2. Quella lingua lunga
Shawn
Angus e Jack rientrano nel vecchio edificio dove li sto aspettando.
Sono furioso per il casino che hanno combinato e vorrei ficcare due pallottole dritte nei loro cervelli.
Angus tiene Elizabeth, la figlia di George.
Benché sia lei che la sua amica siano incappucciate, riconosco la lunga chioma bionda di Elizabeth, lo stesso biondo di suo padre.
Più dietro, portata da Jack, c'è un'altra ragazza che urla e strepita come una matta.
Sembra una tosta, anche se non l'ho vista ancora in viso.
Elizabeth piange mentre lei sfida il mio uomo, gli intima di lasciarla andare. Lo fa con rabbia, orgoglio.
«Silenzio!» strillo, quando entrambe sono più vicine a me.
Elizabeth fa un ultimo singhiozzo, mentre la sua amica sibila un "Vaffanculo" tra i denti.
«Rinchiudetele nella stanza che ho preparato» ringhio ai miei uomini e loro annuiscono, portandole via.
Prima che siano completamente spariti dalla mia visuale, li chiamo un'ultima volta.
«Ragazzi!»
«Sì, capo» risponde Angus, per entrambi.
«Vi aspetto qui tra cinque minuti, chiaro?» dico fulminandoli con lo sguardo.
«Chiaro» fa Jack, lanciando un'occhiata ad Angus.
Spariscono con le ragazze e io mi accendo una sigaretta.
Fumo velocemente, in maniera nervosa.
Questa proprio non ci voleva!
E se qualcuno cercasse questa tizia e facesse saltare i miei piani?
Non so chi sia e non posso permettermi di fallire!
Devo indagare su di lei e devo farlo alla svelta.
Devo essere sicuro che non sia un impedimento all'attuazione della mia vendetta.
Eliminerò con un sol colpo chiunque si metterà tra me e i miei obiettivi.
Finisco la sigaretta e vedo Jack e Angus venire verso di me con aria bastonata.
«Capo...»
«Non dite una sola parola. Come cazzo avete fatto a farvi fottere così da una donna, eh?» urlo.
«Quella non è una donna, è una iena. Mi ha morso la mano, guarda qua» dice Jack mostrandomi la ferita.
«Ah, siete due incapaci!»
«Dovevamo farla fuori! Quella ragazzina è pericolosa!» si lamenta Jack, mentre Angus ridacchia.
«Qui decido tutto io, Jack, è chiaro? E tu smettila di ridere!» urlo ad Angus.
«Scusa, capo!» dice alzando le mani.
«Non avreste dovuto portarla qui. Dovevate darle una botta in testa e lasciarla in quel vicolo. Ma come cazzo vi è venuto in mente di caricarla insieme a Elizabeth sul furgone? Fanculo!» dico, imprecando.
«Capo, ci aveva visti in faccia. E poi ti abbiamo chiamato, sei tu che non hai voluto che noi...»
Metto una mano al collo di Angus e gli impedisco di parlare.
Lo sbatto al muro e lui prova a sfilarmi via la mano, perché non riesce a respirare.
«Ho già detto che qua comando io! Il casino che avete fatto lo risolvete a modo mio, chiaro? E adesso andatevene che non voglio vedere le vostre facce di cazzo fino a domani!» ringhio sulla sua faccia e poi guardo Jack.
Lo lascio andare e Angus si massaggia il collo.
«Ci pensi tu a...» prova a dire Jack, ma io lo fulmino con lo sguardo.
«Andatevene. Ora!» ripeto e loro, stavolta, ubbidiscono.
Aspetto che siano andati via e poi mi fiondo nella stanza dove hanno sistemato le ragazze.
Entro facendo rumore e la piccola Mumford ha un sussulto.
Mi avvicino prima a lei e le sfilo via il cappuccio nero.
Elizabeth grida, mentre la sua amica urla di lasciarla stare.
Tappo la bocca della bionda e le intimo di stare zitta.
«Smetti di gridare o sarà peggio per te!» dico cattivo, e la voce dell'amica, ovattata dal cappuccio, ci raggiunge.
«Togli le tue sporche mani di dosso alla mia amica. Se le torci anche un solo capello, io...»
Scoppio a ridere, colpito dall'insolenza e dal coraggio di questa ragazza.
Vorrei tanto vedere che faccia ha e scoprire se ha il coraggio di sfidarmi a viso aperto anche quando non sarà più nascosta dal cappuccio.
«Tu cosa? Fino a prova contraria siete voi quelle legate e io quello libero. Non provocatemi e non fatemi incazzare perché non ha alcuna voglia di perdere tempo con voi! E tu smettila di piangere!» ringhio addosso a Elizabeth che è terrorizzata.
La guardo bene.
È bella, una giovane donna molto avvenente.
Riesce ad essere bella persino col trucco sciolto e con gli occhi gonfi.
Non somiglia al padre, eccetto che per il colore dei capelli.
«Non voglio farti del male, Elizabeth. Ma adesso devi smettere di piangere» dico piano e lei sembra calmarsi un po'.
«Come sai il mio nome?» chiede e io la fisso senza rispondere.
«Lasciaci andare, lurido verme!» continua a lamentarsi la sua amica e io sbuffo.
Mi alzo in piedi e vado dall'altra parte della stanza per raggiungere la misteriosa donna che non riesce a stare zitta per un istante.
Mi piazzo davanti a lei e guardo un'ultima volta Elizabeth.
«Le domande qui le faccio io, signorina Mumford!» dico deciso e mi abbasso per scoprire il volto della misteriosa donna che si sta agitando, strillando e lamentandosi da quando è entrata in questo sporco edificio.
Le tolgo il cappuccio con fatica, perché anche mentre provo a farlo non se ne sta un attimo ferma.
Quando il cappuccio viene via, lei soffia spostandosi i capelli che le si erano appiccicati sul viso.
Guardo i suoi occhi azzurri e mi ci rispecchio dentro.
Sono arrabbiati ma bellissimi.
Mi soffermo sulla forma del suo viso: un ovale perfetto. Il naso è dritto e piccolo e le labbra così carnose che mi verrebbe voglia di morderle.
È molto meno sofisticata di Elizabeth, ma decisamente più bella.
È una di quelle bellezze popolane, di strada. E la sua aria accigliata mi fa letteralmente impazzire.
Ha i capelli lunghi e scuri che incorniciano il suo splendido viso alla perfezione.
Se l'avessi incontrata in un bar me la sarei portata a casa per una scopata, questo è sicuro!
«Così sei tu lo stronzo che ci ha fatto rapire!» esclama squadrandomi e io sorrido perfido.
«Non parlare al plurale, di te non mi frega un cazzo! È Elizabeth che volevo. Tu sei stata solo... un danno collaterale» sibilo e lei mi fissa.
«Che cosa vuoi da me?» chiede Elizabeth dall'altra parte della stanza e io mi alzo, allontanandomi di poco dalla bruna.
«Secondo te?» chiedo con ironia.
«Soldi? Sai che mio padre è...»
«Non dire una sola parola, Elizabeth! Non dobbiamo parlare con lui» dice con disprezzo la bruna e io torno indietro verso di lei.
Mi riaccascio di nuovo per poterla guardare dritto negli occhi.
«Il tuo nome?» chiedo mentre lei continua a guardarmi con odio.
«Vaffanculo!» risponde decisa e io scoppio a ridere.
«Carino! Originale, davvero, mi piace» ironizzo, continuando a guardarla.
«Fottiti!» dice un secondo dopo e io le metto una mano al collo perché ne ho abbastanza dei suoi modi del cazzo!
Forse non ha ben chiaro dove si trova e con chi ha a che fare ma lo scoprirà presto!
Le faccio sbattere la testa contro il muro e lei esala un piccolo lamento.
Allento la presa sul suo collo, e le ringhio in faccia:
«Adesso basta, brunetta, mi hai rotto le palle! O impari a stare zitta o la tua amica Elizabeth assisterà al primo omicidio della sua vita!»
«No, ti prego» implora Elizabeth, mentre io continuo a tenere ferma la sua amica.
La bruna mi guarda, con aria di sfida, con odio, con forza. Non abbassa lo sguardo, sembra proprio non temermi!
La guardo anch'io e quando meno me l'aspetto, la sua saliva raggiunge il mio volto.
La stronza mi ha sputato in faccia! Come cazzo si è permessa di sputarmi in faccia?
Mi pulisco il viso col dorso della mano e una rabbia incontrollata mi cova dentro e risale fino alla punta delle mie dita.
Le assesto un ceffone e lei piega il volto di lato per la botta.
«Roxie!» urla Elizabeth e io sorrido soddisfatto.
La faccio rimettere dritta e fisso nuovamente i suoi occhi ai miei.
«Quindi è così che ti chiami... Roxie» esalo, ma lei non risponde. Continua a fissarmi senza alcuna paura o timore, come se non le avessi appena dato uno schiaffo che le lascerà il segno.
«Lasciala andare, ti prego. Lei non c'entra niente! Roxie non è ricca, lei...»
«Sta zitta, Mumford! Le decisioni, qui, le prendo io. E se, quando e come la tua amica andrà via lo decido io! Chiaro?» urlo e Elizabeth annuisce piangendo.
«Eli è terrorizzata! Non è abituata a questa merda! Lasciala andare e troveremo il modo di farti dare dal padre i soldi che vuoi» mi implora Roxie, sussurrando, e io la guardo sconvolto.
In tutto questa assurda situazione, in cui lei non doveva nemmeno esserci, si sta davvero preoccupando della sua amica?
«No! Non sono i soldi che mi interessano. O comunque... mi interessano solo in parte» dico e torno a guardare la figlia di George Mumford.
«E allora che cosa vuoi? Ti scongiuro, non farle del male, è cresciuta nella bambagia, se la tocchi non ne uscirà viva» continua Roxie, e stavolta sembra commossa, sinceramente preoccupata per la sua amica.
Le prendo il viso con una mano, istintivamente, e le carezzo la parte alta del viso col pollice. Ho la netta sensazione che di lì a poco avrei visto uscire fuori dai suoi begli occhi una grossa lacrima.
«Mi dispiace. Non volevo darti quello schiaffo» dico, e non so perché lo faccio.
Mi sto davvero scusando con lei?
Ma che razza di rapitore sono? Un coglione senza midollo, ecco che sono!
«Non mi importa dello schiaffo, voglio solo che la lasci andare» mi prega e io allontano la mano dal suo viso.
«Non posso farlo» dico guardando per terra.
«C'è sempre una scelta. Fa la scelta giusta, ti prego!»
«No! Non per me» dico duro e mi alzo di scatto.
Raggiungo di nuovo Elizabeth e, guardando per un istante la sua amica, chiedo:
«Qual è il suo cognome?»
«Non dirglielo!» urla Roxie e io sorrido infastidito.
«Rispondimi, Elizabeth» insisto e lei guarda terrorizzata la sua amica che continua a urlare.
«No, non farlo! Ha già troppe informazioni su di noi e...»
Prendo la pistola dalla tasca dei jeans e la punto verso Roxie.
«Sono più persuasivo così?» chiedo e Elizabeth parla subito.
«Would, il suo cognome è Would. Roxie Would» esala e poi scoppia di nuovo a piangere.
Poso la pistola e annuisco compiaciuto.
«Ottimo! Farò ricerche su di te, signorina Would.»
«E noi invece? Con chi abbiamo il dispiacere di avere a che fare?» chiede Roxie e io mi chiedo se ha quella lingua lunga solo quando chiacchiera o anche in altri momenti.
Cerco di scacciare via dalla mia testa l'immagine e vado verso la porta.
«Il mio nome è Shawn, e se mi fate arrabbiare... diventerò il vostro peggior incubo!» tuono, prima di sbattere forte la porta e richiuderle dentro.
Jack e Angus le avevano legate a due diversi pali, l'uno distante dall'altro.
Qualcosa di buono sono stati capaci di farlo, quei due idioti.
Mi butto sul divano malmesso che è al centro dell'enorme stanzone dove ormai vivo e mi accendo un'altra sigaretta.
Devo liberarmi di quella lingua lunga in un modo o nell'altro, ne va del mio piano e della mia salute mentale.
***
Roxie
Shawn se ne è appena andato e ringrazio Dio che ci ha tolto quei cappucci asfissianti che i suoi scagnozzi ci avevano messo prima di farci uscire dal furgone.
Sono preoccupata per Eli, perché tutto questo è già troppo per lei.
Mi chiedo se la stanno cercando e spero con tutto il mio cuore che qualcuno ci tiri presto fuori di qui.
«Roxie, sono convinta che quest'uomo non è così malvagio. Hai visto, ti ha chiesto scusa per averti schiaffeggiata» dice ingenuamente e io non posso fare a meno di sorridere, anche se di un sorriso amaro.
«Sai quante volte mio padre si è scusato con me per avermi obbligata a vedere quelle scene orribili?
Si scusava tutte le volte, e poi lo faceva ancora.
Gli uomini sono tutti uguali, amica mia. Nessuno avrà pietà per noi, meno che mai lui!» dico con cinismo.
«E allora come usciamo di qui?» chiede e io mi guardo intorno.
«Troveremo un modo. Dobbiamo però capire cosa vuole lui da tuo padre. Ha detto che i soldi gli interessano solo in parte. Se non sta facendo tutto questo per i soldi, allora per cosa?» le chiedo, ma è più una domanda fra me e me.
«Non ne ho idea. So solo che ho paura, Roxie, non voglio morire qui, non voglio che quell'uomo o i suoi scagnozzi mi tocchino» dice piangendo.
«Non ti toccherà, Eli, stanne sicura. Non gli permetterò di farlo. Né a lui né a quei due farabutti.
Giuro che se quel coso si avvicina di nuovo, stavolta gliela stacco la mano» ringhio di rabbia.
«Non devi sfidarli, potrebbe essere pericoloso» dice preoccupata e io alzo gli occhi.
«Ho vissuto molto peggio di questo! Se credono che io abbia paura, si sbagliano di grosso!
Ora però riposati, Eli. Ne hai bisogno. Prova a dormire un po'» dico dolce.
«Per terra?»
«Vedi un letto da qualche parte?» chiedo e lei si scusa con un semplice sguardo.
Sorrido e le mando un bacio da lontano.
«In qualche modo ne usciremo, tesoro. Te lo prometto.
Fidati di me. Te lo prometto.»
Elizabeth prova a mettersi un po' più comoda e chiude gli occhi.
La osservo da lontano, mentre piange silenziosamente. Si può dire che Eli è l'unica famiglia che ho, al momento. Non mi è rimasto nessun altro al mondo.
La proteggerò e la tirerò fuori di qui. In un modo... o nell'altro!
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