occupa la sua scrivania, io resto fermo. Non so cosa fare. Non mi viene nessuna idea che potrebbe funzionare. E non ho nessuno a darmi una soluzione sicura. Rimango bloccato in questo cubicolo, incapace di muovermi. Lo stress mi inchioda davanti allo schermo bianco.
Quando finalmente ritrovo la forza di alzarmi, prendo una sola decisione.
Confrontarmi col capo.
Cammino silenziosamente. La mia mente sembra essersi chiusa: sento soltanto lo stress, l'impotenza di non poter fare più niente, la paura che qualcos'altro di peggiore dell'ultima battaglia accadrà. Pur non avendola vissuta in prima persona, non mi sento affatto sicuro sapendo che qualcuno ha cercato di distruggerci.
Non vedo la gente intorno a me. I rumori, il brusio, le urla, paiono tutti qualcosa di lontano.
Per fortuna, nonostante timore e pensieri premano così tanto sul mio cervello, non gli sfugge quando entro nell'ufficio. Quasi con sforzo, esco dal mio castello mentale e lo guardo in faccia.
Lo vedo sollevare gli occhi verso di me. -So cosa stai per chiedermi - sentenzia, con tono definitivo. -Non ho idea di cosa sia successo.
Lo fisso in silenzio. L'unico suono che emetto è il battito incessante del cuore.
-Non abbiamo soluzioni collaudate per simili imprevisti - continua, riabbassando gli occhi. -Perciò, spremetevi tutti le meningi e vedete di trovarne una nuova.
Continuo a non parlare. Annuisco debolmente, tanto che quasi non c'è un movimento. Dopo di che, senza nessun'altra azione o parola, i miei piedi si girano nella direzione opposta e mi riportano indietro.
Adesso sono di nuovo nel castello mentale. Ogni percezione sensoriale sembra non interessare il mio cervello, che neppure le elabora: praticamente cammino ad intuito, indovinando dov'è una curva.
Eppure neanch'io credo di aver mai affrontato situazioni di questo tipo. Un virus così potente, in grado di cancellare miriadi di dati in un secondo, non si era mai visto. E questo pensiero mi preoccupa ancora di più.
Continuo a riflettere e raccogliere ricordi, ma nessuno pare servirmi. Mi passano centinaia di nozioni ed idee inutili, che non analizzo, quasi non le penso davvero. Semplicemente le liquido scacciandole dalla mia mente appena sento che non saranno utili.
Quando poi torno sulla mia sedia, lancio un'occhiata a destra. Rincontrando lo sguardo di Magalie.
Lo stress le vela ancora le pupille; anche quello che provo io aumenta, riempiendomi di tensione, quando apre la bocca. -Stefano - esordisce, ed il mio cervello prende a chiedersi insistentemente cosa stia per dirmi. -Forse ho una soluzione.
Rilascio istintivamente un sospiro di sollievo. Le mie orecchie ascoltano le parole successive più attentamente, tranquillizzate. -Dovrebbe esserci un dispositivo per collegare questi computer fissi alle versioni in sferetta. Possiamo copiare il software. Non recupereremo tutto, ma se non altro potremo usarli.
Idea semplice. Ci sto. -D'accordo. Dov'è questo dispositivo?
-Tu dovresti averlo già attaccato. Guarda dietro al monitor, è una specie si rettangolo verde.
È quasi divertente. In questo mare di blu c'è un oggetto verde. Mi viene da ridere, e fatico a credere di essere così rilassato quando un minuto fa ero nel panico assoluto.
Comunque sporgo la testa in avanti. Dopo averla ruotata con cautela, curandomi di non sbattere contro nulla, mi ritrovo una scatoletta verde dritto di fronte al naso. -Trovato.
-Bene - mi grida dall'altro cubicolo. -Prendi la tua sferetta!
Di fronte a quest'ordine, mi blocco un attimo. -Ho una sferetta?
Appare subito spazientita. Eppure non mi è stata data nessuna sferetta, quindi che dovrei dire? -eccome se ce l'hai! Guarda a destra della tastiera, normalmente è là! - risponde stizzita.
Un po' colto di sorpresa dalla sua reazione, scandaglio rapidamente il lato destro della scrivania, trovando una sferetta bianca. Sopra c'è dipinto un cerchio nero, da cui capisco che l'ho trovata. La afferro con pollice ed indice, poi sfioro la figura. In quel momento, da sotto balza fuori un raggio luminoso. Lo schermo è proiettato sulle mie gambe.
Mentre rigiro la palletta per raddrizzarlo, Magalie continua con le sue istruzioni: -Dovrebbe esserci un'icona "Collegamento a computer". Cliccaci.
Gettando occhiate esaminatrici in vari punti dello schermo, la scovo rapidamente. L'icona, sopra la scritta, è un semplice cerchio verde. Ci clicco sopra.
Compare una finestra con uno spazio bianco ed un cursore. Va riempito con qualcosa.
Mi volto verso destra per chiedere indicazioni a Magalie, ma quando i miei occhi arrivano alla finestrella nella parete vedo che mi stava già osservando. Infatti, passa al comando successivo da sola. -Devi inserire il numero del dispositivo. Staccalo e cerca un numero.
Faccio come dice. Sporgendomi in avanti, allungo una mano dietro il monitor e lo tasto, cercando qualcosa di sferico. Sbatto un po' gli occhi, stancati dall'incessante luce bianca dello schermo. Ma alla fine le dita lo scovano, così lo strappano dalla presa della porta USB e lo portano a me. I miei occhi vanno subito ad analizzare ogni millimetro della sua superficie, avvistando rapidamente il numero: 19895.
19895. 19895.
Me lo ripeto mentalmente per non dimenticarlo, mentre lascio che le dita completino il lavoro: tornano dietro al monitor, rinfilano l'apparecchio in una porta, atterrano sull'ologramma della tastiera e, infine, digitano il numero.
Ritenendolo ovvio, premo il pulsante Invio.
La finestra scompare per pochi secondi. Comincio a pensare di aver invece sbagliato qualcosa, ma due secondi dopo ne salta fuori un'altra con la scritta verde "associazione eseguita".
-Ora puoi copiare il codice - continua Magalie, ora con voce meno tesa. -Potrai farlo anche da solo. Io intanto sistemo il mio. - E così si gira verso il suo computer, cominciando a lavorare con foga sulla tastiera.
Sì, penso di saperlo fare. Non che l'abbia mai fatto, ma il procedimento mi sembra abbastanza scontato.
Per prima cosa clicco, tenendo premuto, sull'icona dei documenti. Si apre la tendina, ed io seleziono l'opzione "Esplora".
Nella finestra che esce c'è un elenco chilometrico di cartelle ed applicazioni (nonostante non sia probabilmente mai stata usata). Già quelle con la A sono parecchie, ma dopo aver scorso un po' arrivo alla sezione delle C. Apro la cartella "Codice Sorgente".
-Ah, il file - mi chiama Magalie improvvisamente -si chiama "Cuore".
-Romantico - commento annuendo, senza in realtà aspettarmi che si metta a ridere. E infatti non ride. Così torno a lavorare. Scorro tutti i vari file, disposti in ordine alfabetico, e poco dopo trovo quello che cercavo.
Non perdo tempo ad aprire il file. -Magalie, come si chiama l'apparecchio?
C'è un attimo di pausa. Dalla voce, poi, sembra stralunata. -Connettore USB...
Cerco di mantenere la calma. -Intendo per trovarlo sul computer...
-Connettore USB. - Ripete. Io arrossisco leggermente, poi sussurro: -D'accordo.
Per fortuna è a pochi elementi di distanza nella lista, così non devo neanche scorrere.
Clicco sul file e, tenendo premuto, lo inserisco nel connettore.
Appena lo rilascio, la sferetta comincia a ronzare più furiosamente. Il cursore lampeggia, si trasforma in una ruota e comincia a girare.
Resta così per un po'. Potrebbe sì avere un guasto, ma mi convinco che è solo un file molto grande.
E quest'ultimo si dimostra essere il caso, perché alla fine viene visualizzato normalmente all'interno della cartella del connettore. È stato copiato.
In quel momento, lo schermo acquista di nuovo tinte. Viene scacciato quell'angosciante bianco. Compare un desktop, identico a quello del computer-sferetta.
Capisco subito di aver riuscito.
Già felice per essere riuscito a salvare tutto, vengo spinto in piedi dall'eccitazione. Corro quasi senza deciderlo al cubicolo di Magalie, e faccio: -Magalie! Funziona di nuovo!
Ma quando entro si alza in piedi anche lei, esultando: -Sì!!! - Dietro, vedo che anche il suo computer è tornato come prima. Anche se con un diverso aspetto.
Quando si gira e ci troviamo faccia a faccia, capisco che stiamo pensando la stessa cosa.
Semplicemente, solleviamo entrambi una mano nello stesso momento. E ci diamo con forza il cinque.
Però mi sento un po' deluso quando si ricompone immediatamente. Avrei preferito che questo momento di festa durasse più a lungo. Ma mi dice: -Ora è meglio dirlo a tutti gli altri addetti - gira la testa a destra e sinistra. -Se non sbaglio tutti i cubicoli sono una linea continua...
Tiene un dito sul mento, segno che sta pensando. -Tu vai a sinistra, io a destra. Avvisa tutti quelli che trovi e dì come devono fare. Segui sempre la linea dei cubicoli, alla fine dovremmo scontrarci. A quel punto avremo finito.
Prendo un attimo per digerire il suo ragionamento, poi ribatto: -Va bene.
Mentre mi fa un pollice alzato, mi volto e vado al cubicolo a sinistra del mio.
Do un colpetto all'addetto sulla spalla, coperta da un maglione blu scuro. Non appena si gira, lo inondo di informazioni, forse con troppa euforia. -Abbiamo capito come sistemare i computer. Prendi la sferetta e trasferisci tutto il codice del software dentro al computer col connettore USB.
Lui mi guarda, con gli occhi scuri tra qualche ruga, poi sentenzia: -Lo stavo già facendo. Grazie comunque. - E si rigira.
Leggermente imbarazzato, borbotto qualche frase sconnessa e vado via accennando un saluto. Passo poi al cubicolo successivo.
In tutti, va più o meno allo stesso modo. Dico quasi le stesse identiche cose a tutti. Curiosamente, varie persone avevano già avuto quest'idea e la stavano attuando, ma molti no. E quei molti mi ringraziano calorosamente.
-Stefano?
Sto quasi per entrare in un cubicolo, ma vengo bloccato da una voce ed un tocco sulla spalla. Mi giro istintivamente. È Carlo.
-Sì? - subito mi frullano mille idee in testa su ciò che potrebbe avere da dirmi.
-Durante questo guasto è successa una cosa, e devi saperlo.
Ho paura di sapere cosa riguarda questa cosa. Ma continuo ad ascoltarlo, impietrito.
-Claudia stava usando una carta di credito hackerata - spiega - che durante il guasto ha smesso di funzionare. Quindi, è andata a comprarci i rifornimenti, ma nei fatti se ne è andata senza pagare.
Guarda verso il basso. -Ed è stata arrestata.
La notizia mi rigetta in un panico profondo. Sono qui, fermo, chiedendomi: cosa dovrei fare adesso?
So che dobbiamo, dobbiamo noi tutti, aiutarla in qualche modo. Visto di chi si tratta, corre grossi rischi. E li corriamo tutti noi.
Solo che Carlo alza il dito, annunciando: -E non è tutto.
Non so cosa potrebbe esserci peggio di questa situazione, in cui Claudia è sotto arresto e questo reparto è stato attaccato. Eppure, c'è. -Un altro distaccamento di soldati sta marciando verso di noi.
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