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Chapter twenty-four.

(LEI)

Sto per gridare aiuto ma mi viene tappata la bocca. Mi stringe i polso con l'altra mano e ci chiude nella mia stanza.
Nel giro di un attimo, mi ritrovo nell'angolino, tremante di paura e cercando con lo sguardo qualche oggetto da poter tramutare in arma.
«Tanti auguri, figliola.»
Mi stringo contro al muro.
«Non sono tua figlia.» dico a denti stretti, riferendomi alla recente scelta di chiamare Nic, "papà".
Sospira amareggiato e infila le mani nelle tasche dei pantaloni eleganti, spostando il peso da una gamba all'altra e guardandosi i piedi.
«Allora l'hai saputo...»
«Saputo cosa?»
Mi guarda come se lo stessi prendendo in giro e mi si avvicina rabbioso. Stringo le gambe al petto, cercando di difendermi da un possibile attacco.
Ma si ferma a pochi millimetri da me.
Si mette a chinino davanti a me e mi tira su il viso con la mano, costringendomi a guardarlo negli occhi. Nonostante il tempo passato, sembra ancora l'uomo di undici anni fa...occhi senza emozioni, barba sfatta e labbra chiuse in una linea. Sposto lo sguardo verso al pavimento, ricevendo così uno schiaffo. Vorrei urlare, ma qualcosa mi blocca. Qualcosa  di più grande della paura di essere picchiata ancora: la paura di coinvolgere innocenti. Penso a Mark, Sean e Andrea, sicura di non poterli vedere mai più. Ho voluto bene a tutti. Forse é arrivato il mio momento.
Inizio a piangere, nonostante mi stia auto maledicendo perché in fondo mi mostro debole davanti ad un uomo senza scrupoli. Mi da un fazzoletto e mi asciugo le lacrime.
Si siede accanto a me, come se fossimo una normale coppia padre e figlia.
«Sai Diana, tu mi odi perché credi che facessi del male a te e a tua madre ingiustificatamente.»
Annuisco piano e chiude gli occhi. Forse nemmeno lui vuole incrociare gli sguardi.
«Perché...non é così?» chiedo in un sussurro, con la voce tremante.
«No!» sbotta «certo che no!»
Sono pronta ad ascoltarlo, a sentire le sue scuse. Se sono scuse, queste. Lascio andare le gambe stendendole sul pavimento di legno e appoggiando la testa alla parete.
Sento dei passi, ma non sono pronta a denunciare il suo "rapimento" e lo chiudo nel bagno. Sorpreso, segue i miei ordini.
«Diana! Diana rispondimi!»
Apro la porta con tutta la nonchalaches del mondo, rilassando il volto. Mark, angosciato e spaventato, mi abbraccia.
«Miseria, Diana...Andrea mi ha detto che era salito a farti un'altro scherzo e a sentito come il rumore di uno schiaffo.»
Abbasso lo sguardo e naturalmente Mark mi capisce al volo.
«Che c'è?»
scuoto la testa «Niente, tranquillo...»
«Hai gli occhi lucidi, Di...»
Lo guardo e lo bacio, ma nonostante ciò non si calma e avanza verso il bagno: se c'è qualcosa nascosto, di sicuro é li.
La maniglia non si abbassa e lui si gira verso di me, serio. «La chiave?» appoggio la schiena all'armadio e inizio a priangere. Mi si avvicina, racchiudendomi fra l'armadio e il suo petto. Mi da un bacio sulla mascella «Hey, che succede? Mi dispiace per lo scherzo di Andrea...» il suo tono di voce ora é più dolce e sincero, ma torna allerta quando sente un'altro rumore proveniente dal bagno. Stacca le mani dalle mie e bussa forte. «Esci!»
Sembra arrabbiato nero, ma molto.
«Non ti tradisco con nessuno, tranquillo...»
«Non sarò tranquillo finché chiunque sia dietro a questa porte non mi apre.»
Lo calmo e lo faccio sedere sul letto. «Prima tranquillizzati, poi ne parliamo...»
«No, ne parliamo subito.»
Sono davanti a lui e lo guardo dritto negli occhi. So che non si calmerà, quindi continuo a guardarlo allontanandomi verso la porta del bagno. Busso due volte in modo leggero. «Esci, per piacere.»

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